mercoledì 15 dicembre 2010

Teyuna, la città perduta dei Tayrona



La Sierra Nevada di Santa Marta, in Colombia, è un immenso massiccio montagnoso vasto 17.000 chilometri quadrati. Le cime più alte della Sierra sono il pico Colon e il pico Bolivar, che, con 5775 metri d’altezza, sono le più alte della Colombia. Sono inoltre le cime più alte del mondo vicino al mare, dal quale distano non più di 42 chilometri. 
Sulla Sierra Nevada di Santa Marta sono presenti tutti i climi della Terra, eccetto quello desertico.
La zona fu abitata sin da epoche remote, ma a partire dall’era di Cristo, il popolo dei Tayrona, di origine meso-americana, che si esprimeva in chibcha, vi si stanziò.
I Tayrona non conoscevano la scrittura, nè l’uso della ruota o l’utilizzo degli animali. Però avevano adottato l’agricoltura su larga scala che permetteva loro di ottenere delle eccedenze di produzione.
Vivevano in vari insediamenti: quello conosciuto oggi con il nome di Pueblito, nel parco Tayrona, era uno dei più grandi, con circa 1000 capanne. Le capanne di fango essiccato erano di solito costruite su basi circolari delimitate da muri di contenzione in pietra.
Altri insediamenti, oggi perduti, erano Bonda, Pocigueica, Tayronaca e Betoma tutti situati in luoghi non distanti dalla costa. Nell’interno della Sierra Nevada, ad un’altezza di circa 1200 metri sul livello del mare, era invece situata Teyuna, centro spirituale e commerciale di primaria importanza.
Per giungere a Teyuna bisogna camminare nelle anguste mulattiere della Sierra Nevada. La prima tappa del viaggio è Mamey, un paesello di colonos raggiungibile con una strada non asfaltata. Da Mamey si procede camminando, inerpicandosi su e giù per i sentieri della Sierra. Già dal primo giorno di cammino si apprezza l’esuberante vegetazione, la foresta tropicale, e si viene a contatto con il popolo dei Kogui, discendenti dei Tayrona. Il secondo giorno procede il cammino, e si entra nella valle del fiume Buritaca. Si conosce Mutanji, il paese dei Kogui, e si può venire a contatto con questi indigeni, che tutt’ora parlano il chibcha e seguono le tradizioni ancestrali dei Tayrona.
Il terzo giorno prosegue il cammino e, dopo aver attraversato una decina di volte il fiume Buritaca, con l’acqua alla vita, si giunge in un punto dove si nota una ripida scalinata, costruita dai Tayrona. Sono circa 1200 gradini, prima di giungere a Teyuna, e poter apprezzare le prime terrazze delimitate da muri di contenzione in pietra che servivano come basamento delle capanne.
Teyuna in lingua chibcha significa Origine dei popoli della Terra, ma il nome popolare di questo importante giacimento archeologico è ciudad perdida, città perduta.
Teyuna rimase infatti abbandonata e dimenticata per circa 375 anni, fino alla data della sua scoperta nel 1973. A volte si denomina anche Buritaca 200, in riferimento al numero dei siti archeologici individuati nell’area della Sierra Nevada di Santa Marta. Durante gli anni 70' del secolo scorso, la ciudad perdida veniva denominata con il poco rassicurante nome di El infierno, a causa della sua quasi inaccessibilità e delle difficoltà ambientali.
In seguito alle incursioni degli spagnoli nella zona costiera di Santa Marta, a partire dal 1525, i Tayrona si inoltrarono sempre piú nella Sierra Nevada e probabilmente si arroccarono a Teyuna intorno al 1540.
Nella valle del fiume Buritaca, in una zona compresa tra i 500 e i 2000 metri d’altitudine, sono stati incontrati 32 centri urbani. Alcuni sono costituiti solo da 50 terrazze, delimitate da muri di contenzione. Questi insediamenti sono: Tigres, Alto de Mira, Frontera e Tankua.
A Teyuna, invece vi sono circa 140 terrapieni. Teyuna, le cui strutture in pietra si trovano ad un altezza compresa tra i 900 e i 1200 metri sul livello del mare, era il centro principale dell’intera valle e svolgeva un ruolo spirituale e commerciale.
Probabilmente in ogni terrazza erano costruite 2 capanne. Si può stimare dunque che la popolazione totale di Teyuna raggiungesse le 1500 unità, per un totale di 280 capanne.
I Tayrona decisero con il corso del tempo di modificare il terreno, scosceso e accidentato, per ottenere delle superfici piane adatte alla costruzione delle loro unità abitative. In un certo senso queste terrazze, delimitate da muri di contenzione, ricordano le fascie della Liguria, anch’esse antichissime.
Alcuni muri Tayrona sono alti fino a 9 metri e, oltre a contenere le terrazze, servono a delimitare i sentieri, incanalare i flussi d’acqua ed evitare l’erosione delle montagne. La forma delle terrazze varia a seconda dell’ubicazione e probabilmente dell’uso alle quali erano destinate. Quelle situate più in alto sono ovali, mentre le altre sono in maggioranza semicircolari o circolari. La loro estensione varia dai 50 fino agli 880 metri quadrati.
Nella Sierra Nevada il regime delle piogge è abbondante: dai 2000 ai 4000 mm annui. Gli architetti Tayrona si videro costretti ad affinare le tecniche per controllare il deflusso dell’acqua. Furono costruiti dei canali sotteranei tutt’ora funzionanti. Inoltre la superfice delle terrazze ha una pendenza media del 10% verso l’esterno. L’economia dei Tayrona, basata sull’agricoltura ha permesso di sostenere una popolazione densa nella Sierra Nevada per circa 700 anni in un periodo compreso dal IX fino alla fine del XVI secolo dell’era di Cristo. In seguito all’analisi e allo studio delle tradizioni dei Kogui, discendenti dei Tayrona, si evince che Teyuna fu abbandonata intorno al 1600, e rimase dimenticata appunto, durante piú di tre secoli. Probabilmente si diffusero delle epidemie, che costrinsero i Tayrona ad abbandonare la loro città e a disperdersi in piccoli insediamenti sparsi nelle vallate e difficilmente accessibili dagli spagnoli.
Con il tempo i nativi della Sierra Nevada cessarono di visitare Teyuna anche se nelle tradizioni dei Kogui l’esatta ubicazione della città veniva gelosamente preservata.
Intorno al 1970, alcuni campesinos che colonizzarono la parte bassa della Sierra Nevada, fino a circa 700 metri sul livello del mare, vennero a conoscenza delle posibilità di trovare immensi tesori. In poco tempo alcuni di essi si organizzarono e, senza alcuna preparazione archeologica si dedicarono al saccheggio delle tombe Tayrona, attività illegale detta guaqueria, in spagnolo.
I guaqueros si inoltrarono sempre più all’interno della Sierra, fino a che, nel 1975, uno di essi, Julio Cesar Sepúlveda, giunse alla ciudad perdida, e iniziò a saccheggiarla. Quasi contemporaneamente un altro guaquero, Jorge Restrepo, insieme ai suoi uomini arrivò a Teyuna e si dedicò al saccheggio. Le due fazioni si scontrarono e i due leader morirono nello scontro cruento. La storia tornò a ripetersi. Dopo quasi 500 anni dallo sbarco dei primi europei in America, la smania di arricchirsi con l’oro sepolto nelle tombe indigene continuò a mietere vittime.
Il saccheggio continuò. A Santa Marta verso la fine del 1975 vi erano commercianti senza scrupoli che organizzavano le spedizioni dei guaqueros nella Sierra Nevada. Fornivano loro i mezzi economici: muli, armi, pale, cibo, e ottenevano in cambio l’obbligazione dei guaqueros a vendere solo a loro i reperti archeologici trovati, spesso di inestimabile valore intrinseco e artistico.
I reperti venivano poi rivenduti sul mercato internazionale e persi per sempre.
Per fortuna questo turpe commercio fu fermato nel 1976, quando una spedizione scientifica organizzata dall’Istituto Colombiano di Antropologia giunse presso Teyuna e iniziò un processo di valorizzazione, restauro e conservazione dei reperti e delle terrazze della città.
Cinque persone arrivarono a Teyuna nel 1976: gli archeologi Gilberto Cadavid e Luisa Fernanda Herrera de Turbay, l’architetto Bernardo Valderrama Andrade e le guide locali Francisco Rey e “El Negro” Rodríguez.
In seguito ai lavori di scavo delle terrazze di Teyuna furono trovati importanti reperti, tra i quali monili in oro e vasi di ceramica finamente intagliati. Furono trovate anche alcune spade e alabarde spagnole, ma non è chiaro se alcuni gruppi di spagnoli giunsero a Teyuna o se dette armi furono seppellite nelle tombe come trofeo di guerra.
Oggi Teyuna è visitabile e fruibile da tutti. Il governo colombiano preserva questo luogo meraviglioso da ulteriori saccheggi.

YURI LEVERATTO
2008 Copyright

venerdì 19 novembre 2010

La fauna del Rio delle Amazzoni


Oggigiorno il bacino amazzonico non è più uguale a quello di cento anni fa. Il flusso d’imbarcazioni, battelli e anche navi di stazza considerevole (fino al porto fluviale d’Iquitos), è aumentato a dismisura, soprattutto negli ultimi 20 anni. 
Ancora oggi si possono osservare delfini lungo tutto il corso del Rio delle Amazzoni, ma la presenza d’animali più rari, come coccodrilli, caimani, lamantini e anaconda è limitata alle zone più inaccessibili, ancora totalmente incontaminate. 
Mi riferisco al fiume Madre de Dios, al Manu, all’alto Javarì, alle sorgenti del Purùs e del Juruà, allo Iaco, al Tapiche, alle conche del Caquetà e del Putumayo, ma anche allo stesso Ucayali (braccio principale del Rio delle Amazzoni, in Perù). 
Nello sconfinato sistema fluviale amazzonico c’è una grande differenza tra i fiumi che scorrono in terreni molli e fangosi e quelli che percorrono terreni duri. Le acque dei primi sono marroni e limacciose, come per esempio quelle dello stesso Rio delle Amazzoni, mentre quelle dei secondi sono azzurre, più pulite, come per esempio il Rio Negro, ma anche il Tapajos, che sbocca nel Rio delle Amazzoni presso la città di Santarem.
I pesci, le cui specie in Amazzonia sono circa 2000 (più dell’intero Oceano Atlantico), sono i grandi signori del Rio delle Amazzoni, e, anche se la loro sopravvivenza è minacciata dalla presenza invasiva dell’uomo e delle sue imbarcazioni, a tutt’oggi il grande fiume e i suoi affluenti sono ancora il vero e unico paradiso della bio-diversità.
Il pesce più diffuso in tutto il bacino amazzonico è l’Arapaima Gigas (detto Pirarucù in Brasile e Paiche nei paesi di lingua spagnola). 
E’ un pesce lungo circa 3 metri, appartenente alla famiglia degli Osteoglossidi, pesante fino a 140 chilogrammi. Ha un aspetto simile al luccio, con la labbra sporgenti e affilate. Le squame, di color verde, hanno il bordo rossiccio nella zona caudale. Il Pirarucù è di vitale importanza per l’economia amazzonica. La sua carne, tagliata a strisce, viene seccata e conservata per lungo tempo. Purtroppo in alcune zone del Rio delle Amazzoni, questo pesce viene pescato anche quando è in fase riproduttiva e pertanto la sua stessa sopravvivenza in alcune aree viene minacciata. 
In tutti i fiumi amazzonici si trovano abbondanti i pesci gatto, di tutte le forme, tipi, misure e colorazioni. Il più piccolo di quest’ultimi è il Candirù, appartenente alla famiglia dei Tricomicteridi. Questo pesce, non più lungo di 6 centimetri, viene definito “parassita”, perché a volte s’introduce negli orifizi delle persone che decidono allegramente di farsi un bagno, e, poiché possiede delle spine orientate verso l’indietro, liberarsene è un operazione molto complessa. 
In Colombia, negli affluenti del Caquetà e del Putumayo, c’è un pesce gatto particolare, detto “marciatore”. La sua bocca possiede una ventosa, che gli permette di aderire alle pareti. Inoltre le pinne ventrali sono dotate di piccoli dentini che gli impediscono di scivolare. In questo modo può inerpicarsi sulle pareti viscide di cascate e rapide, quasi fosse una via di mezzo tra anfibio e pesce. 
La fauna ittica amazzonica non finisce di stupire: il Pacu, chiamato wataw dagli autoctoni Wayanas è l’unico pesce al mondo che si ciba di frutta caduta nei fiumi dagli alberi; il pesce dai quattr’occhi 
(Anableps tetrophthalmus), ha gli occhi divisi in quattro parti strutturate diversamente, in modo che, nuotando presso la superficie, con le estremità superiori dei suoi occhi osserva ciò che accade fuori dall’acqua, mentre con le parti inferiori scruta il fondale, attento a quello che succede sott’acqua.
Probabilmente i pesci più famosi e più temuti del bacino amazzonico sono i Piranha (pronuncia: piragna). Anche se la loro fama è spaventosa, si racconta infatti che se annusano l’odore del sangue sono in grado di spolpare una vacca in pochi minuti, in realtà la loro pericolosità è parzialmente esagerata. Questi pesci, la cui funzione, importantissima, è quella di ripulire le carcasse d’animali morti che potrebbero portare epidemie, sono pericolosi solo in determinate condizioni, per esempio l’eccessiva popolazione o la scarsità d’alimenti. Io stesso ho visto gruppi di bambini nell’abitato di Pevas (dipartimento di Loreto, Perù), che facevano il bagno tranquilli, non lontano da alcuni pescatori che stavano appunto catturando dei Piranha.
Un altro pesce aggressivo del bacino amazzonico è l’Aimara (Hoplias Macrophtalmus). E’ poco conosciuto ma temutissimo. Al minimo rumore si getta indemoniato sulla preda, che divora voracemente. 
Uno dei pesci più straordinari dell’intera conca amazzonica è l’elettroforo (nella foto in alto a sinistra), lungo fino a due metri e pesante circa 100 chili, della famiglia dei Gimnotidi (Electrophorus electricus). 
Questo pesce è una meraviglia della natura, per molte ragioni. Innanzitutto è in grado di nuotare, mediante particolari ondulazioni della coda, avanti, indietro, verso l’alto e verso il basso. Siccome frequenta acque poco ossigenate ha sviluppato la possibilità di ricavare ossigeno direttamente dall’atmosfera, invece di servirsi di quello disciolto nell’acqua. Sono organi respiratori ausiliari, ma non è chiaro se questa possibilità si sia evoluta nel tempo o sia un retaggio di forme primitive di pesci simili ad anfibi. Ogni quindici minuti l’elettroforo sale alla superficie dell’acqua per prendere una boccata d’aria. 
Questo pesce possiede due organi elettrici, situati ai lati del corpo, ognuno dei quali è formato da tre tipi d’apparati che emettono scariche di diverso tipo. I cosiddetti organi di Sachs lanciano da venti a trenta impulsi al secondo quando il pesce si muove, e fungono come un sonar simile a quello utilizzato dai pipistrelli, poiché gli impulsi rimbalzano su qualsiasi oggetto circostante e sono captati da alcune fossette presenti sulla testa. Questo sistema permette all’elettroforo di localizzare le prede, pesci piccoli e rane; probabilmente si è sviluppato nel corso dei milioni di anni proprio perché, pur non essendo del tutto cieco, vede poco e vive in acque limacciose e torbide. Una volta che la preda è localizzata, viene intontita o uccisa con una potente scarica elettrica, e quindi divorata. Nel corso di studi di alcuni esperti sono state rilevate scariche di 650 volt, che potrebbero uccidere un essere umano. In effetti alcune morti misteriose di varie persone che facevano il bagno nei fiumi amazzonici sembra siano attribuibili alla presenza silenziosa, ma terribile, dell’elettroforo.
Un altro pesce pericoloso presente nei fiumi amazzonici è la razza d’acqua dolce (Potamotrygon). Questa razza, che può pesare 20 chili e misurare 60 centimetri di lunghezza, si mimetizza sul fondo dei fiumi ed è praticamente impossibile vederla, anche in acque chiare.
Possiede una spina dentata nella parte superiore della coda, non velenosa, ma affilata come una lama di coltello. 
Se nell’attraversare un fiume, come per esempio mi è successo varie volte nel Palotoa, presso il Madre de Dios, si calpesta accidentalmente una razza, questa può colpire. La ferita, profonda anche 10 centimetri, è pericolosissima perché può incancrenire velocemente.
Nel bacino del Rio delle Amazzoni vi sono anche varie specie di mammiferi adattatisi alla vita acquatica, fin dalla notte dei tempi. Sono i delfini e i lamantini, dei sirenidi lunghi fino a 4 metri.
Il delfino amazzonico, detto anche Inia o delfino rosato (Inia geoffrensis, boto per i brasiliani e bufeo nei paesi di lingua spagnola), ha un collo chiaramente delimitato, a differenza dei cetacei marini, e delle possenti mandibole utili per afferrare i pesci, che sono alla base della sua alimentazione. 
Più a monte delle cascate Teotonio, nel Rio Madeira, si trova una specie leggermente differente di Inia (Inia geoffrensis boliviensis). Proprio questa localizzazione, al di là di cascate non oltrepassabili da delfini provenienti dal mare, è indice della presenza arcaica di questo animale in Sud America, quando ancora gli stravolgimenti tettonici che hanno causato le Ande non erano avvenuti. 
L’Inia, lungo fino a 3 metri e pesante al massimo 200 chilogrammi, è quasi cieco e si serve di un sistema, chiamato ecolocalizzazione, per individuare gli ostacoli e le prede, nella grande maggioranza pesci, ma anche anfibi e persino tartarughe. 
Un altro mammifero amazzonico, è il manato o lamantino (trichecus inunguis), appartenente alla famiglia dei Trichechidi. Può pesare fino a 360 chilogrammi e si ciba esclusivamente di vegetali. 
Il manato è chiamato peixe-boi in Brasile, in quanto da lontano può sembrare una vacca di fiume.
Di solito vive in comunità, anche di 50 individui, ma la sua sopravvivenza è minacciata, in quanto in alcuni fiumi viene catturato per utilizzarne la carne e il grasso. 
L’alta umidità e la temperatura pressoché costante favoriscono la vita degli anfibi, che nel bacino amazzonico hanno trovato un autentico paradiso. Sono diffusissimi gli anuri, rane e rospi, alcuni di essi molto curiosi, altri pericolosissimi. 
La femmina di raganella marsupiale (gastrotheca), presenta una specie di marsupio sul dorso nel quale trasporta circa 50 uova, che costituiscono la covata. Nel marsupio, costantemente umido, i girini nascono e si sviluppano fino alla completa metamorfosi. 
Alcune rane sono pericolose e la loro colorazione brillante funge da segnale premonitore. Le più velenose, che appartengono al genere dendrobates, emettono sostanze nocive da ghiandole situate nella pelle, per cui solo sfiorandole si può rischiare grosso, specialmente se si hanno piccole ferite. 
L’ultima grande classe d’animali acquatici del grande bacino è rappresentata dai rettili. 
In vari fiumi si può notare la presenza simpatica di numerose tartarughe, la maggioranza delle quali appartengono alla specie podocnemis expansa o Arrau. Sono lunghe fino ad un metro e possono vivere oltre i cent’anni. 
Purtroppo questo animale, importantissimo per l’equilibrio ambientale dei fiumi, è fortemente minacciato, dalla caccia indiscriminata e irrispettosa. Nel mercato d’Iquitos si possono notare decine di corpi di tartarughe smembrate, pronte per essere vendute. Questo triste spettacolo deve essere fermato. E’ auspicabile un’opera di sensibilizzazione allo scopo di far cessare questo scempio per un animale che, a tutt’oggi, rischia l’estinzione.
In alcune zone di difficile accesso, come per esempio il Rio Manu nella conca del Madre de Dios, vi sono delle tartarughe arcaiche chiamate mata mata (chelus fimbriatus). Questo rettile, ha le mascelle deboli, prive di rivestimento corneo. Le prede non vengono masticate, ma inghiottite intere. Ha il collo allungato e, in caso di pericolo, nasconde la testa dentro il guscio piegando il collo lateralmente, una maniera di procedere particolarmente primitiva. 
In alcune zone del bacino amazzonico, in particolare in Colombia ed Equador vive il coccodrillo (crocodylus acutus), animale lungo fino a 5 metri e voracissimo. Purtroppo il suo numero è limitato, dovuto all’alto valore della sua pelle usata per borse e cinture. Molto più diffuso è il caimano, i cui occhietti rossi si distinguono di notte quando s’illuminano con una torcia. I caimani, lunghi dal metro e venti fino ai 5 metri, vivono catturando uccelli e piccoli mammiferi che uccidono trascinandoli sott’acqua. Vivono anche di pesci e serpenti e dimostrano una sorprendente agilità nel muoversi sulla terraferma. La specie più comune è il caimano dagli occhiali (caiman crocodilus), ma è diffuso anche lo Jacaré (caiman latirostris), purtroppo soggetto ad una caccia spietata. 
Il caimano ha solo due nemici a parte l’uomo: il giaguaro e l’anaconda. 
Mentre il giaguaro è il re dei cacciatori terrestri e l’arpia è la regina dei cieli amazzonici, l’anaconda è il terrore delle acque del grande bacino e se si ha la sfortuna d’incontrarla è meglio starne ben lontani. 
Il suo nome è un mistero, in quanto i nomi indigeni, yacu-mama, matatoro, aboma, differenziano molto da quello più usato. Questo grosso animale, il cui nome scientifico è eunectes murinus, appartenente alla famiglia dei boidi, può arrivare a misurare fino a 9 metri e pesare fino a 150 chili. 
Vi sono alcune leggende che raccontano d’anaconda immense lunghe fino a 20 metri. Lo stesso Percy Harrison Fawcett, il grande esploratore misteriosamente scomparso nel 1925 nella selva dello Xingù, riportò di averne misurato una di 20 metri ma di non essere stato in grado di ucciderla. 
E’ di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento di un enorme serpente preistorico, nel nord della Colombia, chiamato titanoboa, che misurava circa 13 metri e pesava una tonnellata. 
E’ possibile che alcuni di questi animali vivano ancora nelle zone di selva più inaccessibile, come il parco nazionale del Manu (conca del Madre de Dios) o le sorgenti del fiume Iaco (affluente del Purùs)? In effetti, i racconti di alcuni esploratori e ricercatori fanno credere che ciò sia possibile, ma fino a che non si prova la notizia, con foto e opportune misurazioni la prudenza è d’obbligo. 
L’anaconda comunque è un animale temibile. Si tiene costantemente vicino all’acqua o sommerso, vicino a stagni e zone di acqua tranquilla. 
Uccide le prede, costituite da piccoli mammiferi, come capibara e conigli, avvinghiandole e soffocandole e non, come erroneamente si dice, rompendone le ossa. Quindi le inghiotte, e la digestione può durare giorni, durante i quali, l’animale cade in una specie di tranche, ed è particolarmente vulnerabile a branchi di pecari e giaguari. Una volta terminata l’assimilazione delle sostanze caloriche e vitaminiche, l’anaconda può rimanere mesi senza mangiare. 
Come si vede la stupefacente fauna dei fiumi amazzonici non ha eguali in altre zone della Terra. Purtroppo è fortemente minacciata, e alcune di queste specie rischiano seriamente di estinguersi per sempre. 
E’ auspicabile la creazione di parchi fluviali protetti, nelle cui zone sia totalmente interdetta la pesca e ogni tipo di navigazione a motore. Inoltre servirebbe, a mio parere, un opera di sensibilizzazione sulle fasce di popolazione amazzoniche più giovani, perché comprendano l’importanza del rispetto totale della natura, senza il quale si arriverà inevitabilmente a perdere gran parte della bio-diversità del Rio delle Amazzoni e dei suoi innumerevoli affluenti, con enormi danni all’intero ecosistema terrestre.

YURI LEVERATTO
2009 Copyrights

giovedì 7 ottobre 2010

L’origine della sequenza settimanale universale


Tutti noi sappiamo che i nomi dei giorni della settimana derivano dall’osservazione dei corpi celesti da parte di antichi astronomi.  
I sette corpi celesti visibili ad occhio nudo, che variano la loro posizione nel cielo (mentre invece le stelle sono “fisse”), sono: sole, luna, marte, mercurio, giove, venere e saturno. 
Vi sono però alcune questioni che a tutt’oggi rimangono irrisolte: innazitutto il perché si crearono “settimane”, proprio di sette giorni, ma soprattutto è la “sequenza settimanale universale”, ovvero la particolare disposizione dei giorni all’interno della settimana che ancora non è stata spiegata con certezza. 
Per quanto riguarda la durata di sette giorni, si sono avanzate varie ipotesi, ma la più probabile è che nell’antichità, probabilmente durante l’era dei sumeri o più anticamente, nel periodo anti-diluviano, ci si rese conto, osservando la luna, che essa impiega un tempo di 28 giorni per girare intorno alla terra. Questo tempo detto “fase lunare”, è composto da 4 periodi ciascuno di 7 giorni: luna piena, luna calante, buio di luna e luna crescente. 
Nella tradizione astrologica sumerica, egizia e greco-romana i nomi dei giorni della settimana derivano dai sette astri individuabili ad occhio nudo: il sole (considerato dio in molte antiche civiltà, ed associato ad Apollo nella cosmogonia greca e romana), o giorno del Signore (quindi Dominus in latino), si associò alla domenica, la luna, (associata alla dea Artemide nella cosmogonia greca e Diana in quella romana), corrisponde al giorno seguente, il lunedì, Marte (dio della guerra, Ares in Grecia), a martedì, Mercurio (messaggero degli dei, Hermes in Grecia) a mercoledì, Giove (divinità massima, Zeus in Grecia) a giovedì, Venere (dea dell’amore, Afrodite in Grecia) a venerdì,  e Saturno (o Crono in Grecia, dio dell’agricoltura) al sabato. 
Nell’antica tradizione astrologica indiana, i nomi dei giorni della settimana derivano esattamente dagli stessi astri: Surya (sole), Soma (luna) Mangala (marte), Budha (mercurio), Guru (giove), Shukra (venere), Shani (saturno). 
Anche nelle tradizioni cinesi, giapponesi, tibetane e coreane i nomi dei giorni della settimana derivano  dagli stessi astri, individuabili ad occhio nudo la cui posizione nel cielo cambia rispetto ad un osservatore situato sulla Terra. 
Per quanto riguarda invece la “sequenza settimanale”, le cose si complicano, in quanto la sequenza universalmente adottata: domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, e sabato, non corrisponde né alla distanza del corrispondente astro dalla terra, nè alla sua grandezza o luminosità. 
E la cosa strana è che apparentemente, tutte le antiche culture, dalla cinese, all’indiana alla medio-orentale ed egizia, adottarono la stessa sequenza settimanale, il che costituisce di per sè un enigma. 
E’ possibile che l’identica sequenza settimanale sia stata adottata contemporaneamente da popoli così distanti tra loro? O forse vi è un origine comune anti-diluviana dalla quale poi sono derivate tutte le sequenze settimanali?
Per ora non c’è risposta a questa domanda, ma è interessante analizzare le teorie che portarono all’attuale sequenza settimanale. 
La prima teoria è quella dei “salti ogni tre astri”. Partendo dalla sequenza dell’astro visibile più lontano (secondo gli antichi) ovvero nell’ordine: 
saturno, giove, marte, sole, venere, mercurio, luna, si procede a saltare di tre in tre e si ottiene: saturno (sabato), sole (domenica), luna (lunedì), marte (martedì), mercurio (mercoledì), giove (giovedì), ed infine venere (venerdì). 
La seconda ipotesi assegna ad ogni ora del giorno (24 ore), il nome di un pianeta (sempre secondo lo schema dell’astro visibile più lontano, secondo gli antichi), partendo dalla prima ora (00-01), che viene assegnata a saturno (l’astro più distante), la seconda a giove, la terza a marte e così via, fino all’ultima ora del giorno (23-24) dedicata a marte. La prima ora del secondo giorno sarà dedicata pertanto al sole. 
Seguendo questo schema, si nota che, se la prima ora e il primo giorno si dedica a saturno (quindi sabato), il secondo giorno sarà dedicato al sole (quindi domenica), e la prima ora del terzo giorno sarà dedicata alla luna (quindi lunedì). Seguendo secondo questa logica si otterrà la sequenza settimanale che utilizziamo tutti. 
Questi due metodi ci sono stati tramandati dallo storico Cassio Dione nella sua Storia Romana. Secondo lo studioso Bickerman, invece fu il filosofo greco Celso che riportò nelle sue opere l’origine persiana dell’ipotesi che assegna ad ogni ora del giorno il nome di un pianeta.
Vi è però un altra teoria che spiega la sequenza settimanale universalmente adottata ed è molto interessante.  
L’esoterico peruviano Daniel Ruzo (1900-1991), che studiò a fondo l’altopiano di Marcahuasi in Perù, elaborò una teoria esoterica-alchemica, molto particolare. 
Secondo l’alchimia medievale (a sua volta derivata da quella egizia), ad ogni dio dell’antichità era associato un elemento. 
Saturno era associato al piombo, Giove allo stagno, Marte al ferro, Apollo (sole) all’oro, Venere al rame, Mercurio al mercurio, e Diana (luna), all’argento. 
Ora, se consideriamo il peso atomico di ogni elemento, otteniamo la seguente sequenza decrescente: 

piombo (Saturno, sabato), 82; mercurio (Mercurio, mercoledì), 80; oro (Apollo, domenica), 79; stagno (Giove, giovedì), 50; argento (Diana, lunedì), 47; rame (Venere, venerdì), 29; ferro (Marte, martedì), 26.

Applicando ora, a questa terza teoría, il metodo del “salto ogni due elementi”, otteniamo, partendo da Saturno: sabato, domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: la sequenza settimanale universale. 
Come si vede vi sono varie teorie che spiegano l’ordine della “sequenza settimanale universale”, ma nessuna è accettata come quella vera e certa. Non sembra plausibile che le cosidette “prime civiltà” (sumeri, civiltà dell’Indo, cinesi), abbiano adottato all’unisono la stessa sequenza settimanale per puro caso. 
Più probabile è un origine comune di detta sequenza, forse durante il periodo anti-diluviano.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

Foto: Mappa mondo babilonese (500 a.C.)

Bibliografia: Daniel Ruzo, Marcahuasi la historia fantastica de un descubrimiento (1974).

mercoledì 15 settembre 2010

La decadenza e scomparsa della civiltà Maya



Il continente americano, prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo, era un incredibile crogiuolo di popoli, lingue e culture diverse. 
Alcune di queste civiltà erano prospere contemporaneamente all’arrivo dei conquistadores, come quelle degli: Aztechi, Quimbaya, Muisca, Incas o dei Moxos.
Altre invece erano scomparse nei secoli precedenti e avevano lasciato possenti monumenti come prove della loro esistenza e del loro splendore.
Nell’area meso-americana si erano succedute varie etnie che avevano dato origine a varie civiltà. Per esempio gli Olmechi e i Toltechi.
Ma la civiltà che più ha stupito per i risultati stupefacenti sia nell’ambito architettonico sia in quello calendariale, matematico e astronomico fu quella dei Maya.
Malgrado ciò ci fu una caratteristica particolare di questa civiltà, in negativo, che ha indirettamente causato la sua fine: la non conoscenza dell’aratro. Più avanti analizzeremo nei dettagli questo punto.
Di solito si divide la storia dei Maya in tre differenti epoche.
Il periodo antico, fino al 374 d.C.
Una delle più antiche città costruite in questo periodo fu Uaxactùn, alla quale seguirono El Mirador, Tikal e Naranjo. Altre città di questo periodo furono Copàn e Piedras Negras.
Nel periodo medio (374-472 d.C.) furono fondate Palenque, Menché e Quiriguà. Durante il periodo recente (472-610 d.C.) furono costruite Ixkun, Flores, Seibal e Benque Viejo.
Se si studia con attenzione la carta geografica si nota che le città di più recente fondazione si trovano all’interno di un’area delimitata dalle città di più antica costruzione.
Cosa significa tutto ciò?
Sembra che i Maya si svilupparono non verso l’esterno, ma verso l’interno del loro territorio!
Questo enigma dell’archeologia, lungi dall’essere risolto, indica che una delle civiltà più raffinate delle Americhe usava abbandonare delle città per fondarne altre, riproducendone le opere architettoniche e i simbolismi, e ubicandole sempre più al centro del loro territorio.
Come erano organizzate queste città?
Di solito vi era un abisso tra le classi sociali che erano rígidamente divise tra di loro. Le caste dei nobili e del clero erano mantenute dai contadini che dovevano destinare loro i 2/3 del raccolto.
Fu proprio l’estrema divisione tra le classi e l’isolamento dei sacerdoti e dei dotti che portò la società alla decadenza. Gli eruditi conoscevano gli astri e la matematica ed elaborarono un complesso sistema di scrittura, ma ignoravano i metodi più elementari per arare e concimare i campi.
Il sistema utilizzato per piantare i semi era rudimentale: dopo le piogge il terreno veniva forato con lunghi pali appuntiti ed in ogni buca venivano depositati i semi.
In mancanza di un semplice aratro (anche per l’inesistenza di animali da tiro), che avrebbe permesso il rimescolamento e una migliore concimatura delle zolle di terra, i campi si impoverivano e necessitavano di lunghi periodi per tornare ad essere fertili.
Ecco il motivo che i contadini si allontanavano sempre più dalle città, inoltrandosi nella giungla con lo scopo di ottenere nuovi campi, che incendiavano, dove piantavano il mais e altri vegetali.
In questo modo però sempre più terreni impoveriti si frapponevano tra i contadini e le città, ridotte ormai a decadenti centri cerimoniali dove vivevano i nobili e il clero. Ad un certo punto si decise che tutto il territorio ancestrale doveva essere abbandonato.
Il Nuovo Regno sarebbe sorto nel nord, mentre la terra ancestrale dei Maya fu lentamente occlusa dalla vegetazione lussureggiante.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

mercoledì 18 agosto 2010

L’inframondo di Tierradentro



La zona archeologica denominata Tierradentro si trova nella Colombia meridionale, presso il confine tra i dipartimenti del Cauca e Huila, proprio alle pendici dell’imponente massiccio montagnoso chiamato Nevado del Huila (la montagna andina più alta della Colombia, di 5750 metri sul livello del mare). 
La prima notizia su Tierradentro fu divulgata dal frate Santa Gertrudis nel 1757. Qui di seguito si riporta una delle sue descrizioni del sito:
Nel luogo chiamato Pedregal ci sono molte tombe che sono state scavate sia dal prete che dal dottor Caycedo, un gesuita espulso che descriverò dopo. Il prete mi raccontò che molti anni fa trovarono molto oro. Queste due persone con queste attività di scavo sono diventate ricchissime e potenti.
Da questa testimonianza del frate Gertrudis, che fu anche il primo occidentale a descrivere San Agustin, si evince che già dal lontano 1757, ovvero 252 anni or sono, la zona di Tierradentro fu saccheggiata, depredata e purtroppo, i monili d’oro trovati, che ci avrebbero potuto dare importanti notizie sulla vita degli indigeni che vi vivevano, furono fusi e venduti, generando spropositati guadagni illeciti.
La successiva descrizione del luogo fu attuata un secolo più tardi, da generale Carlos Cuervo Marquez, che nel suo libroPreistoria e viaggi, si riferì sia a San Agustin che a Tierradentro, come luoghi dove visse una “grande popolazione preistorica”. Descrisse inoltre vari terrapieni e monticoli circolari utilizzati come luoghi di sepoltura, alla confluenza dei fiumi Santo Domingo e Culebrina, che però non furono mai più ritrovati.
A partire dal 1936 vari ricercatori come Gregorio Hernandez de Alba e Josè Perez de Barrados iniziarono a studiare le tombe e gli ipogei da un punto di vista scientifico, cercando di svelare i segreti di una misteriosa cultura esoterica, che già 9 secoli prima di Cristo celebrava liturgie occulte, il cui significato è ancora oggi avvolto nel mistero.
In seguito agli studi di vari archeologi si può giungere alla conclusione che la cultura Tierradentro risale al 900 a.C., periodo durante il quale s’iniziò la costruzione degli ipogei.
Per ben 2100 anni, fino al 1200 d.C. la cultura Tierradentro prosperò, in quanto si nota una continuità stilistica e ornamentale sia nelle decorazioni murali all’interno degli ipogei, che nella ceramica.
Intorno al XIII secolo, la zona di Tierradentro fu invasa da etnie Paez, che successivamente si batterono valorosamente contro l’avanzata spagnola nel XVI secolo.
Alcuni ricercatori hanno individuato due tipi diversi di statue nel sud dell’attuale territorio colombiano. Il primo tipo, situato nell’occidente del dipartimento di Narino e in alcune zone isolate del Cauca, è di piccola taglia, meno elaborate.
Il secondo tipo di statue, che si trovano a San Agustin, Tierradentro, Moscopan y Aguabonita, sono più grandi e dimostrano un notevole avanzamento stilistico.
A Tierradentro si sono trovate varie sculture, tutte interrate, nascoste nelle cavità delle radici degli alberi. Queste statue sono stilisticamente diverse dalle decorazioni murali degli ipogei e pertanto sembra che non siano relazionate alla cosiddetta cultura Tierradentro, ma piuttosto pare che siano da ricondursi alla cultura di San Agustin.
Tra le figure scolpite trovate a Tierradentro ve n’è una con la testa sauroforme, il cui corpo, sgretolatosi, doveva essere lungo molti metri. Le antropomorfe, sia maschili che femminili, rappresentano figure frontali solenni.
La testa è di solito più grande delle reali proporzioni, e occupa circa un terzo dell’intera figura.
Le gambe sono molto corte e le braccia sono quasi sempre parallele al busto. Sono caratteristiche molto simili allo stile agostiniano del V e VIII secolo dopo Cristo.
La differenza sostanziale rispetto a San Agustin è che quest’ultima è dominata dalla cultura del giaguaro, e pertanto le sue statue, anche quelle antropomorfe, dimostrano chiari segni del felino amazzonico, mentre le statue di Tierradentro hanno volti più semplici, meno elaborati, senza l’influenza felide.
Da notare che tutte le statue antropomorfe sono state trovate con collane, braccialetti e orecchini molto simili a quelle che venivano usate sia da culture amazzoniche, che dalle culture andine del Perù.
Purtroppo il volto di molte statue è stato distrutto, perché i cercatori d’oro della zona, detti in gergo “guaqueros”, pensano erroneamente che all’interno di esso vi sia l’ambito metallo giallo.
A mio parere coloro i quali edificarono le statue di Tierradentro, appartengono ad un’altra cultura rispetto all’etnia sconosciuta che costruì gli ipogei nel 900 a.C. Probabilmente era un gruppo di genti affini all’etnia che si stanziò a San Agustin, che però successivamente subirono un declino o si mischiarono con i nuovi arrivati, dando vita così alla cosiddetta cultura Tierradentro.
A Tierradentro il culto del morti fu importantissimo, tanto da far sì che quest’antica cultura dava forse più importanza alla vita dopo la morte che alla vita stessa. Il complesso rito del funerale e della sepoltura comprendeva varie fasi. La prima consisteva nel collocare il corpo del defunto in una tomba transitoria, di solito insieme ad alcune offerte come pietre semi-preziose, ceramica e oggetti d’oro, oltre a vasi con alimenti come mais e bevande (chicha, a base di mais). Il cadavere veniva posizionato in posizione fetale.
Gli oggetti d’oro venivano collocati presso il defunto, in quanto il metallo giallo, simboleggiava il Sole e quindi la Divinità, rappresentando una specie di ponte che poteva condurre l’anima verso l’Assoluto.
In una seconda cerimonia, le ossa rimaste venivano collocate all’interno degli ipogei, in urne funerarie. Questi templi verticali sono caratterizzati da un pozzo, all’interno del quale si può accedere utilizzando delle ripide scale a chiocciola scavate nella roccia.
La profondità di detti pozzi varia da 2 a 8 metri. L’interno degli ipogei ha di solito una larghezza tra i 2,5 e gli 8 metri. Vi sono ipogei semplici, meno profondi e con decorazioni povere, e altri complessi, molto profondi e riccamente adornati, come quelli di San Francisco e Segovia.
Per quanto riguarda le ceramiche, ne sono state trovate sostanzialmente due tipi, relazionate con il tipo di tumulazione effettuata.
La terracotta semplice, con ornamentazioni nitide e non elaborate è stata trovata nelle camere di sepoltura, dove il cadavere veniva posizionato in posizione fetale. La ceramica più bella, meglio decorata e di solito adornata con tinte rosse, nere e bianche è stata trovata invece negli ipogei.
Le urne funerarie, dove venivano collocate le ossa dei defunti, all’interno degli ipogei, furono costruite con argilla, mischiata con quarzite e mica, che serviva per dare una consistenza maggiore.
Negli ipogei più importanti le urne funerarie venivano sistemate sopra basi di pietra, che a volte assumono forme umanoidi o di esseri mitici. I motivi zoomorfi più utilizzati nella decorazione delle urne funerarie erano il serpente, la lucertola, il millepiedi e il giaguaro, simbolo del potere.
Il serpente è comunque il motivo più ricorrente, simboleggiando l’inframondo o utero della Terra, dove si pensava andassero i corpi dei morti. Il rettile strisciante veniva considerato anche come il simbolo della vita e della morte, l’energia vitale che sta alla base del tutto, il divenire continuo dove non vi è la morte definitiva, ma la continuità a differenti livelli. Il serpente che abbandona la sua vecchia pelle avvizzita, per rinascere l’indomani con una pelle nuova, turgida, sana e giovane è simbolo dell’eterno ritorno, del trascendente che in ognuno di noi continua un cammino infinito in un cosmo senza tempo. Il serpente dalle due teste, che simboleggia la vita dove c’è la morte, l’eterno rinnovarsi di ogni essere vivente.
La lucertola e il millepiedi sono anch’essi simboli dell’inframondo, perché vivono negli anfratti, nelle cavità della Terra, che conducono al centro di essa. Fanno anche parte di particolari rituali della fertilità in un mondo dove i tabù imposti dal cattolicesimo erano inesistenti.
In generale Tierradentro sembra come un libro aperto, dove sta scritto che gli antichi abitanti della valle davano un valore enorme all’anima, e tentavano di relazionarsi con le forze della natura, senza avere la presunzione di dominarle, ma interagendo con esse.
Tra i pochi oggetti d’oro recuperati negli ultimi anni vi è la famosa maschera di Inzà (custodita attualmente al Museo de Oro di Bogotà), rappresentazione di un volto zoomorfo con caratteristiche feline e orecchie di pipistrello, e il braccialetto di Tierradentro, con motivi di felide e rana, a simboleggiare la fecondità.
Tierradentro è un enorme puzzle che ancora non è stato rimesso insieme, sia perché purtroppo molte tombe sono state saccheggiate già nel XVIII secolo, sia per mancanza di studi adeguati nel secolo passato.
Non si sa chi furono i costruttori degli ipogei e se avessero relazioni con gli enigmatici abitanti di San Agustin. Non si sa da dove venivano, se dalla Meso America o se più probabilmente, dall’Amazzonia e le Ande, ed infine non si sa che lingua parlassero. Per ora tutto ciò è il più grande mistero archeologico della Colombia, ma forse in futuro, se saranno autorizzati nuovi e più profondi studi in situ, si potrebbe conoscere molto di più di questa affascinante civiltà.

YURI LEVERATTO
Copyright 2009

venerdì 16 luglio 2010

La grandezza di Tenochtitlán, la capitale degli Aztechi


L’otto novembre 1519, un gruppo di conquistadores spagnoli, guidati da Hernan Cortes, giunse nella valle del Messico. In lontananza si poteva scorgere il lago Texcoco e vari villaggi che sorgevano sulle sue rive: Mizquic, Iztapalapa, Uitzilopochco, Coyoacan, Tlacopan, Texcoco.
Al centro del lago, brulicante di canoe, videro, su un’ampia isola attraversata da canali, una grande città: era la capitale del dominio degli Aztechi, Tenochtitlán.
Ecco un commento del conquistador Bernal Diaz del Castillo, tratto dal suo libro Historia verdadera de la conquista de la Nueva España:

Vedendo tante città e villaggi costruiti sull’acqua e altri paesi edificati sulla terraferma, rimanemmo sorpresi ad ammirare da lontano. Alcuni di noi pensarono si trattasse di un incantesimo, come quelli di cui si narra nel libro di Amadis, a causa delle grandi torri, dei templi e delle piramidi che si ergevano sull’acqua. Altri si domandavano se tutto ciò non fosse un sogno.

L’agglomerazione lacustre del lago Texcoco era formata da Tenochtitlan, isola rocciosa sulla quale erano stati costruiti i templi e gli edifici pubblici più importanti, e Tlatelolco, collegata a Tenochtitlán, dove era situato un tempio e un mercato. La città, che fu fondata dal mitico re Tenoch nel 1325, fu costruita anche su terreni pantanosi, in seguito ad un paziente lavoro di anni, utilizzando materiale di riempimento.
All’inizio del XVI secolo si estendeva su circa 1000 ettari (10 km quadrati), ed era divisa in quattro quartieri: Cuepopan, al nord; Teopan, al sud; Moyotlan, all’est e Aztacalco all’ovest.
In ogni quartiere vi erano dei gruppi di case dette Calpulli, che disponevano del proprio tempio, scuola, e capo-quartiere. I Calpulli si differenziavano anche per il lavoro dei suoi abitanti: artigiani, commercianti, pescatori.
Sulla popolazione di Tenochtititlán all’arrivo dei conquistadores si è speculato molto. Il libri degli storici spagnoli del tempo riportano che in città vi erano dai 60.000 ai 120.000 “fuochi”, cioè focolari, ovvero unità abitative.
Rimane però nel mistero quale fosse la reale popolazione di Tenochtitlán. Da alcuni libri dell’epoca, come la Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, di Bernal Diaz del Castillo, si evince che le famiglie erano molto numerose.
Se si considera che in ogni casa vivessero in media sette persone si può stimare che un totale circa 700.000 persone vivessero nella capitale degli Aztechi.
Altre stime, più prudenti, riportano il dato di 550.000 persone. Questo valore, di tutto rispetto per il XVI secolo, faceva comunque di Tenochtitlán la più popolosa città d’America e la terza del mondo, dopo le cinesi Pechino (700.000 ab.), e Hanghzou (600.000 ab.), distanziando notevolmente Istanbul (300.000 ab.) e Siviglia (250.000 ab.).
Il centro dell’attuale Città del Messico, detto Zocalò, corrisponde a quello che fu il centro di Tenochtitlán. Nel marzo del 1978 alcuni archeologi messicani hanno trovato evidenze di quello che fu il cosiddetto Teocalli, una piramide alta 30 metri che aveva una base di 100x80 metri, nella cui sommità vi erano due santuari: Tlaloc (Dio della pioggia e dell’abbondanza), e Uitzilopochtli (Dio del Sole e della guerra).
Ai lati del Teocalli si ergevano due collegi-monasteri, detti Calmecac, che servivano come abitazioni per i sommi sacerdoti. Di fronte al Teocalli si ergeva il santuario del Dio del vento Ehcatl, una costruzione conica situata su una base di quattro gradoni. Tra quest’ultimo santuario e la muraglia che separava il centro cerimoniale (detto Coatepantli), dalla città, vi era un patio, detto Tlachtli, utilizzato per il gioco della pelota, al quale si attribuiva un significato cosmologico (la palla rappresentava il Sole). All’interno del centro cerimoniale vi erano inoltre depositi d’armi, terme per bagni rituali, un’accademia di musica e abitazioni utilizzate da nobili che arrivavano per pellegrinaggi. Vi era inoltre un luogo macabro: Nel cosiddetto Tzompantli si esponevano i crani delle vittime che erano state sacrificate.
Il palazzo del sovrano si trovava invece al di fuori del centro cerimoniale, nelle sue immediate vicinanze. La residenza di Montezuma II, il re degli Aztechi al tempo dell’arrivo di Hernan Cortes, era sontuosa.
Era una costruzione di due piani, con ampi giardini interni, dove abbondavano le piante esotiche, eleganti cigni nuotavano negli stagni artificiali e numerosi uccelli multicolori cinguettavano nelle voliere.
Henan Cortes e i suoi uomini rimasero stupiti quando Montezuma II, peccando d’ingenuità, li invitò a risiedere all’interno del palazzo.
Ecco una descrizione del conquistador spagnolo della capitale degli Aztechi, tratta dalla Segunda Carta de Relación al Emperador Carlos V (1522):

Il giorno seguente al mio arrivo alla cibdade di Iztapalapa, decisi di partire e dopo aver camminato circa mezza lega, entrai in una strada ampia che attraversa la laguna fino ad arrivare alla gran cibdade di Temixtitlán, (Tenochtitlán), che è fondata nel bel mezzo di codesto lago; la strada che percorremmo era così larga che avrebbero potuto avanzarvi otto cavalli uno a fianco dell’altro…
E così seguendo codesta strada a circa mezza lega dall’entrare nella città di Temixtitlán, vi si unisce un'altra strada che la connette alla terra ferma, e proprio ivi vi è un castello con doppio torrione, un alta muraglia e due entrate principali, una per entrare e una per uscire. A pochi passi vi è un ponte di legno largo circa dieci passi…attraversato detto ponte ci venne a ricevere il Signore Monteczuma con altre dugento Signorie…
Questa gran cibdade di Temixtitlan è fondata nel centro di questo lago e dalla terra ferma fino a codesta cibdade trovansi due leghe da ogni parte si voglia entrare. Vi sono quattro entrate principali tutte raggiungibili con strade ampie, uguali a quella che ho descritto. Codesta cibdade è tanto grande come Siviglia e Cordova unite. Le strade principali di detta cibdade sono tanto larghe e diritte, e alcune sono percorse da canali dove vi sono moltitudini di canoe. In codesta cibdade vi sono molte piazze dove c’è un mercato continuo, e gente che vuole vendere e comprare. C’è pure una piazza tanto grande quanto la cibdade intera di Salamanca, in Castiglia, tutta circondata da portici, dove quotidianamente vi sono circa sessantamila persone comprando e vendendo…

Oltre ad un centro cerimoniale e politico di primaria importanza, Tenochtitlán era anche un polo commerciale attivissimo. Come descritto nella Carta de Relación, il mercato principale si trovava a Tlatelolco, dove vi erano circa 25.000 commercianti che vendevano alimenti (mais, fagioli, pomodori, cacao, patate dolci, sale, miele, tacchini e altri uccelli commestibili, pesce, crostacei, molluschi), tessuti, calzature, pelli di puma e giaguaro, utensili di pietra, ossidiana e rame, ceramica, tabacco, legno intagliato e altri oggetti d’artigianato, gioielli d’oro e giada.
Siccome non esisteva la moneta, ogni cosa doveva essere barattata, ma aveva sempre più seguito l’usanza di intercambiare oggetti con semi di cacao o fave. Era un primo rudimentale tentativo di utilizzare un bene come “moneta” ossia come mezzo di pagamento. Si generavano comunque numerose controversie e per questo vi erano vari vigilanti oltre a tre magistrati che, in caso di contestazione, emettevano una sentenza immediata.
Poiché l’acqua della laguna non poteva essere bevuta poiché era insalubre, il sovrano Montezuma I (1440-1469), fece costruire un acquedotto lungo 5 chilometri dalle fonti di Chapultepec.
In seguito all’aumento demografico l’acqua fresca e pulita iniziò a scarseggiare. L’imperatore Auitzotl (1486-1503), fece costruire un secondo acquedotto, lungo 8 chilometri, che trasportava acqua dalle alture di Coyoacán.
Tenochtitlán era una città lacustre che dipendeva dal lago Texcoco per l’approvvigionamento di pesce, crostacei e molluschi, ma le frequenti inondazioni, soprattutto durante la stagione delle piogge, sottoponevano la sua popolazione a dure prove. Montezuma I fece costruire, nel 1449, una grande diga, lunga ben 16 chilometri, con lo scopo di contenere le piene del lago Texcoco.
All’inizio del XVI secolo, quindi, Teonochtitlán era una città cosmopolita dove s’incrociavano diverse culture dell’altopiano messicano. Quale sarebbe stato lo sviluppo di tale metropoli del mondo antico se non vi fosse stato, nel 1519, il terribile impatto distruttore dei conquistatori spagnoli?

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

giovedì 10 giugno 2010

I geoglifi amazzonici, indizi di una civiltà sconosciuta



La colonizzazione europea della Rondonia e dell’Acre è relativamente recente. Il primo portoghese che esplorò la zona fu Antonio Raposo Tabares, nel 1650. Fu solo a partire dal 1770 però, che alcuni portoghesi s’istaurarono nell’area con la costruzione, nel 1776, del Forte Principe da Beira, sulle rive del Rio Guaporè.
L’attuale Stato della Rondonia rimase tuttavia abitato solo da gruppi d’indigeni isolati fino alla fine del secolo XIX quando l’esploratore Candido Rondon portò a termine alcune spedizioni nella zona. 
Lo Stato dell’Acre, che apparteneva alla Bolivia, fu acquisito dal Brasile solo nel 1903, e solo da allora iniziò una lenta colonizzazione. 
Dal punto di vista antropico, si sa che le tribù che vivevano nei territori di questi due Stati erano numerose e costituivano società complesse, delle quali però si sa molto poco.
Dagli studi di alcuni linguisti si evince che mentre nel Rio Juruà (Stato di Acre), vivevano tribù appartenenti al ceppo linguistico pano, nella conca del Rio Purus e del Rio Acre (Stato di Acre), vivevano indigeni appartenenti al ceppo linguistico arawak.
Siccome la grande maggioranza dei gruppi indigeni che vivevano nei bacini dei fiumi Madre de Dios, Beni, Mamorè e Guaporè (mi riferisco principalmente ai Moxos), facevano anch’essi parte della familia linguistica arawak, si può avanzare l’ipotesi di una certa continuità culturale, in un’area che va dal Rio Purus fino al Rio Mamorè e comprende anche parte dello Stato di Rondonia attigua al Rio Guaporè (la zona del Paititi storico). 
La conca del Rio Machado invece (affluente diretto del Rio Madeira), era abitata da indigeni d’idioma tupi guaranì.
Nella zona d’influenza arawak oggi appartenente al Brasile (Acre), sono stati individuati, a partire dal 1977, vari geoglifi, o grandi segni geometrici nella Terra, riconoscibili solo dal cielo. 
Il primo, circolare, di circa 100 metri di diametro, fu avvistato nel 1977. 
Il secondo avvistamento, sempre nell’Acre, avvenne nel 1985. Si trattava di un grande geoglifo quadrangolare, inserito all’interno di un geoglifo circolare. 
I geoglifi, siano essi il risultato di scavi (canali), o riempimenti (terrapieni), sono visibili anche nei dipartimenti boliviani di Pando e Beni e anche nello Stato brasiliano della Rondonia.
Nello Stato di Acre i geoglifi più significativi si trovano nella proprietà Jaco Sà (09º 57’39,9’’ Sud e 67º 29’ 43’’ Ovest), e nella proprietà Colorada (9º 52’ 15’’ Sud e 67º 31’ 55’’ Ovest). In questi siti vi sono geoglifi quadrangolari (lati di circa 150 metri) e circolari (diametro di circa 150 metri). 
Nello Stato di Acre vi sono altri geoglifi come quelli della proprietà Calazon da Silva (10º 01’ 18’’ Sud e 67º 30’ 23’’ Ovest), e Baixa Verde (10º 02’ 57’’ Sud e 67º 32’ 07’’ Ovest) entrambi quadrangolari. Nella zona dei geoglifi è stata trovata varia ceramica che è stata datata (col metodo del carbonio 14), al 1294 d.C.
Anche nella Rondonia sono stati individuati vari geoglifi. Nel mio recente viaggio in Brasile ho potuto studiare, insieme al ricercatore Joaquim Cunha da Silva, uno dei geoglifi da lui individuati nella zona di Nova Brasilandia. 
Si tratta di un geoglifo circolare del diametro di circa 200 metri, ubicato in una zona coltivata a mais. Parte del geoglifo è occultato nella foresta.
Vi sono poi altri geoglifi circolari in Rondonia, che si possono scorgere dall’alto nelle zone che sono state deforestate. Probabilmente vi sono ancora decine di geoglifi sconosciuti nascosti nella foresta sia in Acre che in Rondonia. 
L’ipotesi più accreditata sulla origine di questi geoglifi è che fossero antichi canali o terrapieni che delimitavano dei villaggi fortificati. Nelle cronache dei conquistatori infatti (per esempio Schnidel, del 1554), si descrissero villaggi difesi da alte palizzate di legno.
Se vi erano villaggi fortificati significa che i popoli che vi vivevano dovevano difendersi da invasori. L’espansione dei popoli d’idioma tupi-guaranì e pano in terre abitate da indigeni che parlavano arawak potrebbe spiegare in parte questa tesi. 
Questa teoria non spiega però i geoglifi doppi ovvero quelli costituiti da un circolo all’interno di un quadrato come quello della proprietà di Jaco Sà. Forse alcuni di questi geoglifi venivano creati per motivi rituali ovvero per rendere un tributo alla divinità come nel caso dei geoglifi di Nazca?

YURI LEVERATTO
Copyright 2012

venerdì 14 maggio 2010

L'origine degli Olmechi


Antiche popolazioni nomadi del neolitico trovarono dei luoghi fertili e dal clima temperato in alcuni luoghi del Messico centrale, e lungo la costa del Mar dei Caraibi. 
Intorno al 3000 a.C., questi gruppi di cacciatori e raccoglitori si trasformarono lentamente in agricoltori e le loro società passarono ad essere stanziali, con una crescente importanza nella divisione dei compiti e nell’importanza delle classi elitarie.
Nella zona del Messico centrale e della costa sul Mar dei Caraibi, quindi, si vennero a formare degli embrioni di villaggi, ognuno dei quali era governato da signori appartenenti alle classi alte, che avevano accesso alle innovazioni e soprattutto erano il tramite tra le Divinità e il popolo.
Da questi centri culturali le informazioni e le tradizioni (come per esempio il culto del giaguaro), si espansero sia a sud, nell’America meridionale, sia a nord nelle sconfinate praterie.
Le prime creazioni ceramiche messicane che hanno vincoli con questi centri culturali (Tlatilco, 700 a.C.), sono relazionati alla cultura Olmeca.
Sono statuine che rappresentano figure femminili, con corpi muscolosi e voluttuosi, che sembrano richiamare alla Dea Madre. Alte statuine simboleggiano l’uomo-giaguaro, e ricordano il totem, ricorrente anche nella cultura di San Agustin (Colombia meridionale), del felino-serpente.
Nella costa del Messico, nelle vicinanze di Veracruz e Tabasco e nella costa ad est di Tehuantepec, si sviluppò l’alta cultura Olmeca, ma si trovarono luoghi relazionati a questo popolo anche nelle alte terre messicane d’Oxaca, Guerriero e Puebla. Il loro periodo pre-classico va dal 1300 al 600 a.C.
Una caratteristica basica dello stile Olmeco, è la rappresentazione antropomorfa del giaguaro, l’uomo-felino, conosciuto anche come uomo-conoscenza. I legami con la cultura agostiniana del sud della Colombia sono talmente numerosi, che si arriva a pensare che le due civiltà avessero una matrice comune. L’agostiniana però si è sviluppata più tardi, e questo fa credere che gli antichi abitanti di San Agustin derivassero dagli Olmechi.
L’uomo felino degli Olmechi, si trasformerà successivamente nelle culture dei Maya e degli Aztechi, così come quelle delle Ande, in altri simbolismi, come quello del serpente-felino-uccello.
Le sculture Olmeche furono, innanzitutto, rappresentazioni di figure umane o uomo-felino in differenti posizioni.
Nel sito archeologico de La Venta, (in un’isola del Rio Tonalà, Tabasco), vi sono delle imponenti strutture megalitiche costruite con massi pesanti anche 40 tonnellate.
Nella piazza centrale di La Venta vi sono varie strutture enigmatiche: un cono d’argilla alto 33 metri, una piramide a gradoni, altari, piattaforme e alcune teste colossali, alte fino a 2 metri e pesanti oltre le oltre 30 tonnellate, che rappresentano individui di chiare fattezze negroidi, con il naso schiacciato, labbra sporgenti e occhi ovali, molto diverse da altre statue trovate in numerosi siti americani che riportano lineamenti amerindi, ricollegabili all’origine mongolide, con occhi a mandorla e zigomi pronunciati. In effetti anche nelle statue di San Agustin, vi sono rappresentati esseri umani con il naso schiacciato e le labbra pronunciate, rilevando l’origine africana o australoide.
Queste statue dalle caratteristiche negroidi si possono trovare anche in altri siti archeologici, come per esempio Cerro Nestepe, Tuxtla, San Lorenzo e Tres Zapotes, luoghi distanti anche 1600 chilometri l’uno dall’altro. In queste località sono state ritrovate altre statue e statuine, dalle fattezze mongoloidi e persino caucasodi, e tutto ciò fa pensare che la società Olmeca fosse multirazziale, anche se le classi dominanti devono essere state d’origine africana.
Nelle numerose colonne sepolcrali Olmeche, situate nei vari siti archeologici già citati, si possono trovare varie sculture in rilievo, impiegate come elementi architettonici ornamentali e descrittivi di scene narrative e simboliche.
Uno dei più affascinanti bassorilievi Olmechi fu incontrato su una parete di roccia nel sito di Chalcatingo (terza illustrazione in alto a destra). Alcuni fantasiosi appassionati di culture antiche lo hanno interpretato erroneamente come una capsula spaziale che emette delle fiamme dalla parte posteriore.
A mio parere invece, questa bellissima incisione non è altro che la rappresentazione di una caverna con al centro una figura umana seduta, circondata da segni che stanno a significare dei suoni, come di tuono. Nella parte alta della scultura invece, vi sono delle nubi che scaricano pioggia. Analizzando la somiglianza con altri petroglifi trovati nel Canyon del Rio Magdalena, vicino a San Agustin, si può giungere alla conclusione che il bassorilievo descriva l’azione mentale (rappresentata dalle cosiddette “fiamme” che scaturiscono dalla caverna), di un uomo-giaguaro (o sciamano), per provocare la pioggia.
Un’altra magnifica scultura Olmeca rappresenta un atleta seduto e dotato di barba (abbastanza inusuale tra popoli d’origine africana e asiatica). La figura plastica che suggerisce il movimento, la proporzione perfetta e l’espressione del volto, la situano tra le più grandi opere di tutti i tempi (quinta illustrazione in alto a destra).
Nella cultura Olmeca era diffuso il commercio. Si pensa che i tre centri abitati più attivi, chiamati oggi La Venta, San Lorenzo e Laguna de Los Cerros intercambiassero vari prodotti. Il villaggio di La Venta era ricco di cacao, caucciù e sale. Presso Laguna de Los Cerros vi erano delle cave di pietre utilizzate per le sculture, mentre San Lorenzo, essendo situata in pianura vicino a dei fiumi, poteva produrre mais, patate, pomodori e pesce. Durante il periodo finale degli Olmechi, si sviluppò anche il centro di Tres Zapotes.
Nel 1925 i ricercatori Frans Bloom e George Lafarge scoprirono nella zona de La Venta un blocco di pietra lungo circa 2 metri, semisepolto. Poi trovarono una piramide di 25 metri d’altezza e quindi una testa colossale, la seconda in ordine cronologico dopo la prima, che fu trovata nel 1862, a Tuxtla. Nel blocco di pietra vi era un bassorilievo raffigurante un uomo, insieme ad altri segni di difficile interpretazione.
Nella zona del La Venta fu scoperta successivamente un’altra pietra, chiamata piedra de Veracruz, o bloque de Cascajal, (seconda illustrazione in alto a destra), che fu studiata a partire dal 1999. Nella pietra, che misura 21x36 centimetri (con uno spessore di 13 cm), vi sono un totale di 62 iscrizioni e simboli non identificati.
Gli archeologi Ponciano Ortiz Ceballos e Rodríguez Martínez, sostengono che le iscrizioni potrebbero essere la base di un sistema di scrittura Olmeca, usato per comunicare i tributi che dovevano essere pagati da gruppi di tribù soggiogate. In base ad altri materiali ritrovati nelle vicinanze della pietra, come giada e ceramica, si stima che il bloque de Cascajal sia antico almeno 2900 anni, risalendo, pertanto, al IX secolo prima di Cristo.
Il sistema di scrittura conosciuto come Epi-Olmeca, o istmiano, invece, riferito ai ritrovamenti nell’istmo di Tehuantepec (Tuxtla e La Mojarra), sembra sia successivo al periodo Olmeco e da collegarsi con l’origine delle scritture di Izapa e Maya.
Alcune reperti archeologici, inoltre, come petroglifi e bassorilievi, fanno pensare che gli Olmechi avessero sviluppato un calendario solare, che divideva l’anno in 365 giorni.
Quale fu l’origine degli Olmechi?
La parola Olmeca (introdotta da archeologi nel XX secolo), deriva dalla lingua nahuatl: Olli (caucciù) e Mecatl (gente), ovvero gente del caucciù, materiale usato per il gioco della pelota. Probabilmente gli Aztechi lo usavano per riferirsi in generale ai popoli che occupavano la regione dell’istmo di Tehuantepec.
Secondo alcune ipotesi, gli Olmechi deriverebbero da popoli di origine australo-melanesiana, che attraversarono l'Oceano Pacifico in epoche remote, mischiandosi poi con i popoli di discendenza asiatico-siberiana.
Nella fase finale della cultura Olmeca, databile dal 600 al 100 a.C. si nota, nelle creazioni artistiche, una crescente influenza degli stili di Teotihuacan e dei Maya.
La cultura Olmeca cessò di esistere verso il 100 a.C., per ragioni sconosciute.
A mio parere, allo stesso modo della cultura Maya, una delle cause potrebbe essere la sterilità dei suoli e la mancanza d’altre terre adatte allo sfruttamento agricolo.
Le tecniche agricole di rotazione delle colture, infatti, non erano ancora pienamente conosciute e se una zona s’inaridiva, diventando improduttiva, era molto facile che si scivolasse rapidamente verso periodi d’instabilità sociale, carestie ed epidemie.
Siccome le altre terre messicane erano già occupate da diverse culture (Teotihuacan, ed embrioni dei popoli Maya e Monte Alban), alcuni sopravvissuti Olmechi, potrebbero essere migrati verso sud, attraversando lo stretto di Panama e stabilendosi nel sud dell’attuale Colombia, dando origine alla cultura che oggi conosciamo come San Agustin. Probabilmente però questi superstiti, non appartenendo alle classi alte Olmeche, che dominavano la scrittura, ne persero il conoscimento, mantenendo vivo però il culto del giaguaro, come si vede nelle meravigliose statue a San Agustin.
Altri, invece, forse appartenenti all’elite, si mischiarono con i popoli vicini, dando origine ad altre culture, come quella Teotihuaneca e Maya, tramandando le conoscenze della scrittura e del calendario.

YURI LEVERATTO
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giovedì 22 aprile 2010

L'antica scrittura dei Maya


Il primo europeo che si trovò al cospetto delle vestigia della civiltà Maya fu l’andaluso Francisco Hernandez de Cordoba, in una spedizione del 1517. Lo scopo dell’esplorazione della terraferma centroamericana era imprigionare indigeni e impiegarli poi come schiavi nei terreni agricoli e nelle miniere di Cuba.
Gli avventurieri salparono da Cuba l’otto febbraio 1517 con due caravelle e un brigantino. Dopo circa venti giorni di navigazione, avvistarono terra nella costa dello Yucatan.
Gli invasori, stupefatti, videro delle case di pietra e si resero conto di essere al cospetto di una cultura avanzata. Il villaggio fu detto Gran Cairo, seguendo una tradizione medievale che vedeva come musulmana ogni civiltà non cristiana. Quella terra veniva però denominata Catoch dai gruppi tribali, che significava le nostre case. Un fraintendimento originò invece la parola Yucatan, in quanto sembra che, al tentativo di comunicare degli stranieri, i nativi rispondessero con il fonema Yu-ca-tan, che significava non capisco. Francisco Hernandez de Cordoba non aveva la minima idea che quei gruppi tribali fossero lontani discendenti del popolo Maya, una delle massime civilizzazioni dell’America precolombiana.
Nei giorni successivi, quando gli europei si addentrarono nell’interno, ci fu una violenta battaglia. Il cacique del Gran Cairo aveva preparato un’imboscata ed era convinto di annientare gli invasori. Ma gli stranieri non si fecero prendere di sprovvista e, armati di archibugi e balestre, riuscirono ad avere la meglio. Durante la battaglia, furono presi prigionieri due nativi, Julianillo e Melchorejo, poi battezzati e utilizzati come interpreti in altre spedizioni.
Mentre infuriava lo scontro, il cappellano dell’impresa si inoltrò nell’interno, e fu il primo a vedere alcuni centri religiosi Maya. Trovò pezzi d’oro e rame, poi riuscì a tornare avventurosamente alle navi. Gli esploratori costeggiarono quindi la penisola dello Yucatan, e vennero in contatto con altri popoli in un villaggio detto Campeche. Furono accolti pacificamente e vennero mostrati loro templi e sacerdoti che vestivano tuniche bianche, i cui capelli erano impregnati di sangue. Da questo particolare si venne a conoscenza che quelle tribù erano dedite ai sacrifici umani.
Durante le successive spedizioni i conquistadores trovarono, in alcuni templi, vari libri antichi, preziose testimonianze di un lontano passato. Purtroppo siccome secondo loro, i libri Maya erano impregnati di superstizioni e rappresentavano un ostacolo per la conquista e l’evangelizzazione di quelle terre, decisero di bruciarli tutti. A titolo di esempio si riporta una frase del vescovo Diego de Landa:
Trovammo molti libri antichi e siccome tutto ciò che contenevano era pieno di superstizioni
e degli inganni del diavolo, li bruciammo tutti, mentre i nativi cercavano di fermarci.
Per fortuna il vescovo prima di dare alle fiamme i manoscritti ne fece analizzare alcuni e riportò poi nei suoi appunti la sua teoria per decifrare quegli strani segni che vi erano contenuti (rivelatasi poi quasi esatta).
I membri della nobiltà Maya, furono rieducati nei monasteri e gli si proibì l’uso della vecchia scrittura. Nelle zone più isolate dell’interno, però si continuò ad utilizzare la scrittura Maya fino al 1697, quando il francescano Andres Avedano de Loyola giunse fino alla cittadella di Noj Peten.
Solo quattro libri Maya scapparono al fuoco bieco e devastatore dei feroci e ottusi conquistadores, e furono inviati alla corte degli Asburgo come regali esotici. Uno di essi giunse a Dresda e fu poi studiato, verso la fine del XVIII secolo dal naturalista prussiano Alexander Von Humboldt che lo riprodusse parzialmente, chiamandolo Codice di Dresda, nel suo libro Viaggio alle cordigliere. Negli ultimi anni del XIX secolo, il bibliotecario Ernst Forstemann studiò a fondo il Codice di Dresda e riuscì a decifrare il sistema aritmetico e il calendario Maya. Forstemann riuscì a dimostrare che i Maya utilizzavano un sistema di numerazione vigesimale, davano grande importanza allo zero e contavano il tempo a partire da un giorno remoto del IV millennio prima di Cristo. Inoltre provò che gli strani segni geroglifici che apparivano nei monumenti e nelle piramidi sommerse dalla vegetazione nella giungla mesoamericana, coincidevano con quelli trovati nel Codice di Dresda, e che, per leggerli bisognava procedere da sinistra a destra e dall’alto in basso a gruppi di due colonne.
Con lo scopo di ampliare l’oggetto di studio, verso la fine del XIX secolo i due ricercatori di frontiera A.P. Maudslay e T. Maler s’inoltrarono nella selva del Messico meridionale e fotografarono varie steli Maya nelle quali furono scolpiti in bassorilievo vari geroglifici antichi. I loro risultati furono sorprendenti, poiché vennero catalogati molti siti archeologici finora sconosciuti. Gli studi seguenti però, non portarono a grandi risultati sebbene poterono essere approfonditi i sistemi di calcolo Maya che portarono al calendario e al computo del tempo.
Un significativo passo in avanti nella decifrazione dei geroglifici Maya lo fece la storica dell’arte Tatiana Proskouriakoff (1909-1985). Nei suoi studi, si rese conto che alcune steli scolpite si alternavano con un intervallo pari a una generazione. Fu in grado di riconoscere alcuni simboli e a dar loro il significato di nascita, incoronazione, morte. Inoltre riconobbe alcuni segni usati per nominare alcuni re e principi del passato. Anche l’archeologo tedesco Heinrich Berlin dimostrò che, nella maggioranza dei casi, questi segni stavano a significare fatti storici che descrivevano la situazione politica e militare del tempo. Inoltre furono scoperti alcuni segni detti emblema, che si riferivano a città o villaggi.
A questo punto ancora non si era giunti a comprendere se i segni scolpiti nelle steli Maya o scritti nei quattro manoscritti conservati, corrispondevano a dei suoni gutturali concreti. Alcuni studiosi, sbagliando, avanzarono l’ipotesi che i glifi Maya fossero semplicemente dei pittogrammi, che richiamavano un’idea, ma non dei geroglifici facenti parte di una vera lingua.
L’archeologo e linguista Yuri Knorozov (1922-1999), cambiò radicalmente l’approccio allo studio dell’idioma Maya. Knorozov, che nel 1945 era un soldato dell’armata rossa, entrò a Berlino durante l’avanzata sovietica. Nelle vicinanze della biblioteca del Reich, trovò alcune casse piene di libri polverosi. Tra di essi vi era l’originale descrizione di Diego de Landa e le riproduzioni di tre dei quattro libri che erano stati spediti in Europa nel lontano XVI secolo. Quando, dopo la guerra, Knorozov riprese gli studi, si laureò con una tesi sul manoscritto di Landa, importante fonte di conoscenza sulla vita dei discendenti degli antichi Maya, prima dell’arrivo dei conquistadores. Nello scritto di Landa si sosteneva che i segni Maya corrispondessero a dei fonemi. Probabilmente Landa, prima di bruciare la maggioranza dei libri trovati chiese ai sacerdoti di leggere i segni, per lui incomprensibili, disegnati nei libri. Questi simboli erano in relazione pertanto, con dei suoni. Knorozov però, sapendo che i segni Maya erano circa 800, si rese conto che non potevano avere attinenza con i suoni dell’alfabeto latino (a, b, c, d etc.). D’altra parte i glifi Maya non potevano neppure essere caratteri ideografici come l’alfabeto cinese, in quanto nessuna lingua dispone di solo 800 parole.
Il numero 800 era stranamente simile a quello di altre scritture del passato: i Sumeri utilizzavano 600 caratteri per la loro grafia cuneiforme, mentre gli Ittiti ne usavano 497. Queste ultime due scritture alternavano il sistema sillabico con il logogrammico. Mentre per alcuni studiosi era impensabile che i Maya utilizzassero un sistema di scrittura simile a quello in uso presso antiche civiltà del Medio Oriente, Knozorov riuscì a dimostrare l’esistenza di caratteri sillabici. Si basò sul fatto che in alcuni manoscritti vi erano dei geroglifici corrispondenti alle rappresentazioni pittoriche. Per esempio vicino al disegno di un tacchino vi erano due simboli. Uno era la q dell’alfabeto di Landa. Siccome il tacchino veniva chiamato kutz in Maya antico, Knozorov ne dedusse che il secondo segno corrispondeva a tz.
Allo stesso modo la parola “cane” veniva tradotta tzul in Maya antico. Vicino al pittogramma di un cane sono stati trovati due segni: uno appunto corrisponde al tz e l’altro identificato come ul.
Basandosi su questo sistema Knozorov riuscì a scoprire molti segni sillabici. A partire dal 1960 i suoi studi furono riconosciuti mondialmente, e la scrittura Maya, fu chiamata logosillabica o mista. Attualmente sono stati decifrati circa 300 degli 800 segni Maya.
Secondo alcuni studiosi, questo idioma non si originò per facilitare le transazioni commerciali, ma semplicemente per legittimare il potere dei re, che si equiparavano agli Dei. I letterati, sacerdoti e scribi, generalmente vivevano a corte, e avevano il compito di raccontare, in forma scritta i fatti del regno. Siccome i manoscritti e le steli stuccate descrivevano principalmente i fatti della nobiltà e dei re, e non della vita quotidiana del popolo, è quasi certo che la scrittura Maya fosse destinata solo alle classi alte.
Secondo alcuni studiosi l’idioma Maya si originò da lingue pre-esistenti nell’area centro-americana, come la scrittura Epi-Olmeca, o Istmiana (dell’istmo de Tehuantepec). Si giunse a questa conclusione in seguito alla comparazione di decine di simboli che risultarono essere molto simili.
Bisogna ricordare che lo studio della enigmatica scrittura Maya non è interessante solo per gli specialisti. Le etnie Maya ancora oggi esistenti in Messico e Guatemala la considerano la scrittura dei loro antenati, e il suo studio e decifrazione ha contribuito a ridare loro identità e orgoglio.

YURI LEVERATTO
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giovedì 18 marzo 2010

L'oro dei Quimbaya


Il conquistatore della zona abitata dagli indigeni Quimbaya fu Jorge Robledo, uno dei luogotenenti di Sebastian de Belalcazar, governatore di Popayan e fondatore di Santiago de Cali.
Nel 1539 Robledo partì dal villaggio di Cali, al comando di una truppa di circa cento spagnoli e vari schiavi indigeni, e si spinse verso nord, costeggiando il fiume Cauca. Dopo aver fondato il villaggio di Anserma, venne in contatto con Cananao, il cacique degli Irras. Da quest’ultimo ricevette un vaso d’oro come regalo e in segno di sottomissione e accoglienza. Gli spagnoli incutevano terrore sugli indigeni, soprattutto per quelle strane canne di ferro lucenti che potevano dare la morte da lontano, gli archibugi, ma anche per le spade di ferro e per quei bizzarri animali, i cavalli, sconosciuti nel Nuovo Mondo. Gli fu detto che quel vaso era stato lavorato dai Quimbaya, tribù di autoctoni fino ad allora completamente sconosciuta.
Inizialmente però Robledo non si diresse subito nel territorio dei Quimbaya, situato più a nord. Dopo aver attraversato il Cauca sottomise con la forza alcune tribù bellicose di Picaras, Pozos e Pancoras. Quindi si diresse decisamente verso la zona abitata dai Quimbaya, corrispondente agli attuali dipartimenti colombiani di Caldas, Risaralda, Quindìo e parte del Valle del Cauca.
L’entrata di Robledo nel regno dei Quimbaya fu pacifica. I nativi, che si dimostrarono mansueti, non si rendevano conto che Robledo era arrivato per conquistare e appropriarsi indebitamente delle loro terre e del loro oro.
Dallo studio del libro Noticias historiales de las conquistas de Tierra Firme en las Indias Occidentales di Frate Pedro Simon, risalente al 1626, si evince che i Quimbaya ammiravano il capitano Robledo, e lo consideravano un semi-dio. Gli regalavano monili d’oro finemente lavorati, cibo e tessuti sgargianti in segno di rispetto e sottomissione. E’ probabile che già sapessero quanto erano potenti le armi da fuoco, in seguito ai racconti di altri autoctoni. Nei mesi successivi gran parte del territorio dei Quimbaya fu saccheggiato e molte tombe furono profanate con il fine di prelevare i monili d’oro. Il 9 agosto 1540 fu fondato il villaggio di Cartago. Successivamente, nel 1542 vi furono delle rivolte indigene, presto soffocate nel sangue.
Le turpi razzie di tombe Quimbaya non portarono fortuna al capitano Jorge Robledo. Verso la fine del 1542 viaggiò verso la costa di Urabà con il fine di imbarcarsi per la Spagna e reclamare il governo delle terre da lui conquistate e depredate. Il governatore di Cartagena Pedro de Heredia però, accusandolo di voler usurpare le sue terre, lo incarcerò e lo inviò in Spagna per essere sottoposto a processo. In Spagna Robledo riuscì a dimostrare l’infondatezza di quelle accuse e ottenne il titolo di Mariscal (giudice dell’esercito).
Nel suo ritorno nel Nuovo Mondo, ripercorse le terre dei Quimbaya e i villaggi da lui fondati di Anserma e Cartago. Siccome reclamava il governo di dette terre, venne in disputa con Sebastian de Belalcazar, che, nel 1546, ordinò di giustiziarlo. Jorge Robledo morì nell’ottobre del 1546 ucciso con la terribile garrota.
In appena un ventennio dall’arrivo degli europei la popolazione dei Quimbaya era crollata del 60%. I virus trasportati inconsapevolmente dagli spagnoli, del vaiolo, morbillo, varicella, ma anche la semplice influenza, decimarono sistematicamente i Quimbaya, che non avevano sufficienti anticorpi per controbattere le malattie tipiche del vecchio continente. Durante il secolo successivo tutti i Quimbaya si estinsero o s’incrociarono con altre etnie. La loro cultura insieme alla loro lingua, si persero nell’oblio.
Fino ad oggi si sa molto poco sulla vera origine dei Quimbaya. Da alcune prove documentali si evince che i Quimbaya parlavano una lingua del ceppo Caribe, e pertanto si può concludere che la loro antica origine sia stata l’Amazzonia. Come e quando si sia svolta questa migrazione resta a tutt’oggi un mistero non facilmente risolvibile. Purtroppo, la mancanza di seri studi archeologici hanno reso difficile la ricostruzione dell’enigma della loro vita e dei loro usi e costumi. Per fortuna sono stati ritrovati e recuperati centinaia di monili d’oro Quimbaya, visibili oggi al museo dell’oro di Santafé de Bogotà, dai quali possiamo ricostruire parte della loro esistenza.
Si sa che la cultura Quimbaya ebbe inizio intorno al 300 d.C. ed ebbe il suo periodo classico intorno alla fine del primo millennio dopo Cristo, raggiungendo i massimi livelli di qualità nella gioielleria, forse nemmeno oggi superati.
Si sa che la società Quimbaya era governata da cacique (l’ultimo fu Tacurumbì), che si situavano al vertice politico e religioso di un insieme di ben 60.000 persone.
La popolazione era sedentaria e si dedicava all’agricoltura (mais, patate, manioca, avocado, guanabana), all’artigianato (ceramica), alla creazione di tessuti e vestiti di cotone e alla gioielleria (oro e oro-rame, amalgama detta tumbaga). Per fortuna sono stati recuperate collane, pettorali, ciondoli, braccialetti, molti di essi lavorati a spirale, per simboleggiare il mondo dell’espansione e della contrazione, sinonimo anche di respirazione e quindi di soffio vitale, anima. Uno dei pezzi artistici più affascinati è il poporo d’oro (nella foto), recipiente dove veniva tenuta della pietra in polvere detta cal, da mischiarsi con la foglia di coca, per dare l’effetto di togliere la fame, la sete e dare più forza. Di solito questi recipienti venivano accompagnati da un lungo bastoncino, anch’esso d’oro, che serviva per tirare fuori la pietra polverizzata e portarla alla bocca.
Di solito i poporo d’oro sono decorati con figure femminili, a volte in evidente stato di gestazione. Queste rappresentazioni fanno credere a una società matrilineare, dove le donne avevano grande importanza (oggi la società Wayúu della Colombia settentrionale è matriarcale). Alcuni poporo hanno l’apertura superiore divisa da quattro sfere perfette. Alcuni hanno suggerito che questi ornamenti rappresentino il concetto quaternario della divisione del mondo (acqua, aria, terra e fuoco) comune anche a molte altre etnie.
Anche nell’arte ceramica i Quimbaya si distinsero e crearono uno stile particolare. Nella zona settentrionale del loro territorio si sono trovati vasi monocromatici spesso neri o color caffè. Nella regione occidentale sono stati recuperati vasi dipinti di rosso e decorati con forme geometrico astratte. Nelle terre oggi corrispondenti al Quindìo sono stati dissotterrati vasi adornati da simboli totemici come l’uccello (metafora del Sole), rane (immagine della fertilità), frutta (mondo terreno o medio), serpenti (allegoria dell’inframondo o mondo delle tenebre). Molto belli sono anche i vasi doppi, uniti da una specie di maniglia. Al versare il liquido contenuto, viene prodotto un suono particolare. Questa unione oggetto-suono musicale è relazionata ad un’antica tradizione andina che cerca di connettere la musica con l’elemento liquido per accompagnare vari rituali propiziatori.
Si è discusso a lungo se i Quimbaya fossero cannibali. In realtà si può dedurre da alcuni testi antichi che prima di andare alla guerra i cacique Quimbaya sacrificassero uno schiavo e ne bevessero il sangue, dovo averne divorate le carni. Questi riti erano molto rari e avevano un valore rituale. Secondo le loro credenze, così facendo si appropriavano del potere insito nella persona sacrificata e, pertanto, ottenevano più forza.
Uno degli eventi più importanti nella società Quimbaya era la sepoltura di un cacique. Di solito il corpo veniva interrato insieme a dei monili d’oro e a degli oggetti personali del capo indigeno. Purtroppo la maggioranza delle tombe fu saccheggiata spudoratamente dai conquistadores che cancellarono la possibilità di conoscere più a fondo questa stupefacente etnia.

YURI LEVERATTO
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