domenica 23 dicembre 2012

Il colonialismo inglese in Sud America



La parte di costa che corrisponde oggi agli Stati della Guayana e del Suriname fu avvistata ed esplorata da Europei per la prima volta nel 1499, nella spedizione guidata da Alonso de Ojeda e Juan de la Cosa alla quale partecipava il navigatore fiorentino Amerigo Vespucci. La flotta toccò terra presso il Rio Damerara, dove oggi è situata la capitale della Guayana, Georgetown.
In quel punto le navi si separarono: mentre gli spagnoli procedettero verso nord-ovest, in direzione del delta dell’Orinoco, Amerigo Vespucci proseguì verso sud-est, in direzione dell’estuario del Rio delle Amazzoni.
La costa della Guayana non fu colonizzata dagli Europei durante tutto il XVI secolo. Fu solo nel 1616, che alcuni coloni olandesi stabilirono un avamposto venticinque chilometri a nord-ovest dell’estuario del fiume Essequibo, con l’intenzione di stabilirvisi.
Anche se inizialmente la Guyana era teoricamente sotto il dominio spagnolo, nel trattato di Munster del 1648 si sancì la sovranità olandese. In poco tempo quel territorio assunse importanza in quanto i coloni non si limitarono a commerciare con i nativi ma organizzarono varie piantagioni di tabacco che fu esportato subito in Europa.
Gli indigeni però non erano adatti al duro lavoro nei campi, e si ammalavano a causa dei virus e batteri trasportati inconsapevolmente dagli Europei. Gli olandesi incentivarono pertanto fin da subito l’introduzione in Guayana di schiavi neri africani nella colonia, che era divisa in tre zone: Damerara, Berbice ed Essequibo.
Nel 1763 ci fu una rivolta degli schiavi capeggiati dall’africano Cuffy.
I rivoltosi, che erano circa tremila, diedero del filo da torcere agli olandesi.
Questi ultimi riuscirono ad avere la meglio sui ribelli solo con l’aiuto dei coloni francesi ed inglesi.
In seguito a quest’episodio si incentivò l’arrivo di immigranti inglesi nel Damerara, che in pochi anni superarono numericamente gli olandesi.
Dopo le guerre napoleoniche del 1795, l’Inghilterra dichiarò guerra alla Francia, che aveva preventivamente occupato l’Olanda. La parte di Guyana soggetta formalmente alla sovranità olandese cadde sotto il dominio britannico, ma fu solo nella convenzione di Londra del 1814, che furono tracciati i nuovi confini della cosiddetta Guyana inglese, il cui limite occidentale era il Rio Essequibo.
Nel 1835 l’Inghilterra inviò l’esploratore tedesco Robert Hermann Schomburgk in Guayana, nell’intento ufficiale di studiare la geografia e la botanica dell’area in questione.
In realtà Schomburgk era stato inviato per verificare se alle sorgenti del Rio Essequibo vi fossero giacimenti d’oro e altri minerali e quindi per tracciare un nuovo confine, in modo da ampliare la zona d’influenza degli inglesi in Sud America.
Il tedesco tracciò inizialmente una linea immaginaria dal Rio Moruca all’Essequibo, aggiungendo così circa 4200 chilometri quadrati di territorio alla Corona inglese.
In seguito, nel 1839, Schomburgk tracciò una seconda linea, dal delta dell’Orinoco fino al Monte Roraima, che ipoteticamente avrebbe aumentato il territorio soggetto alla Corona inglese di ben 141.930 chilometri quadrati.
Inoltre Schomburgk esplorò la zona del Rio Rupununi e, siccome trovò ricchissime vene d’oro e tracce d’altri preziosi minerali, suggerì al governo inglese di appropriarsi anche di parte del Brasile, nella zona del Pirara.
Il governo inglese, pertanto, sostenendo che nella zona del Pirara la presenza di coloni brasiliani era nulla, avvallò il progetto, e inglobò nel suo territorio il Pirara, un’area di quasi 20.000 chilometri quadrati.
A partire dal 1840 le autorità inglesi incentivarono l’arrivo di coloni nelle terre situate ad ovest del Rio Essequibo, che appartenevano ufficialmente al Venezuela.
Questo ultimo paese sovrano rivendicò il territorio situato ad ovest del Rio Essequibo a partire dal 1840, in sedi internazionali, però, fino ad oggi le sue richieste formali e legittime non furono accolte.
Nel 1899 ci fu un arbitrato internazionale tra il Venezuela e la Gran Bretagna per la questione dell’Essequibo. Da una parte il Venezuela sosteneva che la sua frontiera doveva essere il Rio Essequibo, in quanto così era all’atto dell’indipendenza dalla Spagna nel 1810.
La Gran Bretagna sosteneva invece che il suo territorio doveva estendersi ad ovest del Rio Essequibo, e si rifaceva alla linea Schomburgk, tracciata nel 1839, indicando che il territorio di sua competenza all’interno della ex colonia spagnola ammontava a 203.310 chilometri quadrati.
L’arbitrato fu favorevole alla Gran Bretagna e aggiudicò 159.500 chilometri quadrati ad ovest del Rio Essequibo alla sua sovranità.
Nel 1898 ci fu un altro arbitrato internazionale tra il Brasile e la Gran Bretagna, che aveva come scopo la soluzione della questione del Pirara.
Il re d’Italia Vittorio Emanuele III fu l’arbitro della disputa. Nel 1904 ben 19.630 chilometri quadrati di territorio brasiliano caddero sotto la sovranità inglese.
Il Brasile non poté fare altro che accettare la decisione internazionale, probabilmente perché i governanti dell’epoca furono ricattati dal fallimento d’altri accordi commerciali.
In seguito a questi arbitrati internazionali la sovranità inglese nella terraferma sudamericana aumentò in pochi anni di quasi 180.000 chilometri quadrati, in una zona ricchissima non solo di oro, ma anche uranio, torio, diamanti, molibdeno e niobio, un minerale oggi importantissimo per le costruzioni elettroniche.
Quando, nel 1966 la Guayana inglese ha ottenuto l’indipendenza, con la denominazione ufficiale di Guyana, è entrata a far parte del Commonwealth ed ha ovviamente aperto le sue porte agli investimenti anglosassoni.
Oggi il colonialismo non è più quello dei secoli passati. Le potenze dominanti non hanno più bisogno di conquistare un territorio o di annetterselo e poi sancire la propria sovranità con un arbitrato internazionale, in modo da poterne sfruttare le risorse, siano esse idriche, minerarie o biodiverse.
Anche il concetto stesso di sovranità è cambiato. Oggi si parla di “sovranità relativa o limitata”, spesso per giustificare “interventi umanitari” o per “ristabilire la democrazia”.
Nei giornali si legge spesso che per “garantire i diritti umani”, o per “salvaguardare l’ambiente” o i “diritti degli indigeni”, è necessario che un certo paese “rinunci a parte della sua sovranità”.
In realtà oggi siamo di fronte ad un colonialismo più subdolo, nascosto.
In Brasile per esempio, sono state create, proprio oltre la frontiera della Guayana e del Venezuela, delle immense terre indigene: mi riferisco alle aree indigene: Tumuqumaqué, Raposa Serra do Sol, Yanomami, Alto Rio Negro. Sono territori enormi che assommano ad un totale di circa 300.000 chilometri quadrati.
In questi territori è vietato l’accesso ai normali cittadini brasiliani o stranieri.
Solo possono accedere gli indigeni, che sono poco numerosi (per esempio nella terra indigena Yanomami, estesa ben 94.000 chilometri quadrati vivono solo 7000 autoctoni). Si tratta di territori ricchissimi di minerali rari: come niobio, uranio, molibdeno, oro, stagno, oltreché biodiversità e acqua.
L’area indigena Yanomami fu creata negli anni 60’ del secolo scorso dopo che l’esploratore inglese Robin Hambury-Tenison (attuale presidente di Survival International), prese contatto con alcuni autoctoni. E’ noto che la casa Windsor propose la creazione della riserva indigena, che inizialmente era grande 50.000 chilometri quadrati, e in seguito fu ampliata a 94.000 chilometri quadrati.
Alcuni giornalisti brasiliani, che già da tempo hanno denunciato questa situazione, hanno addirittura avanzato l’ipotesi che il Brasile stia cedendo parte della sua sovranità ad altre entità.
In effetti se in queste terre indigene nessuno può entrare in quanto l’accesso è totalmente precluso ai normali cittadini e se nessuno può verificare cosa vi succede all’interno, non è forse questa una perdita di sovranità, che per denominazione appartiene al popolo?
Quali sono le entità estere che hanno libero acceso nelle aree indigene in Brasile? Siamo forse di fronte ad un nuovo processo coloniale camuffato come ondata indigenista e ambientalista?

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

martedì 4 dicembre 2012

Le origini del capitalismo inglese


Intorno alla metà del XVI secolo, il regno di Spagna si estendeva su gran parte delle terre del Nuovo Mondo. 
Il re imperatore Carlo V, era il sovrano incontrastato di territori immensi, quasi sconosciuti. A parte la regione soggetta al Portogallo, che a quel tempo si limitava alla parte di Brasile che si trova ad est del meridiano di 46 gradi, tutto il Sud America, e teoricamente anche tutto il Nord America, ricadevano sotto il dominio di Castiglia.
L’economia del regno di Spagna era però basata sullo sfruttamento incondizionato delle miniere e piantagioni, e non sulla produzione di beni e servizi a più alto valore aggiunto.
Quando, nel 1550, s’iniziò a sfruttare la gran miniera d’argento di Potosí, nell’odierna Bolivia, un flusso enorme d’argento fu inviato in Spagna.
Dal Nuovo Mondo venivano importati altri metalli preziosi, come l’oro, e i prodotti delle piantagioni: caffè, cacao, zucchero, cotone, tabacco.
In quel periodo gli Inglesi non erano ancora i dominatori dell’economia globale, perché le rotte marittime nell’emisfero orientale erano controllate soprattutto dai Portoghesi (pochi anni dopo anche dagli Olandesi).
L’argento era il principale mezzo di scambio a livello planetario e assumeva un differente valore nelle diverse aree del mondo, a seconda della sua scarsità. Nelle Americhe aveva un valore basso, in quanto era presente in grandi quantità, in Europa valeva di più, mentre in Oriente raggiungeva livelli massimi, a causa della sua scarsità.
I Portoghesi, che dominavano le rotte marittime verso l’India e l’attuale Indonesia, potevano approfittare di questa situazione: con quantità relativamente limitate d’argento potevano ottenere grandi quantità di spezie, che poi rivendevano in Europa, lucrando notevolmente.
Il commercio trilaterale era però quello che rendeva di più: in Africa si offrivano armi, alcolici e chincaglierie e in cambio si otteneva oro e avorio. Con l’oro i portoghesi ottenevano argento che quindi scambiavano in Asia con spezie. Le spezie venivano poi rivendute in Europa ottenendo alcolici e armi.
Intorno alla fine del XVI ci fu un cambio economico molto importante nel commercio tra l’Europa e l’Africa: quando il prezzo dell’oro aumentò, i governati Africani si resero conto che vi era un’altra “merce”, che poteva essere appetibile per gli Europei: gli esseri umani, da vendere come schiavi.
In America, infatti, gli Spagnoli avevano bisogno di forza lavoro, sia per le miniere, ma soprattutto per lavorare i campi.
Nella mentalità spagnola del tempo il lavoro era visto come degradante, e neppure la trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, (esempio: la canna da zucchero in rum), era vista come un’opzione non interessante dai conquistadores iberici, che preferivano condurre una vita di agi e piaceri, esportando le materie prime.
Da notare che i mercanti europei di schiavi non effettuavano le razzie, che venivano attuate direttamente dai governanti africani.
E’ vero che il commercio di schiavi ebbe inizio fin dal 1501, ma fu con il mercante inglese John Hawkins, che assunse dimensioni rilevanti.
Nel suo primo viaggio, nel 1555, si diresse verso le coste dell’attuale Sierra Leone, dove catturò circa 300 africani, che rivendette poi con enorme profitto a Santo Domingo. L’inglese sosteneva che strappando i neri dalle loro terre li salvava dai sacrifici pagani, e gli dava la possibilità di abbracciare la fede cristiana.
Nel 1564 quest’abbietto commercio, patrocinato dalla Corona inglese, s’ingrandì.
Hawkins noleggiò il grande galeone di 700 tonnellate Jesus of Lubeck, che utilizzò con altre tre caravelle, nel suo secondo viaggio in Africa. Questa volta le navi negriere furono riempite all’inverosimile di “merce umana”.
Le condizioni dei prigionieri durante la lunga traversata erano disperate. Molti di loro morivano prima di giungere in America e altri si suicidavano.
John Hawkins fece tappa a Borburata, in Venezuela, e a Rio de la Hacha, nella penisola de La Guajira, nell’odierna Colombia, dove vendette il suo carico umano. I governatori spagnoli cercarono di prevenire il traffico dell’inglese, imponendo tasse, (perché volevano fosse gestito da loro uomini), ma Hawkins minacciò di bruciare i porti del Sud America e viaggiò verso la Florida, tornando in Inghilterra nel 1566.
Nel 1567 Hawkins, accompagnato dal pirata Drake, organizzò il terzo viaggio in Africa. Questa volta, però, mentre si trovava nel Mar dei Caraibi e si accingeva a vendere il suo carico umano, la flotta inglese fu attaccata da superiori forze spagnole, nella battaglia di San Juan de Ulloa (1568).
La tratta dei neri africani, che si svolgeva in regime piratesco, senza accordi tra i governi d’Inghilterra e Spagna, fu tollerata dalla regina Elisabetta I, che aveva bisogno di fondi.
Sul finire del XVI secolo gli Inglesi dominavano ormai il commercio trilaterale tra Europa, Africa e America. In Africa vendevano alcool ed armi, ed ottenevano gli schiavi che scambiavano in Sud America e Messico con caffè, tabacco, zucchero di canna, cotone e cacao.
Già dai primi anni del XVII secolo, in Inghilterra queste materie prime venivano trasformate per produrre: sigari, rum, abiti etc. Gli Inglesi erano capaci pertanto di creare valore aggiunto, e di poter lucrare sul commercio, reinvestendo immediatamente il capitale per ottenere altri schiavi e altre materie prime.
La maggioranza dell’argento e dell’oro delle miniere americane invece, era inviato in Spagna e serviva a coprire gli immensi costi delle guerre sostenute dai sovrani di Spagna (prima Carlo V e dopo Filippo II).
Di solito erano i banchieri genovesi che, in cambio di garanzie offerte dalla Corona spagnola su carichi d’argento in arrivo dal Nuovo Mondo, anticipavano l’oro alla Corona spagnola, che ne aveva bisogno per il pagamento delle truppe.
Dal punto di vista del dominio dei mari una data cruciale fu il 1588 quando la Invencible Armada spagnola fu sconfitta. L’Inghilterra però non poteva contare ancora su territori propri da poter sfruttare come faceva soprattutto la Spagna, che si risollevò presto da quella cocente disfatta.
Ci furono vari tentativi di colonizzazione inglese del Nuovo Mondo, ma non ebbero l’effetto sperato.
Nel 1584 l’avventuriero inglese Walter Raleigh, fondò la colonia di Roanoke, in Virginia, ma l’insediamento fu presto abbandonato.
Anche il suo tentativo di occupare le terre venezuelane del 1617, quando seminò il terrore saccheggiando le sponde dell’Orinoco, alla ricerca dell’El Dorado, finì in una totale disfatta.
Alcuni storici descrivono questo controverso personaggio, come poeta, storico, inventore e iniziatore dell’impero inglese; altri lo dipingono solo come turpe assassino e pirata senza scrupoli.
Intanto però il potere degli Inglesi stava crescendo a livello planetario. Se non disponevano ancora di un territorio d’oltremare erano sempre più in grado di attuare lucrosi traffici commerciali che permettevano loro d’ammassare immensi profitti, che venivano subito rinvestiti.
Nel 1600, ancora sotto il dominio della regina Elisabetta I, fu fondata a Londra la Compagnia Britannica delle Indie Orientali, ente privato che ebbe il monopolio dei traffici con il sub-continente indiano fino alla data del suo scioglimento, nel 1858.
Inizialmente gli Inglesi fondarono una loro base commerciale nei pressi di Surat, nel 1608. Sucessivamente si costruì un altro avamposto commerciale a Machilipatnam, presso il Bengala.
Gli Olandesi e i soprattutto i Portoghesi, che dominavano le rotte dell’Asia sud-orientale da circa un secolo, non videro di buon occhio queste basi commerciali degli Inglesi, ma la vittoria nella battaglia navale di Swally (1612), permise ai Britannici d’imporre il proprio dominio su alcuni porti asiatici, potendo contare poi sull’appoggio dei governanti locali.
Nel 1615 l’avventuriero inglese Thomas Roe, che quattro anni prima si era distinto in una misteriosa spedizione nel Rio delle Amazzoni, e aveva risalito il Rio Negro alla ricerca della leggendaria città d’oro di Manoa, fu incaricato dal sovrano inglese Giacomo I, di conferire direttamente con l’imperatore dei Moghul Jahanjir, (che dominava gran parte dell’India e dell’odierno Pakistan).
Lo scopo dell’incarico era di ottenere il monopolio dei traffici con l’India per i decenni futuri.
Thomas Roe rientrò in patria con un contratto che permetteva alla Compagnia Britannica delle Indie Orientali, non solo di continuare a commerciare in India, ma le consegnava il monopolio dei traffici futuri nei porti dove si era stabilita.
Furono create ulteriori fabbriche per la trasformazione di varie materie prime: seta, cotone, tè, indaco.
Si stabilirono basi a Madras (1639), Bombay (1668) e Calcutta (1690). Già nel 1647 la Compagnia poteva contare su 23 avamposti nel sub-continente indiano dove lavoravano centinaia di persone.
Intanto durante il XVII secolo gli Inglesi avevano finalmente acquisito diversi territori nel Nuovo Mondo. Inizialmente furono stabiliti delle basi nelle isole caraibiche di Santa Lucia (1605), Grenada (1609), San Kitts (1624), Barbados (1627) e Nevis (1628). Queste isole erano utilizzate soprattutto per la coltivazione di canna da zucchero, che serviva per la produzione di rum. Anche la Giamaica fu colonizzata, nel 1655, mentre le Bermude lo furono nel 1666.
Dal 1634 al 1663 vi furono varie ondate migratorie inglesi nei territori dell’attuale costa orientale degli Stati Uniti., molte di esse originatesi a causa di persecuzioni religiose.
Quando, nel 1664 le navi inglesi occuparono i possedimenti olandesi della Nuova Olanda, e la città di New Amsterdam (ridenominata New York), le colonie inglesi in Nord America si estendevano dalla Terranova (oggi facente parte del Canada), fino alla Georgia, al confine della Florida, che rimaneva formalmente spagnola.
Nella seconda metà del XVII secolo l’impero inglese era già una potenza mondiale: mentre ad Oriente la Cina si era chiusa in se stessa ed era incapace di agire come attore del commercio globale, e in Europa ed America la Spagna e il Portogallo dimostravano la loro debolezza economica, sia perché non erano in grado di creare valore aggiunto, trasformando le materie prime in beni pronti per essere venduti, sia perché non controllavano i commerci, né i traffici marittimi, l’Inghilterra dominava già i mari del mondo e i commerci con numerosi paesi, (tra i quali l’India), oltre a possedere varie colonie nel Nuovo Mondo.
Uno dei personaggi chiave del capitalismo inglese, che diede un ulteriore impulso al crescente peso economico mondiale dell’impero inglese fu il commerciante William Paterson (1658-1719). Da giovane aveva viaggiato nel Nuovo Mondo e si era reso conto che l’istmo di Panama era importantissimo per i traffici marittimi mondiali. Fu il primo a concepire la realizzazione di un canale, 210 anni prima della sua costruzione. In particolare era interessato alla zona del Darien (oggi facente parte della Colombia), ed ebbe l’idea di costruire un canale nella zona del Rio Atrato. Era un visionario, precursore di un’opera grandiosa, che fu costruita solo due secoli dopo, più a nord, nell’istmo di Panama.
Quando tornò in Inghilterra tentò di persuadere il re Giacomo II ad intraprendere la conquista del Darien ma la sua ipotesi fu scartata. Era però già un uomo ricchissimo, che aveva costruito la sua fortuna stabilendo lucrosi commerci tra le isole caraibiche e la madrepatria.
Nel 1694 Patterson fondò il Banco d’Inghilterra, istituzione che ha avuto un peso fondamentale nell’espansione e nel consolidamento globale del potere economico inglese.
Patterson pose come garanzia per la sua banca, un totale di 750.000 sterline in oro, ma contestualmente ottenne dal sovrano l’autorizzazione per poter stampare banconote per un valore corrispondente. In pratica Patterson raddoppiò in sol colpo il capitale della nuova banca ed emise un prestito allo Stato per un valore totale di 1,2 milioni di sterline.
La Banca d’Inghilterra, che percepiva un interesse dell’otto per cento dallo Stato, prestava anche soldi anche ai privati, convertendosi così nella prima banca privata “statale” del mondo, le cui banconote erano garantite dallo Stato.
Negli anni successivi, oltre a patrocinare la fondazione della Banca di Scozia, Patterson riuscì a convincere il governo scozzese ad intraprendere una spedizione per la conquista del Darien.
L’impresa fallì tragicamente in quanto oltre a non poter portare a termine il suo sogno di connettere i due oceani, perse sua moglie e suo figlio, in seguito a una malattia tropicale.
E’ curioso notare che l’uomo che fondò l’istituzione più potente dell’impero, che tuttavia esiste dopo 316 anni, fallì, in un’impresa senza possibilità di successo, nelle coste tropicali colombiane.
All’inizio del XVIII secolo il capitalismo inglese era diventato globale.
Con la creazione della Banca d’Inghilterra, istituzione privata autorizzata dal sovrano a stampare moneta in quantità superiore alle riserve auree detenute, e a prestarla a soggetti privati e a Stati esteri, s’innescò un meccanismo che consolidò ulteriormente il dominio dell’Inghilterra nel pianeta.
I padroni della Banca d’Inghilterra, oltre ad influenzare le vicende politiche, militari e commerciali dei secoli successivi, furono in grado di stimolare lo sviluppo di nazioni piuttosto che di altre, incentivandone l’espansione economica con prestiti mirati, che creavano così dei soggetti deboli e dipendenti.
Fu un cambio epocale: la sovranità della moneta era passata dallo Stato ai privati che da allora in avanti avevano il potere di stampare banconote e prestarle ai vari soggetti economici.
Nei secoli successivi il capitalismo inglese acquisì sempre più importanza, e anche i possedimenti dell’impero crebbero a dismisura.
Nel 1920, 226 anni dopo la fondazione della Banca d’Inghilterra, l’impero si estendeva su ben 36 milioni di chilometri quadrati, e vi abitavano circa 500 milioni di persone, più di un quarto della popolazione mondiale di allora.
Fu il più grande impero di tutti i tempi: quello mongolo di Gengis Khan raggiunse i 35 milioni di chilometri quadrati e la sua economia non era nemmeno lontanamente comparabile con quella inglese.
Oggi, anche se la Gran Bretagna mantiene ancora molti possedimenti d’oltremare, il suo potere non si basa più sull’estensione territoriale, ma sulla forza finanziaria, infatti la Banca d’Inghilterra è ancora responsabile di stampare la sterlina, e stranamente, ottiene pure una percentuale di guadagno sull’emissione dell’euro, al quale il Regno Unito non ha aderito.

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

giovedì 22 novembre 2012

La morale e l’organizzazione sociale nei Machiguenga


I Machiguenga (pron.: maciguenga) vivono nel Perú sud-orientale, nelle valli del Rio Urubamba (regione di Cusco) e nelle valli del Rio Alto Madre de Dios. Parlano una lingua del ceppo arawak, e asommano a un totale di quasi 9000 persone.
La prima volta che ho avuto contatto con questi indigeni è stato nel 2008, quando uno di loro mi ha accompagnato ai petroglifi di Pusharo, un magistrale intaglio nella roccia del quale nessuno di loro sa spiegarne l’origine o il significato.
Nella loro lingua la parola “Machiguenga” significa “gente”.
Tutti quelli che non rientrano nella loro etnia sono considerati “altri” sia che siano altri indigeni (come i Mashco Piro, i Nahua o gli Ashaninka), peruviani o stranieri.
Secondo gli studiosi più conosciuti, a partire dal Padre Vicente de Cenitagoya, l’uomo Machiguenga non ha il concetto di territorio, di nazione e tantomeno di patria così come noi occidentali lo conosciamo.
E vero che riconoscono di appartenere ad un gruppo umano che parla la stessa lingua e ha gli stessi usi e costumi, ma il concetto di capo, o leader, è per loro diverso da come lo concepisce l’uomo occidentale.
Non avendo un leader, vivono raggruppati in famiglie allargate, ma anche qui non vi è un vero e proprio capo, più che altro vi è un saggio che viene consultato in caso di problemi o dispute.
Secondo il Padre Andres Ferrero, se un gruppo di Piros del basso Urubamba attaccassero un gruppo di Machiguenga, altri Machiguenga del Camisea non farebbero assolutamente nulla, Nessuno si organizzerebbe per vendicare la morte di gente della loro stessa cultura o stirpe. Perché?
Sembra che la mentalità della gente di quest’etnia sia fortemente individualista. Mancando del tutto il concetto di patria o di nazione, manca anche il concetto di guerra, salvo rarissimi casi.
Questo gruppo umano vive in capanne, al massimo due o tre, dove sta la famiglia allargata. Non formano villaggi. L’immensità della selva che circonda i loro insediamenti fa si che siano pochi o nulli i motivi di disaccordo tra di loro o le dispute. E se vi fossero, di solito succede che il capo famiglia fa armi e bagagli e va a vivere sulle rive di un altro fiume, lontano dal motivo del litigio.
Si capisce pertanto il perché, all’interno della società Machiguenga, non ci sia un presidente, ne documenti necessari per individuare, e quindi catalogare una persona.
Non vi sono nemmeno delinquenti, salvo rarissimi casi come Huaneco, un individuo violento che è stato descritto dal Padre Polentini. Non essendoci carceri, questi individui vengono isolati, lasciati soli e non vengono aiutati.
Nella lingua Machiguenga esiste un vocabolo che si applica al capo: itingami, che si usa per indicare il concetto del “più importante”. (per esempio, fiume principale: otingamá).
Però il capo non è colui che comanda, ma è colui che ha autorità, che sa convincere con la parola, che domina il problema e lo risolve, ed è solo a capo della famiglia allargata, non è a capo di un clan, ne tantomeno dell’intera etnia. Inoltre coloro che vivono nella famiglia allargata sono liberi di dissentire con il “capo” e, se vogliono, sono liberi di andarsene e organizzare la propria vita altrove: la selva è grande.
Anche il concetto di patria non esiste tra i Machiguenga. Quasi nessuno di loro combatterebbe per difendere la loro terra ed in questo sono differenti per esempio dai Matses della conca del Rio Yavarí che fino al 1985 hanno combattuto con ogni mezzo per difendere il loro territorio.
Se i Machiguenga vengono molestati, molto probabilmente si sposterebbero più in lá.
Nella lingua dei Machiguenga esiste il concetto di morale, del bene e del male, si dice: kametite. E’ una delle poche parole che esprime un concetto generico perché di solito la lingua dei Machiguenga è fortemente specifica.
Certamente per loro vi è un modo giusto e ingiusto di comportarsi, ma sembra che non rispondano ad una legge superiore o divina, che è alla base della nostra cultura occidentale. La morale Machiguenga sembra essere sostanzialmente laica. E’ una morale sociale, non religiosa.
La più importante delle norme non scritte è “non uccidere”. L’omicidio è infatti considerato il maggiore dei delitti.
Però è risaputo che tra i Machiguenga vengono abbandonati gli infermi, gli anziani decrepiti e i bambini deformi. Anche se non è omicidio diretto, abbandonare nella selva una persona in difficoltà equivale a sopprimerla, ma quest’atto non è dettato da cattiveria, piu che altro sono le difficili condizioni di vita che lo impongono.
Già c’è poco cibo sufficiente per quelli che stanno bene e possono cacciare, quindi chi è in difficoltà sarebbe un peso insostenibile per un determinato gruppo di persone.
Per quanto concerne l’uguaglianza tra i sessi, ancora oggi il Machiguenga considera la donna come un essere inferiore.
Per quanto riguarda il matrimonio, di solito vige una stretta norma esogamica, ovvero il giovane deve sposarsi una donna che non ha alcun vincolo di parentela con la sua famiglia. La nuova famiglia risiede dove viveva la donna.
La poligamia è frequente anche se è spesso fonte di dissidi tra le donne. Di solito l’uomo è colui che tenta di pacificare gli animi e dissimulare se ha una preferita.
Spesso si notano anche casi di poliandria, specie nella zona di Pantiacolla, per la scarsità di donne. In questi casi il Machiguenga, siccome ha paura che la sua donna lo lasci, o per ottenere dei favori, tollera che un altro uomo la possieda carnalmente.
E’ in pericolo l’esistenza dei Machiguenga? E quale sarà il loro futuro?
Apparentemente, con la creazione del Parco Nazionale del Manu e del Santuario Nazionale del Megantoni, aree immense dove loro possono circolare liberamente, i Machiguenga dovrebbero essere al sicuro e potrebbero conservare indefinitamente la loro cultura.
Le minacce però sono costanti e vicine: Nella zona del Rio Camisea, la loro esistenza come “entità culturale distinta” è già in pericolo, in quanto si stanno abituando alla presenza dell’impresa che estrae il gas dal loro territorio (PlusPetrol). Nella zona del lote 88, (territorio che si sovrappone alla riserva Nahua-Nanti), sta già operando l’impresa PlusPetrol, insieme a Repsol e Hunt Oil. Quest’ultima impresa poi, ha annunciato che sfrutterà il lote 76 ubicato nella terra degli indigeni Huachipaery, nelle adiacenze del Parco Nazionale del Manu, dove vivono i Machiguenga.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

giovedì 4 ottobre 2012

L’origine di Cristoforo Colombo: i documenti ufficiali



Oggigiorno nessuno studioso serio dubita sul fatto che Cristoforo Colombo sia nato nella Repubblica di Genova. 
Tuttavia vi sono ancora molti pseudo-ricercatori, che sulla base di notizie false o congetture sostengono che il famoso navigatore avesse tutt’altra origine.
Vediamo innanzitutto cosa scrisse il grande storico spagnolo Gonzalo Fernandez de Oviedo nella sua Historia General y Natural de las Indias:

Cristobal Colon, secondo come ho potuto saper da uomini della sua nazione, è nato nella provincia della Liguria, che è in Italia, e nella quale vi si trova la città di Genova: alcuni dicono che è di Savona, e altri di un piccolo villaggio che si chima Nervi, che sta nella parte di Levante rispetto a Genova e che vi dista due leghe, nella costa che da sul mare; altri dicono che nacque in un villaggio che si chiama Cugureo, sempre vicino alla città di Genova.

Uno dei più grandi storici del XVI secolo pertanto, indica nella Repubblica di Genova (anche se non fornisce il luogo preciso), il territorio di origine del grande navigatore.
Ma andiamo ai documenti ufficiali che provano indiscutibilmente l’origine genovese di Cristoforo Colombo.
In totale sono più di sessanta i documenti che si riferiscono a Colombo o ai membri della sua familia.
Due documenti si riferiscono al nonno di Crisoforo, Giovanni, nato a Moconesi nei pressi di un’antica via che da Piacenza conduce a Genova. Trentacinque documenti si riferiscono al padre Domenico, nato a Quinto (Genova).
Tre documenti si riferiscono alla madre, Susanna Fontanarossa.
Il più importante tra questi scritti è il cosidetto Documento Assereto, trovato da Ugo Assereto nell’archivio di Genova nel 1904, tra gli atti del notaio Girolamo Ventimiglia.
Nel luglio del 1478 la casa Centurione di Genova incaricò Cristoforo Colombo di comprare una partita di zucchero nell’isola di Madeira. Però il rappresentante dei Centurione in Portogallo, Paolo de negro non invió a Colombo la somma necessaria per l’acquisto.
Circa un anno dopo Lodisio Centurione volle appurare le responsabilità dell’accaduto davanti ad un notaio a Genova.
In questo documento, che risulta essere stato scritto il 25 agosto 1479, Colombo appare come testimone nella disputa tra Lodisio Centurione e i fratelli Paolo e Cassano de Negro.
Il futuro ammiraglio dichiara, sotto vincolo di giuramento, di essere cittadino genovese:

“Cristoforus Columbus, civis Januae”

ossia:

“Cristoforo Colombo, cittadino di Genova”

Coloro i quali contrastano la genovesità dell’Ammiraglio del Mare Oceano, sostengono che il Cristoforo Colombo figlio di Domenico e di Susanna Fontanarossa, non ha nulla a che vedere con il Cristóbal Colon, Almirante del Mar Oceano.
Di solito aggiungono, essendo male informati, che Cristóbal Colon non avrebbe mai scritto nulla sulle sue origini genovesi.
In generale Colombo, fin da quando si stabilì in Spagna, non rinnegò mai le sue origini, però tentò di divulgarle il meno possibile, perché il semplice fatto di essere straniero ostacolava i suoi progetti.
Una delle prove del fatto che Cristoforo Colombo e Cristóbal Colon siano stati la stessa persona é proprio il Documento Assereto, che oltre a sancire la genovesitá di Cristoforo Colombo, prova il fatto che lui stesso si trovasse a Madeira nel 1478. Ma è assodato che Cristóbal Colon stesso si trovasse a Madeira in quegli anni, isola dove conobbe la sua prima sposa, Felipa Moniz Perestrelo.
Comunque in due scritti il Colon ormai ammiraglio menziona le sue origini.
Nello scritto “Institución de Mayorazgo”, il 28 febbraio 1498 ordina al figlio Diego di farsi carico del mantenimento di un membro della famiglia a Genova:

“Que tenga allì casa y mujer…como persona legada a nuestro lineaje, pues de aì salì y en ella nazì”

Ossia:

“Che possa avere casa e sposa…siccome è una persona del nostro lignaggio, in quanto da li sono partito e in quella città sono nato”.

Il secondo documento che lega indissolubilmente il Colombo genovese al Colon Almirante è una lettera ai Protettori delle Compere di San Giorgio (Genova), del 2 aprile 1502:

“Bien que el cuerpo ande acà, el corazón está allí de continuo”.

Ossia:

“Anche se il corpo viaggia per di quà, il cuore sta là continuamente”.

Un ultimo, importante documento è l’atto del notario Giovanni Battista Peloso davanti al quale comparvero i tre figli di Antonio Colombo (fratello di Domenico, padre di Cristoforo).
Matteo, Amighetto e Giovanni dichiararono di compromettersi a dividere in parti eguali i costi che avrebbe dovuto sostenere Giovanni per andare a trovare suo cugino, Cristobal Colon, almirante del rey de España.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

Bibliografia:
Nuova raccolta colombiana: i documenti genovesi e liguri A.Agosto

Webgrafia:
http://www.treccani.it/enciclopedia/cristoforo-colombo_%28Dizionario-Biografico%29/

lunedì 3 settembre 2012

Bio-pirateria l'ultima frontiera dello sfruttamento




L’Amazzonia è il luogo con la maggiore bio-diversità del pianeta. 
Per quanto riguarda il regno vegetale, in un ettaro di foresta amazzonica vi sono in media 400 differenti specie di alberi e piante, alcune non ancora studiate a fondo. Con un quinto di tutte le specie di volatili della Terra, duemila specie di mammiferi e duemila di pesci, oltre a due milioni e mezzo di specie di invertebrati, la foresta pluviale tropicale sud-americana viene considerata come il luogo bio-diverso più prezioso del mondo.
Purtroppo quest’immane ricchezza, che appartiene agli stati che hanno parte del loro territorio in Amazzonia (Brasile, Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador e Venezuela) è in grave pericolo.
Negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente una nuova minaccia: la bio-pirateria.
Per bio-pirateria s’intende l’accesso illegale o irregolare a risorse biologiche e genetiche con il fine di sfruttarle economicamente. Nella maggioranza dei casi i bio-pirati del XXI secolo sono scienziati senza scrupoli che si introducono nei territori indigeni dell’Amazzonia, si procurano la fiducia dei nativi, spesso elargendo somme di denaro, riuscendo così a impossessarsi di segreti millenari, come per esempio l’utilizzo di piante medicinali o l’uso di sostanze contenute nell’ organismo di alcuni animali (rane, insetti) per fini terapeutici. Una volta tornati nel loro paese, i bio-pirati registrano l’uso della sostanza da loro studiata e ottengono una patente internazionale, senza il permesso dello stato da dove hanno sottratto il principio attivo. Si stima che i guadagni derivati dalla bio-pirateria abbiano fruttato 4,5 miliardi di $ annui a multinazionali del nord del mondo, che hanno agito senza le necessarie autorizzazioni dei governi sud-americani.
I danni dei bio-pirati sono molteplici: innanzitutto sfruttano in modo sconsiderato il patrimonio vegetale e animale amazzonico senza nessuna regola o procedimento scientifico. Se non si porrà un freno a questo disastro, il 20% delle specie animali endemiche amazzoniche scomparirà nei prossimi vent’anni.
Inoltre si sottraggono vilmente risorse importanti a paesi in via di sviluppo, che potrebbero essere utilizzate per migliorare le condizioni di vita della popolazione e creare una più profonda coscienza ambientale.
Oltre a ciò i bio-pirati, con la loro presenza non autorizzata nei territori indigeni, causano enormi shock culturali e sociali e a volte diffondono malattie mortali tra i nativi che non hanno sufficienti anticorpi per contrastare virus e batteri tipici del mondo occidentale. I bio-pirati privatizzano le conoscenze autoctone, che dovrebbero invece essere utilizzate dai governi in modo gratuito, per beneficiare al più possibile gli strati di popolazione con minor accesso ai servizi.
Dal punto di vista del diritto internazionale i paesi dell’area amazzonica hanno firmato un accordo chiamato “Trattato delle Nazioni Unite sulla diversità biologica”, che risale al 1992. In questa convenzione si sancì la sovranità di ogni stato sulle risorse naturali, biologiche e genetiche che s’incontrano all’interno del suo territorio, e il diritto a ottenere un giusto compenso in caso che fosse concesso l’utilizzo di dette risorse a enti o imprese non statali.
Ecco alcuni esempi più conosciuti di bio-pirateria:il Cupuacu (pronuncia: copuassù), un frutto tradizionale amazzonico ricco di vitamine, il cui principio attivo fu registrato con un nome simile, è utilizzato per la produzione di cioccolato da una nota multinazionale.
Un altro caso famoso è la patente di epibatidina, un alcaloide contenuto nella pelle di una rana endemica dell’Amazzonia ecuadoriana (epipedobates anthonil). Questa sostanza è efficace contro il trattamento del dolore (è 200 volte più potente della morfina). Circa 750 rane di questa specie sono state trasportate illegalmente fuori dall’Ecuador. Il principio attivo della pelle dell’anfibio è stato registrato nel Nord America e viene utilizzato da varie imprese operanti nel settore farmaceutico.
Il principio attivo della Carapa Guianensis Aubl (detta Andiroba), utilizzata da nativi amazzonici contro la febbre e come repellente contro gli insetti, è stato registrato in Europa e Nord America per la produzione di cosmetici e medicamenti.
Dall’Ocotea Rodile (bibiri) si estrae una sostanza attiva che è stata registrata da un’impresa europea, e viene utilizzata nella lotta a malattie mortali.
Le essenze contenute nella pianta conosciuta con il nome Uña de Gato (Uncaria tomentosa), sono state registrate da una nota multinazionale, dopo essere state sottratte a indigeni Ashaninka della selva amazzonica peruviana.
Il veleno contenuto nelle ghiandole del rettile Bothrops Jararaca può servire da potente medicamento contro l’ipertensione: una ditta europea ne ha registrato il principio attivo e ha iniziato a commercializzare il prodotto. Oggi questo medicamento viene venduto in tutto il mondo con enormi guadagni.
La lista degli abusi potrebbe continuare. Come porre freno a questo disastro? Sono state fatte varie proposte, ma fino ad ora nessuna si è rivelata efficace.
Potrebbe essere utile un marchio internazionale, che possa individuare rapidamente i prodotti ottenuti con l’autorizzazione dei governi sud-americani, in modo che il consumatore sappia discernere tra prodotto autorizzato e prodotto pirata.

YURI LEVERATTO
2008 Copyright

martedì 14 agosto 2012

Il mondo ancestrale degli indigeni Auca



Gli Huaorani, chiamati anche Auca, sono circa tremila e vivono in un territorio di circa 13.000 chilometri quadrati nella giungla amazzonica ecuadoriana.
La maggioranza di loro vive in forma stanziale ai margini di alcune missioni. Solo piccoli gruppi di Auca vivono ancora nella foresta, ma non sono in-conttatati, sono una etnia che vive in isolamento volontario.
Il loro luogo di origine è una porzione di selva compresa tra il Rio Napo e il Rio Curaray, mentre all’est il loro territorio ancestrale confina con il Rio Yasuni.
Anticamente gli Auca si distinguevano per la loro grande abilità nella caccia. Utilizzavano cerbottane con le quali lanciavano frecce avvelenate con il veleno detto “curare”.
Di solito per questi indigeni il veleno non serve solo per uccidere, ma è anche un mezzo per introdursi nel mondo della magia.
Se il veleno è maneggiato con cura, seguendo appositi riti e norme antichissime, l’effetto ottenuto sarà maggiore.
A volte però la caccia non da i frutti sperati.
Animali come il tapiro o il pecari sono sempre più scarsi nelle foreste dello Yasuni e così gli indigeni devono alimentarsi per mezzo dell’agricoltura, piantando manioca e platano, principalmente. Il platano è una specie di banana che si consuma fritta o bollita.
Secondo gli Auca, quando qualcuno muore la causa non è una malattia, ma un insieme di flussi negativi o addirittura il maleficio fatto da qualche nemico.
A tale proposito gli Auca allevano dei piccoli animali, come piccole scimmie, che tengono con loro come fossero scudi contro eventuali malefici.
In pratica l’animale serve da scudo protettore e assorbirà ogni influsso negativo diretto verso i componente della famiglia. Altre volte è stato osservato che gli Auca tengono in cattività degli uccelli rapaci come le arpie. In effetti le arpie hanno un ruolo centrale nella mitologia amazzonica. Sono gli animali che si incaricherebbero di trasportare le anime dei defunti verso l’inframondo.
Un’altro concetto importante della cultura degli Auca è la ricerca dell’equilibrio. Ogni persona che per qualsivoglia ragione accumula dei beni materiali o viene a conoscenza di particolari concetti produce un disequilibrio nella comunità.
E’ necesario quindi che l’abbondanza, sia essa di conoscenze o di beni materiali sia comunitarizzata, resa accessibile a tutti, collettivizzata.
Per esempio de un membro della comunità viene in possesso di particolari segreti nell’ambito delle proprietà benefiche delle piante medicinali e non le divulga, ciò può creare invidie, quindi malessere ed influssi negativi nell’ambito della comunità.
Per ristabilire l’equilibrio si può rivolgere un maleficio verso il soggetto in questione, in modo che la causa del conflitto scompaia.
Ovviamente quando l’utilizzo del maleficio eccede gli obiettivi che erano stati proposti si parla di magia nera. Questa magia nera, che a volte influisce talmente sulla psiocologia dei soggetti da provocarne la morte, è causa indiretta di conflitti tra clan, che a volta terminano a loro volta con l’assassinio dello sciamano che provocò il maleficio.
Anche la concezione della morte negli Auca è particolare. Secondo la loro filosofìa, l’anima sopravvive al corpo a seconda del tipo di morte che è soppravvenuta. Inoltre il tipo di morte definisce dove andrà l’anima quando si sarà staccata dal corpo.
Per esempio l’anima del soggetto morto per cause di guerra, dividerà la sua esistenza futura con anime che appartanevano a soggetti che morirono nella stessa maniera.
L’anima di chi muore a causa di una magia nera non potrà staccarsi dal corpo e rimarrà in una fase di prigionia all’interno del cranio, in una specie di nube nera, per l’eternità.
Purtroppo il mondo ancestrale degli Auca è oggi in constante pericolo.
Il loro territorio, che si sovrappone al Parco Yasuni dovrebbe essere esente da sfruttamento petrolifero, ma all’interno del Yasuni, vi sono già cinque zone utilizzate per lo tale attività, e date in concessione a altrettante imprese. Tutto ciò non causa solo inquinamento dovuto a perdite occasionali di petrolio, ma anche deforestazione per la costruzione di strade e villaggi, e ovviamente trastorno dei nativi Auca, che sono spesso contrattati dalle imprese che hanno bisogno di mano d’opera economica.

YURI LEVERATTO
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martedì 7 agosto 2012

L’enigma dei Maraká, gli ultimi pigmei americani



L’aspra cordigliera del Perijá, che si snoda per circa 300 chilometri, si estende a cavallo dei dipartimenti di Cesar e Norte de Santander, in Colombia. Nel lato occidentale vi è il dipartimento di Cesar, mentre nel versante orientale vi sono le profonde vallate del rio Agua Blanca e del Rio Catatumbo, che sfociano entrambi nel lago di Maracaibo, in Venezuela.
In questi particolari ecosistemi, che vanno dal paramo d’alta montagna, fino alla foresta pluviale tropicale, hanno vissuto sin da tempi remoti un insieme d’indigeni che sono stati identificati dagli Spagnoli con il termine Motilones.
Di solito si differenziano i Bari dagli Yucos. I primi parlano una lingua appartenente al gruppo chibcha, mentre i secondi parlano una lingua derivata dal caribe.
Gli Yucos, che sono sempre stati particolarmente bellicosi, abitano la parte occidentale della serrania di Perijá, ed alcuni di loro vivono ancora oggi nella cosiddetta cordigliera dei pipistrelli (Serrania de los Murcielagos).
Gli Yucos vivono sostanzialmente d’agricoltura, e piantano mais, fagioli, manioca, igname, banane, canna da zucchero, zucche, papaie, tabacco e peperoncino. La loro dieta, povera di sale, viene arricchita occasionalmente da cacciagione: tapiri, cervi, fagiani, tacchini selvatici.
Negli ultimi anni gli Yucos hanno dovuto confrontarsi sempre più spesso con l’invasione delle loro terre da parte di coloni colombiani, e si sono ritirati nel profondo della cordigliera di Perijá.
Nella zona delle sorgenti del Catatumbo, in piena selva alta, vivono ancora oggi gruppi di Maraká, indigeni molto bassi, perfettamente integrati nel loro bioma.
Nell’era moderna il primo studioso che riuscì a stabilire un contatto con i Maraká fu Gustaf Bolinder, nel 1920.
Secondo Bolinder i Maraká, conosciuti presso il villaggio di Shirapa, dovevano essere considerati a tutti gli effetti gli ultimi pigmei americani, in quanto i maschi adulti non superavano i 140 cm mentre le donne avevano un’altezza media di 120 centimetri.
Bolinder tornò presso la Serrania de Perijá nel 1936, insieme a sua moglie.
Si stabilì per un tempo presso il villaggio di San Jenaro, a circa 1200 metri d’altezza sul livello del mare. Insieme con alcuni indigeni Maraká, intraprese quindi un’avventurosa spedizione, nell’intento di attraversare l’intera serrania de Perijá. Durante il viaggio venne a contatto con autoctoni di statura normale, gli Sikakao.
Nel 1948 i due studiosi Cruxent e Wavrin, che stavano esplorando il versante orientale della cordigliera, vennero a contatto, presso un affluente del Rio Tukukú con alcuni autoctoni barbuti d’altezza estremamente ridotta. Secondo le loro indicazioni, detti indigeni erano Marakà.
Cruxent poté effettuare alcune misurazioni di vari gruppi d’indigeni, verificando che per gli uomini la statura media era 140 centimetri, mentre per le donne era di 128 centimetri.
I Maraká che furono descritti e studiati da Cruxent però, non erano in alcun modo negroidi, pertanto si esclude ogni possibile discendenza con aborigeni provenienti dall’Africa.
Al contrario, la maggioranza dei Maraká aveva tratti somatici simili ai Motilones di statura normale e alcuni di loro avevano persino la barba, che è una caratteristica delle etnie caucasoidi.
Attualmente esistono ancora isolati gruppi di Maraká, che vivono presso le sorgenti del Catatumbo. L’origine dei Maraká ha causato notevoli discussioni tra gli antropologi. Secondo alcuni studiosi, la loro statura ridotta è causata da un’alimentazione difettosa, pertanto si tratterebbe di un’involuzione umana.
Però, al contrario di questa affermazione, i Maraká non sembrano affatto essere un gruppo umano “difettoso”, in quanto sono abilissimi nella caccia e nella pesca, sono resistentissimi alle lunghe camminate, al caldo umido e al freddo intenso. Si ammalano raramente e sono combattivi ed intelligenti. Sono perfettamente integrati al loro ambiente naturale, e la loro statura ridotta li aiuta in certe situazioni, come per esempio nel muoversi con agilità in una selva intricata.
Secondo queste teorie i pigmei americani, che non sarebbero affatto imparentati con i pigmei africani o della Nuova Guinea, sarebbero invece il risultato di una mutazione genetica avvenuta nel passato. Il fatto che i discendenti degli individui il cui patrimonio genetico mutò, siano stati vincenti da un punto di vista evolutivo, ha permesso che il gruppo di Maraká sopravvivesse, giungendo fino a noi.
Oggigiorno l’ecosistema della Serrania de Perijá è costantemente minacciato da gruppi di persone violente che occupano i suoli con il fine di sviluppare piantagioni illegali di coca. Anche grandi gruppi imprenditoriali, che hanno come scopo lo sfruttamento minerario della zona, stanno entrando con forza nelle varie vallate della cordigliera.

YURI LEVERATTO
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venerdì 20 luglio 2012

Cronache da Quibdó, l’afropoli colombiana



Il dipartimento colombiano del Chocó, esteso più di 46.000 chilometri quadrati, è scarsamente popolato: vi vivono in totale 454.000 persone, una buona parte ammassate nella capitale Quibdò.
Il Chocó si affaccia sui due oceani: infatti, per un breve tratto, è bagnato dal Mar Caribe (Oceano Atlantico). La parte costiera dell’Oceano Pacifico è tuttavia la più estesa. Nella maggioranza del dipartimento si estende la foresta pluviale tropicale, una delle più piovose e biodiverse del pianeta.
Prima dell’arrivo degli Europei, il territorio attuale del Chocó era abitato da indigeni Kuna (nel golfo di Urabá), Wounaan (nell’odierno Rio San Juan) ed Emberá (nell’Alto Rio Atrato).
Quando gli Europei giunsero nel Nuovo Mondo, fu proprio nell’attuale Chocó che, nel 1510, fondarono la loro prima città: Santa Maria la Antigua del Darien.
In seguito ci fu una lenta penetrazione degli gesuiti spagnoli nelle foreste quasi inestricabili dell’interno che culminò nella fondazione di Quibdó, l’attuale capitale del dipartimento, nel 1648.
La storia del Chocó è strettamente legata allo sfruttamento aurifero.
Per questa ragione nel corso dei tre secoli dall’inizio della colonizzazione europea fino all’indipendenza della Colombia (1510-1810), vi furono trasportati migliaia di Africani per poi costringerli a lavorare nelle miniere d’oro. Oggi l’85% degli abitanti del Chocó è di origine africana. Passengiando nelle strade di Quibdó, la capitale, sembra realmente di essere in Africa, ed è per questo che la città è detta l’afropoli colombiana.
A partire dall’inizio del XX secolo lo Stato colombiano ha dato concessioni a varie imprese estere per sfruttare ricchi giacimenti d’oro. Per esempio la Compañía Minera Alemana Colombiana (1912), o la Pacific Metals Corporation (1917) o la British Platinum and Gold Corporation (1919).
Queste imprese non apportarono nulla all’economia del Chocó in quanto si limitarono a estrarre oro e lasciarono una minoranza dei loro guadagni allo Stato colombiano che però non investì in infrastrutture e servizi basici nel Chocó.
A partire quindi dall’inizio del XX secolo la popolazione afrodiscendente del Chocó è rimasta in uno stato di crescente sottosviluppo.
La maggioranza delle imprese multinazionali che si erano installate nei fiumi Condoto, Istmina, San Juan e Iró, causarono crescenti conflitti sociali, già che impedivano ai nativi di procedere ad uno sfruttamento artigianale e contaminavano i fiumi con mercurio.
Purtroppo questa situazione di sfruttamento aurifero da parte di imprese multinazionali continua anche oggi e le regalie che vengono versate nelle casse dello Stato colombiano non sempre beneficiano gli abitanti del Chocó, che ancora oggi denunciano gravi carenze nelle infrastrutture, nella sicurezza e nei servizi sociali, come scuole ed ospedali.
La cronica mancanza di strade in buono stato è purtroppo uno dei più gravi problemi del Chocó.
Per esempio la strada Medellin-Quibdo è in pessimo stato e per percorrere i 220 chilometri che separano le due capital di dipartimento, ancora oggi un autubus di linea ci mette circa 30 ore, un tempo totalmente inaccettabile, senza contare i frequenti attacchi di persone violente e gli incidenti, che purtroppo hanno causato molti morti negli ultimi anni.
Anche i dati della disoccupazione sono purtroppo molto alti: per esempio nella capitale Quibdo, il 19% della popolazione attiva è senza lavoro.
Tutto questo mentre si continua a dare in concessione immense aree a imprese multinazionali straniere, come il caso della Colombia Hardwood, che qualche anno fa ha chiesto la concessione per sfruttare una grande area presso Bahia Solano per esportare legna pregiata in Cina. Si esporteranno migliaia di alberi delle specie prosopis, cedro, bálsamo, caimito, il cui legno pregiato è molto richiesto in Estremo Oriente.
Anche dal punto di vista dello sfruttamento petrolifero il Chocó è sotto la mira di grandi imprese multinazionali.
Il 90% del dipartimento, però, è dichiarato area di proprietà collettiva e utilità pubblica, non vendibile, o terra indigena, e per cui non si capisce come sia possibile che siano date aree in concessione a imprese nazionali e straniere per lo sfruttamento petrolifero, minerario o forestale.
Attualmente nel Chocó non si produce ancora petrolio, peró alcune aree sono state date in concessione per esplorazione, ossia per verificare se lo sfruttamento è economicamente fattibile.
Tuttavia anche se il Chocó è uno dei dipartimenti più ricchi e paradossalmente più poveri dell’intera Colombia, non mancano gli esempi di un cambio, verso uno sfruttamento minerario più eco-sostenibile. Per esempio l’iniziativa “oro verde”, portata avanti da gruppi di minatori afrocolombiani che estraggono l’ambito minerale con tecniche non invasive e poco inquinanti per l’ambiente, che è ricchissimo in bio-diversità.
A mio parere un ecositema così delicato come la foresta pluviale tropicale del Chocó dovrebbe essere preservato.
Concedere a grandi imprese multinazionali lo sfruttamento di enorme aree per l’estrattivismo di minerali, petrolio o legna pregiata nonché biodiversità, non apporta alcun valore aggiunto alla Colombia, ma bensí lo toglie.
Al contrario, a Quibdó si dovrebbero incentivare dei corsi di agricoltura biologica per favorire le produzioni locali, vendendo gli eventuali eccessi di produzione nei dipartimenti vicini come Antioquia e Risaralda, ma per questo lo Stato dovrebbe migliorare l’accesso stradale. Inoltre si dovrebbe incrementare la navigabilità del Rio Atrato, attraverso il quale si potrebbero trasportare merci verso il Caribe colombiano. 

YURI LEVERATTO
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martedì 3 luglio 2012

L’incerto futuro di Cerro de Pasco, la città più alta del pianeta



Il mio viaggio a Cerro de Pasco ha avuto inizio da Chosica, dalla quale avevo fatto base per le spedizioni a Marcahuasi e a Chuya. 
Il percorso per l’altipiano centrale è tortuoso e la salita è molto ripida. Dopo circa quattro ore di viaggio si giunge nel passo chiamato Ticlio, situato a ben 4818 metri d’altezza sul livello del mare. Quindi si scende verso la Oroya, città mineraria famosa per essere il capolinea di una delle ferrovie più alte del mondo.
Da La Oroya il percorso per Cerro de Pasco si snoda lungo la stretta valle del Rio Mantaro (affluente dell’Apurimac), e quindi lungo l’altopiano centrale ad un altezza di ben 4400 metris.l.d.m. Dopo circa due ore si giunge a Cerro de Pasco, che con i suoi 4372 metri s.l.d.m. è la città più alta del mondo. 
Anche se La Rinconada, paesello di 27.000 abitanti situato nella cordigliera di Puno, al di sotto dell’imponente Nevado Ananea, è in assoluto il centro abitato più alto del mondo con i suoi 5200 metri s.l.d.m., non si può considerare una città, non solo per la sua popolazione al di sotto dei 50.000 abitanti, ma anche per la carenza di servizi basilari come un moderno sistema fognario e di approvvigionamento idrico. 
Cerro de Pasco invece, non solo ha una popolazione totale di circa 75.000 abitanti, ma ha le caratteristiche di una vera città, con un servizio fognario e idrico soddisfacente, scuole, ospedali e strutture ricreazionali. 
Appartiene al ristretto “club” delle tre città situate al di sopra dei 4000 metri s.l.d.m., nel quale vi sono anche El Alto (Bolivia, 4100 mt. s.l.d.m.), e Potosí (Bolivia, 4067 mt. s.l.d.m.). 
Arrivando nella stazione degli autobus ho avuto la senzasione di essere in una specie di girone dantesco: centinaia di venditori si accalcavano presso l’uscita del terminal, offrendo il tipico choclo con queso (pannocchia di mais bollito con formaggio), o la papa rellena (patata farcita con carne, uovo e verdura). Vecchi cenciosi accovacciati nel selciato offrivano patate, maca, quinua, quiwicha e animali vivi, come galline, oche e cuyes (un roditore commestibile molto apprezzato in Perú). E poi venditori di formaggio, frutta, verdura e coca (proveniente dalla selva di Huanuco), carne, uova. Branchi di cani randagi gironzolavano qua e la, in cerca di qualcosa da mangiare, mentre bambini giocavano nel marciapiede, abbandonati a se stessi, il tutto ammorbato dallo spesso fumo emesso dalle marmitte marcie di auto vetuste. 
Dopo essermi sistemato in un alberghetto del centro, e aver bevuto un provvidenziale mate de coca (acqua bollita con foglie di coca), che aiuta soprattutto a contrastare i problemi cardiaci derivanti dall’altitudine, ho deciso di fare un giretto in città, per tentare di rendermi conto di una delle realtá più strane del pianeta, una città situata a quasi 4400 metri d’altezza e costruita intorno a un gigantesco buco, la miniera a cielo aperto più alta del mondo. 
Dopo pochi minuti sono giunto così ai bordi della miniera, un colossale buco nella terra, profondo circa 700 metri, il cui diametro supera il chilometro. Dall’alto si possono scorgere i giganteschi camion che trasportano lentamente il minerale verso l’alto dove c’è la fabbrica dell’impresa Volcan.
Ho voluto camminare tutto intorno al cosidetto “tajo abierto”, ovvero la miniera a cielo aperto più alta del mondo, per rendermi conto delle dimensioni di quest’immensa ferita nella Terra, da dove si estraggono quantità ingenti di piombo, rame, zinco, anche se in passato la miniera era famosa per l’estrazione di argento, seconda solo a quella di Potosí. 
E’ stata una camminata di circa due ore, che mi ha permesso anche di conoscere altri quartieri della città, dove vi sono ghetti degradati, abitati in gran parte dai minatori, dipendenti della Volcan.
La città di Cerro de Pasco fu fondata nel 1578, proprio nel luogo dove già gli antichi Incas avevano estratto argento, fin da tempi remoti. Tutta la zona di Cerro de Pasco fu consegnata in “encomienda” al conquistador Juan Tello de Sotomayor, capostipite di una famiglia che per decenni sfruttò gli umili lavoratori indigeni, arricchendosi a dismisura. Nel 1639 la città di Cerro de Pasco assunse il titolo di “Ciudad Real de Minas” (città reale sede di miniere), e con la scoperta, nel 1760 del tunnel di Yanacancha, la produzione mineraria aumentò sensibilmente, superando quella di Potosí.
A partire dall’inizio del XX secolo le imprese statunitensi sbarcarono in Perú e ottennero delle importante concessioni nella miniera di Cerro de Pasco. Nel 1902, per esempio, l’impresa “Cerro de Pasco Investment Company”, aveva il monopolio dello sfruttamento della miniera, mentre in seguito furono date in concessione nuove aree ad altre compagnie. Nella prima metà del XX secolo aumentò notevolmente la produzione d’oro, che si otteneva dal rame. Durante la seconda metà del XX secolo altre imprese si sono succedute nello sfruttamento della miniera fino al 1999 quando la proprietà intera dell’area passo all’impresa Volcan, società di capitali peruviani. 
Attualmente Cerro de Pasco è una delle città più inquinate del mondo, principalmente in quanto l’estrazione di piombo facilita l’immissione di grandi quantità di polveri sottili nell’atmosfera, che poi vengono respirate dagli abitanti della città. In molti bambini di Cerro de Pasco è stata purtroppo diagnosticata un’alta percentuale di piombo nel sangue, che purtroppo innalza la possibilità di contrarre neoplasie durante la loro vita. I sintomi iniziali della presenza di piombo nel sangue sono: dolori addominali, notevoli complicazioni neurologiche (basso rendimento a scuola, stanchezza), invecchiamento precoce negli anziani (perdita di memoria o alzheimer).
Anche i fiumi che si originano nell’altopiano sono irrimediabilmente inquinati, si sono infatti trovate notevoli quantità di piombo nei fiumi Huachón, Tingo, Huallaga, e San Juan. 
Oggigiorno inoltre, è in corso una forte polemica tra gli amministratori della ditta Volcan che hanno presentato il progetto di continuare a scavare al di sotto della città, e la maggioranza degli abitanti che vedono in pericolo le loro case, le loro attività, e in ultima analisi le loro vite. 
In particolare i responsabili dell’impresa sostengono che al di sotto della città si troverebbe la vena più importante di zinco, rame e piombo e, per continuare a estrarre minerale in modo profittevole, sarebbe necessario trasferire completamente il centro di Cerro de Pasco in un luogo chiamato Villa de Pasco, a circa sette chilometri dalla miniera. Gli abitanti che cederebbero le loro proprietà all’impresa otterrebbero in cambio una compensazione. La maggioranza degli abitanti della città non sa che decidere: se da una parte cedere alla Volcan significherebbe perdere per sempre le proprie proprietà e anche le proprie tradizioni, legate al luogo di nascita, è vero che la Volcan ha dichiarato che se non potrà continuare a scavare al di sotto del centro città sarà costretta a chiudere, e pertanto si perderanno migliaia di posti di lavoro. La città morirebbe lentamente, in quanto dipende in tutto e per tutto dalla miniera: nell’altro caso invece sparirebbe rapidamente, in quanto sarebbe trasformata in miniera. 
Le autorità comunque fanno notare che un simile “trasloco” sarebbe costosissimo, in quanto oltre agli abitanti, bisognerebbe trasladare ospedali, scuole, strutture sportive, biblioteche e gli edifici municipali. 
Per ora non c’è soluzione al dilemma di Cerro de Pasco, che, se sarà distrutta, per fare spazio alla miniera, perderà la sua memoria, il suo passato e il suo futuro. Se invece la miniera chiuderà, per l’impossibilità di creare reddito per i suoi azionisti, la città morirà lentamente, spegnendosi come una flebile fiammella al vento.

YURI LEVERATTO
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martedì 12 giugno 2012

La biodiversità minacciata nella selva del Darién



Il Darién è un territorio forestale di circa 20.000 chilometri quadrati d’estensione, a cavallo tra gli Stati della Colombia e di Panamá.
E’ interamente occupato dal bioma della foresta pluviale tropicale, ed è uno dei luoghi della Terra dove vi è la maggiore biodiversità.
In Colombia occupa i dipartimenti di Antioquia e Chocó, mentre a Panamá si sovrappone alle zone indigene di Kuna-Yala, Madugandí, Wargandí ed Embera-Wounaan e ai distretti di Chimán e di Chepo.
Storicamente è importante poiché vi fu costruita la prima città fondata dagli Europei nella terra ferma americana, Santa Maria la Antigua del Darién, nel 1510.
Fu inoltre attraverso le cordigliere del Darién che Vasco Nuñez de Balboa passò nella sua ansia di trovare oro, essendo il primo occidentale a scorgere la costa americana dell’Oceano Pacifico, nel 1513.
Il 25% delle specie di vegetali e animali che si trovano nel Darién è endemico, ovvero unico, non esiste in nessun altro luogo del pianeta.
Gli studi di John Douglas Lynch, professore della Università Nazionale della Colombia, hanno appurato che nella selva del Darién, che da milioni di anni è uno straordinario luogo di passaggio di animali tra il nord ed il sud del continente, vi sono almeno 550 specie di vertebrati, 113 di pesci e 60 di anfibi (si pensi che nell’intera Europa vi sono in tutto 40 specie di anfibi).
Il fiume più importante del Darién è il Rio Atrato (che sbocca nel golfo di Urabá, nl Mar Caribe), che sebbene non sia particolarmente lungo (750 chilometri), ha una portata d’acqua all’estuario di ben 4700 metri cubi al secondo: ciò significa che è il fiume dalla portata d’acqua più grande al mondo in relazione alla sua lunghezza.
Quest'immensa quantità d’acqua deriva dall’altissima pluviosità del Darién: durante l’anno cadono in media 10.000 millimetri d’acqua, il che significa che questa area d’America è una delle più piovose del mondo.
All’interno di questo paradiso incommensurabile vi è, nell’area soggetta alla sovranità della Colombia, il parco nazionale del Los Katiós, (esteso 720 chilometri quadrati).
Nell’area soggetta alla sovranità di Panamá, invece, vi è il parco nazionale del Darién (esteso ben 5970 chilometri quadrati), oltre alla riserva della biosfera del Darién, la riserva naturale Punta Patiño, il territorio protetto Brage e due zone indigene Emberá.
All’interno di questi parchi vi sono giaguari, cervi, rari pipistrelli (come per esempio il Noctilio Leporinos), tapiri, canidi della selva (Speothos venaticus), scimmie urlatrici, e una numerosa varietà d’uccelli multicolori, come iguacamayos (pappagalli del genere Ara), e l’aquila arpia.
I botanici hanno calcolato che vi sono oltre 700 specie di fiori, facenti parte di 116 differenti famiglie.
Come sappiamo nessun’arteria stradale (né ferroviaria), attraversa la selva del Darién poiché la famosacarrettera panamericana finisce nel paese di Chigorodó, in Colombia, mentre a Panamá s’interrompe a Yaviza.
Pertanto non esiste nessun collegamento via terra tra il Sud e il Nord America.
Per alcuni opinionisti sono gli Stati Uniti che non hanno mai dato il via libera per la costruzione di detta arteria, in quanto con una strada attraverso il Darién, si incrementerebbe il flusso di immigrati dal Sud America.
Il governo di Panamá si è opposto alla costruzione della strada, adducendo motivi di carattere ambientale.
Secondo vari gruppi d’ambientalisti, la distruzione di parte della foresta primaria per costruire la strada e connettere così la Colombia con Panamá e quindi il Sud con il Nord del continente, sarebbe una sciagura, in quanto causerebbe la contaminazione totale dell’area.
A mio parere la costruzione di una strada sarebbe un disastro di proporzioni inimmaginabili, poiché non solo si dovrebbero distruggere migliaia d’ettari di foresta, ma il conseguente ed inevitabile arrivo di persone lungo la strada che aprirebbero chioschi per la vendita di cibo, vestiti ecc, soprattutto nella zona della frontiera, aumenterebbe a dismisura la contaminazione delle zone di selva attigue all’arteria.
Sembra però che la costruzione della cosiddetta Transversal de las Americas, che dovrebbe connettere Paraguachon, al confine Colombia-Venezuela, con il confine Colombia-Panamá, sia stata già decisa.
Esiste anche il progetto di costruire una via ferrea attraverso il cosiddetto Tapon del Darién (tappo del Darién), presentato da NAWAPA (North American Water and Power Alliance).
Questo progetto è antico, essendo stato proposto per la prima volta dal presidente degli Stati Uniti William Mckinley (1897-1901), però fino ad oggi non è stato implementato.
Nel 2008 l’ingegnere statunitense Hal Cooper ha presentato due tracciati indipendenti per l’ipotetica via ferrata: uno occidentale, che sarebbe attiguo alla strada, ed uno orientale, molto più vicino alla costa, dove sorge la cittadina di Capurganá.
La necessità di costruire ben due ferrovie, secondo Cooper, deriva dal fatto che il tracciato occidentale, che attraverserebbe il parco nazionale del Darién, nel territorio panameño, potrebbe essere soggetto ad inondazioni, mentre il tracciato orientale, sarebbe libero da allagamenti ma presenterebbe un altro tipo di rischio, quello geologico, in quanto costruito sulla cordigliera (Serrania del Darién).
I promotori del progetto sostengono che l’idea ambientalista non è fondata poiché il danno alla selva sarebbe minimo. Inoltre sostengono che la politica di mantenimento e preservazione d’immense aree di selva potenzialmente ricchissime, non permettono il necessario sviluppo degli Stati sudamericani.
Il terzo progetto globalista che potrebbe stravolgere per sempre i delicati equilibri di quest’oasi di foresta pluviale tropicale è la costruzione (per ora solo ipotetica), di un canale interoceanico in territorio colombiano,attraverso il Rio Atrato e il suo affluente Truendó. La parte di cordigliera da sbancare per giungere all’Oceano Pacifico sarebbe relativamente corta, circa 80 chilometri.
Sarebbe un canale dove potrebbero transitare navi più grandi di 65.000 tonnellate di stazza, per ora il limite massimo per il canale di Panamá.
Questi progetti resteranno solo sulla carta o saranno portati a termine?
Inoltre, qual’è il vero scopo di opere così faraoniche? Per esempio il treno, (se sarà costruito), sarà un mezzo pubblico, quindi con biglietti a basso prezzo, e tariffe di trasporto merci economiche, o sarà un mezzo privato, non utilizzabile da passeggeri, che avrà come fine ultimo solo quello di trasportare materie prime nel Nord America, e quindi sarà un mezzo la cui utilità sarà destinata a poche imprese globali?

YURI LEVERATTO
Copyright 2010

lunedì 14 maggio 2012

Spedizione nella selva della Rondonia: la Fortezza del Rio Madeira




Sono vari gli scrittori spagnoli del XVI e XVII secolo che descrissero l’espansione degli Incas verso l’Amazzonia, verso un poderoso regno, o forse una confederazione di tribù, denominata “Paititi”. 
Questa terra leggendaria, la cui etnia dominante era alleata dei Moxos, si situava a nord-ovest del Rio Guaporé, oggi territorio brasiliano.
Il primo testo che descrive le conquiste di Pachacutec nella selva bassa amazzonica è la Relazione dei Quipucamayos a Vaca de Castro (1544), dove si menziona la costruzione di due fortezze nelle pianure amazzoniche allo scopo di delimitare l’impero e controllare i popoli che vivevano oltre la frontiera. 
Il vescovo spagnolo di La Paz Nicolas de Armentia (1845-1909), descrisse la costruzione di due fortezze nel suo libro “Descrizione del territorio delle missioni francescane di Apolobamba”. Eccone un passaggio:

...(L'Inca) si comunicò con il Gran Signore del Paititi e gli inviò vari regali, e ordinò che gli costrissero vicino al Rio Paititi due fortezze in modo che si rimanesse la memoria del suo nome e che si ricordasse che la sua gente era giunta fino a quelle terre...

Quando morì Pachacutec, siccome i popoli della selva si rifiutavano di pagare il tributo al Cusco, il nuovo inca Tupac Yupanqui, decise di organizzare una spedizione militare per sottomettere i popoli amazzonici e poter accedere cosi alle loro risorse (coca, oro ecc.). Lo scrittore spagnolo Sarmiento de Gamboa descrisse questa seconda campagna militare nella sua Historia de los Incas (1572). Ecco un passaggio del suo libro:

E per il camino che adesso viene chiamato Camata, [Tupac Inca Yupanqui] inviò un altro gran capitán chiamato Apo Curimache, che andò fino a dove nasce il Sole e camminò fino al Rio del quale adesso si ha avuto notizia di nuovo, chiamato “Paititi”, dove vi sono i Moxos del Inca Topa.

Nel libro di Sarmiento de Gamboa si specifica che il generale Otorongo Achachi fu incaricato di presidiare le due fortezze che erano state costruite da Pachacutec.
Vi sono poi altri documenti antichi (Felipe de Alcaya e Francisco Sanchez Gregório nelle croniche di Lizarazu del 1635), che narrano della presenza permanente di alcuni discendenti della famiglia reale inca presso il Rio Guaporé (vedi mio articolo: La fuga del inca Guaynaapoc nella misteriosa terra del Paititi).
In seguito a studi di vari archeologi, tra i quali il finlandese Parsinnen, si individuò la prima fortezza incaica nella selva bassa amazzonica. Si tratta della Fortezza di Las Piedras, ubicata non lontano dalle sponde del Rio Beni, quase alla confluenza di questo fiume con il Rio Madre de Dios, in territorio boliviano. All’interno della Fortezza Las Piedras furono trovati molti resti ceramici di chiara derivazione inca. 
Dopo l’indivuduazione di Las Piedras rimaneva pertanto l’interrogativo: dove era situata la seconda fortezza inca della quale accennano le cronache antiche?
Nel mio recente viaggio in Rondonia ho potuto portare a termine due spedizioni nelle quali ho approfondito la possibilità che queste antiche cronache abbiano una corrispondenza nella realtà archeologica.
Insieme ad alcuni ricercatori brasiliani ho approfondito lo studio della città perduta di Labirinto, luogo enigmatico che potrebbe essere stato utilizzato da alcuni discendenti della famiglia reale incaica per scopi cerimoniali. 
In seguito sono venuto a conoscenza della possibilità di trovare alcune strane rovine nella selva situata nel versante nord del Rio Madeira, sempre nello Stato della Rondonia. Ho deciso pertanto di organizzare una seconda spedizione in terra brasiliana.
Ho inizialmente viaggiato fino ad Abuná, un paesello ubicato sulle rive del Rio Madeira, dove sono venuto in contatto com alcuni anziani che mi hanno confermato la presenza di rovine non ben identificate in un luogo situato a circa un giorno di cammino dalla sponda opposta del fiume. 
Quindi ho conosciuto la guida locale Francisco Chogo dos Santos che ha acconsentito ad accompagnarmi, insieme all’aiutante Saviano Bebizao.
L’indomani mattina abbiamo raggiunto la sponda del Rio Madeira e, con l’aiuto di un barcaiolo, abbiamo navigato fino ad un punto situato al di là del fiume, a circa un’ora di navigazione da Abuná.
Da quel punto abbiamo iniziato a camminare in direzione nord-est, nella selva adiacente al Rio Madeira. 
E’una zona di selva densa e inondata, infatti in molti punti avevamo l’acqua alle ginocchia. Dopo circa un’ora di camminata, avanzando a colpi di machete, ci siamo trovati di fronte ad un fiume abbastanza profondo detto Simauzinho (Simoncello). L’attraversamento del fiume è stato molto complicato perché la profondità raggiungeva il metro e sessanta centimetri e l’acqua era limacciosa, mentre il fondale era fangoso. 
L’ho attraversato con l’acqua al petto, sostenendo il mio zaino in una posizione elevata in modo che non si bagnasse, temendo un attacco di serpenti, caimani o razze di fiume, numerosissime in quella zona. 
Quindi abbiamo continuato a camminare per tutta la giornata fino a giungere in un luogo dove vi erano vari macigni giganteschi nel bel mezzo della selva. L’impossibilità di raggiungere il nostro obiettivo in giornata ci ha convinto sulla necessità di approntare un campo base nella prossimità di quei macigni, soprattutto perché nella zona vi era un ruscello dove scorreva dell’acqua fresca e pura. 
Mentre le mie guide accendevano il fuoco per cucinare ho proceduto ad esplorare la zona rendendomi conto di star camminando al di sopra della cosidetta terra preta amazzonica, un suolo ricco di resti antropici, come ossa triturate di animali da cortile e pezzi di ceramica utilitaria, segno di un’antica presenza umana nella zona.
L’indomani mattina abbiamo continuato ad avanzare verso il nostro obiettivo, un’alta collina di origine vulcanica situata a circa 15 chilometri dal Rio Madeira. 
In due ore di camminata siamo giunti alle falde dell’alta collina rocciosa. Subito mi sono reso conto di trovarmi in un luogo particolare, dove antichi popoli vissero in passato, sfuttando la posizione elevata sulla selva bassa amazzonica.
Nella cima della collina rocciosa, abbiamo avvistato una alta muraglia, spessa fino ad un metro, ed in alcuni punti alta fino a due metri. 
Dopo essere entrati all’interno dell’antica costruzione ho potuto rendermi conto della sua grandezza ed estensione. Si tratta di una muraglia difensiva che circonda l’intera collina rocciosa. Il diametro della muraglia è di circa 200 metri, mente la sua lunghezza totale, ovvero la sua circonferenza, raggiunge i 600 metri. 
Dall’interno della costruzione si può osservare la selva bassa amazzonica da una posizione elevata e privilegiata. Si può inoltre riuscire a scorgere una parte del lontano Rio Madeira, situato a circa 12 chilomentri in linea d’aria. 
Questa edificazione, che ho denominato “Fortezza del Rio Madeira” (alcuni abitanti di Abuná la conoscono come Serra da Muralla, individuando così la collina, e non il sito archeologico), è, a mio parere, precolombiana, per vari motivi.
Innunzitutto bisogna specificare che i portoghesi giunsero stabilmente presso l’attuale territorio del Rio Madeira solo intorno al 1750. Nel 1776 iniziarono la costruzione del Forte Príncipe da Beira, presso le rive del Rio Guaporé. Se la fortezza del Madeira fosse stata costruita dai portoghesi l’atto di fondazione sarebbe stato registrato in alcune cronache del secolo XVIII, ma non vi è traccia alcuna di tale cronaca. 
Escludo inoltre che sai stata costruita da spagnoli perché troveremmo l’atto di fondazione in qualche resoconto dell’impero spagnolo. 
Inoltre il tipo di costruzione non è europeo e i portoghesi non avrebbero avuto necessità di costruire una fortezza difensiva cosi distante dal Rio Madeira. 
Resta pertanto l’ipotesi che la fortezza sia stata costruita da popoli indigeni amazzonici. La nostra esperienza, però indica che i popoli amazzonici non solevano costruire fortificazioni in pietra, salvo casi rari.
L’ipotesi pertanto che la fortezza del Madeira sia una costruzione inca si rafforza, anche considerando le cronache antiche, che ho citato all’inizio di questo articolo. 
Se ulteriori studi archeologici comprovassero la mia ipotesi avremmo trovato la seconda fortezza costruita da Pachacutec, una prova in più che la terra leggendaria del Paititi si situava nell’attuale territorio brasiliano della Rondonia. 
Inoltre la Fortezza del Madeira amplia verso occidente la zona d’influenza inca, che fino ad oggi si credeva giungesse solo fino alla fortezza di Las Piedras, presso l’attuale città de Riberalta, in Bolivia. 
Dopo aver esplorato la zona, siamo rientrati verso il campo base. Il giorno sucessivo abbiamo camminato verso il Rio Madeira dove nel primo pomeriggio abbiamo incontrato il nostro barcaiolo, che ci stava aspettando per condurci nuovamente ad Abuná.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011