venerdì 19 novembre 2010

La fauna del Rio delle Amazzoni


Oggigiorno il bacino amazzonico non è più uguale a quello di cento anni fa. Il flusso d’imbarcazioni, battelli e anche navi di stazza considerevole (fino al porto fluviale d’Iquitos), è aumentato a dismisura, soprattutto negli ultimi 20 anni. 
Ancora oggi si possono osservare delfini lungo tutto il corso del Rio delle Amazzoni, ma la presenza d’animali più rari, come coccodrilli, caimani, lamantini e anaconda è limitata alle zone più inaccessibili, ancora totalmente incontaminate. 
Mi riferisco al fiume Madre de Dios, al Manu, all’alto Javarì, alle sorgenti del Purùs e del Juruà, allo Iaco, al Tapiche, alle conche del Caquetà e del Putumayo, ma anche allo stesso Ucayali (braccio principale del Rio delle Amazzoni, in Perù). 
Nello sconfinato sistema fluviale amazzonico c’è una grande differenza tra i fiumi che scorrono in terreni molli e fangosi e quelli che percorrono terreni duri. Le acque dei primi sono marroni e limacciose, come per esempio quelle dello stesso Rio delle Amazzoni, mentre quelle dei secondi sono azzurre, più pulite, come per esempio il Rio Negro, ma anche il Tapajos, che sbocca nel Rio delle Amazzoni presso la città di Santarem.
I pesci, le cui specie in Amazzonia sono circa 2000 (più dell’intero Oceano Atlantico), sono i grandi signori del Rio delle Amazzoni, e, anche se la loro sopravvivenza è minacciata dalla presenza invasiva dell’uomo e delle sue imbarcazioni, a tutt’oggi il grande fiume e i suoi affluenti sono ancora il vero e unico paradiso della bio-diversità.
Il pesce più diffuso in tutto il bacino amazzonico è l’Arapaima Gigas (detto Pirarucù in Brasile e Paiche nei paesi di lingua spagnola). 
E’ un pesce lungo circa 3 metri, appartenente alla famiglia degli Osteoglossidi, pesante fino a 140 chilogrammi. Ha un aspetto simile al luccio, con la labbra sporgenti e affilate. Le squame, di color verde, hanno il bordo rossiccio nella zona caudale. Il Pirarucù è di vitale importanza per l’economia amazzonica. La sua carne, tagliata a strisce, viene seccata e conservata per lungo tempo. Purtroppo in alcune zone del Rio delle Amazzoni, questo pesce viene pescato anche quando è in fase riproduttiva e pertanto la sua stessa sopravvivenza in alcune aree viene minacciata. 
In tutti i fiumi amazzonici si trovano abbondanti i pesci gatto, di tutte le forme, tipi, misure e colorazioni. Il più piccolo di quest’ultimi è il Candirù, appartenente alla famiglia dei Tricomicteridi. Questo pesce, non più lungo di 6 centimetri, viene definito “parassita”, perché a volte s’introduce negli orifizi delle persone che decidono allegramente di farsi un bagno, e, poiché possiede delle spine orientate verso l’indietro, liberarsene è un operazione molto complessa. 
In Colombia, negli affluenti del Caquetà e del Putumayo, c’è un pesce gatto particolare, detto “marciatore”. La sua bocca possiede una ventosa, che gli permette di aderire alle pareti. Inoltre le pinne ventrali sono dotate di piccoli dentini che gli impediscono di scivolare. In questo modo può inerpicarsi sulle pareti viscide di cascate e rapide, quasi fosse una via di mezzo tra anfibio e pesce. 
La fauna ittica amazzonica non finisce di stupire: il Pacu, chiamato wataw dagli autoctoni Wayanas è l’unico pesce al mondo che si ciba di frutta caduta nei fiumi dagli alberi; il pesce dai quattr’occhi 
(Anableps tetrophthalmus), ha gli occhi divisi in quattro parti strutturate diversamente, in modo che, nuotando presso la superficie, con le estremità superiori dei suoi occhi osserva ciò che accade fuori dall’acqua, mentre con le parti inferiori scruta il fondale, attento a quello che succede sott’acqua.
Probabilmente i pesci più famosi e più temuti del bacino amazzonico sono i Piranha (pronuncia: piragna). Anche se la loro fama è spaventosa, si racconta infatti che se annusano l’odore del sangue sono in grado di spolpare una vacca in pochi minuti, in realtà la loro pericolosità è parzialmente esagerata. Questi pesci, la cui funzione, importantissima, è quella di ripulire le carcasse d’animali morti che potrebbero portare epidemie, sono pericolosi solo in determinate condizioni, per esempio l’eccessiva popolazione o la scarsità d’alimenti. Io stesso ho visto gruppi di bambini nell’abitato di Pevas (dipartimento di Loreto, Perù), che facevano il bagno tranquilli, non lontano da alcuni pescatori che stavano appunto catturando dei Piranha.
Un altro pesce aggressivo del bacino amazzonico è l’Aimara (Hoplias Macrophtalmus). E’ poco conosciuto ma temutissimo. Al minimo rumore si getta indemoniato sulla preda, che divora voracemente. 
Uno dei pesci più straordinari dell’intera conca amazzonica è l’elettroforo (nella foto in alto a sinistra), lungo fino a due metri e pesante circa 100 chili, della famiglia dei Gimnotidi (Electrophorus electricus). 
Questo pesce è una meraviglia della natura, per molte ragioni. Innanzitutto è in grado di nuotare, mediante particolari ondulazioni della coda, avanti, indietro, verso l’alto e verso il basso. Siccome frequenta acque poco ossigenate ha sviluppato la possibilità di ricavare ossigeno direttamente dall’atmosfera, invece di servirsi di quello disciolto nell’acqua. Sono organi respiratori ausiliari, ma non è chiaro se questa possibilità si sia evoluta nel tempo o sia un retaggio di forme primitive di pesci simili ad anfibi. Ogni quindici minuti l’elettroforo sale alla superficie dell’acqua per prendere una boccata d’aria. 
Questo pesce possiede due organi elettrici, situati ai lati del corpo, ognuno dei quali è formato da tre tipi d’apparati che emettono scariche di diverso tipo. I cosiddetti organi di Sachs lanciano da venti a trenta impulsi al secondo quando il pesce si muove, e fungono come un sonar simile a quello utilizzato dai pipistrelli, poiché gli impulsi rimbalzano su qualsiasi oggetto circostante e sono captati da alcune fossette presenti sulla testa. Questo sistema permette all’elettroforo di localizzare le prede, pesci piccoli e rane; probabilmente si è sviluppato nel corso dei milioni di anni proprio perché, pur non essendo del tutto cieco, vede poco e vive in acque limacciose e torbide. Una volta che la preda è localizzata, viene intontita o uccisa con una potente scarica elettrica, e quindi divorata. Nel corso di studi di alcuni esperti sono state rilevate scariche di 650 volt, che potrebbero uccidere un essere umano. In effetti alcune morti misteriose di varie persone che facevano il bagno nei fiumi amazzonici sembra siano attribuibili alla presenza silenziosa, ma terribile, dell’elettroforo.
Un altro pesce pericoloso presente nei fiumi amazzonici è la razza d’acqua dolce (Potamotrygon). Questa razza, che può pesare 20 chili e misurare 60 centimetri di lunghezza, si mimetizza sul fondo dei fiumi ed è praticamente impossibile vederla, anche in acque chiare.
Possiede una spina dentata nella parte superiore della coda, non velenosa, ma affilata come una lama di coltello. 
Se nell’attraversare un fiume, come per esempio mi è successo varie volte nel Palotoa, presso il Madre de Dios, si calpesta accidentalmente una razza, questa può colpire. La ferita, profonda anche 10 centimetri, è pericolosissima perché può incancrenire velocemente.
Nel bacino del Rio delle Amazzoni vi sono anche varie specie di mammiferi adattatisi alla vita acquatica, fin dalla notte dei tempi. Sono i delfini e i lamantini, dei sirenidi lunghi fino a 4 metri.
Il delfino amazzonico, detto anche Inia o delfino rosato (Inia geoffrensis, boto per i brasiliani e bufeo nei paesi di lingua spagnola), ha un collo chiaramente delimitato, a differenza dei cetacei marini, e delle possenti mandibole utili per afferrare i pesci, che sono alla base della sua alimentazione. 
Più a monte delle cascate Teotonio, nel Rio Madeira, si trova una specie leggermente differente di Inia (Inia geoffrensis boliviensis). Proprio questa localizzazione, al di là di cascate non oltrepassabili da delfini provenienti dal mare, è indice della presenza arcaica di questo animale in Sud America, quando ancora gli stravolgimenti tettonici che hanno causato le Ande non erano avvenuti. 
L’Inia, lungo fino a 3 metri e pesante al massimo 200 chilogrammi, è quasi cieco e si serve di un sistema, chiamato ecolocalizzazione, per individuare gli ostacoli e le prede, nella grande maggioranza pesci, ma anche anfibi e persino tartarughe. 
Un altro mammifero amazzonico, è il manato o lamantino (trichecus inunguis), appartenente alla famiglia dei Trichechidi. Può pesare fino a 360 chilogrammi e si ciba esclusivamente di vegetali. 
Il manato è chiamato peixe-boi in Brasile, in quanto da lontano può sembrare una vacca di fiume.
Di solito vive in comunità, anche di 50 individui, ma la sua sopravvivenza è minacciata, in quanto in alcuni fiumi viene catturato per utilizzarne la carne e il grasso. 
L’alta umidità e la temperatura pressoché costante favoriscono la vita degli anfibi, che nel bacino amazzonico hanno trovato un autentico paradiso. Sono diffusissimi gli anuri, rane e rospi, alcuni di essi molto curiosi, altri pericolosissimi. 
La femmina di raganella marsupiale (gastrotheca), presenta una specie di marsupio sul dorso nel quale trasporta circa 50 uova, che costituiscono la covata. Nel marsupio, costantemente umido, i girini nascono e si sviluppano fino alla completa metamorfosi. 
Alcune rane sono pericolose e la loro colorazione brillante funge da segnale premonitore. Le più velenose, che appartengono al genere dendrobates, emettono sostanze nocive da ghiandole situate nella pelle, per cui solo sfiorandole si può rischiare grosso, specialmente se si hanno piccole ferite. 
L’ultima grande classe d’animali acquatici del grande bacino è rappresentata dai rettili. 
In vari fiumi si può notare la presenza simpatica di numerose tartarughe, la maggioranza delle quali appartengono alla specie podocnemis expansa o Arrau. Sono lunghe fino ad un metro e possono vivere oltre i cent’anni. 
Purtroppo questo animale, importantissimo per l’equilibrio ambientale dei fiumi, è fortemente minacciato, dalla caccia indiscriminata e irrispettosa. Nel mercato d’Iquitos si possono notare decine di corpi di tartarughe smembrate, pronte per essere vendute. Questo triste spettacolo deve essere fermato. E’ auspicabile un’opera di sensibilizzazione allo scopo di far cessare questo scempio per un animale che, a tutt’oggi, rischia l’estinzione.
In alcune zone di difficile accesso, come per esempio il Rio Manu nella conca del Madre de Dios, vi sono delle tartarughe arcaiche chiamate mata mata (chelus fimbriatus). Questo rettile, ha le mascelle deboli, prive di rivestimento corneo. Le prede non vengono masticate, ma inghiottite intere. Ha il collo allungato e, in caso di pericolo, nasconde la testa dentro il guscio piegando il collo lateralmente, una maniera di procedere particolarmente primitiva. 
In alcune zone del bacino amazzonico, in particolare in Colombia ed Equador vive il coccodrillo (crocodylus acutus), animale lungo fino a 5 metri e voracissimo. Purtroppo il suo numero è limitato, dovuto all’alto valore della sua pelle usata per borse e cinture. Molto più diffuso è il caimano, i cui occhietti rossi si distinguono di notte quando s’illuminano con una torcia. I caimani, lunghi dal metro e venti fino ai 5 metri, vivono catturando uccelli e piccoli mammiferi che uccidono trascinandoli sott’acqua. Vivono anche di pesci e serpenti e dimostrano una sorprendente agilità nel muoversi sulla terraferma. La specie più comune è il caimano dagli occhiali (caiman crocodilus), ma è diffuso anche lo Jacaré (caiman latirostris), purtroppo soggetto ad una caccia spietata. 
Il caimano ha solo due nemici a parte l’uomo: il giaguaro e l’anaconda. 
Mentre il giaguaro è il re dei cacciatori terrestri e l’arpia è la regina dei cieli amazzonici, l’anaconda è il terrore delle acque del grande bacino e se si ha la sfortuna d’incontrarla è meglio starne ben lontani. 
Il suo nome è un mistero, in quanto i nomi indigeni, yacu-mama, matatoro, aboma, differenziano molto da quello più usato. Questo grosso animale, il cui nome scientifico è eunectes murinus, appartenente alla famiglia dei boidi, può arrivare a misurare fino a 9 metri e pesare fino a 150 chili. 
Vi sono alcune leggende che raccontano d’anaconda immense lunghe fino a 20 metri. Lo stesso Percy Harrison Fawcett, il grande esploratore misteriosamente scomparso nel 1925 nella selva dello Xingù, riportò di averne misurato una di 20 metri ma di non essere stato in grado di ucciderla. 
E’ di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento di un enorme serpente preistorico, nel nord della Colombia, chiamato titanoboa, che misurava circa 13 metri e pesava una tonnellata. 
E’ possibile che alcuni di questi animali vivano ancora nelle zone di selva più inaccessibile, come il parco nazionale del Manu (conca del Madre de Dios) o le sorgenti del fiume Iaco (affluente del Purùs)? In effetti, i racconti di alcuni esploratori e ricercatori fanno credere che ciò sia possibile, ma fino a che non si prova la notizia, con foto e opportune misurazioni la prudenza è d’obbligo. 
L’anaconda comunque è un animale temibile. Si tiene costantemente vicino all’acqua o sommerso, vicino a stagni e zone di acqua tranquilla. 
Uccide le prede, costituite da piccoli mammiferi, come capibara e conigli, avvinghiandole e soffocandole e non, come erroneamente si dice, rompendone le ossa. Quindi le inghiotte, e la digestione può durare giorni, durante i quali, l’animale cade in una specie di tranche, ed è particolarmente vulnerabile a branchi di pecari e giaguari. Una volta terminata l’assimilazione delle sostanze caloriche e vitaminiche, l’anaconda può rimanere mesi senza mangiare. 
Come si vede la stupefacente fauna dei fiumi amazzonici non ha eguali in altre zone della Terra. Purtroppo è fortemente minacciata, e alcune di queste specie rischiano seriamente di estinguersi per sempre. 
E’ auspicabile la creazione di parchi fluviali protetti, nelle cui zone sia totalmente interdetta la pesca e ogni tipo di navigazione a motore. Inoltre servirebbe, a mio parere, un opera di sensibilizzazione sulle fasce di popolazione amazzoniche più giovani, perché comprendano l’importanza del rispetto totale della natura, senza il quale si arriverà inevitabilmente a perdere gran parte della bio-diversità del Rio delle Amazzoni e dei suoi innumerevoli affluenti, con enormi danni all’intero ecosistema terrestre.

YURI LEVERATTO
2009 Copyrights