martedì 14 agosto 2012

Il mondo ancestrale degli indigeni Auca



Gli Huaorani, chiamati anche Auca, sono circa tremila e vivono in un territorio di circa 13.000 chilometri quadrati nella giungla amazzonica ecuadoriana.
La maggioranza di loro vive in forma stanziale ai margini di alcune missioni. Solo piccoli gruppi di Auca vivono ancora nella foresta, ma non sono in-conttatati, sono una etnia che vive in isolamento volontario.
Il loro luogo di origine è una porzione di selva compresa tra il Rio Napo e il Rio Curaray, mentre all’est il loro territorio ancestrale confina con il Rio Yasuni.
Anticamente gli Auca si distinguevano per la loro grande abilità nella caccia. Utilizzavano cerbottane con le quali lanciavano frecce avvelenate con il veleno detto “curare”.
Di solito per questi indigeni il veleno non serve solo per uccidere, ma è anche un mezzo per introdursi nel mondo della magia.
Se il veleno è maneggiato con cura, seguendo appositi riti e norme antichissime, l’effetto ottenuto sarà maggiore.
A volte però la caccia non da i frutti sperati.
Animali come il tapiro o il pecari sono sempre più scarsi nelle foreste dello Yasuni e così gli indigeni devono alimentarsi per mezzo dell’agricoltura, piantando manioca e platano, principalmente. Il platano è una specie di banana che si consuma fritta o bollita.
Secondo gli Auca, quando qualcuno muore la causa non è una malattia, ma un insieme di flussi negativi o addirittura il maleficio fatto da qualche nemico.
A tale proposito gli Auca allevano dei piccoli animali, come piccole scimmie, che tengono con loro come fossero scudi contro eventuali malefici.
In pratica l’animale serve da scudo protettore e assorbirà ogni influsso negativo diretto verso i componente della famiglia. Altre volte è stato osservato che gli Auca tengono in cattività degli uccelli rapaci come le arpie. In effetti le arpie hanno un ruolo centrale nella mitologia amazzonica. Sono gli animali che si incaricherebbero di trasportare le anime dei defunti verso l’inframondo.
Un’altro concetto importante della cultura degli Auca è la ricerca dell’equilibrio. Ogni persona che per qualsivoglia ragione accumula dei beni materiali o viene a conoscenza di particolari concetti produce un disequilibrio nella comunità.
E’ necesario quindi che l’abbondanza, sia essa di conoscenze o di beni materiali sia comunitarizzata, resa accessibile a tutti, collettivizzata.
Per esempio de un membro della comunità viene in possesso di particolari segreti nell’ambito delle proprietà benefiche delle piante medicinali e non le divulga, ciò può creare invidie, quindi malessere ed influssi negativi nell’ambito della comunità.
Per ristabilire l’equilibrio si può rivolgere un maleficio verso il soggetto in questione, in modo che la causa del conflitto scompaia.
Ovviamente quando l’utilizzo del maleficio eccede gli obiettivi che erano stati proposti si parla di magia nera. Questa magia nera, che a volte influisce talmente sulla psiocologia dei soggetti da provocarne la morte, è causa indiretta di conflitti tra clan, che a volta terminano a loro volta con l’assassinio dello sciamano che provocò il maleficio.
Anche la concezione della morte negli Auca è particolare. Secondo la loro filosofìa, l’anima sopravvive al corpo a seconda del tipo di morte che è soppravvenuta. Inoltre il tipo di morte definisce dove andrà l’anima quando si sarà staccata dal corpo.
Per esempio l’anima del soggetto morto per cause di guerra, dividerà la sua esistenza futura con anime che appartanevano a soggetti che morirono nella stessa maniera.
L’anima di chi muore a causa di una magia nera non potrà staccarsi dal corpo e rimarrà in una fase di prigionia all’interno del cranio, in una specie di nube nera, per l’eternità.
Purtroppo il mondo ancestrale degli Auca è oggi in constante pericolo.
Il loro territorio, che si sovrappone al Parco Yasuni dovrebbe essere esente da sfruttamento petrolifero, ma all’interno del Yasuni, vi sono già cinque zone utilizzate per lo tale attività, e date in concessione a altrettante imprese. Tutto ciò non causa solo inquinamento dovuto a perdite occasionali di petrolio, ma anche deforestazione per la costruzione di strade e villaggi, e ovviamente trastorno dei nativi Auca, che sono spesso contrattati dalle imprese che hanno bisogno di mano d’opera economica.

YURI LEVERATTO
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martedì 7 agosto 2012

L’enigma dei Maraká, gli ultimi pigmei americani



L’aspra cordigliera del Perijá, che si snoda per circa 300 chilometri, si estende a cavallo dei dipartimenti di Cesar e Norte de Santander, in Colombia. Nel lato occidentale vi è il dipartimento di Cesar, mentre nel versante orientale vi sono le profonde vallate del rio Agua Blanca e del Rio Catatumbo, che sfociano entrambi nel lago di Maracaibo, in Venezuela.
In questi particolari ecosistemi, che vanno dal paramo d’alta montagna, fino alla foresta pluviale tropicale, hanno vissuto sin da tempi remoti un insieme d’indigeni che sono stati identificati dagli Spagnoli con il termine Motilones.
Di solito si differenziano i Bari dagli Yucos. I primi parlano una lingua appartenente al gruppo chibcha, mentre i secondi parlano una lingua derivata dal caribe.
Gli Yucos, che sono sempre stati particolarmente bellicosi, abitano la parte occidentale della serrania di Perijá, ed alcuni di loro vivono ancora oggi nella cosiddetta cordigliera dei pipistrelli (Serrania de los Murcielagos).
Gli Yucos vivono sostanzialmente d’agricoltura, e piantano mais, fagioli, manioca, igname, banane, canna da zucchero, zucche, papaie, tabacco e peperoncino. La loro dieta, povera di sale, viene arricchita occasionalmente da cacciagione: tapiri, cervi, fagiani, tacchini selvatici.
Negli ultimi anni gli Yucos hanno dovuto confrontarsi sempre più spesso con l’invasione delle loro terre da parte di coloni colombiani, e si sono ritirati nel profondo della cordigliera di Perijá.
Nella zona delle sorgenti del Catatumbo, in piena selva alta, vivono ancora oggi gruppi di Maraká, indigeni molto bassi, perfettamente integrati nel loro bioma.
Nell’era moderna il primo studioso che riuscì a stabilire un contatto con i Maraká fu Gustaf Bolinder, nel 1920.
Secondo Bolinder i Maraká, conosciuti presso il villaggio di Shirapa, dovevano essere considerati a tutti gli effetti gli ultimi pigmei americani, in quanto i maschi adulti non superavano i 140 cm mentre le donne avevano un’altezza media di 120 centimetri.
Bolinder tornò presso la Serrania de Perijá nel 1936, insieme a sua moglie.
Si stabilì per un tempo presso il villaggio di San Jenaro, a circa 1200 metri d’altezza sul livello del mare. Insieme con alcuni indigeni Maraká, intraprese quindi un’avventurosa spedizione, nell’intento di attraversare l’intera serrania de Perijá. Durante il viaggio venne a contatto con autoctoni di statura normale, gli Sikakao.
Nel 1948 i due studiosi Cruxent e Wavrin, che stavano esplorando il versante orientale della cordigliera, vennero a contatto, presso un affluente del Rio Tukukú con alcuni autoctoni barbuti d’altezza estremamente ridotta. Secondo le loro indicazioni, detti indigeni erano Marakà.
Cruxent poté effettuare alcune misurazioni di vari gruppi d’indigeni, verificando che per gli uomini la statura media era 140 centimetri, mentre per le donne era di 128 centimetri.
I Maraká che furono descritti e studiati da Cruxent però, non erano in alcun modo negroidi, pertanto si esclude ogni possibile discendenza con aborigeni provenienti dall’Africa.
Al contrario, la maggioranza dei Maraká aveva tratti somatici simili ai Motilones di statura normale e alcuni di loro avevano persino la barba, che è una caratteristica delle etnie caucasoidi.
Attualmente esistono ancora isolati gruppi di Maraká, che vivono presso le sorgenti del Catatumbo. L’origine dei Maraká ha causato notevoli discussioni tra gli antropologi. Secondo alcuni studiosi, la loro statura ridotta è causata da un’alimentazione difettosa, pertanto si tratterebbe di un’involuzione umana.
Però, al contrario di questa affermazione, i Maraká non sembrano affatto essere un gruppo umano “difettoso”, in quanto sono abilissimi nella caccia e nella pesca, sono resistentissimi alle lunghe camminate, al caldo umido e al freddo intenso. Si ammalano raramente e sono combattivi ed intelligenti. Sono perfettamente integrati al loro ambiente naturale, e la loro statura ridotta li aiuta in certe situazioni, come per esempio nel muoversi con agilità in una selva intricata.
Secondo queste teorie i pigmei americani, che non sarebbero affatto imparentati con i pigmei africani o della Nuova Guinea, sarebbero invece il risultato di una mutazione genetica avvenuta nel passato. Il fatto che i discendenti degli individui il cui patrimonio genetico mutò, siano stati vincenti da un punto di vista evolutivo, ha permesso che il gruppo di Maraká sopravvivesse, giungendo fino a noi.
Oggigiorno l’ecosistema della Serrania de Perijá è costantemente minacciato da gruppi di persone violente che occupano i suoli con il fine di sviluppare piantagioni illegali di coca. Anche grandi gruppi imprenditoriali, che hanno come scopo lo sfruttamento minerario della zona, stanno entrando con forza nelle varie vallate della cordigliera.

YURI LEVERATTO
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