giovedì 22 dicembre 2011

Santa Maria la Antigua del Darién, la più antica città fondata dagli Europei nella terraferma americana




Il destino delle città a volte è molto curioso. Alcune prosperano, principalmente a causa della loro vantaggiosa posizione geografica o perché sono favorite da flussi commerciali. Altre invece, entrano in declino e vengono abbandonate, per poi cadere totalmente nell’oblio ed essere quasi totalmente dimenticate dalle generazioni successive.
Uno degli avventurieri spagnoli più importanti del XVI secolo fu Vasco Nuñez de Balboa, che ebbe il merito di giungere per primo nell’Oceano Pacifico, dimostrando pertanto che la terraferma americana era distinta da quella asiatica. Balboa fu però anche il fondatore e sindaco della più antica città costruita dagli europei nella terraferma americana: Santa Maria la Antigua del Daríen.
Il Daríen è una regione istmica a cavallo degli attuali Stati di Colombia e Panama. Da una parte vi è l’Oceano Pacifico, mentre dall’altra vi è il golfo di Urabá, porzione di Mar dei Caraibi, dove sfocia il Rio Atrato.
Nel litorale orientale del golfo di Urabá il capitano Alonso de Ojeda aveva costruito, nel gennaio del 1510, un forte, che fu chiamato San Sebastian de Urabá. Presto però il nuovo avamposto fu attaccato dalle popolazioni vicine. Ojeda aveva gestito male i rapporti con gli indigeni, tentando di appropriarsi delle loro ricchezze e assoggettarli al suo dominio.
L’inquieto castigliano, visto che quel luogo non apportava particolari vantaggi, decise di tornare a Santo Domingo, affidandone il comando temporaneo al milite Francisco Pizarro, che in quegli anni era solo un diligente soldato, ignaro del destino che lo aspettava.
Alonso de Ojeda lasciò San Sebastian de Urabá, ordinando a Pizarro di mantenere la posizione per 50 giorni.
Intanto Vasco Nuñez de Balboa, dopo aver esplorato, nel 1500, l’attuale costa caraibica colombiana, aveva passato alcuni anni a Santo Domingo e si era indebitato.
Per fuggire ai suoi creditori s’imbarcò come clandestino su una nave comandata da Martin Fernandez de Enciso che partì da Santo Domingo per portare soccorsi nel villaggio di San Sebastian de Urabá. Balboa si nascose in un barile insieme al suo cane Leoncico.
Quando Fernadez de Enciso lo trovò, avrebbe voluto gettarlo a mare, ma rendendosi conto della sua esperienza come marinaio e pilota si convinse che era meglio tenerlo con sé.
La spedizione giunse a San Sebastian de Urabá, proprio quando Francisco Pizarro stava organizzandosi per partire, essendo trascorsi i 50 giorni di presidio che gli erano stati ordinati.
Il villaggio era continuamente attaccato dagli autoctoni, così si pensò, su consiglio di Balboa, di rifondarlo nel litorale occidentale del golfo di Urabá, nella regione denominata Daríen, dove la terra era più fertile e si credeva che vi abitassero popoli più mansueti. Ma non fu così.
Nel Daríen viveva il valoroso cacique Cemaco che guidava una forza organizzata di 500 combattenti armati di lance e frecce avvelenate. Presto si venne alle armi. Gli spagnoli avevano paura e offrirono voti alla Vergine de la Antigua, venerata a Siviglia.
La battaglia fu violentissima. Gli invasori ebbero la meglio, seppure con moltissime perdite. Più di 400 indigeni persero la vita. Cemaco riuscì però a scappare, ritirandosi nell’interno. Gli iberici saccheggiarono i villaggi attigui e uccisero molti combattenti indigeni, risparmiando le donne e i bambini. Furono razziati molti monili d’oro e pietre preziose.
Balboa decise di compiere il voto alla Vergine e fondò, nel settembre del 1510, il villaggio di Santa Maria la Antigua del Daríen.
Il primo sindaco fu Fernandez de Enciso, ma il suo governo durò molto poco: era visto dai coloni come un avaro despota che voleva accentrare su di sé i notevoli guadagni derivanti dallo scambio di chincaglierie con l’oro e le pietre preziose degli indigeni.
Vasco Nuñez de Balboa approfittò della situazione di scontento dei coloni e, accordandosi con essi, destituì Enciso, e riuscì a farsi eleggere sindaco, insieme a Martin Samudio.
In seguito Balboa assunse carisma, si guadagnò il rispetto del contingente e fu nominato sindaco unico della città.
Durante il suo governo, Balboa, istituì delle relazioni amichevoli con gli indigeni, guadagnandosi il loro rispetto. Incentivò l’agricoltura, facendo piantare mais e manioca, e incominciò l’allevamento di maiali.
Fu costruita una chiesa e la città prosperò, raggiungendo probabilmente, tra coloni spagnoli ed indigeni, i cinquecento abitanti. Nel 1513, Santa Maria la Antigua era già sede episcopale e capitale della Castiglia de Oro, nome con il quale si indicava l’attuale territorio colombiano.
L’importanza di Vasco Nuñez de Balboa cresceva e la maggioranza dei soldati era dalla sua parte. Per Balboa la terra apparteneva a chi la conquistava mettendo a rischio la propria vita, e in seguito la occupava e lavorava. La sua fu una delle più antiche versioni del principio che 300 anni più tardi avrebbe guidato i movimenti rivoluzionari americani, contro il potere oppressivo dell’impero spagnolo.
Con un colpo di mano assunse il titolo di governatore di Veragua, la porzione di costa caraibica situata ad occidente del golfo di Urabá, fece imprigionare il governatore Nicuesa e lo allontanò in mare insieme ai suoi uomini su una barca in cattive condizioni. Enciso fu invece incarcerato e i suoi beni furono confiscati; quindi fu inviato in Spagna per essere giudicato dalla Corona.
Ma Balboa non si accontentò di governare la nuova città da lui fondata. Era in cerca di favolose ricchezze e pensava di partire al più presto per cercarle.
A questo punto decise di esplorare l’interno del Daríen. Perlustrò i fiumi, combatté in scaramucce con i nativi e iniziò anch’egli ad essere pervaso dalla smania di trovare la grande vena aurifera.
Nelle sue spedizioni riuscì ad appropriarsi di molti gioielli, la maggioranza dei quali strappati con la forza ad indigeni che poi spesso venivano uccisi.
Durante i primi mesi del 1512 giunse nella valle del cacique Careta, con il quale instaurò un rapporto pacifico. Careta voleva ottenere la fiducia di Balboa per sgominare il cacique Ponca, suo rivale. I domini di quest’ultimo furono conquistati e il bottino fu consistente.
Balboa viaggiò poi nelle fertili terre del cacique Comagre. Fu in questa zona che sentì parlare per la prima volta dell’esistenza di un altro mare al di là delle montagne.
Il colonnello Joaquín Acosta, nel suo libro Descubrimiento y colonizacíon de la Nueva Granata (1901), descrive come Panquiaco, figlio di Comagre, illustrò ai forestieri l’esistenza di un regno ricchissimo, che poteva essere raggiunto navigando un altro mare, oltre le montagne:

Il figlio di Comagre, Panquiaco, disse che se l’ansia di cercare oro era la ragione che aveva condotto gli invasori lontano dalla loro patria, lui gli avrebbe mostrato come giungere al paese dove l’oro abbonda piú di qualunque altra cosa. Gli stranieri avrebbero dovuto valicare le montagne, dove abitavano tribù di Caribes e quindi navigare il mare che stava al di là delle montagne.

Quando Balboa ascoltò queste parole fu pervaso da una smania travolgente e cominciò a pensare di poter raggiungere quel fantastico territorio. All’inizio del 1513 decise di tornare a Santa Maria la Antigua per organizzare il viaggio. Aveva bisogno di più uomini e mezzi sufficienti per intraprendere un’impresa così importante.
Se la scoperta del nuovo mare lo avrebbe reso famoso in Spagna, era la leggendaria città d’oro descritta da Panquiaco a entusiasmarlo. La spedizione partì il 1° settembre 1513 con 190 spagnoli e vari cani addestrati ad attaccare.
Navigando con un piccolo brigantino giunsero alle terre del cacique Careta e da lì si diressero verso il dominio del cacique Ponca che, essendosi riorganizzato, era pronto a combattere di nuovo. Balboa decise di rispondere con la forza e Ponca fu vinto e sottomesso. Riprese quindi il cammino e tornò ad avanzare nella selva.
Il 24 settembre 1513 giunsero nel regno del cacique Torecha, dove vi fu un’altra battaglia feroce. Balboa stesso si gettò nella mischia.
Il dominio di Torecha fu conquistato, ma tra gli aggressori vi furono pesanti perdite. Alcuni di loro, terrorizzati all’idea di doversi confrontare con altre tribù, decisero di tornare indietro verso Santa Maria la Antigua del Daríen.
I pochi che seguirono Vasco Nuñez de Balboa trascorsero l’intero 25 settembre 1513 camminando sulla cordigliera del Rio Chucunaque. Il comandante camminava solo davanti a tutti e fu il primo a giungere sulla cima della montagna, da dove, in lontananza, si vedeva il nuovo mare. Rimase attonito per qualche istante osservando l’immensa estensione dell’oceano. Il cappellano della spedizione, Andres de Vera, intonò il Te Deum Laudamus. Passato il momento epico della scoperta, gli esploratori proseguirono verso la costa, giungendovi dopo tre giorni di cammino.
Balboa s’immerse in quelle acque sconosciute, poi alzò le mani: in una reggeva una spada, nell’altra lo stemma della Vergine.
Alla presenza di un notaio del re prese possesso del nuovo mare nel nome dei sovrani di Spagna e lo battezzò Mare del Sud. Sette anni dopo il portoghese Ferdinando Magellano lo rinominò Oceano Pacifico.
Nei mesi successivi ripercorse vari territori della zona perché ricordava ciò che Panquiaco gli aveva detto a proposito dell’oro di quella terra situata nel Mare del Sud, che altri denominavano “Birú” o “Virú”.
Saccheggiò senza scrupoli i domini Coquera e Tumaco nell’attuale costa pacifica panamense, raccogliendo un discreto malloppo d’oro e perle. Quindi navigò in piroga fino ad isole vicine, governate dal poderoso cacique Terarequi. Questa volta non vi furono scontri cruenti, vista anche l’esperienza acquisita nel trattare con i nativi, e tornò sul continente con un discreto carico di perle e pietre preziose. L’arcipelago fu chiamato “delle perle” e ancora oggi ha questo nome.
Balboa, nel novembre del 1513, decise di rientrare a Santa Maria la Antigua passando però per un’altra via. Attraversò i territori di Teoca, Bononaima e Chiorizo. Durante il viaggio di ritorno ci furono altri scontri e nuove razzie. Giunse a Santa Maria la Antigua nel gennaio del 1514. Ordinò a Pedro de Arbolancha di navigare in Spagna per comunicare la notizia della scoperta del Mare del Sud, e inviò la quinta parte del bottino al re, secondo le leggi dell’impero.
Nel frattempo i regnanti di Spagna avevano nominato Pedro Arias de Avila, nuovo governatore di Veragua e Castilla de Oro. Il comandante, meglio conosciuto come Pedrarias Davila, era a capo della più grande flotta mai armata per l’America, con 17 navi e 2000 uomini. Molti di loro morirono quasi subito dopo l’arrivo a Santa Maria la Antigua del Daríen, alcuni di malaria cerebrale fulminante, altri d’infezioni intestinali.
Alla spedizione partecipava anche Ferdinando de Enciso, che covava vendetta verso Balboa; inoltre vi erano capitani e figli di hidalgo, tra cui Hernando de Soto, religiosi e donne, tra cui Isabella di Bobadilla, sposa di Pedrarias Davila.
Balboa ricevette con rispetto il nuovo governatore e si sottomise alla sua autorità. Capì che non poteva cercare un confronto con Pedrarias Davila e sentiva che Fernandez de Enciso tramava verso di lui.
Si convinse così che fosse meglio mettersi nuovamente alla ricerca del regno di Birú.
Partì con un limitato contingente di uomini verso l’interno, risalendo il rio Atrato, ma fu attaccato da tribù ostili e dovette riparare a Santa Maria la Antigua.
A questo punto, la fortuna sembrò sorridergli un’altra volta. I regnanti di Spagna gli riconobbero il titolo di Adelantado (primo arrivato), del Mare del Sud e governatore di Panama e Coiba.
A Pedrarias Davila fu assegnata la costa del Mar dei Caraibi, mentre a Balboa quella del Mare del Sud. Con lo scopo di farsi un alleato, Pedrarias Davila offrì in sposa a Balboa sua figlia Maria de Penalosa, che giunse dalla Spagna per contrarre il matrimonio.
Dopo la cerimonia Balboa decise di partire per il Mare del Sud dove, nel villaggio di Acla, iniziò la costruzione di quattro caravelle, con l’aiuto di vari schiavi africani, con lo scopo di navigare verso Birú e trovare la terra di cui gli aveva narrato Panquiaco.
Poco prima della partenza ricevette però una lettera amichevole da Pedrarias Davila, che gli chiese di presentarsi al suo cospetto per discutere alcune faccende importanti. Il carattere pacato e tranquillo della lettera lo trasse in inganno. Già durante il cammino fu fatto prigioniero da alcuni uomini al comando di Francisco Pizarro che, per ordine del governatore, lo accusarono di tradimento con l’intenzione di creare un governo proprio sulle coste del Mare del Sud. La sentenza, da eseguirsi immediatamente, decisa dal governatore con l’avallo di Espinoza, sindaco di Acla, fu la pena di morte per decapitazione.
Durante questo periodo la situazione a Santa Maria la Antigua era rapidamente peggiorata.
Gli europei erano molto numerosi e le coltivazioni di mais e manioca, non bastavano per sfamare tutti i coloni.
Oltre a ciò le relazioni con gli indigeni tornarono ad incrinarsi. Pedrarias Davila non riuscì a conquistare la loro fiducia e iniziarono le prime scaramucce per il controllo d’alcune terre. Già dopo pochi mesi, le condizioni generali dei coloni stavano degenerando paurosamente: molti di essi soffrivano la fame e altri si erano ammalati di malaria e malattie intestinali.
Con il beneplacito di Pedrarias Davila e del vescovo Juan de Quevedo, s’iniziò a dare la caccia agli indigeni che furono schiavizzati ed obbligati al duro lavoro nei campi.
Questo periodo di declino durò fino al 1519, quando Pedrarias Davila si rese conto che sarebbe stato più vantaggioso fondare una città nella zona dove l’istmo di Panama era più stretto. Le voci di un regno ricchissimo situato nel Mare del Sud (Birú), fecero intravedere a Pedrarias Davila la possibilità d’arricchirsi spudoratamente, e così decise di trasferire molti coloni e la maggioranza degli animali e dei beni (carri, armamento, provviste), nella nuova città di Panama, che fu anche proclamata nuova capitale della Castiglia de Oro.
Santa Maria la Antigua del Daríen sopravvisse ancora per quattro anni. In quel periodo fu nominato sindaco Gonzalo Fernandez de Oviedo, ma i continui attacchi degli indigeni terrorizzarono la popolazione che lentamente si convinceva a trasferirsi a Panama.
Nel 1524 i pochi residenti di Santa Maria la Antigua decisero di abbandonarla completamente e, dopo pochi mesi, fu completamente distrutta e bruciata dagli indigeni. Durante i secoli successivi, la zona del Daríen fu teatro di continui scontri tra indigeni Cuna ed Emberá, oltre ad essere dichiarata “zona proibita”, da parte della Corona spagnola, visto che era stata varie volte oggetto di tentativi di conquista da parte di contingenti di pirati olandesi, inglesi e scozzesi.
La selva coprì completamente la zona dove era stata fondata Santa Maria la Antigua e nessuno, durante vari secoli fu più capace di ubicarne i resti.
Pochi anni dopo il 1950, l’antropologo colombiano Graciliano Arcila Vélez riuscì ad individuare le rovine della chiesa di Santa Maria la Antigua.
Questa scoperta fu confermata nel 1957, durante una spedizione finanziata del re Leopoldo III del Belgio e guidata dall’archeologo colombo-austriaco Gerardo Reichel Dolmatoff.
Le rovine si trovavano vicino a Tanela, una frazione del comune di Unguía, nel dipartimento colombiano del Chocó. Negli anni successivi ci furono ulteriori lavori di scavo e di studio, condotti da Paolo Vignolo e Virgilio Becerra, dell’Università Nazionale di Colombia, dipartimento di Storia e Antropologia.
Il recupero totale del sito archeologico di Santa Maria la Antigua potrebbe essere un buon incentivo per il turismo nella zona del Daríen colombiano, dove vi sono le bellissime spiagge di Capurganá.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

martedì 8 novembre 2011

Spedizione nella cordigliera di Paucartambo: le rovine di Miraflores



La regione di Cusco (Perú), estesa circa 72.000 chilometri quadrati, è occupata in gran parte (più del 50%), da un particolare ecosistema chiamato “selva alta” (che a sua volta si divide in selva alta e bosco andino).
Durante l’impero degli Incas la selva alta ricopriva un ruolo molto importante, in quanto era la frontera tra il mondo andino e quello amazzonico.
I popoli antecedenti agli Incas: Huari, Pukara, Lupaca costruirono durante secoli vari avamposti detti tambo in quechua (luoghi di riposo), ma anche cittadelle o fortezze, che servivano, oltre che per delimitare l’impero, anche come luoghi di riposo ed intercambio, dove si soleva barattare con etnie di Chunchos, Moxos e Toromonas i prodotti della selva (coca, oro, miele, piume d’uccello, erbe medicinali), con quelli della sierra (camelidi e cereali andini, maca e vari tipi di patate). 
Gli avamposti più conosciuti sono: Espiritu Pampa e Vitcos (entrambi nella regione di ilcabamba), Abiseola fortezza di HuallaMameria e la fortezza di Ixiamas (Bolivia).
Secondo vari esploratori, tra i quali il peruviano Carlo Neuenschwander Landa, esisterebbe una ultima fortezza, ancora sconosciuta che fu utilizzata dagli Incas quando scapparono dal Cusco nel 1537.
E’ il mito del Paititi andino che si fonde con la legenda ricompilata da Oscar Nuñez del Prado nel 1955, che indica nel Paititi l’oasi dove si rifugiò il semidio Inkarri dopo aver fondato Q’ero e Cusco. 
Carlos Neuenschwander concentrò tutte le sue ricerche nel cosidetto “altopiano di Pantiacolla”, un’aspra e fredda zona andina inclusa tra i 2500 e i 4000 metri d’altezza sul livello del mare tra le regioni di Cusco e Madre de Dios
L’altopiano di Pantiacolla (dal quechua: luogo dove si perde la principessa), entra a pieno titolo tra i luoghi più difficilmente accessibili del mondo, per vari motivi. 
Innanzitutto la lontananza da centri abitati e la difficilissima orografia del terreno. Profondissimi canyons dove scorrono fiumi impetuosi e ripidi costoni dove vi passano solo alcuni angusti sentieri, a volte nemmeno percorribili da muli, complicano l’accesso all’altopiano.
Inoltre il clima, sempre cangiante, è molto severo, con forti venti, piogge e grandinate, ed a volte neve e tempeste, intervallate da brevi periodi di sole. 
La temperatura può scendere a -10 di notte mentre di giorno oscilla tra 0 e 5 gradi. 
L’ultimo e forse il più importante motivo che rende quasi inacessibile la “meseta de Pantiacolla” è il fatto che nelle zone adiacenti (situate ad alture più basse), come il Santuario Nazionale Megantoni e la zona “chiusa” del Parco Nazionale del Manu, vivono indigeni isolati (non contattati), che a volte possono essere molto aggressivi. Mi riferisco a gruppi di Kuga Pacoris, Masko-Piros e Toyeris.
La vallata del Rio Mapacho-Yavero, inizialmente chiamato Rio Paucartambo, funge d’accesso alla cordigliera di Paucartambo, l’ultima vera catena montuosa andina (con cime di oltre 4000 metri), prima della selva bassa amazzonica, la conca del Rio Madre de Dios
L’obiettivo della nostra spedizione nella cordigliera di Paucartambo è stato quello di studiare e documentare i sentieri incaici della vallata del Rio Chunchosmayo (Rio dei Chunchos, antichi e terribili popoli della selva), che conducono all’altopiano di Pantiacolla e possibilmente alla mitica Paititi di Inkarri. La spedizione è iniziata al Cusco, la città che fu capitale degli Incas. In totale eravamo 5 partecipanti: lo statunitense Gregory Deyermenjian, i peruviani Ignacio Mamani Huillca e Luis Alberto Huillca Mamani, lo spagnolo Javier Zardoya e il sottoscritto. 
Gli ultimi giorni prima d’intraprendere la spedizione li abbiamo passati nel grande mercato di Cusco, acquistando i viveri necessari per un totale di 11 giorni. Molto importante, per una spedizione andina, è stato l’acquisto di alcuni chili di foglie di coca, e della cosidetta “lipta”, una specie di dolcificante a base di stevia o cenere che serve da “catalizzatore” per poter assimilare le proprietà benefiche delle foglie di coca.
Un’altra “sfida” è stata la scelta dell’equipaggiamento, in quanto dovevamo essere preparati per il clima tropicale del basso Yavero, ma anche per il freddo intenso della cordigliera in quanto avevamo previsto di giungere oltre i 3000 metri d’altezza s.l.d.m.
Siamo partiti nel cuore della notte alla volta della vallata del Rio Yavero con un potente fuoristrada condotto da un autista esperto. 
Dopo circa 10 ore di difficile strada sterrata, siano giunti in un luogo chiamato “punta carretera”, nella valle del Rio Yavero. E’ una vallata molto stretta, poco popolata, senza strade (eccetto per la unica via d’accesso), e senza elettricità. 
I pochi contadini che vi vivono coltivano principalmente caffé. L’indomani mattina, con l’aiuto di due muli, abbiamo iniziato a camminare percorrendo un ripido costone, scendendo in circa quattro ore fino al Rio Yavero, nel punto dove si trova il ponte sospeso “Bolognesi”. Ubicazione: 12° 38.739’ lat. Sud / 72° 08.129’ long. Ovest.
Altezza: 1222 metri s.l.d.m.
Al di sotto di quel ponte traballante scorre l’impetuoso Yavero (affluente del Rio Urubamba), circondato da una vegetazione lussureggiante. 
Da quel punto abbiamo iniziato a camminare risalendo il margine destro della vallata fino ad un luogo chiamato Naranjayoc, abitato da alcune famiglie di contadini che parlano principalmente quechua. E’ un mondo completamente rurale dove si vive senza luce, ne acqua corrente, ne tantomeno gas per cucinare o riscaldarsi. Tutto è esattamente uguale a come era un secolo fa. 
Il terzo giorno abbiamo utilizzato tre muli per proseguire. Inizialmente abbiamo risalito un ripidissimo costone, e quindi, una volta raggiunta la cima del monte ci siamo trovati di fronte ad un remoto sito archeologico detto Tambocasa.
Ubicazione: 12º 37.174’ lat. Sud / 72º 07.206’ long. Ovest
Altezza: 1792 mt. S.l.d.m.
E’ un tipico “tambo” (luogo di riposo), di forma rettangolare (40 x 10 metri), costruito in epoca inca. Ubicato esattamente nello spartiacque tra le valli del Rio Yavero e del suo affluente Chunchunsmayu (fiume dei Chunchos), fu utilizzato principalmente come luogo di riposo e intarcambio di prodotti agricoli. 
Quindi abbiamo camminato per circa quattro ore lungo un ripido costone a picco sul precipizio, inoltrandoci nella valle del Rio Chunchusmayo. Verso sera siamo giunti presso un altro sito archeologico detto Llactapata (in quechua: città alta).
Ubicazione: 12º 37.025’ lat. Sud / 72º 05.750’ long. Ovest
Altezza 1935 mt. S.l.d.m.
Abbiamo deciso di accampare in una vasta radura adiance alle rovine con l’intento di esplorarle l’indomani. Dopo aver cucinato una zuppa a base di uncucha (una patata dolce tipica di questa vallata), ci siamo preparati per la notte. Il cielo era completamente screvro da nubi e stranamente si notava una grande stella molto bassa in direzione dell’altopiano di Pantiacolla. 
Il quarto giorno abbiamo potuto documentare il sito di Llactapata: oltre ad alcuni resti di fondamenta pre-inca nei quali l’angolo dei muri invece di essere perpendicolare è smussato, abbiamo potuto documentare una costruzione rettangolare risalente all’epoca pre-inca caratterizzata da una particolare parete con otto incavi probabilmente utilizzati per motivi cerimoniali. 
Quindi abbiamo nuovamente intrapreso il nostro cammino in direzione nord-est risalendo la stretta vallata del Rio Chunchusmayo.
Inizialmente abbiamo camminato per circa cinque ore in uno stretto sentiero a picco sul precipizio. Alcuni passaggi sono stati difficili e abbiamo dovuto alleggerire il carico dei muli stando attenti ad evitare che non si imbizzarrissero, cadendo nel vuoto.
Quindi siamo giunti in un luogo da dove si poteva vedere l’incontro del torrente Tunquimayo con il Rio Chunchusmayo. Da quel punto è iniziata una ripida discesa fino al Rio Chunchusmayo. Abbiamo dovuto attraversare una zona di selva molto densa e umida, fino a giungere presso il suo corso. 
Una volta attraversatolo, abbiamo iniziato una ripida salita del cosidetto “Cerro Miraflores”, inizialmente in una densissima selva e quindi lungo un enorme costone con poca vegetazione.
Dopo circa tre ore di cammino dal fiume abbiamo deciso di di fermarci ed accampare, anche perché aveva iniziato a piovere forte. 
D’un tratto ci siamo resi conto che ci trovavamo presso un antico tambo pre-incaico di costruzione rettangolare. Anche qui il fatto che gli angoli della costruzione fossero smussati ci ha fatto pensare ad una costruzione pre-inca .
Ubicazione del Tambo di Miraflores
12º36.506’ lat. Sud / 72º 03.681’ long. Ovest
Altezza: 2540 mt. s.l.d.m. 
Il quinto giorno abbiamo inizialmente esplorato la parte di selva che si trovava a nord-ovest dal nostro campo base. Abbiamo trovato alcuni muri di contenzione, anch’essi di origine pre-incaica, indizio che tutta la zona era abitata e coltivata in epoche remote. 
Poi ci siamo inoltrati in una densissima selva, allontanandoci però dall’antica zona agricola. 
Successivamente abbiamo deciso di seguire il sentiero verso nord fino alla cima del monte. E’ stata una durissima salita lungo un sentiero stretto e fangoso, ma finalmente abbiamo raggiunto la cima e quindi abbiamo proseguito verso nord lungo un altopiano coperto da un bosco non troppo denso. La nostra caminata ha avuto fine in un punto situato a 3185 metri s.l.d.m., da dove si poteva scorgere, in lontananza, l’altopiano di Pantiacolla e il cosidetto “Nudo de Toporake”, un’aspra formazione rocciosa situata presso lo spartiacque tra la conca del Rio Urubamba e quella del Rio Madre de Dios. Quindi siamo rientrati al campo base con una caminata di circa tre ore.
Il sesto giorno della nostra esplorazione è stato quello determinante. 
Abbiamo nuovamente esplorato la parte di selva a nord-ovest rispetto al nostro campo-base. Ci siamo quindi inoltrati in una spessa foresta umida, tanto che era molto difficoltoso avanzare. 
Dopo circa mezz’ora abbiamo trovato le fondamenta di una abitazione dalla forma trapezioidale e quindi a pochi metri da essa i basamenti di un’altra abitazione rettangolare e vari muri di di contenzione che servirono per le classiche “coltivazioni a terrazza”.
Procedendo l’esplorazione abbiamo individuato il centro di un’antica cittadella occulta nella selva: una spianata di circa 12x12 metri con, nella parte che da ad est, un muro di circa 6 metri di lunghezza con 4 rientranze ubicate all’altezza di circa 80 cm. dal suolo. (foto principale). Eravamo certi di aver raggiunto un’importante cittadella agricola pre-inca, sconosciuta, però ignoravamo chi l’avesse costruita e quando. Alcuni mandriani della zona ci avevano accennato al nome “Miraflores” con il quale si indicava la montagna intera. 
Ubicazione della cittadella pre-inca di Miraflores:
Lat. 12º 36.507’ Sud / Long. 72º 03.715’ Ovest
Altezza: 2523 metri sul livello del mare.
Osservando con attenzione il muro principale, mi sono reso conto che probabilmente era crollato parzialmente e che anticamente era lungo almeno il doppio. Forse le rientranze, che per me erano utilizzate per motivi rituali, erano 8 in passato, proprio come a Llactapata.
Ma chi poteva aver costruito la cittadella? Potevano essere stati i Chunchos, antenati dei Matsiguenkas, da cui deriva il nome del fiume Chunchosmayo? Non sembra, perché quei popoli della selva adiacente al Cusco non hanno mai utilizzato le cosidette “coltivazioni a terrazza”.
Procedendo nella nostra esplorazione abbiamo potuto documentare altre abitazioni, molte delle quali avevano una specie di finestra o rientranza nei loro muri, probabilmente utilizzata per motivi rituali.
Il settimo giorno abbiamo continuato la nostra esplorazione. Procedendo a fatica attraverso la selva densa e intricata, abbiamo scoperto altre abitazioni e molti muri di contenzione per le cosidette “coltivazioni a terrazze”.
Abbiamo potuto comprovare che la cittadella si estende su un totale di circa due ettari, con un totale di circa 20 abitazioni, oltre alla spianata centrale, dove vi è il muro principale con le 4 rientranze rituali.
La cittadella agricola di Miraflores, fu costruita quasi sicuramente da popoli pre-inca, anche se a tutt’oggi non è possibile individuare esattamente il popolo che la edificò.
E’ molto probabile che gli Incas utilizzarono il sito, con lo scopo di controllare l’accesso alla vallata e poter coltivare l’intero versante occidentale della montagna, in modo da poter rifornire di alimenti (mais, fagioli, patate, coca, zucche), i soldati che presidiavano i limiti estremi dell’impero, nell’altopiano di Pantiacolla e nelle fortificazioni di Toporake, tutti siti ubicati nello spartiacque (a circa 4000 mt. s.l.d.m.), fra il bacino del Rio Urubamba e quello del Rio Madre de Dios.
E’ possibile che la cittadella agricola di Miraflores, sia servita per rifornire di alimenti un sito maggiore, situato forse al di là della “meseta di Pantiacolla”, mi riferisco al legendario Paititi di Inkarri?
In seguito abbiamo esplorato tutta la zona adiacente, e abbiamo scoperto altri spazi abitativi e cerimoniali. Molto interesante è stato il ritrovamento di una tomba.
Ubicazione della Tomba di Miraflores:
Lat. 12º36.521’ Sud / Long. 72º 03.731’ Ovest
Altezza: 2509 mt. s.l.d.m.
Lo studio futuro di questo sito potrebbe svelare l’enigma dell’etnia che costruì l’intera cittadella.
Durante il pomeriggio, siccome non pioveva ed eravamo lontani da corsi d’acqua, abbiamo deciso di smontare il campo base ed avvicinarci al Rio Chunchusmayo. Abbiamo quindi montato il campo 2 a circa 2000 metri sul livello del mare, a circa dieci minuti di camino dal fiume.
Quindi, siamo scesi sulle rive del Rio Chunchusmayo e abbiamo fatto il bagno, immergendoci nelle sue acque gelide.
Poco dopo abbiamo cercato i resti di un ponte incaico che secondo alcune voci avrebbe dovuto trovarsi nella zona, ma senza esito.
L’ottavo giorno siamo rientrati verso Naranjayoc e il giorno sucessivo abbiamo camminato fino alla strada carrozzabile. Il decimo giorno ci siamo incontrati con il nostro autista in un punto predeterminato, e per mezzo di un potente fuoristrada siamo rientrati al Cusco, in dieci ore di viaggio.
Il bilancio della spedizione è stato più che positivo. Oltre a documentare i siti di Tambocasa e Llactapata, abbiamo scoperto e descritto le rovine della cittadella agricola di Miraflores, un ulteriore passo avanti nell’ambito delle spedizioni Paititi-Pantiacolla.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

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mercoledì 26 ottobre 2011

Il simbolismo della pietra angolare nei grandi monoliti di Chavin de Huantar


La civiltà di Chavin de Huantar si sviluppò a partire dal 1500 a.C. presso la confluenza dei fiumi Puccha e Mariash, affluenti del Marañon, a circa 3150 metri s.l.d.m. nell’attuale dipartimento di Ancash, (Perú). 
L’origine della cultura teocratica di Chavin è a tutt’oggi fonte di accesi dibattiti.
L’archeologo J.C.Tello aveva indicato nelle culture amazzoniche l’origine della cultura madre delle Ande, anche basandosi sui ritrovamenti del tempio di Kotosh, ubicato presso Huanuco.
Gli archeologi Evans e Mayers hanno proposto che le ceramiche Chavin avessero relazioni con alcuni manufatti provenienti dal sito di Valdivia in Cile.
L'archeologo Federico Kauffman Doig ha invece proposto la teoria “aloctonista” secondo la quale l’origine di Chavin, come delle altre culture andine, sarebbe mesoamericana.
Certo è che Chavin de Huantar, a partire da 1500 a.C. divenne un centro culturale e religioso di prim’ordine. Vi si elaborarono complessi rituali che avevano lo scopo di fertilizzare la terra e connettere il mondo del sopra, dominato dal Sole (simbolizzato dal condor), con l’inframondo, dominato dal serpente, emblematica figura totemica.
Il giaguaro invece aveva un significato particolare a Chavin. Questa società dipendeva dall’agricoltura, e pertanto si venerava la Madre Terra, ma il giaguaro rappresentava la caccia e quindi la guerra, che significava la preservazione ed espansione del proprio territorio. Siccome il giaguaro era visto come animale perfetto, in totale simbiosi con la natura e capace di catturare virtualmente ogni altro animale, il guerriero ideale doveva fondersi con l’anima del felino ed essere esempio per la comunità. Nella visione del popolo Chavin, l’uomo cacciatore doveva essere come il giaguaro e assimilarne destrezza, forza, astuzia, serenità, determinazione e precisione.
Il giaguaro diventò così per Chavin la divinità più venerata.
A Chavin sono stati ritrovati quattro monoliti, che richiamano al simbolismo della “pietra angolare”.
Innanzitutto il “lanzon” o grande “lancia monolitica”, ubicata all’interno di un labirinto situato nelle viscere del tempio antico.
E’ un “totem”, alto 4,54 metri che rappresenta un essere mitologico che racchiude caratteristiche umane e animali. Si notano caratteristiche del felino stilizzato.
Per alcuni ricercatori il totem o “lancia monolitica”, per la sua ubicazione nelle viscere del tempio antico, all’interno del labirinto (simbologia dell’iniziazione), rappresenta il giaguaro sotterraneo, ossia legato all’inframondo.
Esso rappresenterebbe anche la forza tellurica, in opposizione al giaguaro celeste che sarebbe la costellazione di Orione, visibile dalla camera della “lancia monolitica” solo il 21 di dicembre, giorno del solstizio d’estate nell’emisfero sud.
Vi è poi la famosa stele di Raimondi, alta 1,98 metri, che rappresenta un essere mitologico con le braccia aperte che tiene in mano degli scettri, a loro volta intagliati con disegni rappresentanti felini e serpenti. La bocca dell’essere antropomorfo è quella di un felino e le dita sono ornitoformi. Dalla testa dell’essere antropomorfo si dipartono numerosi raggi, che a seconda delle varie interpretazioni, sono piume, serpenti o millepiedi. Secondo Kauffman Doig questa divinità sarebbe un uomo-felino-uccello-serpente.
Ecco così che il Dio antropizzato raggiunge livelli di coscienza elevati, in quanto si unisce con il condor che rappresenta, nella "trinità andina", il mondo del sopra.
E’ possibile che la stele di Raimondi sia una rappresentazione di Sumé-Viracocha-Quetzalcoatl?
Gli altri due monoliti che sono stati trovati presso Chavin sono l’obelisco Tello (dal nome del celebre archeologo), e la stele di Yauya.
Nell’obelisco Tello, alto 2,52 metri, sono rappresentati due esseri stilizzati, con caratteristiche di felino e uccello (condor). Anche in questo caso il monolito ha la funzione di totem, cioè oggetto di culto.
Nella stele di Yauya (attualmente rotta in quattro pezzi, ma aveva un’altezza di circa tre metri), è rappresentata una divinità ittioforme o serpentiforme, con caratteristiche feline e lunari.
Come si vede gli antichi abitatori di Chavin davano grande importanza al culto di un essere antropomorfo con caratteristiche del felino-condor-serpente. Forse fu proprio a Chavin dove si originò il culto della Trinità Andina.
Questo culto era rappresentato nei monoliti che avevano una funzione totemica, e allo stesso tempo rappresentavano la pietra angolare ovvero la roccia, con il suo simbolismo della montagna, ovvero ciò che non si può corrompere.

YURI LEVERATTO
Copyright 2013

domenica 25 settembre 2011

L'inespugnabile fortezza di Trinchera


Durante il mio ultimo viaggio in Perú ho avuto l’opportunità di conoscere, insieme all’amico archeologo Ricardo Conde Villavicencio, la stretta valle di Patambuco, (nella regione di Puno), con lo scopo di documentare e studiare la cittadella fortificata di Trinchera, splendido sito archeologico, poco conosciuto.
Il viaggio è iniziato da Puno, bella città affacciata sul lago Titicaca, da dove con un robusto fuoristrada, ci siamo diretti verso l’interno della regione. 
In circa 4 ore di viaggio siamo giunti nell’altipiano di Ananea, che abbiamo visitato l’anno scorso, quando siamo giunti a La Rinconada, il paese più alto del mondo. 
L’altopiano di Ananea, situato a ben 5000 metri sul livello del mare, si può paragonare ad un immenso gruviera. La zona mineraria infatti, si estende su gran parte del tavolato, dove si estrae principalmente oro, ma anche altri minerali. 
Nell’altopiano, che è un intricato labirinto, abbiamo imboccato varie volte la strada errata, ma alla fine alcuni minatori ci hanno reindirizzato nella giusta via. 
Abbiamo quindi proceduto lungo la pista sterrata percorsa da venti gelidi, mentre in lontananza potevamo scorgere il Nevado di Ananea, alto 5850 metri s.l.d.m. 
Dopo circa 2 ore siamo giunti all’imboccatura della stretta valle del fiume Patambuco, un affluente del Rio Inambari (a sua volta affluente del Madre de Dios). Proprio entrando nella vallata abbiamo visto numerosi gruppi di vigogne, che pascolavano libere.
Quindi, ci siamo immersi nella “neblina” e abbiamo percorso uno stretto sentiero sterrato a strapiombo sul dirupo. 
Una volta arrivati a Patambuco, un paesello arroccato sul costone destro della vallata, a circa 3400 metri sul livello del mare, ci siamo subito recati presso il sito archeologico di Colo Colo, poco più a valle rispetto al paese. Da un’attenta analisi del luogo si evince che il popolo che costruì le “chullpas” (urne funerarie) di Colo Colo viveva poco più a valle, dove oggi si possono scorgere i resti di un’antica cittadella. Il mio amico archeologo Ricardo Conde Villavicencio sostiene che il popolo di Colo Colo (che io ritengo appartenesse alla cultura Lupaca), non avesse nulla a che vedere con coloro i quali vivevano nella cittadella fortificata di Trinchera, situata nella cima della montagna, circa 1000 metri più in alto. 
Già verso le 4 del pomeriggio Patambuco è stato avvolto completamente da una spessa coltre di neblina, la condensa di umidità che viene dalla selva. Verso sera la temperatura è scesa a 5 gradi e la forte umidità ci ha causato la spiacevole sensazione di “freddo nelle ossa”.
Abbiamo trovato riparo nell’abitazione di parenti di Ricardo, i quali ci hanno accolto con un piatto di gustose patate tipiche della zona, oltre a mais bollito, riso e infuso di mugua, una specie di erba aromatica simile alla menta.  
L’indomani mattina ci siamo svegliati all’alba e, dopo una nutriente colazione a base di maca, abbiamo iniziato a camminare in direzione della fortezza di Trinchera. Ci ha accompagnato Hector Caracciolo, un contadino di 63 anni, di origine italiana. 
Per giungere alla fortezza (le cui cordinate sono 69 gradi 38’ Ovest e 14 gradi 26’ Sud), bisogna camminare circa un’ora, inerpicandosi fino all’altezza di 4200 metri s.l.d.m.
In lontananza si scorgono delle cime innevate: i raggi del sole ne risaltavano i contorni ma dal basso stava rapidamente salendo la neblina che minacciava di avvolgere tutta la vallata con il suo morbido abbraccio. 
Per fortuna, quando siamo arrivati nei pressi dei possenti muri posti a difesa della fortezza, il cielo si è fatto terso e il sole regnava brillante nel cielo azzurro.
Erano le 7 del mattino e un’aria fredda insieme ad una brezza pungente accompagnavano la nostra visita. 
L’arcaica fortezza era lí, davanti a noi, come l’eredità di un popolo sconosciuto che visse in quel luogo circa 700 anni or sono. 
Dopo un attenta analisi del sito archeologico siamo giunti alla conclusione che si estende su circa 120.000 metri quadrati (poco più di 1/10 di chilometro quadrato). All’interno della fortezza vi sono circa 500 unità abitative (circolari o quadrangolari, costituite da lastroni di pietra), pertanto si evince che la popolazione totale di Trinchera possa aver raggiunto le 1500 unità. 
Come tetto per le abitazioni (di circa 3 metri di diametro o lato), si utilizzavano pali di legno e paglia, materiali oggi perduti. 
Camminando verso la cima della fortezza, che poi corrisponde anche alla vetta della montagna, si nota come le unità abitative siano più ampie e costruite meglio. Da ciò si evince che coloro i quali appartenevano alla elite di trinchera, ovvero il re, la nobiltà e i sacerdoti, vivevano più in alto, mentre all’entrata della fortezza vivevano i guerrieri e i contadini. Trinchera era una società basata sull’autoconsumo e sulla guerra (incursioni nelle vallate), pertanto non si praticava il commercio con altri popoli. 
Proprio nel cocuzzolo della fortezza si può osservare un grande lastrone di pietra utilizzato probabilmente come altare cerimoniale. Si notano alcuni incavi nella roccia, utilizzati probabilmente come superfici dove venivano poste alcune offerte per gli Dei: foglie di coca, chicchi di mais, semi di quinua. 
Ci si domanda perché l’antico popolo di Trinchera decise di costruire una cittadella fortificata in un luogo così remoto, freddo, umido, all’altezza di ben 4200 metri s.l.d.m. e così lontano dalle parti basse della valle, dove si possono coltivare frutta e ortaggi e il clima è più mite. Per rispondere a questa domanda bisogna considerare che gli antichi avevano una concezione di vita completamente diversa dalla nostra. Davano molta importanza al culto del Sole, ed è per questo che ubicavano le loro abitazioni così elevate, vicino al cielo, appunto. 
Poi vi sono altri motivi: una fortezza circondata da spesse mura situata a 4200 metri s.l.d.m. è difficilmente espugnabile (la cittadella pre-incaica dell’altopiano di Marcahuasi mostra alcune similarità con Trinchera, anche se quest’ultima è situata su un vertiginoso cocuzzolo).
Il popolo di Trinchera viveva di agricultura e coltivava patate oltre a mais, quinua e altri cereali andini. Probabilmente allevava camelidi andini come lama, alpaca e vigogna. 
La parte bassa della valle era abitata dal popolo dei Colo Colo. Forse i Trinchera realizzavano delle incursioni nella bassa vallata allo scopo di appropriarsi di cibo e donne e quindi si arroccavano nella fortezza, al riparo da possibili rappresaglie. 
Secondo l’archeologo Ricardo Conde Villavicencio la cultura Trinchera risale al periodo post-Tiwanaku e si situa nell’orrizzonte temporale del 1250-1300 d.C. 
Questo periodo, che si definisce come epoca dei governi regionali o regni indipendenti, va dal 1200 al 1400 d.C. quando tutto il territorio corrispondente all’attuale regione di Puno fu conquistato dall’etnia degli Incas. 
Nella cittadella di Trinchera sono stati trovati frammenti di ceramica con disegni di guerrieri, felini e condor, oltre ad utensili di bronzo e rame. 
Ricardo Conde Villavicencio sostiene che dopo la caduta dell’impero di Tiwanacu, vi sia stato una specie di “Medioevo andino”, che abbia portato ad una involuzione culturale e sociale, riportando indietro così le lancette della civiltà. Trinchera sarebbe stato così uno dei vari regni indipendenti, che si formarono nell’era post-Tiwanacu (vi sono varie altre “fortezze” nella zona come Limbani, Phara etc.).
Perché e come Trinchera cadde in decadenza e fu abbandonata? E’ possibile che l’intera valle sia stata conquistata dagli Incas con scontri cruenti ma l’impressione generale è che la cultura Trinchera sia scomparsa senza interventi esterni. Quando un popolo si chiude in se stesso infatti, e quando si attuano continui incroci tra famiglie appartenenti a un ceppo comune, possono originarsi malattie ereditarie che portano alla sterilità e in alcuni casi a vere e proprie epidemie.
Per quanto riguarda la conservazione, lo studio e la divulgazione di questo meraviglioso sito archeologico si spera che nel futuro le autorità lo preservino e incentivino un approfondito progetto archeologico, in modo da poter conoscere di più sulla vita di questo antico popolo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

sabato 20 agosto 2011

I petroglifi dei Monti di Maria, eredità dei Sinù



Nella costa caraibica colombiana, più precisamente nei Monti di Maria, vi sono alcuni siti archeologici completamente sconosciuti, ma molto importanti per lo studio approfondito dei primi abitatori della zona, che svilupparono poi la stupefacente cultura dei Sinù. 
Già alcuni studi archeologici effettuati nel secolo scorso a Puerto Hormiga, avevano provato che alcuni gruppi di nativi vi si erano stabiliti intorno al 3000 a.C. (a tale periodo risalgono alcuni pezzi di ceramica). 
Per raggiungere i petroglifi dei Monti di Maria, una zona che purtroppo fu teatro di frequenti scontri armati negli anni passati e che solo da poco tempo è stata pacificata, bisogna percorrere angusti sentieri e inoltrarsi nella spessa selva tropicale, che probabilmente un tempo si estendeva in gran parte della costa caraibica. 
Si possono osservare tre petroglifi principali. Il primo situato in un affluente del torrente Rastro, rappresenta alcuni volti, probabilmente di cacique, ovvero capi spirituali e politici del tempo. Il secondo e il terzo, più importanti, sempre situati nel torrente Rastro, ma molto più a valle, nel municipio di San Juan Nepomuceno, raffigurano 4 volti, che si riferiscono possibilmente a 4 capi spirituali dell’epoca dei Sinù.
Nella parte superiore di uno di essi si notano altri 2 volti, che secondo me stanno a significare gli antenati della persona rappresentata. 
Si pensa che la cultura Sinù, iniziò a svilupparsi intorno al secondo secolo a.C. Erano esperti d’irrigazione e agricoltura, infatti avevano costruito dei canali che permettevano loro di trasportare l’acqua fino ai campi più lontani dai torrenti. Avevano dato la giusta pendenza a detti fossati, tanto che ancora oggi molti di essi vengono utilizzati. 
Secondo alcuni linguisti, il popolo dei Sinù aveva origine amazzonica, in quanto parlava una lingua del ceppo Caribe. Purtroppo nessuno parla più questa lingua oggi nel dipartimento di Cordoba, e pertanto è molto difficile stabilire con certezza la vera origine dei Sinù. 
Si sa però che erano esperti artigiani, e fabbricavano meravigliose ceramiche e splendidi tessuti di cotone, che scambiavano con i popoli vicini. 
All’arrivo del terribile conquistador Pedro de Heredia, il popolo dei Sinù si divideva in tre domini: Pancenù, Fincenù e Cenofana. Vi erano tre centri principali: Mexion, Yapel e Fincenù. Quest’ultimo era il luogo religioso più importante e veniva utilizzato per la sepoltura dei cacique. Le tombe venivano adornate d’oro e pietre preziose ai quali i Sinù non davano un valore intrinseco, ma piuttosto spirituale, connesso alla Divinità principale, il Sole. I monili d’oro, magnificamente lavorati, venivano lasciati insieme ad armi e tessuti nelle tombe per accompagnare il defunto nell’ultimo viaggio. 
Purtroppo, come ho accennato prima, questa cultura fu annientata dal feroce Pedro de Heredia, che non solo saccheggiò spudoratamente le tombe Sinù, per appropriarsi dell’oro sepolto, ma torturò e trucidò vilmente moltissimi nativi, per farsi dire dove era nascosto altro oro. 
Il conquistador Pedro de Heredia viene ricordato con una statua a Cartagena de Indias, ma poco si dice sulla sua reale e feroce natura di genocida di un popolo pacifico e tranquillo come i Sinù. 
Oggi sono venuti alla luce questi importanti petroglifi, eredità della cultura Sinù, nei Monti di Maria. 
Si spera che le autorità locali organizzino visite guidate e controllate ai siti archeologici, per evitare dannosi e stupidi vandalismi che danneggerebbero per sempre segni di antiche culture che devono essere valorizzate e studiate.

YURI LEVERATTO 
Copyright 2009

giovedì 21 luglio 2011

La magnificenza di Tikal, antica capitale dei Maya, e il culto per Kukulkán



Volando a bassa quota al di sopra della foresta pluviale tropicale della penisola dello Yucatan non è raro scorgere in lontananza alcune arcaiche piramidi che si ergono al di sopra della densa cappa di vegetazione.
La piú maestosa delle antiche città Maya è Tikal, situata a metà strada tra il nord dello Yucatan e il Pacifico e tra il golfo del Messico e il Mar Caribe.
Ci si domanda come sia stao possibile il sorgere e il fiorire di una cittá cosí estesa e complessa nel bel mezzo della selva tropicale, dove le precipitazioni sono costanti (3000 mm all’anno), in una zona infestata dai serpenti velenosi e da zanzare portatrici di malaria. La zona di Tikal era però il luogo ideale per coltivare mais, patate e pomodori. Nelle foreste adiacenti abbondavano cervi, pecari, scimmie, formichieri, tapiri, uccelli; nei fiumi e nei laghi vi erano numerosissimi pesci e tartarughe.
Circa 600 anni prima di Cristo, un popolo pre-Maya si stabilì nel luogo dove oggi sorgono le rovine della città chiamata Tikal. Questo popolo viveva in capanne di legno, utilizzava la terracotta e lavorava l’ossidiana, ma non conosceva il ferro, nè la ruota. Per certi aspetti però i Maya arcaici erano già evoluti dal punto di vista spirituale e scientifico, perché iniziavano ad utilizzare una forma di scrittura pittografica, che in seguito evoluzionò nella geroglifica, e scolpivano i loro simboli su steli petree in modo da poter lasciare ai posteri concetti complicati sulla loro visione del mondo. Inoltre avevano già sviluppato teorie sulla cronologia ciclica e sull’astronomia, scienze che avrebbero avuto sempre più valore negli anni a seguire.
Questa proto-città non era isolata, ma manteneva contatti con i popoli vicini come quelli che vivevano a Peten, Izapa, o Kaminaljuyú, con i quali si intercambiavano prodotti agricoli.
La prima costruzione di rilievo fu una piattaforma cerimoniale alta 1 metro. Giá intorno al 100 a.C. vennero costruite altre piattaforme cerimoniali alte circa 3 metri, il cui accesso era costituito da ripidi scalini.
Solo intorno al 50 d.C. però si iniziarono a costruire i templi piú alti e complessi.
Gli approffonditi studi portati a termine dallo scienziato britannico Maudslay (1882) e dal tedesco Maler (1904) svelarono molti dettagli della Tikal classica (292-869 d.C.).
Nella zona centrale estesa ben 16 chilometri quadrati si ergevano ben 3000 edifici di pietra, la maggioranza dei quali sono oggi visitabili.
Secondo le ultime stime, la popolazione di Tikal raggiunse i 100.000 abitanti. Una caratteristica dell’architettura di Tikal fu la sovrapposizione. Gli antichi architetti costruivano i nuovi edifici esattamente al di sopra delle antiche fondamenta. Altra particolarità sono le piramidi cerimoniali.
Una delle piú conosciute, detta “tempio del gran giaguaro”, che fu costruita intorno al 700 d.C. è alta 45 metri e conformata da 9 settori.
Il cosidetto “tempio delle maschere”, (chiamato anche tempio della luna), e costituito da quattro piattaforme cerimoniali sovrapposte, è alto 38 metri. Anche quaesta piramide fu costruita intorno al periodo di massimo splendore di Tikal, il 700 d.C.
La piramide cerimoniale del “gran sacerdote”, ubicata ad occidente rispetto al tempio delle maschere, fu costrita nel 810 d.C. ed è alta ben 55 metri.
La più alta costruzione di Tikal è pero il cosidetto “tempio del serpente bicefalo”, piramide alta 64 metri. Anche se non è la più alta e massiccia costruzione dei Maya (la piramide più alta è quella di Danta, nel sito di El Mirador, con 72 metri), è molto importante perchè era destinata al culto del serpente dalla doppia testa, animale leggendario, che era venerato anche nella cultura degli Incas, dove aveva il nome di Yawirka.
La città di Tikal fu senza dubbio un centro commerciale di prim’ordine dovuto alla sua favorevole posizione geografica. Anche dal punto di vista politico sembra che Tikal avesse assunto un ruolo centrale, forse come capitale della confederazione dei Maya, e sicuramente, data la sua magnificenza e opulenza, era un imponente centro religioso e cerimoniale.
Durante il periodo classico la città di Tikal ebbe frequenti contatti e scambi commerciali con il centro del mondo meso-americano, la città di Teotihuacan.
Secondo alcuni studiosi le città maya dello Yucatan, inclusa Tikal, dipendevano fortemente da Teotihuacan sia dal punto di vista commerciale (si scambiavano tessuti e ossidiana), sia sotto l’aspetto mistico.
Il culto dell’essere antropomorfo (dalla carnagione chiara e barbuto), detto Quetzalcoatl (serpente piumato), era noto a Tikal e Chchen Itza con il nome di Cuculcan, mentre tra i Maya Quichè era detto Gucumatz.
Nella cosmogonia dei Maya, vi erano anche altri esseri antropomorfi, tutti dalla pelle chiara e barbuti, le cui caratteristiche erano simili a Quetzalcoatl: Votan e Itzamana.
Ecco quindi che molti studiosi di cosmologia comparata hanno proposto singolari parallelismi tra Cuculcan, l’essere antropomorfo il cui simbolo era il serpente piumato e il Quetzalcoatl dell’altopiano del Messico. Altri, come lo scozzese Graham Hancock, si sono spinti oltre: hanno addirittura avanzato similitudini tra Viracocha, la persona suprema del mondo andino e Quetzalcoatl/Cuculcan, il serpente piumato, signore incontrastato del mondo mesoamericano.
In effetti vi sono alcune similarità nelle varie leggende, come la funzione civilizzatrice di Viracocha e Quetzalcoatl/Cuculcan, ai quali viene attribuita la fondazione di agricultura, calendario e scrittura in Mesoamerica.
Sia Viracocha che Quetzalcoatl/Cuculcan inoltre, si allontanarono dai loro rispettivi popoli in una zattera, annunciando il loro futuro ritorno.
Stranamente la cittá di Tikal, insieme a molte altre città Maya, entró in decadenza durante il IX secolo d.C.
L’ultimo grande tempio fu inaugurato nel 810 d.C. mentre l’ultima iscrizione geroglifica risale al 869 d.C. In quel periodo Tikal, come tutti i centri cerimoniali maya, fu abbandonata repentinamente.
E’ opinione diffusa fra gli storici che le cause della decadenza e quindi dell’abbandono di Tikal siano state multiple.
Probabilmente ci fu un calo nella produzione agricola (in particolare del mais), in seguito alla quale si svilupparono epidemie fulminanti.
Oltre a ciò potrebbero essersi innescate delle rivolte delle classi basse nei confronti dell’elite sacerdotale dominante, che gettarono nel caos l’intera popolazione, che si era trovata di colpo senza riferimenti politici.
Tikal non fu distrutta, ma semplicemente abbandonata e rimase sepolta sotto un intricato strato di vegetazione per circa 1000 anni. Fu solo nel 1848 infatti, quando i ricercatori Modesto Mendes, Ambrosio Tut ed Eusebio Lara portarono alla luce, nelle vicinanze della città, una stele con geroglifici. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

martedì 21 giugno 2011

L'oro de La Rinconada, il paese più alto del mondo


Il mio viaggio a La Rinconada ha avuto inizio da Puno, la folclorica città dell’altopiano andino situata a 3825 metri sul livello del mare, sulle sponde del lago Titicaca, dove mi sono incontrato con l’amico archeologo Ricardo Conde Villavicencio. 
L’indomani mattina, verso le otto, siamo partiti. Con una “buseta”, abbiamo raggiunto, in un ora di viaggio, la città di Juliaca, di circa 250.000 abitanti. Juliaca è cresciuta a dismisura ultimamente. E’ un centro commerciale dove si vende di tutto, soprattutto nel grande mercato Tupac Amaru. Con un traballante risció a pedali abbiamo raggiunto il luogo da dove partono gli autobus per il paese-miniera chiamato La Rinconada.
Da tempo ero curioso di conoscere come funziona una miniera d’oro e quali siano i procedimenti per estrarlo dalla roccia. Siccome La Rinconada non è cosí lontana dall’itinerario che avremmo in ogni caso dovuto seguire per la nostra esplorazione archeologica nella valle del Rio Quiaca, abbiamo deciso di passarvi due giorni allo scopo di conocere una realtà così strana e affascinante. 
Già Juliaca, con i suoi 3850 metri d’altezza è una città particolare. Di giorno fa più freddo di Puno, il cui clima è mitigato dal lago Titicaca, mentre di notte la colonnina di mercurio scende a -5 gradi celsius. 
I venditori di choclo (mais tostato), si accalcavano nei pressi del bus che ci ha condotto alla sierra, mentre noi cercavamo di accomodarci, circondati da gabbie di galline e pacchi ingombranti. 
Verso le undici siamo partiti e dopo circa mezz’ora abbiamo abbandonato l’asfalto per percorrere una strada sterrata piena di buche e rigagnoli trasversali. L’autobus avanzava velocemente e le vibrazioni erano talmente forti che i viandanti sobbalzavano costantemente sui sedili e i pacchi, sistemati nei portaoggetti superiori, cadevano spesso al suolo. In poco tempo tempo l’interno del bus si era riempito di polvere e la temperatura si era abbassata. Brillava il sole, ma lentamente s’iniziava a salire e l’aria si faceva sempre più fredda e rarefatta. 
Siamo passati dal paese di Putina per una breve sosta per il pranzo, a base di camote ripieno, una verdura tipica del Perú. Poi siamo ripartiti: l’autobus arrancava nella pista polverosa e, caracollando, s’inerpicava sul costone della montagna.
Verso le tre del pomeriggio ci trovavamo già nell’altipiano, a circa 4600 metri sul livello del mare. Il paesaggio era lunare: in lontananza s’intravedeva già il Nevado Ananea che con i suoi 5850 metri sul livello del mare svettava incontrastato. 
Tutt’intorno si potevano osservare delle grandi buche, come se la Terra fosse un’enorme gruviera. Da queste fosse si estrae il minerale che viene poi lavorato per ricavarne oro. Dopo poco ci siamo fermati ad Ananea, la sede del municipio che comprende anche La Rinconada. Ananea si trova a circa 4800 metri sul livello del mare. Si notano immensi Caterpillar, scavatrici e perforatrici, che servono per spostare grandi quantità di minerale. 
Dopo pochi minuti proseguiamo il viaggio. Alla nostra destra osserviamo un lago, purtroppo contaminato. Alcuni viaggiatori mi hanno detto che un tempo le sue acque erano limpide e i pesci vi abbondavano, ora invece, il mercurio e l’antimonio, necessari per l’estrazione dell’oro, hanno reso le sue acque imbevibili. 
Si continua a salire, lo sguardo cade sull’enorme ghiacciaio Ananea, preziosissima fonte d'acqua incontaminata. Proprio sotto il ghiacciaio c’è La Rinconada, che, essendo situato a 5200 metri sul livello del mare, è il paese più alto del mondo. 
Dopo pochi minuti il bus arriva finalmente nella spianata principale. La prima impressione de La Rinconada è stata scioccante, sembra di stare in un luogo fantasmagorico, surreale. La difficoltà di respirare dovuta all’altezza e il freddo pungente mi hanno dato il benvenuto in questo paese-miniera.  
Ci si chiede perchè un paese è stato costruito a ridosso di un ghiacciaio. La ragione è semplice: la maggioranza dei 27.000 abitanti erano povericampesinos dell’altopiano che si sono trasferiti a La Rinconada con il miraggio di arricchirsi. Hanno occupato un pezzo di montagna e vi hanno costruito la propria capanna, fatta di lamiere di zinco, mattoni d’argilla e totora. Estraggono il minerale da profondi tunnelsnelle adiacenze della loro casupola e poi lo lavorano per ricavarne oro. La maggioranza di essi non è in regola con i permessi né con il fisco peruviano e pertanto vende l’ambito metallo a commercianti informali che a loro volta lo rivendono nei mercati di Juliaca.
Quasi nessuno si arricchisce, e i minatori sopravvivono in uno strano universo parallelo e gelido. La temperatura infatti, a causa dell’altezza, scende a -23 gradi celsius di notte, mentre di giorno non supera i 10 gradi.
Le condizioni di vita sono spaventose: pur essendo a meno di 600 metri in linea d’aria da un enorme ghiacciaio, in paese non c’è acqua corrente. Per lavarsi si utilizzano dei recipienti di acqua gelida che di notte ghiaccia. L’acqua arriva da Ananea, ma non è incanalata in tuberie, bensì viene venduta in bidoni. Alcuni la accumulano nei tetti delle loro capanne, ma lo zinco di cui sono fatte, la contamina con evidente rischio per chi la beve.
Inoltre, incredibilmente, a La Rinconada non c’è la fogna. Vi sono dei bagni pubblici, che in realtà sono dei “pozzi neri”, che devono essere svuotati frecuentemente. Non si capisce come sia possibile, per un paese costruito letteralmente su una miniera d’oro, non aver acqua corrente ne fogne, ma mi hanno detto che la gente è individualista, ognuno pensa per se e nessuno si è mai riunito per costituire un comitato che possa apportare delle migliorie al paese.
Un altro aspetto sconcertante della vita di questo centro minerario è la mancanza totale di alcuna forma di riscaldamento. A dire la verità neanche a Juliaca o Puno (città piuttosto fredde), si utilizza il riscaldamento centralizzato, nè semplici stufe a legna. Questo un pò perché la legna non abbonda, ma anche perché i peruviani sono abituati a dormire con molte coperte e stranamente non sentono la necessità di una stufa. Io e Ricardo invece, abbiamo avuto difficoltà ad ambientarci in uno degli “hotel”, che per 7 soles (2 euro), offrono un letto con 5 o 6 coperte in una stanza di 2x1,5 metri. Per urinare si deve uscire (provvidenziale il classico vasino da notte), ma teoricamente per altri bisogni bisognerebbe andare al bagno pubblico, ubicato in strada, a circa 200 metri dall’hotel.
I problemi del vivere nella miniera d’oro-paese più alto del mondo non sono finiti: la maggioranza della gente ha costruito le proprie capanne in modo precario, senza adeguate fondamenta e pertanto il pericolo di smottamenti e frane è continuo. In paese non esiste un servizio di smaltimento rifiuti, ma sembra che nessuno se ne accorga: vicino alla scuola c’è un grosso immondezzaio dove i bambini giocano insieme a cani, lama e alpaca.
Anche la situazione sanitaria è precaria: molti minatori soffrono di coliche, forti mal di testa e nausea a causa del mercurio utilizzato nel procedimento di estrazione dell’oro. Molti bambini hanno diarrea cronica per mancanza di acqua corrente e servizi igienici basilari.
In serata abbiamo fatto un giro in paese cercando di trovare un modo per continuare il viaggio. In effetti non c’è un servizio pubblico di trasporto per viaggiare verso la nostra meta seguente, ovvero la valle di Quiaca, e cosí abbiamo dovuto cercare un passaggio da alcuni camionisti.
Vagando per il paese, verso le dieci di sera ci siamo resi conto che la maggioranza degli oscuri anfratti illuminati da lugubri luci rosse sono squallidi postriboli dove spesso vi lavorano ragazze minorenni, che vengono da varie città del Perú. Camminare di notte a La Rinconada non è molto sicuro perché i poliziotti sono pochi e l’alcolismo dilaga. Frequenti sono le risse che a volte finiscono a coltellate.
Con Ricardo abbiamo preferito infilarci nei nostri rispettivi “loculi ghiacciati”, sperando di addormentarci al più presto. Purtroppo la mancanza di ossigeno, il freddo pungente e le persistenti urla dei venditori di biglietti d’autobus per Juliaca, non ci hanno permesso di prendere sonno.
L’indomani abbiamo visitato uno dei laboratori da dove si ottiene il pregiato metallo giallo. A La Rinconada vi sono varie cooperative i cui soci sono i concessionari di differenti gallerie sotterranee. I minatori lavorano con il cosidetto sistema cachorreo (pronuncia: caciorreo), secondo il quale, dopo un numero di giorni durante i quali lavorano per i padroni, è loro concesso di lavorare per loro stessi per un giorno intero, e cioè tenersi per sè il minerale strappato alla montagna per poi lavorarlo.
Il minerale ottenuto dopo ore di piccone e pala viene sottoposto ad un procedimento particolare. Inizialmente viene pressato in speciali mortai per separarlo dalle pietre. Quindi viene aggiunto del mercurio che si lega all’oro formando una amalgama. Poi, riscaldando l’amalgama, si ottiene finalmente l’oro, che in seguito alla temperatura elevata si separa dal mercurio. Di solito, dopo questo procedimento si ottiene 1 grammo d’oro da circa 50 chili di materiale.
Nel pomeriggio abbiamo fatto un giro per il mercato de La Rinconada dove si vende carne di gallina, birra, patate, quinua, ma anche maglioni, piumini, coperte, stivali e attrezzature per scavare: pale, picconi, elmetti, corde, lampade ecc. Spesso questi negozi sono di proprietà degli stessi commercianti che comprano oro a prezzi stracciati, per poi lucrare rivendendolo in varie città.
La Rinconada sembra essere un circolo vizioso, dove nessuno riesce ad arricchirsi ma tutti sopravvivono, un camaleontico girone dantesco dove ognuno sogna il suo El Dorado luccicante, per poi invece scontrarsi con la dura realtà di una vita di stenti, vissuta nella totale mancanza di sicurezza lavorativa, sociale e sanitaria.

YURI LEVERATTO
Copyright 2009 

martedì 24 maggio 2011

I popoli della Sierra Nevada di Santa Marta



La Sierra Nevada di Santa Marta è un massiccio immenso, che si estende su un’area di circa 17.000 km quadrati (quasi come l'intero Veneto), nel nord della Colombia, nei dipartimenti di Magdalena, Cesar e La Guajira. Le cime piu alte della Sierra, (e di tutta la Colombia), sono il picco Colon e il picco Bolivar, entrambi di 5775 metri sul livello del mare. 
Nella Sierra Nevada di Santa Marta ha vissuto l’uomo sin da tempi remotissimi. Si stima che i primi insediamenti umani risalgano a dodicimila anni fa. All’epoca della conquista spagnola, nel 1525, quando Rodrigo de Bastidas fondò la città di Santa Marta, il popolo che abitava la parte nord della Sierra erano i Tayrona. Essi vivevano di agricultura, di caccia e pesca e non conoscevano la ruota, nè l’utilizzo degli animali, nè la scrittura. Con gli spagnoli i rapporti furono inizialmente amichevoli, poi successivamente i Tayrona furono decimati, non solo uccisi in maniera cruenta, ma soprattutto annientati dalle malattie portate dai conquistatori. Gli spagnoli non trovarono i giacimenti d’oro che speravano e così iniziarono a spingersi verso l’interno della Colombia. 
Oggi, nella Sierra Nevada di Santa Marta sopravvivono i discendenti dei Tayrona, quattro etnie differenti ma imparentate fra di loro. Nel nord, vicino al mare vivono i Wiwa. All’interno vivono i Kogui e gli Arzario, nelle vicinanze della città perduta dei Tayrona, chiamata Teyuna. Nel sud della Sierra invece, vivono gli Arhuakos, che si definiscono Ika.
Per raggiungere il villaggio dei Kogui, detto Mutanji, si parte da Mamey, paesello a due ore di buseta da Santa Marta. Da Mamey si inizia a camminare inerpicandosi per anguste e fangose mulattiere. Il tragitto fino a Mutanji dura sei o sette ore di cammino, ma è consigliabile fermarsi a riposare una notte presso il chiosco di Adan e fare il bagno in un torrente dalle acque limpidissime. 
L’indomani si giunge a Mutanji, il paese dei Kogui (pronuncia Kogi). E’ preferibile presentarsi subito al Mamo del villaggio, l’autorità spirituale. Di solito è difficile instaurare in breve tempo un rapporto di fiducia con questa gente, innanzitutto perché sono estremamente diffidenti verso i non indigeni, ma anche perché non padroneggiano pienamente la lingua spagnola. Il loro idioma è il Kogui, una delle lingue derivate dal Chibcha. 
Il Mamo è la figura centrale della vita dei Kogui. E' in contatto con le forze della natura, sa come trattare con i non Kogui (colombiani o stranieri che siano, chiamati bunaci), può attrarre le forze del bene e respingere quelle del male. La gente del villaggio è sottomessa al suo potere. Se lui chiede loro di lavorare un campo, o di accudire gli animali, loro lo fanno senza richiedere alcun compenso. 
Gli uomini utilizzano il popóro, un utensile concavo dove, con un’asta di legno mischiano della bava di lumaca, con una pietra calcarea detta cal, che trovano sulle rive dell’oceano. Poi si infilano questa sostanza in bocca, dove tengono costantemente un bolo di coca. La foglia di coca, mischiata alla bava di lumaca e alla pietra calcarea dà un effetto eccitante, e calma la fame e la sete. Per loro la coca è una cultura e il poporo è un oggetto personale importantissimo. Le donne non usano il poporo e non masticano coca. Sono totalmente sottomesse e a loro non è consentito imparare lo spagnolo. Questa gente vive al di fuori del “nostro mondo” e si considerano guardiani della città perduta, Teyuna, costruita nel IX secolo a circa 5 ore di cammino più in alto. Attualmente nessuno vive nella città perduta. 
Per accedervi vi sono milleduecento scalini di pietra che portano ad una spianata dove vi sono delle piramidi tronche.
I Kogui vivono in capanne di fango solidificato coperte di paglia. Insieme ai Kogui vivono gli Arzario, più aperti al dialogo e più interessati all’uso della tecnologia moderna.
Per i Kogui invece ogni nuovo apporto di tecnología è da considerarsi contrario alla loro cultura. 
Per raggiungere invece la terra degli Aruhakos, bisogna innanzitutto raggiungere la città di Valledupar, situata a circa quattro ore di bus da Santa Marta. La città, caldissima, è famosa per un tipo di musica lenta da ballare in coppia detta vallenato.
Da Valledupar si raggiunge in circa due ore di buseta il paesello di Pueblo Bello, situato a circa millecinquecento metri d’altezza sul livello del mare.
Nel paese, dove già si vedono gruppi di Aruhakos, vestiti con il loro tradizionale abito bianco e con il loro copricapo tipico detto gorro, si contratta un fuoristrada per raggiungere Nabusimake. Di solito si sale con vecchie ma robuste Toyota degli anni ottanta. 
Il percorso per Nabusimake, il paese degli Aruhakos, (da non confondere con gli Arawak), dura circa tre ore.
E’ un fuoristrada estremo, e a volte anche pericoloso in quanto le pioggie, spesso giornaliere, trasformano il percorso in un mare di fango, e il terreno si spacca in profondi canyons. Alternativamente si può giungere a Nabusimake camminando, in circa sette ore, ma non è consigliabile. 
Si sale su per la montagna per circa due ore, a circa tremila metri sul livello del mare. Poi si scende nella valle di Nabusimake, un vero paradiso di piante e fiori. 
Il paesaggio è meraviglioso. Le piante più comuni sono le agavi, la bouganvillea e le orchidee. Prati verdissimi a perdita d’occhio e torrenti dalle acque limpide. Sembra realmente di essere giunti nel paradiso terrestre, un luogo ancestrale dimenticato dal “mondo”.
Gli Aruhakos, o Ika, come loro si definiscono, vivono in questa valle da tempi remotissimi e praticano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. C'è un villaggio, dove ci si registra con il commisario e si rende noto il motivo della visita. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione al soggiorno, e aver pagato un obolo simbolico, si puo iniziare ad esplorare il luogo, stando però attenti a non fare troppe domande per non inimicarsi la gente del villaggio. Nel paesello, vi sono alcune casupole di fango essiccato, mentre nella valle vi sono alcune dimore di legno e muratura.
Nella valle vivono anche dei meticci, discendenti di Aruhakos mischiatisi con colombiani. I meticci sono cristiani e non parlano la lingua Ika, ma si esprimono solo in spagnolo.
Anche per gli Aruhakos la figura centrale è il Mamo, massima autorità spirituale. Gli Aruhakos credono in Dio, che viene chiamato Kaka Serangua, il creatore dell’universo. Credono che Dio abbia creato prima i popoli della Sierra Nevada di Santa Marta e poi tutti gli altri popoli della Terra, i bunaci.
Nella valle si crede fermamente che i vari Mamo del luogo comunichino mentalmente con Dio e attuino in modo che i non indigeni della Sierra, ovverosia tutti i popoli della Terra, preservino la natura.
A Nabusimake vi è una scuola, paragonabile al nostro liceo. Maschi e femmine vi studiano varie materie, tra le quali matematica, geografia, storia e cultura e lingua Aruhaka. L’idioma Aruhako, anch’esso derivato dal chibcha viene scritto con l’alfabeto latino, ma vi sono alcune differenze, ad esempio per ottenere un suono simile alla K, si utilizza una A rovesciata.
Ho parlato con vari ragazzi, e tutti sono molto convinti della purezza della loro gente, e dell’importanza nel preservare la loro lingua e la loro cultura.
Questa gente, sia i Kogui che gli Aruhakos, vivono in un mondo a parte, non utilizzano la luce elettrica nè l’acqua corrente.
Queste etnie, che vivono nella Sierra, sono solo due delle ottanta diverse che attualmente vivono in Colombia. Nella costituzione della Colombia le culture indigene vengono riconosciute e le lingue indigene, sessantaquattro, vengono considerate ufficiali. 

YURI LEVERATTO
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