sabato 20 agosto 2011

I petroglifi dei Monti di Maria, eredità dei Sinù



Nella costa caraibica colombiana, più precisamente nei Monti di Maria, vi sono alcuni siti archeologici completamente sconosciuti, ma molto importanti per lo studio approfondito dei primi abitatori della zona, che svilupparono poi la stupefacente cultura dei Sinù. 
Già alcuni studi archeologici effettuati nel secolo scorso a Puerto Hormiga, avevano provato che alcuni gruppi di nativi vi si erano stabiliti intorno al 3000 a.C. (a tale periodo risalgono alcuni pezzi di ceramica). 
Per raggiungere i petroglifi dei Monti di Maria, una zona che purtroppo fu teatro di frequenti scontri armati negli anni passati e che solo da poco tempo è stata pacificata, bisogna percorrere angusti sentieri e inoltrarsi nella spessa selva tropicale, che probabilmente un tempo si estendeva in gran parte della costa caraibica. 
Si possono osservare tre petroglifi principali. Il primo situato in un affluente del torrente Rastro, rappresenta alcuni volti, probabilmente di cacique, ovvero capi spirituali e politici del tempo. Il secondo e il terzo, più importanti, sempre situati nel torrente Rastro, ma molto più a valle, nel municipio di San Juan Nepomuceno, raffigurano 4 volti, che si riferiscono possibilmente a 4 capi spirituali dell’epoca dei Sinù.
Nella parte superiore di uno di essi si notano altri 2 volti, che secondo me stanno a significare gli antenati della persona rappresentata. 
Si pensa che la cultura Sinù, iniziò a svilupparsi intorno al secondo secolo a.C. Erano esperti d’irrigazione e agricoltura, infatti avevano costruito dei canali che permettevano loro di trasportare l’acqua fino ai campi più lontani dai torrenti. Avevano dato la giusta pendenza a detti fossati, tanto che ancora oggi molti di essi vengono utilizzati. 
Secondo alcuni linguisti, il popolo dei Sinù aveva origine amazzonica, in quanto parlava una lingua del ceppo Caribe. Purtroppo nessuno parla più questa lingua oggi nel dipartimento di Cordoba, e pertanto è molto difficile stabilire con certezza la vera origine dei Sinù. 
Si sa però che erano esperti artigiani, e fabbricavano meravigliose ceramiche e splendidi tessuti di cotone, che scambiavano con i popoli vicini. 
All’arrivo del terribile conquistador Pedro de Heredia, il popolo dei Sinù si divideva in tre domini: Pancenù, Fincenù e Cenofana. Vi erano tre centri principali: Mexion, Yapel e Fincenù. Quest’ultimo era il luogo religioso più importante e veniva utilizzato per la sepoltura dei cacique. Le tombe venivano adornate d’oro e pietre preziose ai quali i Sinù non davano un valore intrinseco, ma piuttosto spirituale, connesso alla Divinità principale, il Sole. I monili d’oro, magnificamente lavorati, venivano lasciati insieme ad armi e tessuti nelle tombe per accompagnare il defunto nell’ultimo viaggio. 
Purtroppo, come ho accennato prima, questa cultura fu annientata dal feroce Pedro de Heredia, che non solo saccheggiò spudoratamente le tombe Sinù, per appropriarsi dell’oro sepolto, ma torturò e trucidò vilmente moltissimi nativi, per farsi dire dove era nascosto altro oro. 
Il conquistador Pedro de Heredia viene ricordato con una statua a Cartagena de Indias, ma poco si dice sulla sua reale e feroce natura di genocida di un popolo pacifico e tranquillo come i Sinù. 
Oggi sono venuti alla luce questi importanti petroglifi, eredità della cultura Sinù, nei Monti di Maria. 
Si spera che le autorità locali organizzino visite guidate e controllate ai siti archeologici, per evitare dannosi e stupidi vandalismi che danneggerebbero per sempre segni di antiche culture che devono essere valorizzate e studiate.

YURI LEVERATTO 
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