giovedì 22 febbraio 2018

Commento all’apparizione di Gesù ai sette discepoli sul lago di Galilea


L’apparizione di Gesù ai sette discepoli sul lago di Tiberiade, in Galilea, è particolarmente ricca di significati simbolici e allegorici. E’ raccontata nel capitolo ventunesimo del Vangelo secondo Giovanni. Innanzitutto vediamo il primo e il secondo verso: 

Dopo queste cose, Gesù si fece vedere di nuovo dai discepoli presso il mare di Tiberiade; e si fece vedere in questa maniera. Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele da Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme. 

Notiamo che vi erano sette discepoli di Gesù: Pietro, Tommaso, Natanaele (detto Bartolomeo nei Vangeli sinottici), i figli di Zebedeo (Giovanni e Giacomo il Maggiore) e altri due discepoli. 
Notiamo innazitutto una cosa: l’autore del capitolo ventunesimo, che potrebbe essere stato Giovanni Apostolo o un redattore facente parte della “scuola giovannea”, non scrive il nome di “Giovanni”, quando indica i presenti all’apparizione, ma scrive “i figli di Zebedeo”, (quindi Giovanni e Giacomo il Maggiore). Questo particolare è importante perché indica l’estrema umiltà e riservatezza di Giovanni, che non voleva essere nominato in modo diretto. 
In secondo luogo notiamo che i discepoli sono sette, numero perfetto nella concezione biblica. Ma i sette diventano otto con Gesù. L’otto infatti è il numero sublime, che va oltre la perfezione, è il numero di Dio. Gesù è infatti risorto il giorno seguente al settimo giorno della settimana, la domenica. Questo giorno che come sappiamo è il primo della settimana, può  essere considerato anche come “l’ottavo giorno della settimana”, il giorno del Signore. 
L’apparizione di Gesù a sette discepoli, risulta essere rivolta quindi ad una cerchia ancora più ristretta dei suoi seguaci diretti, non gli undici, ma solo “sette”, che sono pronti a ricevere l’insegnamento che Gesù impartirà loro. Cerchiamo di analizzare il perchè Gesù apparve proprio a quei discepoli. 
Innazitutto Simone, detto Pietro, la “roccia”, in aramaico “Cefa”. Una persona dal temperamento forte che ha riconosciuto che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Vangelo di Matteo 16, 16). Pietro ha però rinnegato tre volte Gesù e ha così mostrato la debolezza della sua fede. Solo dopo il dialogo con Gesù, nella presente apparizione, ritroverà la piena fede. 
Tommaso, non ha creduto al Gesù risorto finché non lo ha visto con i suoi occhi, quando lo ha poi riconosciuto come Signore e Dio. (Vangelo di Giovanni 20, 28) 
Natanaele (Bartolomeo) è in realtà il primo dei discepoli di Gesù che lo riconosce come “Figlio di Dio e re d’Israele” (Vangelo di Giovanni 1, 49). 
I figli di Zebedeo (Giovanni e Giacomo) sono sempre presenti, insieme a Pietro, nei momenti fondamentali della missione di Gesù. Per esempio, Gesù permette solo a Pietro, Giovanni e Giacomo di entrare con lui nella stanza dove giace la figlia di Giairo (Vangelo di Luca 8, 51), che poi sarà risuscitata. Pietro, Giovanni e Giacomo sono presenti alla Trasfigurazione di Gesù (Vangelo di Matteo, cap. 17). Pietro, Giovanni e Giacomo assistono da vicino all’angoscia di Gesù, nel Gestemanì. (Vangelo di Matteo 26, 37)

Vediamo ora il terzo verso:

Simon Pietro disse loro: «Io vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Così uscirono e salirono subito sulla barca; ma quella notte non presero nulla. 

Pietro afferma di andare a pescare e gli altri vogliono seguirlo. Ma sappiamo che Pietro è stato trasformato da Gesù “pescatore di uomini”. Quindi questa pesca può  essere vista come l’allegoria di una opera di evangelizzazione. E’ come se Pietro volesse diffondere il Vangelo, volesse “pescare uomini”, ma il suo compito è difficile.  
Notiamo però che i sette discepoli di Gesù non riuscirono a pescare nulla. Cosa significa? 
La notte è un simbolo di oscurità spirituale. I discepoli di Gesù, pur avendo seguito il maestro e aver compreso quindi i suoi insegnamenti e pur avendolo già visto risorto (nell’apparizione ai dieci e poi agli undici a Gerusalemme), non riescono a fare il necessario “salto nella fede”. 
Il fatto che non riescano a pescare nulla, può  essere visto come un’allegoria, nel senso che non riescono ad avvicinare nessuno a Dio, non sono capaci di diffondere la fede in Dio attraverso Cristo e non sono capaci di diffondere efficacemente il Vangelo. Non ne sono capaci perchè non vivono “in Cristo”, ma si basano sulle proprie forze. In altre parole, non “camminano nello Spirito”. (A tale proposito vedere la Lettera ai Galati 5, 16). 

Vediamo ora il quarto verso: 

Al mattino presto, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli tuttavia non si resero conto che era Gesù. 

Proprio sul far del giorno, quindi all’alba, Gesù era sulla riva. Anche questo è un fatto che può  essere visto allegoricamente. La luce del sole penetra l’oscurità, quindi infonde luce. La notte è vinta, ora è giorno. Se il sole è Dio, la luce del sole, della stessa essenza del sole, è Gesù, che giunge fino a noi, con l’Incarnazione. Senza i raggi solari la luce non potrebbe infatti giungere sino a noi. Senza Gesù la volontà del Padre non sarebbe stata svelata. E’ Gesù che ha svelato il Padre. E’ Gesù che ha vinto l’oscurità. Allo stesso modo il calore dei raggi del sole è lo Spirito Santo. Ecco quindi che il sole, i raggi di luce del sole, e il calore dei raggi di sole possono essere visti come un’allegoria della Trinità. 
Ma i discepoli, in un primo tempo non lo riconobbero. 

Vediamo il quinto verso: 

E Gesù disse loro: «Figlioli, avete qualcosa da mangiare?». Essi gli risposero: «No!». 

In questa frase Gesù si rivolge ai suoi discepoli sapendo che loro non lo hanno riconosciuto. Vuole provare la loro buona volontà, la loro bontà. Chiede loro qualcosa da mangiare. Ma loro, in modo molto secco, risposero: “no”. Quindi i discepoli di Gesù non sono in grado di parlare in modo gentile a uno sconosciuto. Avrebbero potuto dirgli. “Aspetta, forse possiamo cercare qualcosa da darti da mangiare”, ma risposero: “no”. 

Vediamo il sesto verso: 

Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono e non potevano più tirarla su per la quantità di pesci. 

Qui Gesù dice loro di gettare la rete dalla parte destra della barca. Questa frase è un’allegoria che significa che solo cambiando il nostro paradigma, potremo riuscire a seguire Gesù. Gettare la rete dove normalmente si getta, ossia dalla parte sinistra, significa uniformarsi al mondo, essere conformisti, seguire le masse, applicare la regola d’oro passiva (non biblica) “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Gettare la rete dal lato destro invece significa essere anticonformisti, applicare la regola d’oro attiva biblica: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
Solo con un cambio di paradigma totale, che implica una rinascita spirituale, potremo mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù e quindi dare dei frutti. In questo modo non solo il credente farà del bene, ma attirerà altri a Cristo. Solo con un cambio di paradigma nella sua vita. E infatti quando i discepoli attuano il “cambio”, cioè gettano la rete dal lato opposto di dove normalmente si getta, pescarono molti pesci. Una volta attuato il cambio di paradigma, il credente ottiene molti frutti, riesce a divulgare il Vangelo ad altri, riesce a far fruttificare i propri talenti, riesce ad attrarre persone a Cristo. 
Questa seconda pesca miracolosa quindi, se vista in chiave allegorica, significa che solo con l’insegnamento di Gesù (il cambio di paradigma), vi saranno frutti reali.

Vediamo il settimo verso: 

Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore». Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse con la veste (perchè era nudo) e si gettò in mare.

Il discepolo che Gesù amava è Giovanni. (Vangelo di Giovanni 19, 26; 20, 2). Quindi Giovanni riconosce per primo Gesù, e gli da il titolo di “Signore” (Kyrios, quindi lo associa a Dio). Pietro indossò  la veste e si gettò  in mare. Siccome Pietro non era completamente vestito, in quanto stava pescando e voleva essere libero nei suoi movimenti, decise di vestirsi e si gettò  in mare. Perchè si vestì prima di gettarsi in mare? Perchè non poteva presentarsi al cospetto del Signore semi-nudo. Perchè si gettò in mare? Perchè avendo ancora sulla coscienza il peso di aver rinnegato il maestro per tre volte, voleva discolparsi, o forse intuiva che Gesù lo avrebbe redarguito e poi perdonato e voleva così ricevere il perdono. 

Vediamo ora i versi ottavo e nono: 

Gli altri discepoli invece andarono con la barca (non erano infatti molto lontani da terra, solo circa duecento cubiti), trascinando la rete piena di pesci. Come dunque furono scesi a terra, videro della brace con sopra del pesce e del pane. 

Si nota che Gesù aveva preparato una brace con sopra dei pesci e del pane. 
Il pesce è uno dei simboli del Cristianesimo antico. Sappiamo che la parola greca “Ichthis" (pesce), indica, anagrammata:  Iesous Christos Theou Yios Soter, (ICTYS) che tradotto è: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.  
Il pane è il simbolo del corpo di Cristo che è stato offerto per la remissione dei peccati. 
Anche la brace è simbolica. Nel Vangelo di Giovanni (18, 18), Pietro si scaldava presso una brace quando rinnegò il Signore. Quindi fu presso una brace che Pietro nega Gesù nell’oscurità di una notte tenebrosa. Presso una brace Pietro sarà perdonato da Gesù e sarà da lui redento, nella luce di un nuovo giorno. 

Vediamo ora il decimo e l’undicesimo verso: 

Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete presi ora». Simon Pietro risalì in barca e tirò a terra le rete, piena di centocinquantatrè grossi pesci; e benchè ve ne fossero tanti, la rete non si strappò. 

Gesù chiede di vedere i pesci che sono stati pescati. E’ come se Gesù volesse rendersi conto se vi sono state delle conversioni, se l’agire dei discepoli ha dato dei frutti. Fu Pietro che trasse la rete a riva. Quindi, se vogliamo vedere anche qui un’allegoria, Pietro è il responsabile dell’opera di evangelizzazione, per diffondere la Buona Novella. Nella rete vi erano 153 grossi pesci. 
Cosa significa questo numero? Sono state proposte molte teorie, ma la più accreditata è questa: i pesci rappresentano le persone che, in seguito all’opera evangelizzatrice dei discepoli, hanno accettato Gesù come loro Signore e Salvatore. Quindi i pesci sono i “figli di Dio”. Sappiamo che in ebraico ogni lettera corrisponde a un numero. La frase “figli di Dio” si dice “Beni Ha Elohim”, e il suo valore numerico è uguale a 153: (Beth-2/Nun-50/Yud-10   Heh-5/Aleph-1/Lamed-30/Chet-5/Yud-10/Mem-40).  בני האלהים =153
Quindi il numero 153 rappresenta i “figli di Dio”, ossia le persone che sono state “pescate” ossia evangelizzate, e che poi hanno accettato Gesù Cristo come loro Signore e Salvatore. 
Cosa significa che “e benchè ve ne fossero tanti, la rete non si strappò?”. La rete è un simbolo dell’appartenenza a Cristo. Quando una persona appartiene realmente a Cristo non potrà più abbandonarlo. Certo, commetterà degli errori e dei peccati, ma tornerà sempre a Cristo. Questo concetto è stato ribadito da Gesù in varie occasioni. Vediamone alcune: 

Vangelo di Giovanni (6, 39): 

È questa la volontà del Padre che mi ha mandato: che io non perda niente di tutto quello che egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. 

Vangelo di Giovanni (10, 27-30):

Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti; e nessuno le può rapire dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo uno». 

Vangelo di Giovanni (18, 8-9):

Gesù rispose: «Vi ho detto che io sono; se dunque cercate me lasciate andare via costoro»; e ciò affinché si adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».  

Ciò significa che una volta che una persona accetta Cristo nel suo cuore, non può tornare indietro. I “figli di Dio” lo sono per sempre. 

Vediamo ora i versi sucessivi: (12-14):

Gesù disse loro: «Venite a far colazione». Or nessuno dei discepoli ardiva chiedergli: «Chi sei?», sapendo che era il Signore. Allora Gesù venne, prese del pane e ne diede loro; e così pure del pesce. Ora questa fu la terza volta che Gesù si fece vedere dai suoi discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. 

Gesù ancora una volta chiama a sè i suoi discepoli, vuole dividere con loro la colazione, vuole essere “uno” con loro. 

Vediamo ora i versi dal (15-17): 

Dopo che ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giona, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo Signore, tu lo sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli chiese di nuovo una seconda volta: «Simone di Giona, mi ami tu?». Gli rispose: «Certo Signore, tu lo sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Abbi cura delle mie pecore». Gli chiese per la terza volta: «Simone di Giona, mi ami tu?». Pietro si rattristò che per la terza volta gli avesse chiesto: «Mi ami tu?», e gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore. 

La triplice domanda di Gesù sembra essere un rimprovero per la triplice negazione che fece Pietro. Però Pietro questa volta si abbandona a Gesù e dice “Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo”. E’ come se Pietro non si basasse più su sè stesso, memore della sua avventatezza quando aveva detto che la sua fedeltà era maggiore di quella degli altri (Vangelo di Giovanni 13, 37). Ora si abbandona a Gesù, si rimette a lui, e per questo Gesù, delicatamente, lo perdona e lo invita a “pascere le sue pecore”, quindi lo invita ad occuparsi dei credenti. Stare a loro vicino, aiutarli. 

Vediamo i versi successivi (18-19): 

In verità, in verità ti dico che, quando eri giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà là dove tu non vorresti». Or disse questo per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo, gli disse: «Seguimi». 

Con queste parole Gesù profetizza quello che sarebbe stato il martirio di Pietro. 

Vadiamo i versi sucessivi (20-23): 

Or Pietro, voltatosi, vide che li seguiva il discepolo che Gesù amava, quello che durante la cena si era anche posato sul petto di Gesù e aveva chiesto: «Signore, chi è colui che ti tradisce?». Al vederlo, Pietro disse a Gesù: «Signore, e di costui che ne sarà?». Gesù gli rispose: «Se voglio che lui rimanga finchè io venga, che te ne importa? Tu seguimi!». Si sparse allora la voce tra i fratelli che quel discepolo non sarebbe morto; ma Gesù non aveva detto a Pietro che egli non sarebbe morto, ma: «Se io voglio che lui rimanga finchè io venga, che te ne importa?». 

Qui ancora una volta Pietro dimostra il suo carattere. Vuole sapere cose che non gli è dato di sapere, vuole intromettersi in situazioni che non lo riguardano direttamente. Chiede quale sarà la sorte di Giovanni. Ma Gesù lo redarguisce e dice che Giovanni rimarrà fino al suo ritorno (possibilmente Gesù si riferisce a quando apparve in visione a Giovanni in modo da ispirare la scrittura dell’Apocalisse). Pertanto Gesù dichiara che Giovanni vivrà a lungo, ma non che non sarebbe morto. Giovanni infatti scrisse l’Apocalisse sul finire del I secolo, quindi circa settant’anni dopo l’apparizione di Gesù nel lago di Galilea. 

Vediamo ora gli ultimi due versi (24-25): 

Questo è il discepolo che rende testimonianza di queste cose e che ha scritto queste cose; e noi sappiamo che la sua testimonianza è verace. Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece, che se fossero scritte ad una ad una, io penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si potrebbero scrivere. Amen.

Con questi versi Giovanni si identifica come l’autore del quarto Vangelo. Il verbo “sappiamo” al plurale indica che la comunità giovannea diede testimonio della sua veridicità. Nell’ultimo verso si ribadisce che Gesù ha compiuto molte altre cose. I Vangeli infatti non avevano lo scopo di essere delle biografie complete della vita di Gesù, ma servivano a indicare il messaggio centrale del Messia: Lui è venuto per servire, per offrire se stesso in remissione dei peccati e per indicare la via da percorrere per coloro che credono in Lui. 

Yuri Leveratto

lunedì 19 febbraio 2018

L’insegnamento di Gesù sul perdono



Il tema del perdono è il cardine di tutto il messaggio evangelico. Gesù ha insegnato a perdonare con l’insegnamento diretto, attraverso parabole, con azioni, ed infine ha dato il massimo esempio di perdono con la sua morte espiatoria sulla croce, il sublime atto salvifico che ha posto fine al dominio del peccato per tutti gli esseri umani di fede.
Il primo insegnamento sul perdono che Gesù ha insegnato è inserito nella preghiera del “Padre nostro”. Vediamo il passaggio corrispondente, Vangelo di Matteo (6, 12):

E perdonaci i nostri debiti, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori. 

Gesù indica che vi sono “debiti”, ossia “colpe”. Ogni colpa causa un risentimento e quindi una ritorsione. Ma per Gesù la colpa può essere superata solo attraverso il perdono, e non attraverso la ritorsione, o peggio, la vendetta. Dio perdona le nostre colpe, se realmente ci pentiamo, ma il suo perdono assume significato se anche noi perdoniamo chi ci ha fatto un torto.

Poco più avanti infatti Gesù afferma, Vangelo di Matteo (6, 14-15):

Perchè, se voi perdonate agli uomini le loro offese, il vostro Padre celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini le loro offese, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre.

Il concetto del perdono da parte di Dio, subordinato al perdono che l’uomo deve offrire al suo simile, viene spiegato molto bene nella parabola del servo spietato, Vangelo di Matteo (18, 23-35):

A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perchè mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finchè non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

Questa parabola insegna la necessità del perdono fraterno per ottenere il perdono di Dio. Diecimila talenti, sono un debito enorme e rappresentano il debito insolvibile dell’uomo verso Dio. L’uomo infatti non può espiare da solo le sue colpe in quanto ogni peccato contro Dio ha un peso infinito. I cento denari, invece sono una cifra irrisoria e rappresentano il debito che ci può essere tra gli uomini. Pertanto non c’è debito, colpa, o torto tra uomini che non valga la pena essere perdonato, considerando l’importanza del perdono di Dio verso l’uomo.
Questo insegnamento è stato anche divulgato da Paolo di Tarso, vediamo due passaggi corrispondenti:

Lettera agli Efesini (4, 32):

Siate invece benigni e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo.

Lettera ai Colossesi (3, 13):

sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi, se uno ha qualche lamentela contro un altro; e come Cristo vi ha perdonato, così fate pure voi. 

L’insegnamento sul perdono è spiegato molto bene anche in un’altra parabola, quella del “figliol prodigo”, conosciuta anche come “parabola del padre misericordioso” (Vangelo di Luca, 15, 11-32). In questa parabola, si racconta di un figlio che volle farsi dare l’eredità che gli spettava in anticipo, e poi se ne andò in un paese lontano sperperando tutti i suoi beni. Quando, in seguito ad un periodo di carestìa, si ritrovò in una situazione difficile, decise di tornare da suo padre. Nel verso ventesimo si legge: “Si mise in cammino e ritornò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.” Si nota pertanto che il padre perdonò il figlio prima che il figlio gli chiese perdono. Il perdono deve essere pertanto un atto non condizionato alla richiesta di perdono. Deve essere dato sempre e senza condizioni.
Questo concetto è stato ribadito anche da Paolo di Tarso, il quale ha scritto che è stato Dio che ci ha riconciliato a sé per mezzo di Gesù Cristo, facendo Lui il primo passo verso di noi, anche se noi eravamo peccatori.

Vediamo il passaggio corrispondente, nella Seconda Lettera ai Corinzi (5, 18-19):

Ora tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sé per mezzo di Gesù Cristo e ha dato a noi il ministero della riconciliazione, poiché Dio ha riconciliato il mondo con sé in Cristo, non imputando agli uomini i loro falli, ed ha posto in noi la parola della riconciliazione.

Gesù ha inoltre perdonato i peccati di alcune persone, dimostrando così di mettersi alla pari di Dio. Vediamo tre passaggi corrispondenti:

Vangelo di Matteo (9, 2):

Ed ecco, gli fu presentato un paralitico disteso sopra un letto; e Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, fatti animo, i tuoi peccati ti sono perdonati!». 

Vangelo di Matteo (9, 5-6):

Infatti, che cosa è più facile dire: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure: "Alzati e cammina"? Ora, affinchè sappiate che il Figlio dell'uomo ha autorità in terra di perdonare i peccati: Alzati (disse al paralitico), prendi il tuo letto e vattene a casa tua!». 

Vangelo di Luca (7, 47-49):

Perciò ti dico che i suoi molti peccati le sono perdonati, perchè ha molto amato; ma colui al quale poco è perdonato, poco ama». Poi disse a lei: «I tuoi peccati ti sono perdonati». Allora quelli che erano a tavola con lui cominciarono a dire fra loro: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». 

Vediamo ora un altro passaggio del Vangelo di Matteo (18, 21-22), dove Gesù insegna a perdonare sempre, senza limiti:

Allora Pietro, accostatosi, gli disse: «Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte gli dovrò perdonare? Fino a sette volte?». Gesù gli disse: «Io non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 

Questo insegnamento è ribadito anche nel Vangelo di Luca (17, 3-4):

State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca contro di te, riprendilo; e se si pente, perdonagli. E se anche peccasse sette volte al giorno contro di te, e sette volte al giorno ritorna a te, dicendo: "Mi pento", perdonagli».

Anche nel Vangelo di Marco vi sono insegnamenti diretti di Gesù a perdonare. Nel passaggio seguente Gesù esorta i credenti a perdonare durante la preghiera, in modo che il Padre perdoni i loro peccati, Vangelo di Marco (11, 25):

E quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate affinchè anche il Padre vostro, che è nei cieli, perdoni i vostri peccati. 

Nel Vangelo di Luca troviamo l’esortazione a perdonare associata a quella di non giudicare. Vediamo il passaggio corrispondente (6, 37):

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato. 

Gesù ha persino perdonato i suoi carnefici. Ecco infatti la famosa frase che ha pronunciato sulla croce e riportata nel Vangelo di Luca (23, 34):

Padre perdonali perchè non sanno quello che fanno

Ricordiamo anche che Gesù ha perdonato Pietro, che lo ha rinnegato per ben tre volte (Vangelo di Giovanni 21, 15-19).
Ora analizziamo alcuni passaggi del Nuovo Testamento dove si afferma il valore salvifico della morte in croce di Gesù, atto sublime con il quale sono stati perdonati tutti i peccati. Innanzitutto questo primo passaggio del Vangelo di Matteo (26, 27-28):

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 

E’ Gesù stesso a ribadire che il suo sangue è versato per il perdono dei peccati.
Analizziamo ora il seguente passo del Vangelo di Luca (19, 10):

Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Qui si ribadisce ancora che Gesù è venuto a salvare il mondo e non a giudicarlo. Gesù ha salvato il mondo in quanto ha perdonato tutti i peccati con la sua morte. E’ pertanto l’Agnello di Dio, come afferma Giovanni il Battista nel Vangelo di Giovanni (1, 29):

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 

Il perdono dei peccati è lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra, infatti il sacrificio del Figlio di Dio, è per definizione è il sacrificio finale e perfetto, come si deduce da questo passaggio della Lettera agli Ebrei (7, 27):

Il quale non ha bisogno tutti i giorni, di offrire vittime prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo come i sommi sacerdoti, perchè questo egli ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso.

“Offrire se stesso” è stato pertanto l’atto di perdono più grande di tutti tempi, che ha annullato il peso infinito dei peccati contro Dio, con il valore infinito del sacrificio finale e perfetto.
Vediamo ora una frase del Gesù risorto, riportata nel Vangelo di Luca (24, 46-47):

Ed aggiunse: “Così sta scritto: il Cristo doveva patire e il terzo giorno risuscitare dai morti; nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. 

In questa frase si ribadisce che chi si converte, credendo nel sacrificio salvifico di Gesù, ottiene il perdono dei peccati.
In ultima analisi riportiamo tre citazioni neo-testamentarie, scritte da Paolo di Tarso (Lettera agli Efesini), Giovanni e Giacomo che provano che i primi cristiani credevano che Gesù avesse perdonato tutti i peccati con la sua morte in croce.

Lettera agli Efesini (1, 7):

In Lui, mediante il suo sangue, otteniamo la redenzione, il perdono dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia,

Lettera di Giacomo (5, 15):

e la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo risanerà; e se ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati. 

Prima Lettera di Giovanni (1, 9):

Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 

Yuri Leveratto

sabato 10 febbraio 2018

Cristo è Dio? Le cinque tesi per avvicinare gli scettici alla fede


Oggigiorno vi sono persone che si “chiudono” al messaggio del Vangelo. Sostengono che Gesù sia stato un “grande saggio”, che ha espresso un messaggio di amore, ma quando gli si fa notare che il culto a Gesù come “Kyrios”, ossia “Signore”, associandolo apertamente a Dio, nacque negli anni immediatamente successivi alla sua missione terrena (1), non sanno come spiegare questo fatto storico. Nessuno infatti avrebbe iniziato un culto a un “grande saggio”, rischiando la vita, e soprattutto nessuno sarebbe andato al martirio pur di non rinnegare il nome di un “grande saggio”. 
Ma entriamo nel merito delle cinque tesi che aiutano ad avvicinare gli scettici alla fede in Gesù Cristo. 

Prima tesi: le parole di Gesù

Innanzitutto bisogna considerare che Gesù durante la sua missione terrena ha dichiarato di essere consustaziale al Padre. Lo ha fatto varie volte, in modi diversi che adesso vedremo. Ogni volta che ha dichiarato di essere Dio, alcuni ebrei che stavano vicino a lui hanno tentato di lapidarlo dimostrando che le sue affermazioni erano inaudite. Vediamo alcune di queste frasi di Gesù.  
Innanzitutto Gesù, nel discorso della montagna ha detto varie volte: “Avete inteso che fu detto…io invece vi dico”, per esempio in Vangelo di Matteo 5, 21; 5, 27; 5, 31; 5, 33-34; 5, 38-39; 5, 43-44. 
Con queste frasi Gesù si pone all’altezza del Legislatore supremo, di Dio. 

In secondo luogo Gesù perdonava i peccati, ma nella concezione ebraica, solo Dio aveva il potere di perdonare i peccati. 
Vangelo di Matteo (9, 2):

Ed ecco, gli fu presentato un paralitico disteso sopra un letto; e Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, fatti animo, i tuoi peccati ti sono perdonati!».

Pertanto con questa frase inaudita, Gesù si pone al pari di Dio. 

Sappiamo inoltre che Gesù ha attuato alcuni miracoli durante il sabato, giorno che gli ebrei dedicavano al Signore. Quando gli ebrei s’indignarono vedendo che Gesù aveva guarito persone nel giorno di sabato, accusandolo come fosse un peccatore, Gesù fece notare che Dio non ha proibito di fare del bene durante il sabato. In una occasione Gesù dice, Vangelo di Matteo (12, 8).

Perché il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato

Con questa frase Gesù ha dichiarato di essere colui il quale ha istituito il giorno del riposo, quindi ha implicitamente dichiarato di essere Dio. 

In ultima analisi analizziamo la celebre frase “Io Sono”, detta da Gesù e riportata nel Vangelo di Giovanni. Nell’Antico Testamento Dio si era identificato con il nome “Io Sono”, che è poi il significato intrinseco di YHWH, ossia “Io sono colui che sono”. Questo nome caratterizza l’esistenza dinamica e attiva di Dio. Vediamo il verso corrispondente nel libro dell’Esodo (3, 14).
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”». 
La frase “Io Sono”, (scritta in ebraico אֶֽהְיֶ֑ה - pron: eh yeh), che denota un’esistenza assoluta ed eterna, è stata utilizzata da Gesù Cristo in varie occasioni. Come sappiamo i Vangeli sono stati scritti in greco, quindi l’espressione di Gesù in ebraico è stata tradotta con il greco Ἐγώ εἰμι (pronuncia: egō eimi).
Vediamo alcuni versi corrispondenti: 

Vangelo di Giovanni (8, 24):

Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». 

Vangelo di Giovanni (8, 58):

Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». 

Analizziamo il verso 8, 58: la frase “Io Sono” dimostra che Gesù attribuisce a se stesso un’esistenza eterna, non semplicemente anteriore ad Abramo. E’ un affermazione inaudita con la quale Gesù si fa uguale a Dio. Infatti, nel verso successivo i giudei tentarono di lapidarlo, accusandolo di blasfemia. 
Con queste frasi Gesù attribuisce a se stesso la piena divinità ed eternità, in pratica dichiara di essere Dio incarnato. 
Vediamo anche il verso del Vangelo di Marco (14, 61-62): 

Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire con le nubi del cielo».

In questa risposta di Gesù Cristo vi sono due affermazioni di carattere assoluto. Innanzitutto vi è la frase “Io Sono” resa nel greco con Ἐγώ εἰμι (ego eimi). In secondo luogo Gesù cita il libro di Daniele (verso 7, 13). Il titolo “Figlio dell’uomo” indica la sua missione terrena e pone in risalto la sua umiltà e la sua umanità. Con questa frase Gesù si pone al pari di Dio in quanto vi siede alla “sua destra”.

Da tutte queste frasi pertanto si evince che Gesù ha dichiarato la sua piena Divinità. Se Gesù non fosse stato colui che diceva di essere, allora era un esaltato, ma in questo caso non avrebbe potuto compiere i miracoli, oggetto della seconda tesi che andremo a trattare, e nessuno lo avrebbe seguito. 

Seconda tesi: i miracoli di Gesù

Gesù ha dimostrato, durante la sua missione terrena, di avere potere assoluto sulle infermità, sui demoni, sulle forze della natura e sulla morte. Vediamo solo alcuni dei 36 miracoli che vengono descritti nei quattro Vangeli. 

Il potere sulle infermità. In alcuni di questi miracoli, Gesù non era vicino alla persona guarita (per esempio la guarigione del servo del centurione, nel Vangelo di Matteo 8, 5-13; la guarigione del figlio di un ufficiale del re, nel Vangelo di Giovanni 4, 46-54). Ciò significa che non vi può essere stata una qualche forma di suggestione, ma il potere di Gesù era assoluto. 
Anche la guarigione dei ciechi (come nel Vangelo di Marco 10, 46-52), dimostra un potere eccezionale sulle malattie o infermità, ma il suo apice vi è con la guarigione del nato cieco (Vangelo di Giovanni 9, 1-7), con la quale ha dimostrato potere di far funzionare un organo che non ha mai funzionato. 

Il potere sui demoni. Nei Vangeli sono descritti sette miracoli nei quali Gesù ha liberato persone da demoni (incluso il miracolo nel quale ha liberato Maria Maddalena da sette demoni, Vangelo di Marco 16, 9). Ciò dimostra che Gesù aveva un potere assoluto sui demoni, quindi su creature di Satana. 

Il potere sulle forze della natura. Quando Gesù ha calmato una tempesta (Vangelo di Matteo 8, 23-27), ha dimostrato che la natura è sottoposta alla sua volontà. Anche YHWH aveva placato una tempesta (Salmo 107, 29-30), e in questo senso Gesù dimostra di avere lo stesso potere di YHWH. 
Anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Vangelo di Matteo 14, 14-21, riportata anche negli altri Vangeli), dimostra il potere sulla natura, ossia il potere di moltiplicare i suoi elementi. Nella trasformazione dell’acqua in vino ( Vangelo di Giovanni 2, 1-11), Gesù dimostra di avere il potere di trasformare gli elementi. 
Nella pesca miracolosa (Vangelo di Luca 5, 1-11; Vangelo di Giovanni 21, 1-11), Gesù dimostra di avere potere sugli animali. 
Gesù ha quindi un potere assoluto sulla materia, sugli animali e sui fenomeni atmosferici. 

Il potere sulla morte. Nei Vangeli sono descritte tre risurrezioni di persone già morte: il figlio di una vedova (Vangelo di Luca 7, 11-15), la figlia di Giairo (Vangelo di Matteo cap. 9; Vangelo di Marco cap. 5; Vangelo di Luca cap. 8), e Lazzaro (Vangelo di Giovanni 11, 17-44). In questi miracoli Gesù ha dimostrato di avere un potere assoluto sulla morte. Bisogna ricordare però che queste persone che furono risuscitate, tornarono a vivere con un corpo normale e quindi in seguito invecchiarono e morirono. Queste risurrezioni pertanto si differenziano dalla Risurrezione di Gesù, in quanto Egli, una volta risorto, è rimasto e rimarrà in vita per sempre, con un corpo glorificato. E questa è la terza tesi che può aiutare gli scettici ad avvicinarsi alla fede. 

Terza tesi: la Risurrezione di Gesù

Come già specificato Gesù è risuscitato con un corpo glorificato e quindi non muore più. Gesù vive per sempre e quindi ha dimostrato di essere il Signore della vita, il Signore dell’Universo. 
Le parole del quarto verso del Prologo del Vangelo di Giovanni: 

In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;

sono appunto state confermate con la Risurrezione di Gesù. 
Ovviamente Giovanni, quando scrive “lui” si riferisce al Verbo, ossia allo stato pre-incarnato di Gesù Cristo. Notiamo che Giovanni non scrive “con lui era la vita”, ma bensì: “In lui era la vita”. La vita pertanto non era qualcosa di eternamente esistente e indipendente dal Verbo, ma bensì era qualcosa di completamente dipendente da lui, da sempre, dall’eternità del passato. In pratica Gesù ha la vita in sè. Mentre noi non abbiamo la vita, lui è la vita. Per questo può  dire frasi inaudite come questa, Vangelo di Giovanni (10, 17-18):  

Per questo il Padre mi ama: perchè io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Quarta tesi: le profezie su Gesù

Nell’Antico Testamento vi sono circa 300 profezie riferite al Messia. In questo articolo ne riporterò solo alcune, innanzitutto questa, del Libro di Isaia (9, 6-7):

Perchè un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

In pratica in questa profezia Isaia ha scritto che un bambino sarà Dio. Il Messia è Dio, in quanto solo Dio potrà espiare i peccati dell’umanità e solo Dio potrà regnare per sempre. 

Nei successivi passaggi si delinea la sofferenza e il successivo trionfo del Servo. Questi versi presentano il Servo che soffre in modo vicario (ossia: “al posto di”), per i peccati dell’uomo. Libro di Isaia (52, 13-15 - 53: 1-12): 

Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –, così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poichè vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito. 

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza nè bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua posterità? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per la colpa del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza nè vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perchè ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli.

In questo passaggio dei Salmi si era predetto che il Messia sarebbe stato trafitto:

Salmi (22, 16): 
Poichè cani mi hanno circondato; una folla di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi.

Vediamo il compimento di questa profezia, nel Vangelo di Giovanni (19, 34):

ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua.

Le profezie sul Messia si sono compiute con la vita, la predicazione, la morte e la Risurrezione di Gesù Cristo. Ciò  prova che Gesù Cristo è il Messia, quindi è vero Dio e vero uomo. (Isaia 9, 6-7). 

Quinta tesi: la testimonianza dei seguaci di Gesù e la nascita della Chiesa

Dopo la morte in croce di Gesù i suoi seguaci (Apostoli e altri discepoli), erano timorosi e dubbiosi, ma dopo la Risurrezione del loro maestro, e soprattutto dopo l’effusione dello Spirito Santo (profetizzata nel libro di Gioele 2, 28), hanno testimoniato con forza il Vangelo. La testimonianza degli Apostoli è iniziata con il celebre discorso di Pietro (Atti degli Apostoli, 2, 14-36). Tutto ciò ha causato la nascita della Chiesa, che già nei primissimi mesi dopo la missione di Gesù sulla terra contava migliaia di credenti. (Atti degli Apostoli 2, 41). 
Inoltre, anche alcune frasi in ebraico all’interno di testi in greco, dimostrano che il nucleo dei credenti iniziali erano ebrei e credevano che Gesù fosse Dio, il Signore. A tale proposito vediamo che nella Prima Lettera ai Corinzi (16, 22) vi è la frase “maranatha”, che significa “Il Signore viene”. 
Tutto ciò dimostra che i primi credenti in Gesù, lo identificavano come Dio (Signore) e diedero inizio al culto per la sua persona. 

Yuri Leveratto

Note: 
1-Come per esempio fa notare lo storico Larry Hurtado nel suo libro “Signore Gesù Cristo”. 

giovedì 8 febbraio 2018

“Beati i miti, perchè erediteranno la terra”. Commento alla terza beatitudine del Vangelo secondo Matteo


Gesù inizia il Discorso della montagna con le beatitudini. Normalmente vi sono due interpretazioni delle beatitudini. 
La prima interpretazione, quella morale, le descrive come un capovolgimento dei valori mondani. Esse indicano alcune qualità, o caratteristiche del credente, che lo porteranno ad ottenere le benedizioni di Dio, la salvezza, e la vita eterna. 
La seconda interpretazione, cristologica, tende a considerarle come la descrizione del carattere e del comportamento di Gesù, che ci è d’esempio e guida in ogni nostra decisione e situazione terrena. 
Innanzitutto bisogna far notare che Gesù, con la terza beatitudine, ha nominato il Salmo (37, 11): “I miti erediteranno la terra”. Ma mentre nel Salmo 37 Davide si riferiva alla terra di Canaan che sarà ereditata dai Giudei, Gesù amplia e completa questa frase, rendendola universale ed escatologica, cioè si riferisce alla fine dei tempi. 
Ma chi sono i miti? In generale, il mite è una persona mansueta, che non risponde mai alla violenza con violenza. Il mite è umile, paziente, sereno. Non vuole mai imporre le sue idee con la forza, ma piuttosto con la calma e con la fermezza. In greco la parola prays (mite, mansueto), è la traduzione dell’ebraico anawin che indicava i poveri. Il povero viene visto quindi come umile, mansueto, mite. 
Qual’è il significato della frase “erediteranno la terra”? 
Come sappiamo nell’Antico Testamento la terra promessa ha avuto un’importanza fondamentale. In effetti proprio con il Patto abramitico Dio ha dato in eredità ad Abramo e ai suoi discendenti la terra di Canaan, corrispondente all’odierno Israele. Secondo un concetto più ampio la terra sarà ereditata dai miti, in modo da avere un luogo sacro, dove si possa adorare Dio in libertà, senza influenze idolatriche e negative. La “terra” può anche essere considerata come il “Regno di Dio”, che è già reale, in quanto alcune persone ne fanno parte, anche se è un Regno trasversale e frammentario. I miti pertanto erediteranno il “Regno”.
Da un punto di vista escatologico possiamo anche guardare al periodo del millennio, quando Cristo regnerà sulla terra, come il periodo dei mansueti, degli umili, dei puri di cuore. In questo senso il millennio sarà il preludio dell’eternità. 
Ora consideriamo l’interprezazione cristologica della terza beatitudine. 
Secondo questa interpretazione Gesù ha mostrato la sua mitezza e mansuetudine molte volte nel corso della sua missione terrena. 
Le profezie lo avevano annunciato come servo mite e mansueto. A tale proposito vediamo alcune profezie e il loro adempimento nei Vangeli. 

Innanzitutto la profezia di Zaccaria dove si descrive il Messia che entra a Gerusalemme cavalcando un asino, simbolo di mansuetudine. 

Zaccaria (9, 9): 

Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme! Ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e porta salvezza, umile e montato sopra un asino, sopra un puledro d'asina.

Ecco il compimento della profezia nel Vangelo di Matteo (21, 4-5): 

Or questo accadde, affinchè si adempisse ciò che fu detto dal profeta, che dice: «Dite alla figlia di Sion: Ecco il tuo re viene a te mansueto, cavalcando un asino, anzi un puledro, figlio di una bestia da soma».

Quindi vediamo questa profezia di Isaia nella quale si descrive che l’eletto non imporrà con la forza la sua parola di verità. 

Isaia (42, 1-4): 

«Ecco il mio servo, che io sostengo, il mio eletto in cui la mia anima si compiace. Ho posto il mio Spirito su di lui; egli porterà la giustizia alle nazioni. Non griderà, non alzerà la voce, non farà udire la sua voce per le strade. Non spezzerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; presenterà la giustizia secondo verità. Egli non verrà meno e non si scoraggerà, finchè non avrà stabilito la giustizia sulla terra; e le isole aspetteranno la sua legge». 

Ecco il compimento della profezia nel Vangelo di Matteo (12, 18-20):   

«Ecco il mio servo che io ho scelto; l'amato mio in cui l'anima mia si è compiaciuta. Io metterò il mio Spirito su di lui, ed egli annunzierà la giustizia alle genti. Egli non disputerà e non griderà e nessuno udirà la sua voce per le piazze. Egli non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante, finchè non abbia fatto trionfare la giustizia.

Anche la celebre profezia di Isaia cap. 53 mostra che il Messia ha assunto la condizione di servo umile e mansueto e pur essendo stato umiliato, non aprí bocca, ma si comportò  in modo mansueto. 

Isaia (53, 3-7):

Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenevamo colpito, percosso da Dio ed umiliato. Ma egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti. Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e l'Eterno ha fatto ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca. 

Questa profezia è confermata in tutti i Vangeli, infatti sia durante il processo, la fustigazione e la crocifissione Gesù ha mantenuto un comportamento mansueto e mite, non opponendosi alla malvagità dei suoi carnefici, ma addirittura perdonandoli. (Vangelo di Luca 23, 34). 

Gesù conferma il suo carattere mite e mansueto in questa frase riportata nel Vangelo di Matteo (11, 29): 

Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perchè io sono mansueto ed umile di cuore; e voi troverete riposo per le vostre anime.

La mitezza e la mansuetudine di Gesù è anche confermata in alcune lettere del Nuovo Testamento, vediamone alcune: 

Prima Lettera di Pietro (2, 23): 

Oltraggiato, non rispondeva con oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di colui che giudica giustamente. 

Seconda Lettera ai Corinzi (10, 1): 

Or io, Paolo, vi esorto per la mansuetudine e benignità di Cristo; io che quando sono presente di persona fra voi ben sono umile, mentre se sono assente mi mostro ardito verso di voi. 

Lettera ai Colossesi (3, 12): 

Vestitevi dunque come eletti di Dio, santi e diletti, di viscere di misericordia, di benignità, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza, 

Per fare un riepilogo del significato della terza beatidutine possiamo dire pertanto che si può  considerare sia dal punto di vista morale, che cristologico. Dal punto di vista morale, coloro i quali sono miti e mansueti e quindi non rispondono al male con il male, ma perdonano e lasciano il giudizio a Dio, erediteranno la terra, che può essere interpretata come il Regno di Dio. Nell’interpretazione cristologica il vero mite e mansueto è proprio Gesù che con il suo esempio eterno ci guida verso una vita mite incentrata sul suo messaggio di amore. 

Yuri Leveratto

Bibliografia
J. Ratzinger, Gesù di Nazareth 
R. Cantalamessa, Le beatitudini evangeliche

mercoledì 7 febbraio 2018

L’insegnamento di Gesù sulla vita eterna


L’uomo ha avuto fin dai tempi remoti una vaga sensazione sulla vita dopo la morte. Infatti anche popoli pagani tumulavano i loro morti adornandoli con amuleti od oggetti di valore, in modo da accompagnarli nel viaggio estremo. Il culto dei morti, i riti funebri e le varie dottrine religiose provano che l’uomo antico non vide mai la morte come annichilazione assoluta, ma credette da sempre che qualcosa in noi continua a vivere dopo la fine del corpo fisico. 
I filosofi greci furono i primi ad individuare l’essenza dell’essere umano, la sua parte immateriale, l’anima, ma non diedero chiari insegnamenti affinchè essa possa salvarsi e vivere in eterno nel Regno di Dio. 
Gesù invece diede all’anima un valore assoluto, immenso. Vediamo innanzitutto il verso corrispondente nel Vangelo di Marco (8, 36):

Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? 

Gesù, ha insegnato come far si che l’anima non si perda, attraverso l’accettazione del suo sacrificio sulla croce e seguendo i suoi comandamenti. 
Gesù, inoltre ha insegnato che l’anima salvata, ha vita eterna. Vediamo innanzitutto questo importante passaggio del Vangelo di Giovanni (3, 14-16): 

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinchè  chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Poichè  Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinchè  chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

La vita eterna della quale parla Gesù in questi versi non è  la continuazione di questa vita terrena, ma una nuova vita, in una condizione eterna, al cospetto del Padre, nel suo Regno eterno. 
Il dono che Dio ci ha fatto di suo Figlio, che è  venuto a vivere e soffrire tra di noi e morire per noi, ha un valore immenso in quanto riscatta la nostra anima. 

Quali sono state le conseguenze che derivano dalla fede che Gesù ci ha dato nella vita eterna? 
Si possono analizzare tre conseguenze principali. 

La prima conseguenza è il cambio di prospettiva del credente, che ora guarda all’eternità. 
La credenza nella vita eterna ha ampliato il nostro orizzonte, ha cambiato la nostra prospettiva di vita. Niente è più necessario che guardare tutti i fatti della nostra vita terrena dal punto di vista di come li guarderemo un giorno dall’eternità.  

La seconda conseguenza è il cambio di paradigma nelle nostre vite. 
Una volta accettato il sacrificio di Gesù sulla croce, il credente è salvo, ma deve attuare un cambio nella propria vita, nella direzione dell’amore verso Dio e verso il suo prossimo. In pratica oltre alla salvezza ottenuta per Grazia e per mezzo della fede, il credente deve perseverare fino alla fine nell’applicare i comandamenti di Gesù. Solo così otterrà la vita eterna. 

La terza conseguenza è il cambio nell’affrontare la morte.
L’uomo che crede in Gesù Cristo, e quindi è sicuro di essere salvo e di ottenere la vita eterna, considererà la morte come un passaggio, ma non come l’annichilazione assoluta, la fine di tutto. In conseguenza di ciò, l’uomo preparato a compiere tale viaggio, non è impaziente, ma è  tranquillo, sereno, mite. Accetta la morte fisica come un passaggio obbligato, sicuro che subito l’anima otterrà in vita eterna. 

Già nell’Antico Testamento si era descritta la vita eterna. Vediamo due significativi passaggi: 

Salmo (133, 3):

È come la rugiada dell'Hermon, che scende sui monti di Sion, perchè  è là che l'Eterno ha posto la benedizione, la vita in eterno.

Daniele (12, 2):

Molti di coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno, alcuni per vita eterna, altri per vergogna e infamia eterna. 

Analizziamo ora alcuni passaggi dei Vangeli dove Gesù ha descritto la vita eterna. 

Vangelo di Matteo (19, 29):

E chiunque ha lasciato casa, fratelli, sorelle, padre, madre, moglie, figli o campi per amore del mio nome, ne riceverà il centuplo ed erediterà la vita eterna.

Vangelo di Giovanni (3, 36): 

Chi crede nel Figlio ha vita eterna, ma chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio dimora su di lui».

Per Gesù il credente in Lui ottiene vita eterna, ma chi dice di credere e poi non ubbidisce ai suoi comandamenti sarà sottoposto all’ira di Dio. 

Vangelo di Giovanni (4, 13-14): 

Gesù rispose e le disse: «Chiunque beve di quest'acqua, avrà ancora sete, ma chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà mai più sete in eterno; ma l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che zampilla in vita eterna». 

Gesù utilizza il simbolismo dell’acqua viva, ossia della rigenerazione dello Spirito. L’acqua ha un profondo significato nel Vangelo di Giovanni e richiama alla fonte, alla sorgente e quindi all’origine della vita. Chiunque berrà quell’acqua, offerta da Gesù come un dono gratuito, ma di incommensurabile valore, otterrà la vita eterna. 

Vangelo di Giovanni (4, 36): 

Or il mietitore riceve il premio e raccoglie frutto per la vita eterna, affinchè  il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. 

Qui Gesù si riferisce al fatto che mentre il seme della redenzione futura era stato piantato dai profeti dall’Antico Testamento, i discepoli di Gesù raccolgono i frutti delle conversioni che portano alla vita eterna. 

Vangelo di Giovanni (5, 24): 

In verità, in verità vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna, e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Coloro i quali credono nel Figlio e nel Padre, che lo ha inviato, non saranno sottoposti al giudizio, ma hanno già vita eterna. 

Vangelo di Giovanni (6, 27): 

Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna, che il Figlio dell'uomo vi darà, perchè  su di lui il Padre, cioè Dio, ha posto il suo sigillo».

Nel sesto capitolo del Vangelo di Giovanni Gesù si riferisce al suo corpo, che sarà offerto in remissione dei peccati, paragonandolo al pane della vita. Gesù è  quindi il vero pane della vita. 

Vangelo di Giovanni (6, 40): 

Questa infatti è la volontà di colui che mi ha mandato: che chiunque viene alla conoscenza del Figlio e crede in lui, abbia vita eterna, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» 

Qui Gesù aggiunge un particolare importante: colui che crede nel Figlio ottiene la vita eterna, ma oltre a questo, sarà risuscitato nella carne nell’ultimo giorno. Otterrà quindi, oltre alla vita eterna in forma spirituale, anche una vita eterna in un corpo fisico, glorificato. 

Vangelo di Giovanni (6, 47):

In verità, in verità vi dico: Chi crede in me ha vita eterna. 

Vangelo di Giovanni (6, 54):

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha vita eterna, e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.
Chi accetta il suo sacrificio sulla croce, accetta che lui ha donato il suo corpo e versato il suo sangue per la remissione dei peccati e quindi passa dalla morte spirituale alla vita spirituale eterna, e sarà risuscitato nella carne nell’ultimo giorno. 

Vediamo cosa disse Pietro, quando alcuni discepoli lasciarono Gesù, perchè  ritenevano troppo dure le sue parole, Vangelo di Giovanni (6, 68):

E Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna. 

Pietro riconosce che le parole di Gesù hanno un valore immenso, in quanto avvicinano l’uomo alla redenzione, e quindi alla vita eterna. 

Vangelo di Giovanni (10, 27-28):

Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. 

Il tema del buon pastore è  presente nel decimo capitolo del Vangelo di Giovanni. Gesù conosce i figli di Dio, e li chiama per nome. Nessuno potrà strappare alla vita eterna i figli di Dio.

Vangelo di Giovanni (12, 25): 

Chi ama la sua vita la perderà, e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 

Questo detto è  molto simile a quello che si trova nel Vangelo di Matteo (10, 39); in sostanza Gesù vuole spiegare che chi resta ancorato alla vita basata sull’egoismo, sul materialismo e sull’indivuadualismo perderà la propria anima. Mentre chi cambierà vita, basandosi sull’amore per Gesù, e l’amore e la condivisione con il suo prossimo, salverà la propria anima e otterrà la vita eterna.  

Vangelo di Giovanni (17, 1-3):

Queste cose disse Gesù, poi alzò gli occhi al cielo e disse: «Padre, l'ora è venuta; glorifica il Figlio tuo, affinchè  anche il Figlio glorifichi te, poichè  tu gli hai dato potere sopra ogni carne, affinchè egli dia vita eterna a tutti coloro che tu gli hai dato. Or questa è la vita eterna, che conoscano te, il solo vero Dio, e Gesù Cristo che tu hai mandato.

Nella celebre preghiera al Padre del capitolo diciasettesimo del Vangelo di Giovanni, Gesù prega il Padre per la sua glorificazione. Si riferisce ai credenti come un regalo del Padre a Lui. Inoltre afferma che essi otterranno la vita eterna al riconoscere il Padre come Dio e il Figlio come unico e solo inviato del Padre. 
Analizziamo ora alcuni passaggi neotestamentari nei quali gli evangelisti hanno descritto la vita etarna. Innanzitutto questi due passaggi degli Atti degli Apostoli, opera di Luca: 
Atti degli Apostoli (13, 46): 

Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poichè  la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani.

Atti degli Apostoli (13, 48):

Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. 

Vediamo cosa scrisse Paolo di Tarso a proposito della vita eterna.

Lettera ai Romani (2, 5-8): 

Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia. 

L’obbiettivo dell’opera redentrice di Gesù è  darci la vita eterna. Vediamo questo passaggio della Lettera ai Romani (5, 21):  

Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Lettera ai Romani (6, 22):

Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, raccogliete il frutto per la vostra santificazione e come traguardo avete la vita eterna.

Lettera ai Galati (6, 8):

Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. 

1 Timoteo (1, 16):

Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perchè  Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.

Lettera a Tito (1, 1-4):

Paolo, servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo per portare alla fede quelli che Dio ha scelto e per far conoscere la verità, che è conforme a un’autentica religiosità, nella speranza della vita eterna – promessa fin dai secoli eterni da Dio, il quale non mente, e manifestata al tempo stabilito nella sua parola mediante la predicazione, a me affidata per ordine di Dio, nostro salvatore –, a Tito, mio vero figlio nella medesima fede: grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro salvatore.

Lettera a Tito (3, 4-7):

Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinchè, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Vediamo ora alcuni passaggi della prima lettera di Giovanni che si riferiscono alla vita eterna: 

1 Giovanni (1, 1-3):

Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perchè  anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 

1 Giovanni (2, 24-25):

Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.

1 Giovanni (3, 15):

Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui.

1 Giovanni (5, 11-13):

E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo vi ho scritto perchè  sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio

1 Giovanni (5, 20):

Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.

In ultima analisi vediamo un passaggio della Lettera di Giuda (1, 20-21): 

Voi invece, carissimi, costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. 

Yuri Leveratto

Immagine: James Tissot, uno dei dipinti della vita di Cristo

lunedì 5 febbraio 2018

L’insegnamento di Gesù sul valore dell’anima


Oggigiorno vi sono varie persone che sostengono che il concetto di “anima” sia estraneo al Cristianesimo delle origini. Queste persone sostengono erroneamente che Gesù non avrebbe parlato di anima, e che neppure nell’Antico Testamento vi fosse il concetto di anima o di sopravvivenza dopo la morte.
Queste tesi sono facilmente confutabili con la Bibbia stessa, ma vi è di più: è Gesù stesso che ha sviluppato il concetto di anima e le ha dato un valore assoluto, immenso, ridisegnando completamente il concetto di uomo, come vedremo nell’articolo.
Innanzitutto vediamo che nell’Antico Testamento si utilizza il termine nefesh (anima) (1). Per esempio lo si vede in Genesi (1, 20), (1, 21), (1, 24), (1, 30), quando si descrive la creazione degli animali, ma anche in Genesi (2, 7), quando si descrive la creazione dell’uomo. La differenza tra anima e spirito si nota molto bene in Giobbe (12, 10):

Egli ha in mano l’anima di ogni vivente e il soffio di ogni essere umano.  (2)

Quindi l'autore biblico ha distinto tra nefesh e ruah, quindi tra anima e spirito, che in greco è stato reso con psychè e pneuma.

Inoltre per un altro autore biblico, l’anima ha emozioni, vediamo il passaggio corrispondente in Geremia (31, 25):

Poiché ristorerò copiosamente l'anima stanca e sazierò ogni anima che languisce

Anche Gesù ha dimostrato che l’anima ha emozioni, vediamo questo passaggio del Vangelo di Matteo (26, 38):

E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». 

Quindi anche se vi sono differenze tra l’anima e lo spirito, entrambi sono due aspetti della parte immateriale dell’uomo.

Anche Paolo di Tarso ha sviluppato i concetti di anima e spirito nella sua Prima Lettera ai Tessalonicesi, (5, 23):

Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.

Quindi i primi cristiani credevano che oltre al corpo, vi fossero altre due realtà all'interno dell'uomo: l’anima, espressione delle emozioni e degli istinti e lo spirito, espressione della personalità (intelletto, sentimento e volontà).

Per quanto riguarda il concetto di sopravvivenza dopo la morte, nell’Antico Testamento vi sono tanti passaggi biblici che attestano la credenza nella Risurrezione dei corpi dopo la morte, vediamone uno, Daniele (12,1 2):

Molti di quanti dormono nella polvere si desteranno: gli uni alla vita eterna, gli altri all'ignominia perpetua.

Analizziamo ora l’insegnamento di Gesù sull’anima. Vediamo innanzitutto il verso corrispondente nel Vangelo di Marco (8, 36):

Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? (3)

Con questa frase Gesù ha dato valore all’anima. 
Alcuni filosofi greci, antecedenti a Gesù, avevano concepito l’esistenza dell’anima, ma non avevano indicato una via per la sua salvezza. Platone aveva ipotizzato che l’anima è immortale e lascia il corpo dopo la morte. 
Gesù, ha insegnato invece come far si che l’anima non si perda, attraverso l’accettazione del suo sacrificio sulla croce e seguendo i suoi comandamenti. 
Gesù, nominando ancora una volta l’anima, ha anche avvertito che chi non accetterà la Grazia da lui donata dovrà temere l’ira di Dio. Vediamo il passaggio corrispondente nel Vangelo di Matteo (10, 28): 

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. (4)

In pratica è stato necessario che Dio si incarnasse in un essere umano, ossia che l’Unigenito Figlio di Dio si umiliasse, si abbassasse a noi, e venisse a vivere tra di noi, per poi morire in un modo atroce sulla croce, con il proposito di salvare la nostra anima. 
Quanto deve valere l’anima umana se Dio ha inviato suo Figlio a soffrire e morire affinchè essa non si perda!
Gesù ha insegnato che l’uomo non ha solo valore come parte della collettività, ma il suo valore è immenso, in quanto ha un’anima immortale che è chiamata alla vita eterna. 
Proprio per questo dopo l’insegnamento di Gesù i primi cristiani erano fortemente contrari all’aborto, perchè riconoscevano che il feto ha un’anima immortale. (5). Proprio per questo i cristiani si oppongono all’eutanasia, perchè sanno che in ogni uomo, per decrepito che sia, vi è un’anima immortale, che Dio vuole con se per l’eternità. 
Questa è una delle distinzioni fondamentali tra Cristianesimo e paganismo/ateismo. Nella fede cristiana ogni individuo ha un valore immenso. Nel paganismo e nell’atesimo, l’individuo non conta, puó pure morire, in quanto è la comunità che conta. 
Secondo Gesù Cristo, invece, al di là di ogni volto umano vi è un’anima immortale. Ogni uomo, senza nessuna distinzione, ha un valore immenso. E tutti gli uomini sono fratelli tra di loro e devono amarsi l’un l’altro. A tale proposito vediamo questo passaggio del Vangelo di Giovanni (13, 34): 

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Yuri Leveratto

Note:
1-http://biblehub.com/hebrew/5315.htm
2-http://biblehub.com/interlinear/job/12-10.htm
3-http://biblehub.com/interlinear/mark/8-36.htm
4-http://biblehub.com/interlinear/matthew/10-28.htm
5- A tale proposito vediamo uno scritto di Tertulliano (Apologia, cap.9): 

“Nel nostro caso, giacchè l’assassinio è assolutamente proibito in ogni sua forma, neppure potremmo uccidere il feto nell’utero. Fermare una nascita è semplicemente una forma più rapida di uccidere. Non importa se si uccide una vita appena nata o se si distrugge una vita che ancora non è nata.”

Immagine: "La preghiera del Signore" James J. Tissot. 

domenica 4 febbraio 2018

L’apparizione di Gesù a due discepoli sulla strada per Emmaus


Nell’ultimo capitolo del Vangelo secondo Luca vi è una delle più suggestive pagine del Nuovo Testamento. Siamo già nel pomeriggio della domenica, il giorno della Risurrezione del Signore. Due discepoli, forse facenti parte della schiera dei settantadue, che Gesù aveva inviato per guarire i malati e annunciare il Regno di Dio, stavano camminando verso Emmaus, un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme. 
Vediamo il passaggio corrispondente, Vangelo di Luca (24, 13-14):

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 

Sembra che i due discepoli siano scossi dal dolore per la morte del loro maestro e abbiano bisogno di evadere, lasciare Gerusalemme, camminare nella campagna e prendere una boccata d’aria fresca. Parlano tra di loro dei fatti accaduti. Si domandano come è potuto succedere che il maestro, che aveva fatto opere buone, e aveva indicato loro la giusta via per accedere al Padre, sia stato ucciso in un modo così atroce da parte delle autorità. Tuttavia, anche se sono pervasi dalla tristezza e confusi, i due discepoli, percorrono una strada, fanno comunità, si scambiano opinioni, idee, si fanno domande. Non si danno per sconfitti. 
Ad un certo punto, Gesù si avvicina a loro, e inizia a camminare con loro. 
Vediamo i passaggi corrispondenti, Vangelo di Luca (24, 15-17):

Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 

Anche se sono tristi i due discepoli non si chiudono in se stessi. Un estraneo si avvicina a loro, ma, pur non riconoscendolo, essi lo accettano, sono disposti a parlare con lui. In realtà quell’estraneo è Gesù, ma loro non lo distinguono, poichè sono pervasi dal dolore, e dalla tristezza. Ancora troppo forte è il ricordo della morte atroce del loro maestro, e troppo debole è la fede che egli sia risuscitato, come Egli aveva detto varie volte, quando annunciava il significato della sua missione. Ma Gesù si rivolge a loro, chiedendo di cosa stanno parlando. Gesù dimostra così di volersi occupare dei suoi discepoli, di coloro che lo amano che, pur nelle difficoltà, tentano di percorrere il suo cammino.
A questo punto uno dei due discepoli domanda al suo interlocutore sconosciuto come mai non fosse al corrente dei fatti accaduti a Gerusalemme negli ultimi giorni. 
Vediamo i passaggi corrispondenti, Vangelo di Luca (24, 18-20):

uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso.

La domanda di Cleopa rivela insicurezza e tensione. Secondo lui il fatto successo era stato talmente importante che nessuno poteva ignorarlo. Ovviamente Cleopa si riferiva alla morte di Gesù e invece aveva dimenticato la speranza, la luce che il maestro aveva comunicato loro quando gli aveva parlato della sua Risurrezione. E quando lo sconosciuto risponde: “Che cosa?”, il discepolo inizia brevemente a raccontare i fatti successi. Gli racconta del maestro, chiamandolo “Gesù il Nazareno”, e descrivendo che era un gran profeta, sia in opere che in parole. Con questo Cleopa voleva dire che il maestro aveva compiuto dei miracoli, sia sanando gli infermi, sia dominando le forze della natura e inoltre aveva divulgato la dottrina del perdono, avvicinandosi ai peccatori e accompagnandoli al pentimento e alla conversione. Cleopa inoltre si riferiva anche alle parole inaudite di Gesù, i vari “Io sono” con i quali Egli si faceva uguale al Padre. Poi Cleopa narra che i sacerdoti e le autorità lo hanno condannato a morte per crocifissione. 
A questo punto Cleopa svela il perchè della loro delusione e della loro profonda tristezza, vediamo i passaggi corrispondenti, Vangelo di Luca (24, 21-24): 

Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 

I discepoli ammettono che avevano sperato che il maestro fosse il liberatore di Israele. 
La loro delusione e quindi la loro tristezza, derivano dal fatto che egli è stato ucciso, e per giunta in un modo così atroce. Credevano che il Messia fosse un potente liberatore dal giogo delle potenze straniere che occupavano Israele. Forse si aspettavano un nuovo Mosè, ricordando che il profeta biblico aveva liberato il popolo di Israele dalla schiavitù in Egitto, guidandoli verso la terra promessa. Forse si aspettavano un nuovo Davide che, dopo aver sconfitto gli oppressori avrebbe instaurato un regno definitivo con capitale Gerusalemme, un regno che sarebbe durato in eterno. O forse si aspettavo un intervento divino che avrebbe ucciso tutti gli ingiusti, un po’ come il diluvio aveva spazzato via tutti i cattivi, con l’eccezione di otto persone, la famiglia di Noè.
Poi i discepoli rimarcano il fatto che sono passati già tre giorni dalla morte del maestro e, secondo loro, nulla è successo. Quindi per loro, il maestro è definitivamente morto, e non può far nulla per liberare Isarele. Tuttavia comunicano al loro interlocutore, che alcune donne li hanno stupiti con una notizia incredibile. Esse si sono recate al sepolcro e non hanno trovato il corpo del maestro. Queste donne hanno detto che alcuni angeli avrebbero affermato che il maestro sarebbe vivo. Inoltre i discepoli affermano che qualcuno del gruppo si è recato al sepolcro e ha confermato quello che le donne avevano detto, ma non ha trovato il maestro. 
Le parole dei discepoli dimostrano che seppure essi hanno ascoltato la voce di alcune donne, che hanno riportato la buona notizia, nessuno di loro le ha creduto. La testimonianza delle donne in quel periodo non aveva molto valore e pertanto la loro versione dei fatti era stata considerata una fantasia, un’allucinazione, il riflesso di una speranza. Loro, gli uomini, non vi credevano e non riuscivano a scorgere l’immenso significato di quell’annuncio. 
A questo punto Gesù, che i due discepoli continuavano a non riconoscere, prende la parola e inizia a raccontare loro il vero significato della missione del Messia, vediamo i passaggi corrispondenti, Vangelo di Luca (24, 25-27): 

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

Dopo un breve rimprovero, Gesù inizia a descrivere la missione del Messia, dimostrando che il loro maestro, il loro Gesù, aveva incarnato perfettamente quel ruolo. Innanzitutto disse loro che il Messia avrebbe dovuto patire, per poi entrare nella sua gloria. E’ probabile che gli enunciò queste profezie: 

Isaia (9, 6-7):

Perchè un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Isaia (52, 13-15 - 53: 1-12): 

Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –, così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poichè vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza nè bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua posterità? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per la colpa del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza nè vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perchè ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli.

A questo punto i due discepoli iniziano a comprendere che la vera missione del Messia non sarebbe stata quella di liberare Israele dall’opressore straniero, ma era quella di liberare ogni uomo dal peccato. Iniziarono ad ascoltare il loro interlocutore con molta attenzione. Quindi Gesù, che essi ancora non riconoscono, continua ad enunciare loro alcune profezie sulla vera natura del Messia, cominciando da Mosè. Potrebbe aver nominato loro questo passaggio biblico, nel quale si afferma che il Messia sarebbe stato un profeta, come Mosè. 

Deuteronomio (18, 15-19):

L'Eterno, il tuo DIO, susciterà per te un profeta come me, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli; a lui darete ascolto, in base a tutto ciò che chiedesti all'Eterno, il tuo DIO, in Horeb, il giorno dell'assemblea, quando dicesti: "Che io non oda più la voce dell'Eterno, il mio DIO, e non veda più questo gran fuoco, perchè non muoia". E l'Eterno mi disse: "Ciò che hanno detto, va bene; io susciterò per loro un profeta come te di mezzo ai loro fratelli e porrò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto ciò che io gli comanderò. E avverrà che se qualcuno non ascolterà le mie parole che egli dice in mio nome, io gliene domanderò conto.

Vediamo altri passaggi biblici che potrebbero essere stati enunciati da Gesù per dimostrare che il loro maestro era veramente il Messia e che avrebbe dovuto patire e morire crocifisso:

Isaia (35, 5-6): 

Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturate le orecchie dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto griderà di gioia, perchè sgorgheranno acque nel deserto e torrenti nella solitudine. 

Salmo (22, 1):

Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? Perchè sei così lontano e non vieni a liberarmi, dando ascolto alle parole del mio gemito? 

Zaccaria (12, 10): 

Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. 

Isaia (25, 8): 

Distruggerà per sempre la morte; il Signore, l'Eterno asciugherà le lacrime da ogni viso, toglierà via da tutta la terra il vituperio del suo popolo, perchè l'Eterno ha parlato.

A questo punto i due discepoli iniziano a capire: il loro maestro era il Messia, in quanto il Messia avrebbe compiuto miracoli, e segni prodigiosi, ma poi avrebbe dovuto patire, e con la sua morte sulla croce avrebbe espiato tutti i peccati e tutte le iniquità degli uomini. Le loro menti si aprono e capiscono che il Messia è l’incarnazione di Dio, il Figlio unigenito ed eterno di Dio, il Signore della vita, che ha vinto la morte. Resta però ancora un piccolo dubbio nel loro cuore. Se il loro maestro ha vinto la morte, perchè non si è mostrato ai discepoli, e dov’è ora?
Quindi, non appena arrivano al villaggio di Emmaus, l’interlocutore dei due discepoli, ancora da essi sconosciuto, li saluta e prosegue il cammino, ma essi lo chiamano e lo invitano nella loro casa. Vediamo i passaggi corrispondenti, Vangelo di Luca (24, 28-29): 

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perchè si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 

I due discepoli lo invitano a stare con loro, a cenare insieme e a dormire sotto lo stesso tetto. Le parole del risorto hanno risvegliato in loro delle emozioni, dei ricordi, delle sensazioni che si erano sopite. I riferimenti profetici ora prendono senso, collimano, ed essi sono quasi convinti. Ma vorrebbero saperne di più. Così invitano il loro interlocutore ad entrare nella loro casa, a passare tempo con loro. Quell’interlocutore è ancora uno sconosciuto, ma sentono che lui ha ancora qualcosa da dire loro. 
Vediamo i passaggi seguenti del Vangelo di Luca (24, 30-31): 

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista.

A questo punto i tre si siedono a tavola, approntandosi a cenare. Gesù prende il pane e dopo aver pregato, lo spezza e lo dà ai due discepoli. Ancora una volta Gesù fa un gesto simbolico spezzando il pane, che rappresenta il suo corpo. Questo gesto permette loro di vedere e riconoscere finalmente che il loro interlocutore è Gesù, il risorto. Lo vedono e lo riconoscono, ma dopo pochi istanti Gesù scompare. Il compito di Gesù è concluso, i due discepoli ora credono e hanno anche i fondamenti biblici per spiegare chi era il Messia e quale fosse la sua vera missione sulla terra. 
Vediamo gli ultimi passaggi, Vangelo di Luca (24, 32-35): 

Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

A questo punto i due discepoli sentono subito il bisogno di tornare a Gerusalemme e comunicare agli altri seguaci del maestro quello che gli è successo. Ammettono che nel loro cuore si era accesa una fiamma mentre Gesù gli spiegava, attraverso le Scritture, chi fosse il Messia e quale fosse la sua missione. Ora essi sono convertiti, credono nel risorto e hanno solide basi per avvicinare altri alla fede nel Messia. Decidono di viaggiare subito a Gerusalemme per riunirsi con gli Apostoli, le donne e gli altri discepoli e dire loro tutto quello che gli è accaduto. Sentono che la fiamma della fede arde sempre più nei loro cuori e non possono evitare di comunicarlo ad altri. Quando giungono a Gerusalemme e si riuniscono con gli altri seguaci del maestro, apprendono innazitutto che Gesù è apparso anche a Simon Pietro. Poi come un fiume in piena, raccontano la loro vicenda a tutti, soffermandosi a spiegare che la vita e gli atti di Gesù hanno compiuto perfettamente le profezie delle Scritture. Inoltre descrivono come l’hanno riconosciuto quando egli ha spezzato il pane, quindi quando egli ha ha compiuto ancora il gesto simbolico dell’ultima cena, gesto che ricorda il suo sacrificio sulla croce, quando ha dato se stesso per tutti gli esseri umani. 

Yuri Leveratto