venerdì 20 luglio 2012

Cronache da Quibdó, l’afropoli colombiana



Il dipartimento colombiano del Chocó, esteso più di 46.000 chilometri quadrati, è scarsamente popolato: vi vivono in totale 454.000 persone, una buona parte ammassate nella capitale Quibdò.
Il Chocó si affaccia sui due oceani: infatti, per un breve tratto, è bagnato dal Mar Caribe (Oceano Atlantico). La parte costiera dell’Oceano Pacifico è tuttavia la più estesa. Nella maggioranza del dipartimento si estende la foresta pluviale tropicale, una delle più piovose e biodiverse del pianeta.
Prima dell’arrivo degli Europei, il territorio attuale del Chocó era abitato da indigeni Kuna (nel golfo di Urabá), Wounaan (nell’odierno Rio San Juan) ed Emberá (nell’Alto Rio Atrato).
Quando gli Europei giunsero nel Nuovo Mondo, fu proprio nell’attuale Chocó che, nel 1510, fondarono la loro prima città: Santa Maria la Antigua del Darien.
In seguito ci fu una lenta penetrazione degli gesuiti spagnoli nelle foreste quasi inestricabili dell’interno che culminò nella fondazione di Quibdó, l’attuale capitale del dipartimento, nel 1648.
La storia del Chocó è strettamente legata allo sfruttamento aurifero.
Per questa ragione nel corso dei tre secoli dall’inizio della colonizzazione europea fino all’indipendenza della Colombia (1510-1810), vi furono trasportati migliaia di Africani per poi costringerli a lavorare nelle miniere d’oro. Oggi l’85% degli abitanti del Chocó è di origine africana. Passengiando nelle strade di Quibdó, la capitale, sembra realmente di essere in Africa, ed è per questo che la città è detta l’afropoli colombiana.
A partire dall’inizio del XX secolo lo Stato colombiano ha dato concessioni a varie imprese estere per sfruttare ricchi giacimenti d’oro. Per esempio la Compañía Minera Alemana Colombiana (1912), o la Pacific Metals Corporation (1917) o la British Platinum and Gold Corporation (1919).
Queste imprese non apportarono nulla all’economia del Chocó in quanto si limitarono a estrarre oro e lasciarono una minoranza dei loro guadagni allo Stato colombiano che però non investì in infrastrutture e servizi basici nel Chocó.
A partire quindi dall’inizio del XX secolo la popolazione afrodiscendente del Chocó è rimasta in uno stato di crescente sottosviluppo.
La maggioranza delle imprese multinazionali che si erano installate nei fiumi Condoto, Istmina, San Juan e Iró, causarono crescenti conflitti sociali, già che impedivano ai nativi di procedere ad uno sfruttamento artigianale e contaminavano i fiumi con mercurio.
Purtroppo questa situazione di sfruttamento aurifero da parte di imprese multinazionali continua anche oggi e le regalie che vengono versate nelle casse dello Stato colombiano non sempre beneficiano gli abitanti del Chocó, che ancora oggi denunciano gravi carenze nelle infrastrutture, nella sicurezza e nei servizi sociali, come scuole ed ospedali.
La cronica mancanza di strade in buono stato è purtroppo uno dei più gravi problemi del Chocó.
Per esempio la strada Medellin-Quibdo è in pessimo stato e per percorrere i 220 chilometri che separano le due capital di dipartimento, ancora oggi un autubus di linea ci mette circa 30 ore, un tempo totalmente inaccettabile, senza contare i frequenti attacchi di persone violente e gli incidenti, che purtroppo hanno causato molti morti negli ultimi anni.
Anche i dati della disoccupazione sono purtroppo molto alti: per esempio nella capitale Quibdo, il 19% della popolazione attiva è senza lavoro.
Tutto questo mentre si continua a dare in concessione immense aree a imprese multinazionali straniere, come il caso della Colombia Hardwood, che qualche anno fa ha chiesto la concessione per sfruttare una grande area presso Bahia Solano per esportare legna pregiata in Cina. Si esporteranno migliaia di alberi delle specie prosopis, cedro, bálsamo, caimito, il cui legno pregiato è molto richiesto in Estremo Oriente.
Anche dal punto di vista dello sfruttamento petrolifero il Chocó è sotto la mira di grandi imprese multinazionali.
Il 90% del dipartimento, però, è dichiarato area di proprietà collettiva e utilità pubblica, non vendibile, o terra indigena, e per cui non si capisce come sia possibile che siano date aree in concessione a imprese nazionali e straniere per lo sfruttamento petrolifero, minerario o forestale.
Attualmente nel Chocó non si produce ancora petrolio, peró alcune aree sono state date in concessione per esplorazione, ossia per verificare se lo sfruttamento è economicamente fattibile.
Tuttavia anche se il Chocó è uno dei dipartimenti più ricchi e paradossalmente più poveri dell’intera Colombia, non mancano gli esempi di un cambio, verso uno sfruttamento minerario più eco-sostenibile. Per esempio l’iniziativa “oro verde”, portata avanti da gruppi di minatori afrocolombiani che estraggono l’ambito minerale con tecniche non invasive e poco inquinanti per l’ambiente, che è ricchissimo in bio-diversità.
A mio parere un ecositema così delicato come la foresta pluviale tropicale del Chocó dovrebbe essere preservato.
Concedere a grandi imprese multinazionali lo sfruttamento di enorme aree per l’estrattivismo di minerali, petrolio o legna pregiata nonché biodiversità, non apporta alcun valore aggiunto alla Colombia, ma bensí lo toglie.
Al contrario, a Quibdó si dovrebbero incentivare dei corsi di agricoltura biologica per favorire le produzioni locali, vendendo gli eventuali eccessi di produzione nei dipartimenti vicini come Antioquia e Risaralda, ma per questo lo Stato dovrebbe migliorare l’accesso stradale. Inoltre si dovrebbe incrementare la navigabilità del Rio Atrato, attraverso il quale si potrebbero trasportare merci verso il Caribe colombiano. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2012

martedì 3 luglio 2012

L’incerto futuro di Cerro de Pasco, la città più alta del pianeta



Il mio viaggio a Cerro de Pasco ha avuto inizio da Chosica, dalla quale avevo fatto base per le spedizioni a Marcahuasi e a Chuya. 
Il percorso per l’altipiano centrale è tortuoso e la salita è molto ripida. Dopo circa quattro ore di viaggio si giunge nel passo chiamato Ticlio, situato a ben 4818 metri d’altezza sul livello del mare. Quindi si scende verso la Oroya, città mineraria famosa per essere il capolinea di una delle ferrovie più alte del mondo.
Da La Oroya il percorso per Cerro de Pasco si snoda lungo la stretta valle del Rio Mantaro (affluente dell’Apurimac), e quindi lungo l’altopiano centrale ad un altezza di ben 4400 metris.l.d.m. Dopo circa due ore si giunge a Cerro de Pasco, che con i suoi 4372 metri s.l.d.m. è la città più alta del mondo. 
Anche se La Rinconada, paesello di 27.000 abitanti situato nella cordigliera di Puno, al di sotto dell’imponente Nevado Ananea, è in assoluto il centro abitato più alto del mondo con i suoi 5200 metri s.l.d.m., non si può considerare una città, non solo per la sua popolazione al di sotto dei 50.000 abitanti, ma anche per la carenza di servizi basilari come un moderno sistema fognario e di approvvigionamento idrico. 
Cerro de Pasco invece, non solo ha una popolazione totale di circa 75.000 abitanti, ma ha le caratteristiche di una vera città, con un servizio fognario e idrico soddisfacente, scuole, ospedali e strutture ricreazionali. 
Appartiene al ristretto “club” delle tre città situate al di sopra dei 4000 metri s.l.d.m., nel quale vi sono anche El Alto (Bolivia, 4100 mt. s.l.d.m.), e Potosí (Bolivia, 4067 mt. s.l.d.m.). 
Arrivando nella stazione degli autobus ho avuto la senzasione di essere in una specie di girone dantesco: centinaia di venditori si accalcavano presso l’uscita del terminal, offrendo il tipico choclo con queso (pannocchia di mais bollito con formaggio), o la papa rellena (patata farcita con carne, uovo e verdura). Vecchi cenciosi accovacciati nel selciato offrivano patate, maca, quinua, quiwicha e animali vivi, come galline, oche e cuyes (un roditore commestibile molto apprezzato in Perú). E poi venditori di formaggio, frutta, verdura e coca (proveniente dalla selva di Huanuco), carne, uova. Branchi di cani randagi gironzolavano qua e la, in cerca di qualcosa da mangiare, mentre bambini giocavano nel marciapiede, abbandonati a se stessi, il tutto ammorbato dallo spesso fumo emesso dalle marmitte marcie di auto vetuste. 
Dopo essermi sistemato in un alberghetto del centro, e aver bevuto un provvidenziale mate de coca (acqua bollita con foglie di coca), che aiuta soprattutto a contrastare i problemi cardiaci derivanti dall’altitudine, ho deciso di fare un giretto in città, per tentare di rendermi conto di una delle realtá più strane del pianeta, una città situata a quasi 4400 metri d’altezza e costruita intorno a un gigantesco buco, la miniera a cielo aperto più alta del mondo. 
Dopo pochi minuti sono giunto così ai bordi della miniera, un colossale buco nella terra, profondo circa 700 metri, il cui diametro supera il chilometro. Dall’alto si possono scorgere i giganteschi camion che trasportano lentamente il minerale verso l’alto dove c’è la fabbrica dell’impresa Volcan.
Ho voluto camminare tutto intorno al cosidetto “tajo abierto”, ovvero la miniera a cielo aperto più alta del mondo, per rendermi conto delle dimensioni di quest’immensa ferita nella Terra, da dove si estraggono quantità ingenti di piombo, rame, zinco, anche se in passato la miniera era famosa per l’estrazione di argento, seconda solo a quella di Potosí. 
E’ stata una camminata di circa due ore, che mi ha permesso anche di conoscere altri quartieri della città, dove vi sono ghetti degradati, abitati in gran parte dai minatori, dipendenti della Volcan.
La città di Cerro de Pasco fu fondata nel 1578, proprio nel luogo dove già gli antichi Incas avevano estratto argento, fin da tempi remoti. Tutta la zona di Cerro de Pasco fu consegnata in “encomienda” al conquistador Juan Tello de Sotomayor, capostipite di una famiglia che per decenni sfruttò gli umili lavoratori indigeni, arricchendosi a dismisura. Nel 1639 la città di Cerro de Pasco assunse il titolo di “Ciudad Real de Minas” (città reale sede di miniere), e con la scoperta, nel 1760 del tunnel di Yanacancha, la produzione mineraria aumentò sensibilmente, superando quella di Potosí.
A partire dall’inizio del XX secolo le imprese statunitensi sbarcarono in Perú e ottennero delle importante concessioni nella miniera di Cerro de Pasco. Nel 1902, per esempio, l’impresa “Cerro de Pasco Investment Company”, aveva il monopolio dello sfruttamento della miniera, mentre in seguito furono date in concessione nuove aree ad altre compagnie. Nella prima metà del XX secolo aumentò notevolmente la produzione d’oro, che si otteneva dal rame. Durante la seconda metà del XX secolo altre imprese si sono succedute nello sfruttamento della miniera fino al 1999 quando la proprietà intera dell’area passo all’impresa Volcan, società di capitali peruviani. 
Attualmente Cerro de Pasco è una delle città più inquinate del mondo, principalmente in quanto l’estrazione di piombo facilita l’immissione di grandi quantità di polveri sottili nell’atmosfera, che poi vengono respirate dagli abitanti della città. In molti bambini di Cerro de Pasco è stata purtroppo diagnosticata un’alta percentuale di piombo nel sangue, che purtroppo innalza la possibilità di contrarre neoplasie durante la loro vita. I sintomi iniziali della presenza di piombo nel sangue sono: dolori addominali, notevoli complicazioni neurologiche (basso rendimento a scuola, stanchezza), invecchiamento precoce negli anziani (perdita di memoria o alzheimer).
Anche i fiumi che si originano nell’altopiano sono irrimediabilmente inquinati, si sono infatti trovate notevoli quantità di piombo nei fiumi Huachón, Tingo, Huallaga, e San Juan. 
Oggigiorno inoltre, è in corso una forte polemica tra gli amministratori della ditta Volcan che hanno presentato il progetto di continuare a scavare al di sotto della città, e la maggioranza degli abitanti che vedono in pericolo le loro case, le loro attività, e in ultima analisi le loro vite. 
In particolare i responsabili dell’impresa sostengono che al di sotto della città si troverebbe la vena più importante di zinco, rame e piombo e, per continuare a estrarre minerale in modo profittevole, sarebbe necessario trasferire completamente il centro di Cerro de Pasco in un luogo chiamato Villa de Pasco, a circa sette chilometri dalla miniera. Gli abitanti che cederebbero le loro proprietà all’impresa otterrebbero in cambio una compensazione. La maggioranza degli abitanti della città non sa che decidere: se da una parte cedere alla Volcan significherebbe perdere per sempre le proprie proprietà e anche le proprie tradizioni, legate al luogo di nascita, è vero che la Volcan ha dichiarato che se non potrà continuare a scavare al di sotto del centro città sarà costretta a chiudere, e pertanto si perderanno migliaia di posti di lavoro. La città morirebbe lentamente, in quanto dipende in tutto e per tutto dalla miniera: nell’altro caso invece sparirebbe rapidamente, in quanto sarebbe trasformata in miniera. 
Le autorità comunque fanno notare che un simile “trasloco” sarebbe costosissimo, in quanto oltre agli abitanti, bisognerebbe trasladare ospedali, scuole, strutture sportive, biblioteche e gli edifici municipali. 
Per ora non c’è soluzione al dilemma di Cerro de Pasco, che, se sarà distrutta, per fare spazio alla miniera, perderà la sua memoria, il suo passato e il suo futuro. Se invece la miniera chiuderà, per l’impossibilità di creare reddito per i suoi azionisti, la città morirà lentamente, spegnendosi come una flebile fiammella al vento.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011