martedì 10 aprile 2018

Gesù Cristo è sacerdote eterno


Nella Lettera agli Ebrei Gesù viene denominato “sommo sacerdote”. Vediamo a tale proposito questi due passaggi: 

(2, 17): 

Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.

(4, 14): 

Dunque, poichè  abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.

La parola sacerdote (colui che da il sacro, colui che svela il sacro), si riferisce ad una persona santa che porta a termine un sacrificio gradito a Dio. 
Durante la sua missione terrena Gesù non fu individuato dai suoi seguaci come sacerdote. Innazitutto perchè  non apparteneva alla tribù sacerdotale di Levi, ma a quella di Giuda, inoltre perchè la sua attività pubblica era assimilabile a quella di antichi profeti che realizzavano miracoli, come Elia o Eliseo, o a quella di maestri itineranti, infatti veniva chiamato maestro, rabbi. 
Però analizzando la vita di Gesù, ci si rende conto che lui agì come sommo sacerdote. Innanzitutto attuò come mediatore tra Dio e gli uomini, facendo conoscere il Padre agli uomini. In secondo luogo Gesù offrì se stesso come espiazione dei peccati, realizando così il sacrificio finale e perfetto, con la sua morte in croce. 
Inizialmente la sua morte in croce non poteva essere compresa e considerata come sacrificio per i peccati, ma dopo la Risurrezione i suoi seguaci iniziarono a cogliere il sottile disegno divino, con il quale il Messia si è  caricato di tutte le iniquità (Libro di Isaia 53, 1-2). 
In seguito l’autore della Lettera agli Ebrei ha individuato Gesù come sacerdote eterno, che ha compiuto il sacrificio finale e perfetto. 

La prima volta che si trova la parola “sacerdote” nella Bibbia è nel capitolo quattordicesimo della Genesi. Abramo entrò  in guerra per riscattare suo nipote Lot, che era stato catturato dall’esercito di Elam. Quando tornò  dalla guerra, Abramo fu ricevuto da Melchisedek, che era il re di Salem e sacerdote del Dio Altissimo. 
Melchisedek, il cui nome significa “re di giustizia”, benedisse Abramo e benedisse il Dio Altissimo, offrendogli pane e vino. Abramo riconobbe la superiorità di Melchisedek offrendogli la decima del bottino. 
Da questo passaggio pertanto si evince che il primo sacerdote del Dio Altissimo non era un ebreo, ma bensì un cananeo, il re di Salem, Melchisedek.
Vari anni dopo, Levi, il bisnipote di Abramo, fu eletto da Dio per essere il padre della tribù sacerdotale. I sacerdoti del tempio dovevano appartenere alla tribù dei leviti e Aronne, il fratello di Mosè, fu il capostipite dei sacerdoti del tempio. 
I sacerdoti levitici erano responsabili di intercedere tra Dio e il Popolo, attraverso l’offerta di molti sacrifici che erano richiesti dalla Legge. Il sommo sacerdote entrava una volta all’anno nel luogo santo, nel giorno dell’Espiazione, per collocare il sangue del sacrificio nell’arca del patto. A questo proposito vediamo questo passaggio della Lettera agli Ebrei (9, 6-7):

6 Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; 7 nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza.

Attraverso questi sacrifici i peccati del popolo erano temporaneamente coperti, in attesa che venisse il Messia con lo scopo di espiarli completamente con la sua morte salvifica. 
Gesù Cristo è il sommo sacerdote in riferimento a questi due tipi di sacerdozio. 
Come Melchisedek, Gesù è ordinato sacerdote al di fuori del sacerdozio levitico. 
Come i sacerdoti levitici Gesù offrì un sacrificio per soddisfare la Legge di Dio. 
La differenza con i sacrifici dei sacerdoti levitici è che Gesù offrì se stesso, come sacrificio finale e perfetto, per l’espiazione dei nostri peccati. Vediamo a tale proposito la Lettera agli Ebrei (7, 26-27): 

26 Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. 27 Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso.

A differenza dei sacerdoti levitici, che dovevano continuamente offrire sacrifici per i peccati del popolo, Gesù offrì se stesso una sola volta propiziando la redenzione eterna per tutti quelli che accettano il suo sacrificio. Vediamo a tale proposito questo passaggio della Lettera agli Ebrei (9, 12): 

12 Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.

Pertanto nella Lettera agli Ebrei si spiega che nella Chiesa di Cristo non vi è  più bisogno di sacerdoti come nell'Antico Testamento in quanto esiste un unico sommo sacerdote, la persona di Gesù Cristo, che si è offerto al Padre una volta per tutte per espiare i peccati degli uomini.

Yuri Leveratto

Immagine: L'ultima cena, Leonardo da Vinci.


sabato 7 aprile 2018

La preminenza di Cristo. Analisi del primo capitolo della Lettera agli Ebrei


Nel primo capitolo della Lettera agli Ebrei si descrive la preminenza di Cristo sia sui profeti che sugli angeli. Vediamo i primi due versi: 

1 Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2 ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.

I profeti erano portavoce di Dio, e da lui ispirati, tuttavia il loro ministero fu parziale. Ad ognuno di essi fu affidata una parte della rivelazione. La definitiva rivelazione è stata data dal “Figlio”, ossia il Figlio di Dio, il Messia, Gesù Cristo. E’ Lui che ha rivelato pienamente il Padre, vediamo a tale proposito due versi del Vangelo di Giovanni: 

(1, 18):

“Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere”.

(14, 9): 

“Chi ha visto me ha visto il Padre”

Gesù quindi non parlava per conto di Dio, ma in qualità di Dio. 
Nel secondo verso vi è scritto che Il Figlio è “erede di tutte le cose”, cio’ significa che è infinitamente superiore ai profeti, e tutte le cose, quindi l’universo intero, gli appartengono e presto Lui vi regnerà. Inoltre Cristo “ha fatto anche il mondo”, è il Creatore di tutte le cose. Questo verso è confermato anche dal terzo verso del Vangelo di Giovanni: 

tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Vediamo ora il terzo e quarto verso della Lettera agli Ebrei: 

3 Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4 divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

Nel terzo verso si afferma che Cristo è irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza. In pratica tutta le perfezioni e le glorie del Padre sono presenti anche in Cristo. 
Il Figlio, essendo impronta della sostanza del Padre, è la perfetta rappresentazione del Padre. Essendo Dio, il Figlio, rivela all’uomo l’esatta natura di Dio Padre, con le sue parole e le sue opere. Il Figlio e il Padre sono consustanziali da sempre. Il Figlio inoltre sostiene “tutto” con la sua parola. 
Sempre nel terzo verso vi è scritto: “Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati”. Qui l’autore della Lettera descrive il motivo principale per il quale il Verbo si è fatto carne, espiare tutti i peccati. E’ meraviglioso pensare che Dio ha deciso di abbassarsi, di umiliarsi fino a farsi uomo, e una volta fattosi uomo nella persona di Gesù si è fatto servo, e ha accettato umilmente il suo destino, quello di morire sulla croce con lo scopo di espiare tutti i peccati. Ora il Figlio è “seduto” alla destra della maestà nell’alto dei cieli. Sedersi alla destra della maestà è una posizione di onore e privilegio. Dio Padre ha sommamente esaltato Cristo per il suo glorioso trionfo. 

Nei versi successivi l’autore della Lettera dimostra che Cristo è superiore agli angeli. Vediamo i versi (5-9):

5Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto:
Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?
E ancora:
Io sarò per lui padre
ed egli sarà per me figlio?
6Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice:
Lo adorino tutti gli angeli di Dio.
7Mentre degli angeli dice:
Egli fa i suoi angeli simili al vento,
e i suoi ministri come fiamma di fuoco,
8al Figlio invece dice:
Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli;
E lo scettro del tuo regno è scettro di equità;
9hai amato la giustizia e odiato l’iniquità,
perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato
con olio di esultanza, a preferenza dei tuoi compagni.

Sappiamo che i giudei tenevano in gran conto il ministero degli angeli, il cui significato etimologico è “messaggero”. Tutti gli angeli furono creati in uno stato santo, però alcuni seguirono Satana nella sua ribellione contro Dio e si convertirono in demoni. Gli angeli sono comunque esseri creati che devono rispondere al Creatore per i loro atti. L’autore della Lettera agli Ebrei riporta il Salmo (2, 7): “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”, dimostrando la superiorità di Cristo rispetto agli angeli, in quanto Dio non ha mai chiamato “figlio” nessun angelo. Riportando il Salmo (2, 7), inoltre, l’autore della Lettera agli Ebrei riconosce sia che Cristo è Figlio unigenito dall’eternità sia che è generato nell’Incarnazione e poi nella Risurrezione. 
Anche il secondo passaggio veterotestamentario del quinto verso “Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?, è significativo. E’ tratto dal Secondo Libro di Samuele (7, 14). Anche se queste parole sembrano indicare Salomone, l’autore ha voluto riferirsi al Messia. Dio non parlò mai a nessun angelo in questo modo. 
Nel sesto verso si ribadisce che Cristo deve essere oggetto dell’adorazione degli angeli, mentre essi sono i suoi messaggeri e servitori. (Si fa un riferimento al Salmo 97, 7). 
Nel settimo verso l’autore descrive che gli angeli sono servitori (come il vento e il fuoco) e pertanto sono subordinati al Figlio. (E’ una citazione del Salmo 104, 4). 
Dal verso ottavo in avanti viene descritta la gloria del Figlio ribadendo la sua assoluta superiorità sugli angeli. Innanzitutto si cita il Salmo (45, 6), dove Dio Padre acclama il Messia con queste parole. “il tuo trono, o Dio dura di secolo in secolo”. Quindi qui l’autore della Lettera dimostra che Dio chiama “Dio” il Messia, attribuendogli una superiorità assoluta sugli angeli. 
Nel nono verso si ribadisce che il Messia ha amato la giustizia e odiato l’iniquità, in specialmodo durante la sua missione terrena, durante la quale ha dimostrato, siccome non ha mai peccato, di essere idoneo a regnare per sempre. A causa della sua perfezione Dio lo ha “unto”, ossia lo ha consacrato Messia e Signore. 
Vediamo gli ultimi quattro versi del primo capitolo della Lettera agli Ebrei: 

10E ancora:
In principio tu, Signore, hai fondato la terra
e i cieli sono opera delle tue mani.
11Essi periranno, ma tu rimani;
tutti si logoreranno come un vestito.
12Come un mantello li avvolgerai,
come un vestito anch’essi saranno cambiati;
ma tu rimani lo stesso e i tuoi anni non avranno fine.
13E a quale degli angeli poi ha mai detto:
Siedi alla mia destra,
finchè io non abbia messo i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi?
14Non sono forse tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati a servire coloro che erediteranno la salvezza?

Nel decimo verso si riporta il Salmo (102, 25): “nel passato tu hai creato la terra e i cieli sono opera delle tue mani”. Gesù Cristo viene pertanto individiato come il Creatore del cielo e della terra. Questo messaggio coincide perfettamente con il terzo verso del Vangelo di Giovanni. 
Nei versi undicesimo e dodicesimo la transitorietà della creazione è contrapposta alla eternità del Creatore. Ogna cosa è temporanea: le stelle, la terra, i fiumi, le montagne, le piante, gli animali e l’uomo, eccetto il Creatore, che è eterno. 
Nel verso tredicesimo vi è una ulteriore citazione (Salmo 110, 1), che dimostra la superiorità del Figlio. In questo Salmo Dio si rivolge al Messia con queste parole: “Siedi alla mia destra finchè abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi”. Ovviamente a nessuno degli angeli Dio disse una cosa simile. 
Nel quattordicesimo verso si ribadisce che gli angeli sono esseri spirituali che Dio ha creato per servire coloro che devono ereditare la salvezza. Pertanto sono infinitamente inferiori al Figlio, che è Dio, ed è consustanziale al Padre. 

Yuri Leveratto

mercoledì 4 aprile 2018

Introduzione alla Lettera agli Ebrei


La Lettera agli Ebrei è indirizzata a gruppi di ebrei cristiani, con lo scopo di esortarli a non basarsi più sulla Legge mosaica, ma ad abbandonarsi pienamente alla Grazia che Gesù Cristo ci ha donato con la sua morte salvifica sulla croce.
L’autore della Lettera agli Ebrei è anonimo.
Tuttavia vi sono molti indizi che fanno pensare che fu lo stesso Paolo di Tarso a scrivere questo capolavoro della letteratura cristiana.
Già Dionisio e Clemente, cristiani alessandrini che nacquero nel secondo secolo dopo Cristo, indicarono nell’Apostolo dei Gentili l’autore della Lettera.
Origene Adamanzio convenne che i contenuti sono tipicamente paolini, mentre lo stile letterario differisce notevolmente da quello di Paolo.
Martin Lutero affermò che l’autore della Lettera agli Ebrei potrebbe essere stato Apollo, un ebreo cristiano di Alessandria d’Egitto che fu discepolo di Paolo di Tarso.
In ogni modo l’autore della Lettera agli Ebrei deve essere stato un perfetto conoscitore dell’Antico Testamento e delle profezie riferite al Messia, ma allo stesso tempo deve essere stato un conoscitore profondo del messaggio salvifico di Gesù Cristo e del valore infinito della sua morte in croce.
Se l’autore è incerto, la data di composizione è abbastanza precisa. Innanzitutto, siccome Clemente di Roma la potè leggere ciò significa che fu composta prima del 95 d.C., ma l’assenza di qualsiasi riferimento alle guerre giudaiche (che iniziarono nel 66 d.C.) e l’accenno alla sussitenza del sistema sacrificale nel tempio (8, 4; 9, 6; 12, 27; 13, 10), indicano che molto probabilmente la Lettera fu scritta prima del 66 d.C.
Come già accennato, il contenuto della Lettera agli Ebrei è l’esortazione ad abbandonare un sistema religioso superato, il giudaismo basato sulla Legge di Mosè, per abbracciare la nuova e definitiva rivelazione data direttamente dal Figlio di Dio, Gesù Cristo.
La Lettera era indirizzata a gruppi di ebrei cristiani che avevano bisogno di approfondire il valore della Grazia e della morte salvifica di Gesù Cristo, proprio alla luce delle profezie e citazioni dell’Antico Testamento.
Pertanto l’autore della Lettera dimostra che Gesù è superiore ai profeti, agli angeli, a Mosè. Descrive che il sacerdozio di Gesù è superiore a quello di Aronne, in quanto serve un santuario migliore.
Descrive che Gesù ha introdotto un patto eterno, migliore del precedente.
Descrive che Gesù si è offerto, una volta per sempre come sacrificio per il peccato, e il suo sacrificio è pertanto superiore ai sacrifici di animali.
La Lettera fungeva pertanto da esortazione e incoraggiamento per coloro che avevano abbracciato la fede in Gesù Cristo e rischiavano la persecuzione e con essa, la morte.
Però la Lettera fungeva anche da severo monito per quei cristiani nominali, che dopo aver dichiarato pubblicamente la loro appartenenza a Cristo, in realtà non avevano creduto con il loro cuore, ed erano pertanto passibili di apostasia, ovvero di ritornare ad appartenere alla religione ritualistica dei loro padri.
Dal primo al quarto capitolo l’autore si sofferma a descrivere che Gesù Cristo è superiore ai profeti (1, 1-3), agli angeli (1, 4 – 2, 18), a Mosè e a Giosuè (3, 1- 4, 13).
Dal quarto al settimo capitolo l’autore descrive la superiorità del sacerdozio di Cristo rispetto al sacerdozio di Aronne (4, 14 – 7, 28).
Nell’ottavo capitolo si descrive che Gesù Cristo è sacerdote perfetto.
Nel nono capitolo si descrive la differenza tra il sacerdozio terreno, quello di Aronne, e il sacerdozio perfetto ed eterno, quello di Gesù Cristo.
Nel nono e nel decimo capitolo l’autore si sofferma a descrivere che l’offerta di Cristo è superiore ai sacrifici veterotestamentari (9, 1 – 10, 18).
Dal decimo capitolo in avanti vi sono dei moniti ed esortazioni. Nel capito decimo vi è un monito contro il disprezzo di Cristo (10, 19-39).
Nel capitolo undicesimo vi è l’esortazione alla fede mediante esempi tratti dall’Antico Testamento.
Nel capitolo dodicesimo vi è l’esortazione alla speranza in Cristo.
Nel tredicesimo capitolo vi è l’esortazione a coltivare le varie grazie cristiane (13, 1-17). Infine vi è una benedizione finale diretta ai destinatari della lettera (13, 18-25).
La Lettera agli Ebrei è perfettamente attuale anche oggi. Nel mondo odierno infatti vi sono cristiani nominali che si affidano a riti e cerimonie, ma non credono che il sacrificio finale e perfetto di Gesù Cristo possa servire per espiare i loro peccati e per renderli quindi puri, e sicuri di poter accedere al cospetto del Padre.

Yuri Leveratto

Immagine: il Papiro 46, datato dal 175 al 225 d.C., contiene, oltre ad altri scritti neotestamentari, tutta la Lettera agli Ebrei.

lunedì 2 aprile 2018

L’Arca di Noè, archetipo di Gesù Cristo


Il filosofo cristiano Origene Adamanzio (Alessandria d’Egitto, 185 d.C.–Tiro, 254 d.C.), distinse tra tre metodi per interpretare la Bibbia: il letterale, il simbolico-allegorico, e l’archetipico. 
Secondo l’interpretazione letterale, il testo biblico deve essere interpretato esattamente secondo quanto vi è scritto. 
Secondo l’interpretazione simbolico-allegorica il testo biblico comunica un significato spirituale, più profondo e occulto, che va oltre la lettera, ma è intimamente legato ad essa. 
Per Origene molti passaggi biblici possono essere interpretati sia letteralmente che allegoricamente. Altri passaggi invece possono essere interpretati solo letteralmente o solo simbolicamente. 
Per esempio, il verso nel quale Gesù disse di essere la vite e indicò i suoi seguaci come i tralci (Vangelo di Giovanni 15, 5), va interpretato allegoricamente, mentre i versi biblici dove si descrivono la morte e la Risurrezione di Gesù Cristo, vanno interpretati letteralmente. 
Il terzo metodo d’interpretazione della Bibbia, secondo Origene, è detto tipologico, figurale o archetipico. 
Secondo questo metodo nell’Antico Testamento ci sono cose, piante, animali, eventi e personaggi che sono archetipi di Cristo, e che sono quindi comprensibili completamente solo alla luce del Nuovo Testamento.
A titolo di esempio si può citare l’albero della vita, l’agnello pascuale e personaggi bibici come Melchisedek ed Elia. 
L’arca di Noè è però uno degli archetipi di Cristo più significativi.
Il diluvio universale, fu causato da Dio con il fine di cancellare la corruzione dalla faccia della terra (Genesi 6, 5-8). 
Noè fu scelto da Dio per preservare la specie umana e gli animali perchè aveva certe caratteristiche spirituali e morali. 
Era un “uomo giusto”, vediamo il passaggio corrispondente in Genesi (6, 9): 

Questa è la discendenza di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio.

Noè era un “annunciatore di giustizia”, vediamo il passaggio corrispondente nella Seconda Lettera di Pietro (2, 4-5): 

Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò in abissi tenebrosi, tenendoli prigionieri per il giudizio. Ugualmente non risparmiò il mondo antico, ma con altre sette persone salvò Noè, messaggero di giustizia, inondando con il diluvio un mondo di malvagi.

Noè era un “uomo di fede”, vediamo il passaggio corrispondente nella Lettera agli Ebrei (11, 7): 

Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

Per la salvezza fisica della specie umana e degli animali, Dio ha ordinato a Noè di costruire l’arca, mentre per la salvezza spirituale degli esseri umani Dio ha inviato il suo Figlio Unigenito, Vangelo di Giovanni (3, 16): 

Dio infatti ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna.

Dio ha visto che il peccato dell’uomo era grande e disse, Genesi (6, 5-7): 

Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perchè sono pentito di averli fatti».

Nella Seconda Lettera di Pietro si descrive che il diluvio è stato il segno premonitore di un evento ancora più catastrofico che si verificherà alla fine dei tempi (3, 3-10): 

Questo anzitutto dovete sapere: negli ultimi giorni si farà avanti gente che si inganna e inganna gli altri e che si lascia dominare dalle proprie passioni. Diranno: «Dov’è la sua venuta, che egli ha promesso? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione». Ma costoro volontariamente dimenticano che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio, e che per le stesse ragioni il mondo di allora, sommerso dall’acqua, andò in rovina. Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima Parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina dei malvagi.
Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perchè non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.

L’arca fu costruita secondo le indicazioni che Dio diede a Noè, con lo scopo di salvare la stirpe umana e gli animali (Genesi 6, 13-14): 

Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perchè la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori.

In un modo simile Dio ha provvisto un rimedio per la salvezza spirituale degli esseri umani: il piano della redenzione, che includeva necessariamente l’invio di suo Figlio Unigenito sulla terra, vediamo il passaggio corrispondente nella Lettera ai Romani (3, 23-25): 

perchè tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati

Lo scopo della costruzione dell’arca fu la preservazione della vita, Genesi (6, 19-22): 

Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli, secondo la loro specie, del bestiame, secondo la propria specie, e di tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie, due di ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e fanne provvista: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì ogni cosa come Dio gli aveva comandato: così fece.

L’arca è stato un rifugio così come lo è il Signore (Lettera agli Ebrei 6, 18):

affinchè, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. 

Ma mentre l’arca rappresentò la salvezza dalla morte fisica, il Vangelo provvede  salvezza dalla morte spirituale, vediamo il passaggio corrispondente nel Vangelo di Giovanni (5, 24):

In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

L’arca provvide salvezza per Noè e la sua famiglia, e il non accesso all’arca da parte dei discendenti di Caino, li condannò  alla morte. Il diluvio pertanto fu figura del giorno del giudizio futuro. Solo otto persone si salvarono, Noè, sua moglie e i suoi tre figli Sem, Cam e Yafet, con le loro rispettive mogli. 

In un modo simile il Vangelo è salvezza per coloro che lo accettano, ma è condanna per coloro che non lo accolgono, Vangelo di Giovanni (3, 17-18): 

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perchè il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perchè non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

La concezione dell’arca fu divina, ma la sua costruzione fu umana. Dio ordinò che l’arca fosse costruita, Genesi (6, 14): 

Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. 

e Noè la costruì, vediamo il passaggio corrispondente nella Lettera agli Ebrei (11, 7):

Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

In un certo senso anche il piano di Dio per la salvezza degli uomini fu in parte divino e in parte umano. Quando il Figlio di Dio si incarnò e divenne figlio di Maria, la natura divina del Figlio sussistette con la natura umana dell’uomo Gesù.

L’arca aveva solo una porta attraverso la quale entrarono Noè e la sua famiglia e gli animali, in modo da trovare rifugio, Genesi (6, 16): 

Farai nell’arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.

In un modo simile Gesù è la porta, Vangelo di Giovanni (10, 7-10): 

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perchè abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Yuri Leveratto

Illustrazione: la colomba inviata dall'Arca, Gustave Dorè, 1866

domenica 1 aprile 2018

“Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti”


Con le celebri parole riportate nel titolo, Paolo di Tarso voleva indicare che tutta la sapienza di questo mondo non è sufficiente per cogliere il sottile disegno divino. 
Vediamo il passaggio corrispondente, nella Prima Lettera ai Corinzi (1, 17-19): 

Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perchè non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti.
Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?

Scrivendo queste parole possibilmente Paolo di Tarso si è riferito a questo brano di Isaia, (29, 14):

perciò, ecco, io continuerò a fare meraviglie in mezzo a questo popolo, sì, meraviglie e prodigi; la sapienza dei suoi savi perirà e l'intelligenza dei suoi intelligenti scomparirà».

E’ pertanto la persona mite e umile, e non il sapiente di questo mondo, che coglie appieno il meraviglioso disegno divino. 
Inoltre Paolo di Tarso scrive, nella Prima Lettera ai Corinzi (2, 6-8):

Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, nè dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.

In questi passaggi Paolo ribadisce che la sapienza divina non è la “sapienza di questo mondo”, ma è un qualcosa di sottile, riservato agli umili, non ai dominatori di questo mondo. 
Ma il concetto che la verità e quindi la vera sapienza divina, viene rivelata ai piccoli, agli umili, e non ai dominatori di questo mondo, era stato sviluppato inizialmente da Gesù. Vediamo il passaggio corrispondente, Vangelo di Matteo (11, 25-20):

Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perchè così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Per conoscere Dio bisogna essere disposti ad umiliarsi davanti a lui, in modo da essere pronti a ricevere la sua rivelazione. I sapienti e i dotti di questo mondo sono troppo abbagliati dalla loro luce, dal loro desiderio di autocompiacimento per poter accettare la rivelazione divina, il mistero dell’Incarnazione, di Dio che si fa uomo per venire a salvare gli uomini e indicare loro la via verso il Padre. Poi Gesù accenna alla perfetta conoscenza che il Padre ha del Figlio e il Figlio ha del Padre, in quanto essi sono in comunione fin dall’eternità del passato (come si evince anche dal Vangelo di Giovanni 1, 1-2). 
Il mistero divino viene negato da molti dotti e sapienti di questo mondo, i quali sostengono che Dio non sarebbe necessario, in quanto l’universo e la vita si sarebbero creati da soli senza necessità di un disegno divino. 
Dio ha distrutto questa sapienza “apparente”, rivelandosi proprio attraverso Gesù Cristo che viene flagellato, disprezzato e infine ucciso sulla croce. 
Inoltre dopo la missione di Gesù sulla terra, il suo messaggio salvifico viene divulgato non da dotti e sapienti, ma attraverso la predicazione di uomini umili, i suoi seguaci. 
Per i dotti e sapienti di "questo mondo", la rivelazione di Dio che si è incarnato nella persona umile di Gesù Cristo, ha espiato tutti i peccati dell’umanità su una croce ed è poi risorto, è una follia, un’assurdità. 
Ma per coloro che sono sulla via della salvezza questa predicazione è accolta con fiducia, con pacatezza, con rispetto e timore. In pratica chi ascolta il Vangelo con animo aperto, è già sulla via per accoglierlo, ma chi si chiude in se stesso e considera pazzia la rivelazione di Dio, si basa proprio sulla sapienza di questo mondo, che però si rivelerà inutile per la salvezza della sua anima. 
Gli apostoli non proponevano filosofie astruse, ma annunciavano il risorto. Chi voleva accettare questo messaggio doveva umiliarsi davanti a Dio, pentirsi dei propri peccati e credere nel sacrificio di Gesù Cristo. 
Per la maggioranza dei dotti e sapienti questo era impossibile, perchè essi con difficoltà si piegano alla vera umiltà, in quanto sono dominati dall’orgoglio. 
Ma il progetto di Dio passa attraverso gli umili: la rivelazione del Vangelo sarà divulgata dai piccoli, dagli umili, dai puri di cuore. 

Yuri Leveratto

Immagine: Paolo scrivendo le sue lettere, Valentin de Boulogne (XVII secolo).

giovedì 22 marzo 2018

Commento all’apparizione di Gesù ai sette discepoli sul lago di Galilea


L’apparizione di Gesù ai sette discepoli sul lago di Tiberiade, in Galilea, è particolarmente ricca di significati simbolici e allegorici. E’ raccontata nel capitolo ventunesimo del Vangelo secondo Giovanni. Innanzitutto vediamo il primo e il secondo verso: 

Dopo queste cose, Gesù si fece vedere di nuovo dai discepoli presso il mare di Tiberiade; e si fece vedere in questa maniera. Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele da Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e due altri dei suoi discepoli erano insieme. 

Notiamo che vi erano sette discepoli di Gesù: Pietro, Tommaso, Natanaele (detto Bartolomeo nei Vangeli sinottici), i figli di Zebedeo (Giovanni e Giacomo il Maggiore) e altri due discepoli. 
Notiamo innazitutto una cosa: l’autore del capitolo ventunesimo, che potrebbe essere stato Giovanni Apostolo o un redattore facente parte della “scuola giovannea”, non scrive il nome di “Giovanni”, quando indica i presenti all’apparizione, ma scrive “i figli di Zebedeo”, (quindi Giovanni e Giacomo il Maggiore). Questo particolare è importante perché indica l’estrema umiltà e riservatezza di Giovanni, che non voleva essere nominato in modo diretto. 
In secondo luogo notiamo che i discepoli sono sette, numero perfetto nella concezione biblica. Ma i sette diventano otto con Gesù. L’otto infatti è il numero sublime, che va oltre la perfezione, è il numero di Dio. Gesù è infatti risorto il giorno seguente al settimo giorno della settimana, la domenica. Questo giorno che come sappiamo è il primo della settimana, può  essere considerato anche come “l’ottavo giorno della settimana”, il giorno del Signore. 
L’apparizione di Gesù a sette discepoli, risulta essere rivolta quindi ad una cerchia ancora più ristretta dei suoi seguaci diretti, non gli undici, ma solo “sette”, che sono pronti a ricevere l’insegnamento che Gesù impartirà loro. Cerchiamo di analizzare il perchè Gesù apparve proprio a quei discepoli. 
Innazitutto Simone, detto Pietro, la “roccia”, in aramaico “Cefa”. Una persona dal temperamento forte che ha riconosciuto che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Vangelo di Matteo 16, 16). Pietro ha però rinnegato tre volte Gesù e ha così mostrato la debolezza della sua fede. Solo dopo il dialogo con Gesù, nella presente apparizione, ritroverà la piena fede. 
Tommaso, non ha creduto al Gesù risorto finché non lo ha visto con i suoi occhi, quando lo ha poi riconosciuto come Signore e Dio. (Vangelo di Giovanni 20, 28) 
Natanaele (Bartolomeo) è in realtà il primo dei discepoli di Gesù che lo riconosce come “Figlio di Dio e re d’Israele” (Vangelo di Giovanni 1, 49). 
I figli di Zebedeo (Giovanni e Giacomo) sono sempre presenti, insieme a Pietro, nei momenti fondamentali della missione di Gesù. Per esempio, Gesù permette solo a Pietro, Giovanni e Giacomo di entrare con lui nella stanza dove giace la figlia di Giairo (Vangelo di Luca 8, 51), che poi sarà risuscitata. Pietro, Giovanni e Giacomo sono presenti alla Trasfigurazione di Gesù (Vangelo di Matteo, cap. 17). Pietro, Giovanni e Giacomo assistono da vicino all’angoscia di Gesù, nel Gestemanì. (Vangelo di Matteo 26, 37)

Vediamo ora il terzo verso:

Simon Pietro disse loro: «Io vado a pescare». Essi gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Così uscirono e salirono subito sulla barca; ma quella notte non presero nulla. 

Pietro afferma di andare a pescare e gli altri vogliono seguirlo. Ma sappiamo che Pietro è stato trasformato da Gesù “pescatore di uomini”. Quindi questa pesca può  essere vista come l’allegoria di una opera di evangelizzazione. E’ come se Pietro volesse diffondere il Vangelo, volesse “pescare uomini”, ma il suo compito è difficile.  
Notiamo però che i sette discepoli di Gesù non riuscirono a pescare nulla. Cosa significa? 
La notte è un simbolo di oscurità spirituale. I discepoli di Gesù, pur avendo seguito il maestro e aver compreso quindi i suoi insegnamenti e pur avendolo già visto risorto (nell’apparizione ai dieci e poi agli undici a Gerusalemme), non riescono a fare il necessario “salto nella fede”. 
Il fatto che non riescano a pescare nulla, può  essere visto come un’allegoria, nel senso che non riescono ad avvicinare nessuno a Dio, non sono capaci di diffondere la fede in Dio attraverso Cristo e non sono capaci di diffondere efficacemente il Vangelo. Non ne sono capaci perchè non vivono “in Cristo”, ma si basano sulle proprie forze. In altre parole, non “camminano nello Spirito”. (A tale proposito vedere la Lettera ai Galati 5, 16). 

Vediamo ora il quarto verso: 

Al mattino presto, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli tuttavia non si resero conto che era Gesù. 

Proprio sul far del giorno, quindi all’alba, Gesù era sulla riva. Anche questo è un fatto che può  essere visto allegoricamente. La luce del sole penetra l’oscurità, quindi infonde luce. La notte è vinta, ora è giorno. Se il sole è Dio, la luce del sole, della stessa essenza del sole, è Gesù, che giunge fino a noi, con l’Incarnazione. Senza i raggi solari la luce non potrebbe infatti giungere sino a noi. Senza Gesù la volontà del Padre non sarebbe stata svelata. E’ Gesù che ha svelato il Padre. E’ Gesù che ha vinto l’oscurità. Allo stesso modo il calore dei raggi del sole è lo Spirito Santo. Ecco quindi che il sole, i raggi di luce del sole, e il calore dei raggi di sole possono essere visti come un’allegoria della Trinità. 
Ma i discepoli, in un primo tempo non lo riconobbero. 

Vediamo il quinto verso: 

E Gesù disse loro: «Figlioli, avete qualcosa da mangiare?». Essi gli risposero: «No!». 

In questa frase Gesù si rivolge ai suoi discepoli sapendo che loro non lo hanno riconosciuto. Vuole provare la loro buona volontà, la loro bontà. Chiede loro qualcosa da mangiare. Ma loro, in modo molto secco, risposero: “no”. Quindi i discepoli di Gesù non sono in grado di parlare in modo gentile a uno sconosciuto. Avrebbero potuto dirgli. “Aspetta, forse possiamo cercare qualcosa da darti da mangiare”, ma risposero: “no”. 

Vediamo il sesto verso: 

Ed egli disse loro: «Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete». Essi dunque la gettarono e non potevano più tirarla su per la quantità di pesci. 

Qui Gesù dice loro di gettare la rete dalla parte destra della barca. Questa frase è un’allegoria che significa che solo cambiando il nostro paradigma, potremo riuscire a seguire Gesù. Gettare la rete dove normalmente si getta, ossia dalla parte sinistra, significa uniformarsi al mondo, essere conformisti, seguire le masse, applicare la regola d’oro passiva (non biblica) “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Gettare la rete dal lato destro invece significa essere anticonformisti, applicare la regola d’oro attiva biblica: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
Solo con un cambio di paradigma totale, che implica una rinascita spirituale, potremo mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù e quindi dare dei frutti. In questo modo non solo il credente farà del bene, ma attirerà altri a Cristo. Solo con un cambio di paradigma nella sua vita. E infatti quando i discepoli attuano il “cambio”, cioè gettano la rete dal lato opposto di dove normalmente si getta, pescarono molti pesci. Una volta attuato il cambio di paradigma, il credente ottiene molti frutti, riesce a divulgare il Vangelo ad altri, riesce a far fruttificare i propri talenti, riesce ad attrarre persone a Cristo. 
Questa seconda pesca miracolosa quindi, se vista in chiave allegorica, significa che solo con l’insegnamento di Gesù (il cambio di paradigma), vi saranno frutti reali.

Vediamo il settimo verso: 

Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore». Simon Pietro, udito che era il Signore, si cinse con la veste (perchè era nudo) e si gettò in mare.

Il discepolo che Gesù amava è Giovanni. (Vangelo di Giovanni 19, 26; 20, 2). Quindi Giovanni riconosce per primo Gesù, e gli da il titolo di “Signore” (Kyrios, quindi lo associa a Dio). Pietro indossò  la veste e si gettò  in mare. Siccome Pietro non era completamente vestito, in quanto stava pescando e voleva essere libero nei suoi movimenti, decise di vestirsi e si gettò  in mare. Perchè si vestì prima di gettarsi in mare? Perchè non poteva presentarsi al cospetto del Signore semi-nudo. Perchè si gettò in mare? Perchè avendo ancora sulla coscienza il peso di aver rinnegato il maestro per tre volte, voleva discolparsi, o forse intuiva che Gesù lo avrebbe redarguito e poi perdonato e voleva così ricevere il perdono. 

Vediamo ora i versi ottavo e nono: 

Gli altri discepoli invece andarono con la barca (non erano infatti molto lontani da terra, solo circa duecento cubiti), trascinando la rete piena di pesci. Come dunque furono scesi a terra, videro della brace con sopra del pesce e del pane. 

Si nota che Gesù aveva preparato una brace con sopra dei pesci e del pane. 
Il pesce è uno dei simboli del Cristianesimo antico. Sappiamo che la parola greca “Ichthis" (pesce), indica, anagrammata:  Iesous Christos Theou Yios Soter, (ICTYS) che tradotto è: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.  
Il pane è il simbolo del corpo di Cristo che è stato offerto per la remissione dei peccati. 
Anche la brace è simbolica. Nel Vangelo di Giovanni (18, 18), Pietro si scaldava presso una brace quando rinnegò il Signore. Quindi fu presso una brace che Pietro nega Gesù nell’oscurità di una notte tenebrosa. Presso una brace Pietro sarà perdonato da Gesù e sarà da lui redento, nella luce di un nuovo giorno. 

Vediamo ora il decimo e l’undicesimo verso: 

Gesù disse loro: «Portate qua dei pesci che avete presi ora». Simon Pietro risalì in barca e tirò a terra le rete, piena di centocinquantatrè grossi pesci; e benchè ve ne fossero tanti, la rete non si strappò. 

Gesù chiede di vedere i pesci che sono stati pescati. E’ come se Gesù volesse rendersi conto se vi sono state delle conversioni, se l’agire dei discepoli ha dato dei frutti. Fu Pietro che trasse la rete a riva. Quindi, se vogliamo vedere anche qui un’allegoria, Pietro è il responsabile dell’opera di evangelizzazione, per diffondere la Buona Novella. Nella rete vi erano 153 grossi pesci. 
Cosa significa questo numero? Sono state proposte molte teorie, ma la più accreditata è questa: i pesci rappresentano le persone che, in seguito all’opera evangelizzatrice dei discepoli, hanno accettato Gesù come loro Signore e Salvatore. Quindi i pesci sono i “figli di Dio”. Sappiamo che in ebraico ogni lettera corrisponde a un numero. La frase “figli di Dio” si dice “Beni Ha Elohim”, e il suo valore numerico è uguale a 153: (Beth-2/Nun-50/Yud-10   Heh-5/Aleph-1/Lamed-30/Chet-5/Yud-10/Mem-40).  בני האלהים =153
Quindi il numero 153 rappresenta i “figli di Dio”, ossia le persone che sono state “pescate” ossia evangelizzate, e che poi hanno accettato Gesù Cristo come loro Signore e Salvatore. 
Cosa significa che “e benchè ve ne fossero tanti, la rete non si strappò?”. La rete è un simbolo dell’appartenenza a Cristo. Quando una persona appartiene realmente a Cristo non potrà più abbandonarlo. Certo, commetterà degli errori e dei peccati, ma tornerà sempre a Cristo. Questo concetto è stato ribadito da Gesù in varie occasioni. Vediamone alcune: 

Vangelo di Giovanni (6, 39): 

È questa la volontà del Padre che mi ha mandato: che io non perda niente di tutto quello che egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. 

Vangelo di Giovanni (10, 27-30):

Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti; e nessuno le può rapire dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo uno». 

Vangelo di Giovanni (18, 8-9):

Gesù rispose: «Vi ho detto che io sono; se dunque cercate me lasciate andare via costoro»; e ciò affinché si adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».  

Ciò significa che una volta che una persona accetta Cristo nel suo cuore, non può tornare indietro. I “figli di Dio” lo sono per sempre. 

Vediamo ora i versi sucessivi: (12-14):

Gesù disse loro: «Venite a far colazione». Or nessuno dei discepoli ardiva chiedergli: «Chi sei?», sapendo che era il Signore. Allora Gesù venne, prese del pane e ne diede loro; e così pure del pesce. Ora questa fu la terza volta che Gesù si fece vedere dai suoi discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. 

Gesù ancora una volta chiama a sè i suoi discepoli, vuole dividere con loro la colazione, vuole essere “uno” con loro. 

Vediamo ora i versi dal (15-17): 

Dopo che ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giona, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo Signore, tu lo sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli chiese di nuovo una seconda volta: «Simone di Giona, mi ami tu?». Gli rispose: «Certo Signore, tu lo sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Abbi cura delle mie pecore». Gli chiese per la terza volta: «Simone di Giona, mi ami tu?». Pietro si rattristò che per la terza volta gli avesse chiesto: «Mi ami tu?», e gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore. 

La triplice domanda di Gesù sembra essere un rimprovero per la triplice negazione che fece Pietro. Però Pietro questa volta si abbandona a Gesù e dice “Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo”. E’ come se Pietro non si basasse più su sè stesso, memore della sua avventatezza quando aveva detto che la sua fedeltà era maggiore di quella degli altri (Vangelo di Giovanni 13, 37). Ora si abbandona a Gesù, si rimette a lui, e per questo Gesù, delicatamente, lo perdona e lo invita a “pascere le sue pecore”, quindi lo invita ad occuparsi dei credenti. Stare a loro vicino, aiutarli. 

Vediamo i versi successivi (18-19): 

In verità, in verità ti dico che, quando eri giovane, ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà là dove tu non vorresti». Or disse questo per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo, gli disse: «Seguimi». 

Con queste parole Gesù profetizza quello che sarebbe stato il martirio di Pietro. 

Vadiamo i versi sucessivi (20-23): 

Or Pietro, voltatosi, vide che li seguiva il discepolo che Gesù amava, quello che durante la cena si era anche posato sul petto di Gesù e aveva chiesto: «Signore, chi è colui che ti tradisce?». Al vederlo, Pietro disse a Gesù: «Signore, e di costui che ne sarà?». Gesù gli rispose: «Se voglio che lui rimanga finchè io venga, che te ne importa? Tu seguimi!». Si sparse allora la voce tra i fratelli che quel discepolo non sarebbe morto; ma Gesù non aveva detto a Pietro che egli non sarebbe morto, ma: «Se io voglio che lui rimanga finchè io venga, che te ne importa?». 

Qui ancora una volta Pietro dimostra il suo carattere. Vuole sapere cose che non gli è dato di sapere, vuole intromettersi in situazioni che non lo riguardano direttamente. Chiede quale sarà la sorte di Giovanni. Ma Gesù lo redarguisce e dice che Giovanni rimarrà fino al suo ritorno (possibilmente Gesù si riferisce a quando apparve in visione a Giovanni in modo da ispirare la scrittura dell’Apocalisse). Pertanto Gesù dichiara che Giovanni vivrà a lungo, ma non che non sarebbe morto. Giovanni infatti scrisse l’Apocalisse sul finire del I secolo, quindi circa settant’anni dopo l’apparizione di Gesù nel lago di Galilea. 

Vediamo ora gli ultimi due versi (24-25): 

Questo è il discepolo che rende testimonianza di queste cose e che ha scritto queste cose; e noi sappiamo che la sua testimonianza è verace. Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece, che se fossero scritte ad una ad una, io penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si potrebbero scrivere. Amen.

Con questi versi Giovanni si identifica come l’autore del quarto Vangelo. Il verbo “sappiamo” al plurale indica che la comunità giovannea diede testimonio della sua veridicità. Nell’ultimo verso si ribadisce che Gesù ha compiuto molte altre cose. I Vangeli infatti non avevano lo scopo di essere delle biografie complete della vita di Gesù, ma servivano a indicare il messaggio centrale del Messia: Lui è venuto per servire, per offrire se stesso in remissione dei peccati e per indicare la via da percorrere per coloro che credono in Lui. 

Yuri Leveratto

domenica 18 marzo 2018

L’insegnamento di Gesù sul perdono


Il tema del perdono è il cardine di tutto il messaggio evangelico. Gesù ha insegnato a perdonare con l’insegnamento diretto, attraverso parabole, con azioni, ed infine ha dato il massimo esempio di perdono con la sua morte espiatoria sulla croce, il sublime atto salvifico che ha posto fine al dominio del peccato per tutti gli esseri umani di fede.
Il primo insegnamento sul perdono che Gesù ha insegnato è inserito nella preghiera del “Padre nostro”. Vediamo il passaggio corrispondente, Vangelo di Matteo (6, 12):

E perdonaci i nostri debiti, come anche noi perdoniamo ai nostri debitori. 

Gesù indica che vi sono “debiti”, ossia “colpe”. Ogni colpa causa un risentimento e quindi una ritorsione. Ma per Gesù la colpa può essere superata solo attraverso il perdono, e non attraverso la ritorsione, o peggio, la vendetta. Dio perdona le nostre colpe, se realmente ci pentiamo, ma il suo perdono assume significato se anche noi perdoniamo chi ci ha fatto un torto.

Poco più avanti infatti Gesù afferma, Vangelo di Matteo (6, 14-15):

Perchè, se voi perdonate agli uomini le loro offese, il vostro Padre celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini le loro offese, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre.

Il concetto del perdono da parte di Dio, subordinato al perdono che l’uomo deve offrire al suo simile, viene spiegato molto bene nella parabola del servo spietato, Vangelo di Matteo (18, 23-35):

A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perchè mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finchè non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».

Questa parabola insegna la necessità del perdono fraterno per ottenere il perdono di Dio. Diecimila talenti, sono un debito enorme e rappresentano il debito insolvibile dell’uomo verso Dio. L’uomo infatti non può espiare da solo le sue colpe in quanto ogni peccato contro Dio ha un peso infinito. I cento denari, invece sono una cifra irrisoria e rappresentano il debito che ci può essere tra gli uomini. Pertanto non c’è debito, colpa, o torto tra uomini che non valga la pena essere perdonato, considerando l’importanza del perdono di Dio verso l’uomo.
Questo insegnamento è stato anche divulgato da Paolo di Tarso, vediamo due passaggi corrispondenti:

Lettera agli Efesini (4, 32):

Siate invece benigni e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo.

Lettera ai Colossesi (3, 13):

sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi, se uno ha qualche lamentela contro un altro; e come Cristo vi ha perdonato, così fate pure voi. 

L’insegnamento sul perdono è spiegato molto bene anche in un’altra parabola, quella del “figliol prodigo”, conosciuta anche come “parabola del padre misericordioso” (Vangelo di Luca, 15, 11-32). In questa parabola, si racconta di un figlio che volle farsi dare l’eredità che gli spettava in anticipo, e poi se ne andò in un paese lontano sperperando tutti i suoi beni. Quando, in seguito ad un periodo di carestìa, si ritrovò in una situazione difficile, decise di tornare da suo padre. Nel verso ventesimo si legge: “Si mise in cammino e ritornò da suo padre. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione. Gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.” Si nota pertanto che il padre perdonò il figlio prima che il figlio gli chiese perdono. Il perdono deve essere pertanto un atto non condizionato alla richiesta di perdono. Deve essere dato sempre e senza condizioni.
Questo concetto è stato ribadito anche da Paolo di Tarso, il quale ha scritto che è stato Dio che ci ha riconciliato a sé per mezzo di Gesù Cristo, facendo Lui il primo passo verso di noi, anche se noi eravamo peccatori.

Vediamo il passaggio corrispondente, nella Seconda Lettera ai Corinzi (5, 18-19):

Ora tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sé per mezzo di Gesù Cristo e ha dato a noi il ministero della riconciliazione, poiché Dio ha riconciliato il mondo con sé in Cristo, non imputando agli uomini i loro falli, ed ha posto in noi la parola della riconciliazione.

Gesù ha inoltre perdonato i peccati di alcune persone, dimostrando così di mettersi alla pari di Dio. Vediamo tre passaggi corrispondenti:

Vangelo di Matteo (9, 2):

Ed ecco, gli fu presentato un paralitico disteso sopra un letto; e Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, fatti animo, i tuoi peccati ti sono perdonati!». 

Vangelo di Matteo (9, 5-6):

Infatti, che cosa è più facile dire: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure: "Alzati e cammina"? Ora, affinchè sappiate che il Figlio dell'uomo ha autorità in terra di perdonare i peccati: Alzati (disse al paralitico), prendi il tuo letto e vattene a casa tua!». 

Vangelo di Luca (7, 47-49):

Perciò ti dico che i suoi molti peccati le sono perdonati, perchè ha molto amato; ma colui al quale poco è perdonato, poco ama». Poi disse a lei: «I tuoi peccati ti sono perdonati». Allora quelli che erano a tavola con lui cominciarono a dire fra loro: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». 

Vediamo ora un altro passaggio del Vangelo di Matteo (18, 21-22), dove Gesù insegna a perdonare sempre, senza limiti:

Allora Pietro, accostatosi, gli disse: «Signore, se il mio fratello pecca contro di me, quante volte gli dovrò perdonare? Fino a sette volte?». Gesù gli disse: «Io non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. 

Questo insegnamento è ribadito anche nel Vangelo di Luca (17, 3-4):

State attenti a voi stessi! Se tuo fratello pecca contro di te, riprendilo; e se si pente, perdonagli. E se anche peccasse sette volte al giorno contro di te, e sette volte al giorno ritorna a te, dicendo: "Mi pento", perdonagli».

Anche nel Vangelo di Marco vi sono insegnamenti diretti di Gesù a perdonare. Nel passaggio seguente Gesù esorta i credenti a perdonare durante la preghiera, in modo che il Padre perdoni i loro peccati, Vangelo di Marco (11, 25):

E quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate affinchè anche il Padre vostro, che è nei cieli, perdoni i vostri peccati. 

Nel Vangelo di Luca troviamo l’esortazione a perdonare associata a quella di non giudicare. Vediamo il passaggio corrispondente (6, 37):

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato. 

Gesù ha persino perdonato i suoi carnefici. Ecco infatti la famosa frase che ha pronunciato sulla croce e riportata nel Vangelo di Luca (23, 34):

Padre perdonali perchè non sanno quello che fanno

Ricordiamo anche che Gesù ha perdonato Pietro, che lo ha rinnegato per ben tre volte (Vangelo di Giovanni 21, 15-19).
Ora analizziamo alcuni passaggi del Nuovo Testamento dove si afferma il valore salvifico della morte in croce di Gesù, atto sublime con il quale sono stati perdonati tutti i peccati. Innanzitutto questo primo passaggio del Vangelo di Matteo (26, 27-28):

Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 

E’ Gesù stesso a ribadire che il suo sangue è versato per il perdono dei peccati.
Analizziamo ora il seguente passo del Vangelo di Luca (19, 10):

Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Qui si ribadisce ancora che Gesù è venuto a salvare il mondo e non a giudicarlo. Gesù ha salvato il mondo in quanto ha perdonato tutti i peccati con la sua morte. E’ pertanto l’Agnello di Dio, come afferma Giovanni il Battista nel Vangelo di Giovanni (1, 29):

Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 

Il perdono dei peccati è lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra, infatti il sacrificio del Figlio di Dio, è per definizione è il sacrificio finale e perfetto, come si deduce da questo passaggio della Lettera agli Ebrei (7, 27):

Il quale non ha bisogno tutti i giorni, di offrire vittime prima per i propri peccati, poi per quelli del popolo come i sommi sacerdoti, perchè questo egli ha fatto una volta per tutte offrendo se stesso.

“Offrire se stesso” è stato pertanto l’atto di perdono più grande di tutti tempi, che ha annullato il peso infinito dei peccati contro Dio, con il valore infinito del sacrificio finale e perfetto.
Vediamo ora una frase del Gesù risorto, riportata nel Vangelo di Luca (24, 46-47):

Ed aggiunse: “Così sta scritto: il Cristo doveva patire e il terzo giorno risuscitare dai morti; nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. 

In questa frase si ribadisce che chi si converte, credendo nel sacrificio salvifico di Gesù, ottiene il perdono dei peccati.
In ultima analisi riportiamo tre citazioni neo-testamentarie, scritte da Paolo di Tarso (Lettera agli Efesini), Giovanni e Giacomo che provano che i primi cristiani credevano che Gesù avesse perdonato tutti i peccati con la sua morte in croce.

Lettera agli Efesini (1, 7):

In Lui, mediante il suo sangue, otteniamo la redenzione, il perdono dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia,

Lettera di Giacomo (5, 15):

e la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo risanerà; e se ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati. 

Prima Lettera di Giovanni (1, 9):

Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 

Yuri Leveratto