martedì 21 giugno 2011

L'oro de La Rinconada, il paese più alto del mondo


Il mio viaggio a La Rinconada ha avuto inizio da Puno, la folclorica città dell’altopiano andino situata a 3825 metri sul livello del mare, sulle sponde del lago Titicaca, dove mi sono incontrato con l’amico archeologo Ricardo Conde Villavicencio. 
L’indomani mattina, verso le otto, siamo partiti. Con una “buseta”, abbiamo raggiunto, in un ora di viaggio, la città di Juliaca, di circa 250.000 abitanti. Juliaca è cresciuta a dismisura ultimamente. E’ un centro commerciale dove si vende di tutto, soprattutto nel grande mercato Tupac Amaru. Con un traballante risció a pedali abbiamo raggiunto il luogo da dove partono gli autobus per il paese-miniera chiamato La Rinconada.
Da tempo ero curioso di conoscere come funziona una miniera d’oro e quali siano i procedimenti per estrarlo dalla roccia. Siccome La Rinconada non è cosí lontana dall’itinerario che avremmo in ogni caso dovuto seguire per la nostra esplorazione archeologica nella valle del Rio Quiaca, abbiamo deciso di passarvi due giorni allo scopo di conocere una realtà così strana e affascinante. 
Già Juliaca, con i suoi 3850 metri d’altezza è una città particolare. Di giorno fa più freddo di Puno, il cui clima è mitigato dal lago Titicaca, mentre di notte la colonnina di mercurio scende a -5 gradi celsius. 
I venditori di choclo (mais tostato), si accalcavano nei pressi del bus che ci ha condotto alla sierra, mentre noi cercavamo di accomodarci, circondati da gabbie di galline e pacchi ingombranti. 
Verso le undici siamo partiti e dopo circa mezz’ora abbiamo abbandonato l’asfalto per percorrere una strada sterrata piena di buche e rigagnoli trasversali. L’autobus avanzava velocemente e le vibrazioni erano talmente forti che i viandanti sobbalzavano costantemente sui sedili e i pacchi, sistemati nei portaoggetti superiori, cadevano spesso al suolo. In poco tempo tempo l’interno del bus si era riempito di polvere e la temperatura si era abbassata. Brillava il sole, ma lentamente s’iniziava a salire e l’aria si faceva sempre più fredda e rarefatta. 
Siamo passati dal paese di Putina per una breve sosta per il pranzo, a base di camote ripieno, una verdura tipica del Perú. Poi siamo ripartiti: l’autobus arrancava nella pista polverosa e, caracollando, s’inerpicava sul costone della montagna.
Verso le tre del pomeriggio ci trovavamo già nell’altipiano, a circa 4600 metri sul livello del mare. Il paesaggio era lunare: in lontananza s’intravedeva già il Nevado Ananea che con i suoi 5850 metri sul livello del mare svettava incontrastato. 
Tutt’intorno si potevano osservare delle grandi buche, come se la Terra fosse un’enorme gruviera. Da queste fosse si estrae il minerale che viene poi lavorato per ricavarne oro. Dopo poco ci siamo fermati ad Ananea, la sede del municipio che comprende anche La Rinconada. Ananea si trova a circa 4800 metri sul livello del mare. Si notano immensi Caterpillar, scavatrici e perforatrici, che servono per spostare grandi quantità di minerale. 
Dopo pochi minuti proseguiamo il viaggio. Alla nostra destra osserviamo un lago, purtroppo contaminato. Alcuni viaggiatori mi hanno detto che un tempo le sue acque erano limpide e i pesci vi abbondavano, ora invece, il mercurio e l’antimonio, necessari per l’estrazione dell’oro, hanno reso le sue acque imbevibili. 
Si continua a salire, lo sguardo cade sull’enorme ghiacciaio Ananea, preziosissima fonte d'acqua incontaminata. Proprio sotto il ghiacciaio c’è La Rinconada, che, essendo situato a 5200 metri sul livello del mare, è il paese più alto del mondo. 
Dopo pochi minuti il bus arriva finalmente nella spianata principale. La prima impressione de La Rinconada è stata scioccante, sembra di stare in un luogo fantasmagorico, surreale. La difficoltà di respirare dovuta all’altezza e il freddo pungente mi hanno dato il benvenuto in questo paese-miniera.  
Ci si chiede perchè un paese è stato costruito a ridosso di un ghiacciaio. La ragione è semplice: la maggioranza dei 27.000 abitanti erano povericampesinos dell’altopiano che si sono trasferiti a La Rinconada con il miraggio di arricchirsi. Hanno occupato un pezzo di montagna e vi hanno costruito la propria capanna, fatta di lamiere di zinco, mattoni d’argilla e totora. Estraggono il minerale da profondi tunnelsnelle adiacenze della loro casupola e poi lo lavorano per ricavarne oro. La maggioranza di essi non è in regola con i permessi né con il fisco peruviano e pertanto vende l’ambito metallo a commercianti informali che a loro volta lo rivendono nei mercati di Juliaca.
Quasi nessuno si arricchisce, e i minatori sopravvivono in uno strano universo parallelo e gelido. La temperatura infatti, a causa dell’altezza, scende a -23 gradi celsius di notte, mentre di giorno non supera i 10 gradi.
Le condizioni di vita sono spaventose: pur essendo a meno di 600 metri in linea d’aria da un enorme ghiacciaio, in paese non c’è acqua corrente. Per lavarsi si utilizzano dei recipienti di acqua gelida che di notte ghiaccia. L’acqua arriva da Ananea, ma non è incanalata in tuberie, bensì viene venduta in bidoni. Alcuni la accumulano nei tetti delle loro capanne, ma lo zinco di cui sono fatte, la contamina con evidente rischio per chi la beve.
Inoltre, incredibilmente, a La Rinconada non c’è la fogna. Vi sono dei bagni pubblici, che in realtà sono dei “pozzi neri”, che devono essere svuotati frecuentemente. Non si capisce come sia possibile, per un paese costruito letteralmente su una miniera d’oro, non aver acqua corrente ne fogne, ma mi hanno detto che la gente è individualista, ognuno pensa per se e nessuno si è mai riunito per costituire un comitato che possa apportare delle migliorie al paese.
Un altro aspetto sconcertante della vita di questo centro minerario è la mancanza totale di alcuna forma di riscaldamento. A dire la verità neanche a Juliaca o Puno (città piuttosto fredde), si utilizza il riscaldamento centralizzato, nè semplici stufe a legna. Questo un pò perché la legna non abbonda, ma anche perché i peruviani sono abituati a dormire con molte coperte e stranamente non sentono la necessità di una stufa. Io e Ricardo invece, abbiamo avuto difficoltà ad ambientarci in uno degli “hotel”, che per 7 soles (2 euro), offrono un letto con 5 o 6 coperte in una stanza di 2x1,5 metri. Per urinare si deve uscire (provvidenziale il classico vasino da notte), ma teoricamente per altri bisogni bisognerebbe andare al bagno pubblico, ubicato in strada, a circa 200 metri dall’hotel.
I problemi del vivere nella miniera d’oro-paese più alto del mondo non sono finiti: la maggioranza della gente ha costruito le proprie capanne in modo precario, senza adeguate fondamenta e pertanto il pericolo di smottamenti e frane è continuo. In paese non esiste un servizio di smaltimento rifiuti, ma sembra che nessuno se ne accorga: vicino alla scuola c’è un grosso immondezzaio dove i bambini giocano insieme a cani, lama e alpaca.
Anche la situazione sanitaria è precaria: molti minatori soffrono di coliche, forti mal di testa e nausea a causa del mercurio utilizzato nel procedimento di estrazione dell’oro. Molti bambini hanno diarrea cronica per mancanza di acqua corrente e servizi igienici basilari.
In serata abbiamo fatto un giro in paese cercando di trovare un modo per continuare il viaggio. In effetti non c’è un servizio pubblico di trasporto per viaggiare verso la nostra meta seguente, ovvero la valle di Quiaca, e cosí abbiamo dovuto cercare un passaggio da alcuni camionisti.
Vagando per il paese, verso le dieci di sera ci siamo resi conto che la maggioranza degli oscuri anfratti illuminati da lugubri luci rosse sono squallidi postriboli dove spesso vi lavorano ragazze minorenni, che vengono da varie città del Perú. Camminare di notte a La Rinconada non è molto sicuro perché i poliziotti sono pochi e l’alcolismo dilaga. Frequenti sono le risse che a volte finiscono a coltellate.
Con Ricardo abbiamo preferito infilarci nei nostri rispettivi “loculi ghiacciati”, sperando di addormentarci al più presto. Purtroppo la mancanza di ossigeno, il freddo pungente e le persistenti urla dei venditori di biglietti d’autobus per Juliaca, non ci hanno permesso di prendere sonno.
L’indomani abbiamo visitato uno dei laboratori da dove si ottiene il pregiato metallo giallo. A La Rinconada vi sono varie cooperative i cui soci sono i concessionari di differenti gallerie sotterranee. I minatori lavorano con il cosidetto sistema cachorreo (pronuncia: caciorreo), secondo il quale, dopo un numero di giorni durante i quali lavorano per i padroni, è loro concesso di lavorare per loro stessi per un giorno intero, e cioè tenersi per sè il minerale strappato alla montagna per poi lavorarlo.
Il minerale ottenuto dopo ore di piccone e pala viene sottoposto ad un procedimento particolare. Inizialmente viene pressato in speciali mortai per separarlo dalle pietre. Quindi viene aggiunto del mercurio che si lega all’oro formando una amalgama. Poi, riscaldando l’amalgama, si ottiene finalmente l’oro, che in seguito alla temperatura elevata si separa dal mercurio. Di solito, dopo questo procedimento si ottiene 1 grammo d’oro da circa 50 chili di materiale.
Nel pomeriggio abbiamo fatto un giro per il mercato de La Rinconada dove si vende carne di gallina, birra, patate, quinua, ma anche maglioni, piumini, coperte, stivali e attrezzature per scavare: pale, picconi, elmetti, corde, lampade ecc. Spesso questi negozi sono di proprietà degli stessi commercianti che comprano oro a prezzi stracciati, per poi lucrare rivendendolo in varie città.
La Rinconada sembra essere un circolo vizioso, dove nessuno riesce ad arricchirsi ma tutti sopravvivono, un camaleontico girone dantesco dove ognuno sogna il suo El Dorado luccicante, per poi invece scontrarsi con la dura realtà di una vita di stenti, vissuta nella totale mancanza di sicurezza lavorativa, sociale e sanitaria.

YURI LEVERATTO
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