lunedì 23 dicembre 2013

Lo sfruttamento delle biomasse nel Sud del mondo


Nel 2010 mi trovavo nello Stato brasiliano di Amapá e stavo viaggiando dalla capitale Macapá verso nord.
Gia dopo pochi chilometri di distanza dalla città mi resi conto che ad entrambi i lati della strada asfaltata vi erano immense piantagioni di eucalipti, destinati ad essere tagliati per poi essere trasportati negli Stati Uniti allo scopo di produrre carta.
Pensavo che la piantagione fosse estesa 20 o 30 chilometri, ma mi sbagliavo: in realtà si estendeva per ben 500 chilometri, la gran parte del percorso da Macapá a Calçoene, occupando circa la metà dell’intero Stato di Amapá (la cui superfice totale è di 143.000 chilometri quadrati, circa metà dell’Italia).
Quello che vidi è un chiaro esempio di utilizzo massivo di un enorme area di suolo che va a beneficiare quasi esclusivamente un impresa privata, in quel caso per produrre carta, che sarà poi venduta sul mercato a prezzi internazionali.
Poche settimane fa, è uscita su giornali di tutto il mondo la notizia che alcune multinazionali del Nord del Mondo, stanno acquisendo terreni nel Sud del Mondo, in particolare in Africa e Sud-Est asiatico, allo scopo di piantare alberi che saranno poi trasportati in centrali termiche per bruciarli, in modo da produrre energia, la cosidetta energia da biomassa.
Ho letto pure i commenti di alcuni lettori, i quali sostenevano che tutto ciò fosse sostanzialmente giusto, perché ridurrebbe la dipendenza degli Stati industrializzati dal petrolio, e addirittura darebbe lavoro ai contadini africani che “se non sono guidati fanno disastri in casa loro”.
Il problema principale che a mio parere potrebbe originarsi in seguito a questa ennesima depredazione dei paesi poveri, è sociale. I terreni che verranno acquisiti da imprese multinazionali in Paesi come Mozambico, Angola, Madagascar, Indonesia, India o Cambogia, sono occupati da contadini poveri che vivono di agricoltura di sussistenza e spesso non hanno il titolo di proprietà della terra dove vivono, ma solo un diritto di uso da parte dello Stato.
Purtroppo si è verificato moltissime volte che i governanti degli Stati dei Paesi del Sud del Mondo non rispettano le esigenze delle popolazioni locali, siano essi indigeni o coloni, ma, in cambio di forti pressioni internazionali o di lucrose concessioni, procedono allo sgombero forzato dei contadini indigeni, che finiscono poi per andare a sopravvivere nelle immense megalopoli del Sud del Mondo, come per esempio San Paolo, Lagos, Kinshasa, Dacca o Giacarta.
Questo “assalto” alle terre del Sud del Mondo, che avviene per la produzione di carta, come ho potuto constatare nello Stato di Amapá (Brasile), o per la produzione di soia nello Stato del Mato Grosso (Brasile), o per la produzione di biocombustibili (Brasile, Colombia), o in questo caso per la coltivazione di alberi destinati poi ad essere bruciati, è un processo che porterà inevitabilmente a disastrosi conflitti sociali.
Invece di incentivare i contadini e gli abitanti rurali a rimanere nelle loro terre, si sta costringendoli ad ammassarsi nelle città, omologandoli, in modo da poterli trasformare da cittadini in consumatori.
Molti lettori di questo articolo si domanderanno come far fronte alla crescente domanda di energia nei paesi ricchi, ma a questa domanda la unica risposta possibile è incentivare la produzione di energia solare, eolica e geotermica non massificata e limitare i consumi, dirigendosi verso una società in decrescita ed impulsando le produzioni agricole locali.
Un mondo intero che prevede consumi pro-capite paragonabili all’Europa occidentale o agli Stati Uniti è del tutto improponibile, è i disastri di questa insensata corsa al cosidetto “progresso” si notano già da decenni: aumento esponenziale delle malattie causate dall’inquinamento industriale e dalle emissioni dei mezzi di trasporto motorizzati, cementificazione massiccia delle aree costiere, ed aumento generalizzato dei consumi, il tutto facente parte del cosidetto mondo globalizzato.
Quello che si nota, osservando la situazione di continuo sfruttamento delle risorse e accapparramento delle terre del Sud del Mondo, non è distante dall’analisi che Eduardo Galeano fece nel 1971, nel suo libro “Le vene aperte dell’America Latina”.
In realtà nei quarant’anni che sono passati dalla stesura di quel libro, lo sfruttamento dei paesi poveri da parte dei paesi ricchi non solo non è cessato, ma è addirittura aumentato, inizialmente dal punto di vista petrolifero e minerario, ma oggi anche dal punto di vista dell’utilizzo dei suoli per le produzioni di biocombustibili e biomasse, e della costruzione di immense dighe per l’aumento esponenziale della produzione di energia (vedi i miei articoli Inanbari e Marañón).
Nel Nord del Mondo il dibattito politico ed economico è fermo da molti anni sulla necessità di mantenere ed incrementare il numero degli occupati, e garantire alle imprese il profitto e quindi la capitalizzazione di borsa. E’ un sistema destinato al collasso, è gia se ne vedono le prime avvisaglie.
L’unica soluzione per intraprendere la strada di un deciso sviluppo umano spirituale e sociale, è un graduale ritorno ad un mondo rurale, dove ognuno di noi sia responsabile per produrre una quantità di energia (utilizzando l’energia solare o altri metodi rinnovabili), e di alimenti, per mezzo di agricoltura e allevamento non massificati, e di redistribuire nel mercato (per mezzo di internet), ad eventuali acquirenti le eccedenze di produzione.
Il cambiamento può e deve venire da ciascuno di noi: se continueremo a partecipare a questa insensata corsa al consumismo, senza concentrarci sulla riduzione della cosidetta “impronta ecologica”, saremo responsabili del completo disequilibrio del pianeta, che causerà a sua volta conflitti sociali, crisi alimentari e idriche, oltre a guerre sanguinarie per il controllo delle risorse.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

venerdì 6 dicembre 2013

Il problema delle terre indigene in Brasile: il conflitto sociale nel territorio di Raposa Serra do Sol


Ormai da vari decenni, in Brasile è in atto uno strano processo apparentemente irreversibile, del quale non c’è traccia nei quotidiani e neppure nei periodici d’approfondimento. 
A partire dal 1980 sono state create delle cosiddette “terre indigene”, con lo scopo ufficiale di preservare i territori ancestrali degli autoctoni, garantendo le loro culture, lingue e tradizioni.
In pratica succede questo: quando un territorio è individuato come “indigeno”, anche se la popolazione degli autoctoni è numericamente inferiore (a volte 1 a 10), rispetto ai contadini “non indigeni”, ogni “non autoctono” deve uscire per sempre dal territorio (anche se vi è nato), e le sue proprietà gli vengono confiscate dietro il pagamento di una minima compensazione. Inoltre, è assolutamente vietato l’accesso ad ogni non indigeno (anche ad autoctoni d’altre terre), che sia brasiliano o straniero.
Uno dei primi territori demarcati è stato quello degli Yanomami (nel Roraima e parte dello Stato Amazonas), dopo che l’esploratore inglese Robin Hambury-Tenison (attuale presidente di Survival International), prese contatto con alcuni nativi.
Inizialmente la terra indigena Yanomami era estesa “solo” 50.000 chilometri quadrati, ma nel 1991 fu ampliata a ben 94.000 chilometri quadrati. Stranamente sono state inglobate nella “riserva” zone ricchissime d’oro, stagno, niobio e minerali radioattivi, come era stato indicato dal progetto Radam-Brasil, del 1975. 
Quello che inoltre lascia perplessi è l’immensità dell’estensione della terra indigena Yanomami: 94.000 chilometri quadrati (un territorio grande come il Portogallo), dove vivono appena 7000 nativi.
La domanda sorge subito spontanea: che bisogno hanno 7000 persone, che non sono più nemmeno nomadi poiché vivono in modo sedentario nei pressi d’alcune missioni (come quella di Xitei), di 94.000 chilometri quadrati?
Nel corso degli anni la demarcazione di cosiddette terre indigene è continuata: si sono create le aree indigene Xingú, Alto Javarí, Alto Rio Negro (la cosiddettacabeza do cachorro, “testa del cane”, al confine con la Colombia, estesa ben 80.000 chilometri quadrati), Tumuqumaqué, Kayapo, Xingú, e molte altre.
Oggi il totale delle terre indigene brasiliane assomma a ben 1.096.000 chilometri quadrati, il 13% dell’intero Brasile. 
Alcuni giornalisti brasiliani hanno da qualche tempo denunciato questa situazione sostenendo che le tesi indigenista ed ambientalista nascondono in realtà un progetto di privatizzazione globale dell’Amazzonia brasiliana.
Di solito all’interno d’ogni terra indigena vi è una missione. Gli autoctoni vedono il religioso come colui che li ha salvati dai “brasiliani bianchi”, che volevano appropriarsi delle loro terre. Siccome il missionario parla l’idioma del capo tribú, ha la possibilità d’influenzarlo.
Da tutto ciò ne esce uno scenario dove chi demarca queste immense terre voglia poter disporre di territori immensi senza che nessun giornalista abbia la possibilità di verificare ciò che sta succedendo. 
Si stanno creando così degli esseri umani docili e facili da influenzare, che non hanno informazioni esterne e soprattutto non sanno qual’è il valore internazionale delle risorse (idriche, minerarie, bio-diverse), presenti nel loro territorio.
Seguendo questa logica, lo straniero interessato alle risorse dell’area indigena contratta direttamente con il cacique (capo tribú), che è docile, influenzabile, corrompibile, in modo poi da poter attuare studi di settore, strategici e geo-economici nelle aree in questione.
I territori che sono stati demarcati come “terre indigene”, sono ricchissimi: oltre al bene più prezioso del pianeta, l’acqua (miliardi di ton.), vi si trova oro, stagno, platino, uranio, plutonio, niobio (coltan), argento, rame, molibdeno, tantalio, legna pregiata, oltre ad una risorsa che sarà sempre più importante negli anni a venire: la bio-diversità. 
Da migliaia di specie animali e vegetali endemiche delle terre indigene, infatti, alcuni bio-pirati hanno già da tempo sottratto al Brasile e agli altri Stati amazzonici importanti principi attivi, utilissimi per la creazione di medicinali, cosmetici e alimenti.
Fino a quando sono state delimitate terre scarsamente popolate, non sono sorti particolari problemi, ma nel 2005, quando il Funai (Fundacion nacional do Indio), ha convalidato la demarcazione dell’area di “Raposa Serra do Sol”, situata in Roraima, nell’estremo nord del Brasile, al confine con la Guayana e il Venezuela, è scoppiato un forte conflitto sociale.
Il territorio individuato come “Raposa Serra do Sol” è esteso 17.430 chilometri quadrati (come il Veneto), e vi vivono solo 19.000 indigeni soprattutto d’etnie Macuxí, Ingaricos, Patamonas, Taurepangues e Uapixanas.
Secondo i dati governativi fu solo a partire dal 1900 che non indigeni (coloni Brasiliani), si stabilirono nell’area e iniziarono la produzione di riso e l’allevamento di bovini.  
I discendenti dei coloni, che sostengono invece che l’occupazione iniziale rimonti ai tempi dei portoghesi, cioè al XVIII secolo, non hanno accettato le indennizzazioni del governo e hanno manifestato duramente per evitare l’espropriazione sostenendo che sarebbe possibile una convivenza pacifica con gli indigeni vista l’immensità delle terre in questione. Secondo i coloni, le terre adibite a coltivazione di riso e pascoli non superano il 2% dell’intero territorio, ma contribuiscono al 6% dell’economia dell’intero Stato del Roraima.
Nel giugno del 2007 il Tribunale Supremo del Brasile ha sancito che il territorio Raposa Serra do Sol doveva essere inderogabilmente “svuotato” di ogni non nativo.
Nel marzo 2008 la polizia federale ha iniziato l’operazione chiamata Upatakon III, in modo da procedere all’espulsione forzata dei contadini dall’area, ma la popolazione dei non autoctoni ha reagito duramente, non obbedendo agli ordini della polizia. 
Nel mese d’aprile 2008 il governo del Roraima ha chiesto al governo federale la sospensione dell’ordine d’abbandono delle terre da parte dei non nativi. Il governo ha risposto inviando la forza di sicurezza nazionale a sostegno della polizia federale ma tutto ciò si è risolto in ulteriori tensioni con le popolazioni locali di coloni e contadini. 
A tutt’oggi nel territorio di Raposa Serra do Sol lo stato di tensione è continuo, e molti non nativi hanno già abbandonato per sempre le loro terre. 
In cambio gli indigeni sono stati spesso riposizionati, per rispondere a logiche non sempre facilmente comprendibili. 
Cosa sta succedendo realmente nell’Amazzonia brasiliana? 
Secondo alcuni giornalisti si sta creando un’enorme fascia territoriale, detta “corridoio del nord”, dove l’accesso ai Brasiliani non indigeni è completamente proibito. 
La terra indigena “Raposa Serra do Sol”, fa parte di questo progetto quasi sconosciuto a livello internazionale, che riduce di fatto la sovranità del Brasile. 
In effetti se in queste terre indigene nessuno può entrare in quanto l’accesso è totalmente precluso ai normali cittadini e se nessuno può verificare cosa vi succede all’interno, non è forse già questa una perdita di sovranità, che per denominazione appartiene al popolo? 
Purtroppo è quasi impossibile verificare cosa stia succedendo all’interno delle aree indigene, però le segnalazioni d’ingressi d’entità estere (o.n.g.), sono all’ordine del giorno. Quale siano le attività portate avanti da tali o.n.g. è difficile individuarlo, ma molti analisti sono concordi nel fatto che si stiano effettuando studi mirati allo sfruttamento di minerali strategici (oro, coltan, uranio), e biodiversità. Rimane il dubbio che stiano agendo per l’interesse di poche persone e non certo per il bene di tutta l’umanità. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2011  

mercoledì 20 novembre 2013

In Brasile la politica indigenista e ambientalista si scontra con il processo di industrializzazione guidato dal capitalismo estremo


La politica indigenista è iniziata in Brasile nel 1910, quando l’esploratore Candido Rondon fu nominato direttore del “servizio di protezione degli indigeni”. Nel 1952 Rondon presentò al presidente della repubblica un progetto per la creazione del parco indigeno Xingú. 
Negli anni 60 del secolo scorso i fratelli Orlando, Claudio e Leonardo Villas Boas diedero un forte impulso alla creazione di terre indigene, luoghi dove i nativi potessero vivere in pace senza la minaccia che latifondisti e impresari senza scrupoli depredassero le loro terre.
Nella costituzione del 1988 infine, si sancirono definitivamente i diritti degli indigeni, come il diritto alla differenza culturale e il diritto all’uso esclusivo delle terre indigene che sono state demarcate a partire dal 1988.
In particolare il diritto alla terra è stato dichiarato “originale” e pertanto anteriore alla formazione dello Stato.
Con questa clausola, caso unico nella Storia, si è concesso un uso esclusivo ai nativi delle terre demarcate, escludendo da questo diritto tutti i non-indigeni.
Non esiste infatti nessun Paese al mondo, al di fuori del Brasile, che vieti espressamente a suoi concittadini l’entrata in aree dove vivono altri concittadini.
In pratica, anche se il processo di demarcazione indigena è nato per una causa nobile, e cioè per dare ai nativi le terre che originariamente erano loro, nella realtà questa legge ha causato molti problemi, come l’espropriazione e l’esplulsione forzata di contadini non indigeni che erano nati nelle nuove terre demarcate (vedi il problema sorto con la demarcazione della terra indigena Raposa Serra do Sol), e di piccoli e medi proprietari di imprese agricole (produttori di riso, ecc), che operavano da vari decenni nelle zone in questione.
La proibizione assoluta ad ogni non-indigeno di accedere alle terre indigene, e la restrizione degli indigeni di un'area di accedere ad un'altra area, risponde alla necessità di evitare che non-indigeni, cercatori illegali d’oro e altri minerali, e impresari senza scrupoli accedano alla zona indigena, cone purtoppo è successo molte volte nel corso dei decenni passati.
Tuttavia la restrizione è causa di varie perplessità in quanto riduce di fatto la sovranità del Brasile nelle aree indigene.
Se nessun brasiliano può entrarvi per rendersi conto di cosa vi succede all’interno, non è forse già questa una perdita di sovranità?
C’è poi il problema della giustizia indigena, infatti i nativi godono di uno status particolare, che li pone di fatto in una posizione di “non accusabilità”, come fossero minori di età o incapaci di intendere e di volere (legge statuto del 1973). Se poi, un indigeno, dopo aver commesso un crimine, si rifugia all’interno della sua terra demarcata, può evitare di essere posto in stato di arresto, in quanto la polizia non può accedervi.
C’è poi la questione dei sussidi mensili, pagati dallo Stato agli indigeni, che di fatto li rendono apatici, isolati, e facilmente controllabili.
Da notare che le terre indigene non sono di proprietà degli indigeni, infatti non possono essere vendute. A loro è concesso invece l’uso esclusivo, ovvero la possibilità di viverci e sfruttare i prodotti della terra.
Molti brasiliani hanno espresso perplessità e critiche al processo di demarcazione delle terre indigene. Per esempio il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, il giornalista Luiz Margarido e il leader del gruppo indigeno Macuxì Jonas Marcolino.
Questi opinionisti hanno avanzato l’ipotesi che le demarcazioni di terre indigene in Brasile siano addirittura guidate da forze estere. Come è noto infatti sia la Banca Mondiale, che la Germania, oltre a varie ONG estere (spesso inglesi), supportano fortemente la tesi indigenista.
Sul fatto che le demarcazioni di immense terre siano spinte da grandi gruppi economici mondiali non ci sono dubbi: a titolo di esempio si ricorda che se un'area indigena all’interno della quale vi è una grande quantità d’oro viene demarcata, e quindi vengono immediatamente esplusi tutti i garimpeiros (cercatori d’oro illegali), il prezzo dell’oro sulla piazza di Londra e New York sale.
Questo è successo per esempio quando è stata demarcata l’enorme terra indigena Yanomami, estesa cone il Portogallo (94.000 chilometri quadrati per un totale di 7000 indigeni che vi abitano).
L’immensità delle terre indigene è un altro motivo che genera dubbi e perplessità.
Per esempio la terra indigena Alto Rio Negro, luogo importante dal punto di vista strategico e minerario per la presenza di coltan nel sottosuolo, è estesa ben 80.000 chilometri quadrati. Se è vero che anticamente gli indigeni erano nomadi, ed utilizzavano grandi estensioni di terreno, oggi la maggioranza sono sedentari e pertanto non si spiega l’immensità delle terre a loro assegnate.
Il totale delle 668 terre indigene del Brasile assomma a ben 1.115.000 chilometri quadrati (il 13 % del Paese), dove vivono poco più di 500.000 persone.
In pratica lo 0,42% della popolazione del Paese ha a disposizione il 13% delle terre.
Il risultato che traspare da tutto il progetto di demarcazione forzata delle terre indigene è la conseguente separazione di indigeni e non-indigeni.
Questo processo è estremamente dannoso, per vari motivi: innanzitutto gli indigeni vengono separati dai non indigeni e viene instaurata nella loro mente che tutta la cultura occidentale è sbagliata, perché distruttrice della natura.
Questo corrisponde solo in parte alla verità.
In secondo luogo, come è stato sottolineato dal leader dei Macuxì Jonas Marcolino, gli indigeni stessi (eccetto ovviamente quelli non contattati), hanno bisogno di un contatto con i non indigeni, in modo da sviluppare una personalità poliedrica e non ingessata, senza confronto con il “diverso” (in questo caso il non-indigeno).
Un altro punto fondamentale della separazione tra indigeni e non indigeni che sta avvenendo in Brasile, è l’accesso alla conoscenza tradizionale dei nativi, mi rifersisco all’uso di piante medicinali e ai processi di agricoltura biologica utilizzati dagli indigeni, con centinaia di piante quasi sconosciute nel mondo occidentale.
Queste conoscenze, che potrebbero aiutare l’umanità a migliorare il suo rapporto con la Natura, oggi sono tenute nascoste, e non sono divulgate.
Solo alcune ONG (a volte estere), che hanno accesso alle terre indigene, possono usufruire di queste preziose cognizioni.
Sarebbe invece auspicabile che le conoscenze degli indigeni siano messe su internet, in modo che tutti possano avere accesso al loro modo di intendere l’agricoltura ecologica non invasiva, e al loro modo di utilizzare le piante medicinali, cosicché le loro cognizioni possano aiutare l’umanità e non siano riservate solo a poche ONG presenti sul territorio a loro assegnato.
Il processo indigenista in Brasile, che spesso viene associato al tema del conservazionismo ambientale, si scontra con il tumultuoso sviluppo dell’economia del gigante sudamericano, che è guidato dal capitalismo estremo.
Negli Stati della cosidetta “Amazzonia Legale” (Rondonia, Acre, Mato Grosso, Amazonas, Roraima, Amapá, Pará, Tocantins, Maranhao), dove sono presenti il 98% delle terre indigene, si stanno portando a termine dei faraonici progetti di costruzione di nuove centrali idroelettriche, come la enorme diga di Belo Monte, sul Rio Xingú, quella di São Luis Tapajós (sul Rio Tapajós), o le due gigantesche in costruzione presso il Rio Madeira (Jirau e Santo Antonio).
Si tratta di dighe che sbarreranno il flusso di fiumi maggiori, tutti affluenti diretti del Rio delle Amazzoni e, anche se il metodo costruttivo sembra che non produrrà grandi bacini artificiali, come nel caso invece della diga delle Tre Gole (Cina), gli effetti sul clima amazzonico e mondiale potrebbero essere devastanti.
L’energia che sarà prodotta in queste enormi centrali, non servirà per migliorare il servizio elettrico nel bacino amazzonico, ma sarà destinata alle fabbriche del sud del Paese, in particolare degli Stati di San Paolo, Paraná e Minas Gerais, che necessitano di energia per aumentare la produzione nelle loro imprese.
In particolare la diga di Belo Monte, che non sarà la unica della zona, ma sarà seguita da altre tre più piccole, e che si sta costruendo appena fuori del parco indigeno Xingù, sta generando forte preoccupazione, per i possibili danni ambientali che deriveranno dall’innondazione di grandi terreni e per i danni alla fauna ittica dei fiumi della zona, principale fonte di proteine per gli indigeni che vivono all’interno del parco.
Vi sono altri esempi di capitalismo estremo in Brasile, come le immense estensioni coltivate a soia del Mato Grosso, o quelle di eucalipti destinate alla produzione di carta dell’Amapá, o le immense terre coltivate a cotone della Bahia, nella maggioranza dei casi terre di proprietà di una singola persona fisica.
Tuttavia, la situazione delle terre circondanti il parco indigeno Xingú è diventata emblematica per capire quello che sta succedendo in Brasile: da una parte vi è una popolazione indigena che è stata forzatamente separata dai brasiliani non-indigeni, dall’altra, appena al di fuori del parco, vi è una sconvolgente avanzata di impresari agricoli senza scrupoli che, avendo come unico scopo il lucro, hanno deforestato selvaggiamente, e quindi hanno sfruttato i suoli con enomi piantagioni di soia e allevamento intensivo di bovini, con sistemi di produzione altamente dannosi per l’ecosistema globale.
L’aumento della demarcazione di terre indigene che si è visto negli ultimi cinque anni non ha diminuito i conflitti sociali, ma li ha invece accentuati. E’ il caso delle espropriazioni forzate nella terra indigena Raposa Serra do Sol, ma anche degli indios Guayas nel Maranhão, o degli Xavantes nel Mato Grosso, minacciati da impresari agricoli che invadono le terre a loro assegnate.
Il processo indigenista che si sta sviluppando in Brasile, sia o non sia guidato da gruppi economici esterni al Brasile, è indice di un crescente disequilibrio, in quanto sta creando uma profonda divisione tra brasiliani indigeni e non-indigeni.
Se questo disequilibrio non sarà corretto, potrebbe sfociare in razzismo, con ulteriori conflitti sociali, e accapparramento delle terre da parte di grandi gruppi economici.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

lunedì 4 novembre 2013

Il problema delle terre indigene in Brasile: la riserva Roosevelt, dove è situata una delle più grandi miniere di diamanti del pianeta



Il presidente degli Stati Uniti d’America Theodore Roosevelt (1858-1919), il cui volto è scolpito nel monte Rushmore (Dakota del Sud, U.S.A.), insieme a quelli di George Washington, Thomas Jefferson e Abram Lincoln, fu anche uno scrittore di Storia e un esploratore. 
Dopo il termine del suo mandato decise di intraprendere una spedizione nella selva amazzonica brasiliana, e contattò il maresciallo Candido Rondon (1865-1958), un indigenista esperto nelle questioni amazzoniche.
La spedizione, che si svolse a cavallo tra il 1913 e il 1914, aveva lo scopo ufficiale di esplorare il cosidetto “Rio da Duvida”, (fiume del Dubbio), un fiume misterioso nascosto nella foresta tropicale del quale si ignorava il luogo esatto delle sue fonti e anche il suo effettivo sbocco.
La spedizione ebbe inizio nella città di Caceres, situata sulle rive del Rio Paraguay. Il 27 febbraio del 1914 i partecipanti della spedizione arrivarono presso le sponde del Rio da Duvida.
A quel punto, in seguito alle difficili condizioni ambientali, e alla forte presenza di insetti portatrici di malaria e altre infermità, il gruppo si divise: una parte continuò esplorando il corso del fiume, mentre un’altra parte si diresse verso il Rio Madeira.
Quale fu il reale obiettivo della spedizione di Theodore Roosevelt?
E’ possibile che il progetto di creare delle aree protette in Brasile, che avesse lo scopo occulto quello di preservare enormi ricchezze che sarebbero poi sfruttate in un secondo tempo, sia iniziato proprio con la spedizione di Roosevelt? E’ possibile che l’obiettivo nascosto della spedizione sia stato quello di verificare l’esistenza di una delle più grandi miniere di diamanti del mondo?
In seguito si comprovò che il Rio da Duvida, che fu poi battezato Rio Roosevelt, è in realtà un affluente del Rio Madeira, ed ha le sue fonti non lontano dalla cittadina di Espigao do Este.
Nel 1960 la zona del Rio Roosvelt fu teatro di un massacro di proporzioni enormi: circa 3500 indigeni appartenenti all’etnia Cinta Larga (idioma Mondé), furono avvelenati con arsenico (1) da mercenari senza scrupoli assoldati da impresari illegali.
Negli anni seguenti molti cercatori di diamanti illegali si sono introdotti nella riserva o si sono instaurati ai margini della stessa per contrabbandare le pietre preziose. Tutto ciò ha portato a forti conflitti con gli indigeni presenti nella riserva, che volevano mantenere il monopolio del commercio e dell’estrazione dei diamanti. Anche se nelle terre indigene è formalmente vietata l’estrazione di minerali, la realtà è purtroppo ben diversa.
Nel 1973 fu creata la terra indigena Roosevelt, ufficialmente per preservare le tradizioni e la vita ancestrale degli indigeni Cintas Largas, che vi vivono fin da tempi pre-colombiani.
Si è creata così un’area protetta di 27.000 chilometri quadrati (grande come la Lombardia), dove vivono appena 1200 indigeni.
Stranamente la riserva è stata creata proprio in una zona di massima importanza dal punto di vista economico, in quanto vi è stata individuata una delle miniere di diamanti più grandi del mondo, che per ora può produrre un milione di carati all’anno, ma le cui riserve stimate sono maggiori di alcune miniere del Botswana, in Africa.
Nel 2003 la polizia federale ha espluso quasi tutti i garimpeiros (cercatori di minerali illegali), dalla riserva Roosevelt, allo scopo di porre fine allo sfruttamento illegale.
Purtoppo però le cresenti tensioni all’interno della riserva per il controllo dei giacimenti hanno portato nel 2004 ad un altro massacro che è stato poco divulgato dai media internazionali: gli indigeni hanno ucciso circa centogarimpeiros, con fucili automatici (2).
Negli anni dell’auge del contrabbando, negli hotel di Espigao do Este e Cacoal si intrattenevano trafficanti belgi e israeliani, che compravano i diamanti a basso prezzo per poi rivenderli all’estero.
L’estrazione illegale di diamanti ha causato anche notevoli danni ambientali: le scavatrici e i trattori hanno infatti aperto vari crateri all’interno della riserva, che per il suo status dovrebbe essere completamente libera da ogni tipo di sfruttamento minerario.
L’Agenzia Brasiliana d’Intelligenza ha stimato che ogni mese uscirebbe clandestinamente dal Brasile una quantitá di diamanti equivalenti a 20 milioni di dollari USA.
Purtoppo vari indigeni sono favorevoli all’estrazione illegale di diamanti e permettono così ai garimpeiros di continuare il loro lavoro illecito, dietro pagamento di una lauta commisione.
Tutto ciò mette a nudo i problemi di una terra indigena del Brasile dove è illegale l’estrazione di minerali ma continua ad essere attuato uno sfruttamento selvaggio di diamanti.
Oggi si stanno scoprendo nuovi giacimenti all’interno della riserva, ma tutto ciò che vi succede è secretato, non giunge ai media internazionali.
Ora che i garimpeiros sono stati espulsi, vi potrebbero entrare alcune tra le più grandi multinazionali del settore, all’insaputa della stampa internazionale e di ogni controllo. E’ utile ricordare che nelle terre indigene è proibita (dal Funai), l’entrata di ogni persona non autorizzata.
Seguendo questa logica gruppi privati potrebbero, con il consenso di indigeni facilmente corrompibili, ottenere enormi ricchezze, nell’indifferenza generale. L’obiettivo della spedizione del 1913-14 potrebbe essere stato raggiunto, dunque, proprio ora, che le terre indigene vengono mostrate al mondo come un esempio dove le tradizioni ancestrali vengono rispettate e valorizzate, quando invece in realtà alcuni di questi territori vengono sfruttati senza scrupoli e i nativi che vi vivono sono a volte corrotti ed utilizzati da gruppi di potere.

YURI LEVERATTO
Copyright 2012

Webgrafia:
(1) Massacro del parallelo 11: http://pib.socioambiental.org/es/noticias?id=17879
(2) Massacro del 2004: http://pt.wikipedia.org/wiki/Reserva_Roosevelt

giovedì 24 ottobre 2013

L’ampliazione del progetto del Gas Camisea minaccia l’ecosistema e gli indigeni della riserva Nahua-Nanti



Il progetto di sfruttamento del gas di Camisea, risale al 1981, quando il governo del Perú concesse alla Shell il diritto di sfruttare un’area di circa 2 milioni di ettari (ben 20.000 km. quadrati), nella zona del Rio Camisea, un affluente del Rio Urubamba, nel dipartimento di Cusco. 
Negli anni successivi si scoprirono i giacimenti di gas naturale di San Martin e Cashirari.
Il contatto forzato dei lavoratori con alcuni indigeni causò la morte di vari nativi Nahua, che notoriamente non hanno gli anticorpi per resistere al contatto con persone esterne.
Proprio per questa ragione, nel 1990 s’istituì la Riserva territoriale Kugapakoris-Nahua-Nanti con un’estensione di 456.000 ettari (4560 km quadrati), allo scopo di preservare la vita degli indigeni presenti nel territorio, alcuni di essi non-contattati, mentre altri, come i Mashco-Piro, in isolamento volontario.
Nel 2003 si approvò un decreto supremo per proteggere gli indigeni presenti nel territorio e si sancì che è proibito ogni sfruttamento di risorse naturali all’interno della riserva.
Il contratto di sfruttamento del gas di Camisea, nella parte attigua al Rio Urubamba, continuò fino al 1998 con un consorzio tra Shell-Mobil e PetroPerú.
In seguito fu l’impresa argentina PlusPetrol che si aggiudicò la concessione, proprio perché promise abbondanti regalie al governo centrale e a quello regionale del Cusco.
Oggi, incredibilmente, l’impresa PlusPetrol, (insieme ai suoi partners Repsol e Hunt Oil), sta già operando nel cosiddetto “lote 88”, il cui territorio si sovrappone per un 75% alla riserva Nahua-Nanti e chiede la possibilità di sfruttarlo.
Il progetto delle multinazionali è devastante: mentre sono già in funzione decine di eliporti all’interno della riserva, si prevede di aprire centinaia di strade nella selva e mettere in funzione decine di pozzi estrattivi con un danno inimmaginabile per l’ecosistema e per i nativi.
A tutt’oggi il Governo del Perú non si è espresso, ovvero non ha risposto alla richiesta delle imprese estrattive.
Però proprio nel decreto supremo del 2003 si sancì:

Queda prohibido el otorgamiento de nuevos derechos que impliquen el aprovechamiento de recursos naturales [en la reserva]”.

Che significa:

E’ proibita la concessione di nuovi diritti che implichino la estrazione di risorse naturali nella riserva

Non si capisce pertanto come possa essere permesso alle imprese in questione lo sfruttamento del “blocco 88”.
Le terre indigene dovrebbero essere tenute libere da ogni tipo di sfruttamento esterno, sia esso minerario, idrico, forestale o biodiverso.
Il fatto che si dichiari una terra come “riserva indigena” dovrebbe automaticamente proibire ogni possibilità futura di sfruttamento, mentre purtroppo si nota che la spinta indigenista, nata inizialmente in Brasile nel 1960, mostra tutta la sua debolezza.
In alcuni casi si vieta l’accesso alle multinazionali, però contestualmente si espellono i coloni sradicando tradizioni e culture, e si permette l’entrata di ONG estere che a volte si impadroniscono illegalmente di biodiversità, come nel caso di alcune terre indigene del Brasile.
In altri casi invece come nel caso di Camisea, o come nel caso del Tipnis in Bolivia, si dichiara che un territorio è indigeno, però poi, se si trova gas o petrolio all’interno di esso, gli interessi degli indigeni vengono calpestati e viene data priorità alle grandi imprese che possono elargire regalie ai governi locali.

YURI LEVERATTO
Copyright 2013

giovedì 3 ottobre 2013

La prova della presenza d’indigeni non contattati nella riserva di Kawahiva, Amazzonia brasiliana


Pochi giorni fa la televisione brasiliana Globo ha mostrato un video dove si vede il passaggio di alcuni indigeni non-contattati, nel pieno della selva amazzonica brasiliana. 
Il Video è stato girato nella riserva di Kawahiva, un’area estesa circa 410.000 ettari, ubicata presso il confine dello Stato del Mato Grosso con lo Stato del Amazonas. Già da tempo alcuni indigenisti del Funai avevano osservato alcune tracce della sottile presenza di indigeni nell’area, ma non li avevano ancora filmati. Nel video si vede chiaramente che ad un certo punto, quando i nativi si rendono conto della presenza degli estranei, si allontanano velocemente e gridano la parola "TAPUIM" che è stata interpretata come “nemico” dalla studiosa che si vede nella parte finale del video.
Ancora oggi dunque, nel 2013, oltre 500 anni dopo l’arrivo degli Europei in America del Sud vi sono ancora varie tribù di nativi non-contattati.
Il processo di contatto, e in seguito, di “acculturazione forzata” con la società brasiliana è però, purtroppo, inevitabile. Questi indigeni infatti, dei quali non sappiamo il nome né il loro complesso sistema cosmogonico, non entrano più, da oggi, nella categoria dei non-contattati, ma sono già nella categoria di quelli “in fase di contatto iniziale”.
E’ triste sottolinearlo, ma, come molte altre etnie che hanno cambiato il loro status da "non-contattati" o “isolati” a “indigeni in contatto iniziale”, anche questi indigeni verrano studiati (la loro lingua già si conosce, é una variante del Tupi detta Tupi-Kawahiva), le loro tradizioni verranno esaminate e le loro conoscenze (soprattutto quelle concernenti l’utilizzo delle piante medicinali) saranno analizzate.
Il problema però, come spesso accade in queste situazioni e come ho sottolineato in altri miei articoli (vedi per esempio la riserva Roosevelt), è che dopo il contatto iniziale, spesso all’interno della riserva viene concessa l’entrata a una Ong estera, che, dopo aver ottenuto la confidenza del capo-tribù, (cacique), ottiene valide informazioni soprattutto nel campo della botanica, che vengono poi utilizzate nel campo medico o cosmetico.
E`la cosiddetta biopirateria quando si sottrae biodiversità che viene riutilizzata con enormi profitti da avide multinazionali.
Nella seconda fase del “contatto” viene studiata l’area da un punto di vista minerario e, anche se la riserva è considerata “intangibile” a volte viene data la concessione ad imprese estere per procedere ad un estrattivismo del quale non si beneficiano i popoli sud-americani ma solo le elite che ne guidano i paesi.
Mi riferisco per esempio al caso della Riserva Nahua Nanti in Perú, creata nel 1990 per preservare i Nahua e i Nanti e altri popoli come i Kugapakoris e i Masco Piros. Oggi la riserva è stata data in concessione all’impresa argentina PlusPetrol che ha in programma di aprire centinaia di pozzi per l’estrazione del gas (gas di Camisea).
Che succederà ai nativi Kawahiva se si procederà a questa seconda fase del contatto?
Quelli che sopravvivranno alle malattie portate dagli scienziati delle Ong saranno riuniti con altre etnie, magari atavicamente ostili alla loro, (come è successo nella terra indigena Raposa Serra do Sol), o semplicemente passeranno ad essere da nomadi a sedentari come è successo agli Yanomami di Xitei.
Spesso in Sud America i vari governi fanno a gara a mostrarsi indigenisti, o amici dei nativi che devono essere preservati a tutti costi, ma poi, quando si trova il petrolio nella loro terra o altri minerali preziosi, tutti i buoni propositi saltano e l’area si da in concessione a multinazionali estere, come è successo per esempio nel Tipnis, in Bolivia.

YURI LEVERATTO
Copyright 2013

venerdì 27 settembre 2013

Lo sfruttamento illegale d’oro nella regione Madre de Dios (Perú), causa danni irreparabili alla selva primaria


Il Perú sta vivendo un’auge mineraria senza precedenti. Il mercato mondiale di metalli e non metalli, il cui prezzo è schizzato in alto anche a seguito della forte domanda cinese, sembra non avere sosta. Lo sfruttamento minerario però non sempre viene portato a termine da imprese straniere o locali regolarmente autorizzate. 
Buona parte di esso, infatti, è illegale, attuato da imprenditori che operano ai margini della legge, in zone remote del Paese, dove si sono sviluppate delle società parallele che non rispondono alle norme dello Stato.
In uno dei miei viaggi ho documentato lo sfruttamento illecito d’oro nel paese-miniera di La Rinconada (il paese più alto del mondo, a 5200 mt. s.l.d.m.).
Vi è però un’area immensa, ubicata nella selva bassa amazzonica, nella regione Madre de Dios, dove imprenditori illegali sfruttano migliaia di minatori, pagandoli poco più di 200 dollari al mese, per lavorare fino a 15 ore al giorno.
Mi riferisco alla zona attigua alla cosiddetta “carrettera interoceanica”, una strada, spesso in cattive condizioni, che connette l’altopiano andino con la selva amazzonica peruviana, (passando lungo la città di Puerto Maldonado), e quindi con il Brasile.
In Perú ci sono varie leggi che hanno individuato lo sfruttamento minerario non autorizzato come un vero e proprio delitto, in quanto nel 99% dei casi gli impresari irregolari sfruttano i lavoratori e causano danni irreparabili all’ambiente, non solo quando attuano uno smisurato disboscamento, ma anche quando rilasciano grandi quantità di mercurio nei fiumi e nei laghi. Il mercurio, infatti, è utile in quanto ha la proprietà di appiccicarsi all’oro, scomponendolo dagli altri elementi. Una volta però che si procede a separare l’oro dal mercurio, quest’ultimo è inutilizzabile e viene pertanto scaricato nei fiumi causando la morte degli organismi viventi e la contaminazione delle piante acquatiche.
Malgrado queste leggi l’illegalità diffusa aumenta nel Madre de Dios, eccetto che nelle aree protette (come il Parco Nazionale del Manu e Tambopata). Anche gli atti di violenza sono cresciuti negli ultimi anni, proprio per la quasi totale assenza dello Stato in questa zona.
Si stima che il totale dei minatori illegali ammonti a circa 30.000 persone, mentre purtroppo sono solo 80 i poliziotti che hanno il compito di indagare e contrastare lo sfruttamento illegale d’oro nella regione del Madre de Dios.
La maggioranza delle zone disboscate e sfruttate illegalmente si trova nella zona adiacente alla Riserva del Tambopata, nelle vicinanze del Rio Malinowski.
Una recente stima, effettuata con foto satellitari, ha appurato che solo nel 2012 sono stati distrutti circa 6072 ettari di foresta, il 48% in più del 2011.
Il risultato di questo disastro sono circa 22 tonnellate d’oro estratte annualmente nella regione Madre de Dios, che ai prezzi correnti sono circa 880 milioni di euro, soldi che vanno ad incrementare le casse di organizzazioni criminali che spesso hanno a che fare anche con il narcotraffico.
Nella zona d’accesso al Parco del Rio Tambopata, che dovrebbe essere libera da qualsiasi sfruttamento minerario, gli impresari si sono organizzati in associazioni e a loro volta controllano la prostituzione, oltre che i trasporti. La polizia non entra in questi tetri villaggi illegali, come l’oscuro Mega 11, dove lavorano circa 5000 minatori che spesso provengono dalle periferie degradate di Juliaca o Arequipa.
La mia esperienza personale nei loschi villaggi dove si vende l’oro strappato alla selva ebbe luogo nel 2008, dopo un viaggio avventuroso all’interno del Parco Nazionale del Manu, durante il quale giunsi all’emblematico luogo dei Petroglifi di Pusharo.
Dopo aver disceso il Rio Madre de Dios in zattera per due giorni, siamo giunti presso il paesello di Colorado, da dove abbiamo poi proceduto per Puerto Maldonado.
A Colorado vi sono molti commercianti che comprano l’oro agli impresari illegali che vivono all’interno della selva. L’atmosfera è tesa. Nel paese vi sono lugubri postriboli dove purtroppo lavorano anche ragazze minorenni.
Fino a quando il governo centrale non contrasterá con piú forza questo sfruttamento illegale della selva primaria, gli impresari senza scrupoli continueranno a disboscare e inquinare i fiumi, oltreché a sfruttare lavoratori che accettano massacranti ritmi di lavoro senza avere alcuna protezione sanitaria e pensionistica.
Per fabbricare gioielli d’oro, desiderati ed ambiti a livello mondiale, molte persone devono soffrire e molti fiumi e laghi devono essere inquinati.

YURI LEVERATTO
Copyright 2013

venerdì 6 settembre 2013

La costruzione delle dighe di Belo Monte, presso il Rio Xingú, nell’Amazzonia brasiliana




La costruzione delle faraoniche dighe di Belomonte, sul Rio Xingú, un affluente diretto del Rio delle Amazzoni, genera da tempo interminabili controversie. 
Da una parte vi sono gli indigeni delle riserve collidenti al luogo dove si sta giá costruendo, capeggiati dal cacique Raoni e da varie organizzazioni ambientaliste e indigeniste. Dall’altra vi è il governo, le imprese multinazionali e gli interessi di potenti societá, a volte estere, che necessitano di enormi quantitá di energia a basso prezzo per continuare a produrre alluminio e altri beni di consumo. 
Stranamente la Funai, (Fundacion Nacional do Indio), che dovrebbe proteggere gli interessi degli indigeni e impedire la costruzione di opere enormi che potrebbero alterare i cicli naturali e biologici, si è espressa dicendo che le dighe non causeranno lo spostamento forzato di indigeni isolati e pertanto non sono incompatibili con il normale svolgimento della loro vita (1). 
Il progetto prevede un primo sbarramento presso il sito di Pimental, la costruzione di un gigantesco canale di circa venti chilometri dove scorrerá la maggioranza dell’acqua dello Xingú, ed infine la costruzione di una seconda diga, dove sará prodotto il 98% dell’elettricitá di Belomonte. 
Nella zona circostante il luogo dove sorgerá l’immensa opera vi sono varie terre indigene: Apyterewa, Arawete, Trincheira Bocajá, Koatinemo, Kararao, Cachoeira Seca, dove vivono i Kayapo, gli Assurinis, gli Araweté, i Parakaná e altri popoli. 
Tutte queste terre potrebbero essere inondate temporaneamente durante l’anno dovuto alla costruzione dello sbarramento di Pimental. Il Rio Xingú infatti ha una piena da dicembre a maggio. Proprio in questi mesi le terre indigene a monte della diga potrebbero essere parzialmente inondate con danni all’agricoltura e alla pesca. Inoltre si pensa che per la costruzione della diga di Pimental dovranno essere abattuti circa 3 milioni di alberi. 
Per quanto riguarda l’impatto ambientale, è certo che lo sbarramento di Pimental impedirá alla maggioranza dei pesci di risalire il fiume. Sono stati fatti degli studi, addirittura impiantando dei chip delle squame di alcuni pesci per tentare di capire quali sono quelli che migrano dalla foce fino alle sorgenti dello Xingú, con il fine di poter farli riprodurre in cattivitá a monte di Pimental, ma si è lontani dall’aver compreso totalmente queste dinamiche e molti credono che il trastorno al quale saranno sottoposti gli indigeni che vivono nelle terre attigue alla zona di costruzione sará molto alto. 
Come se non bastasse l’impresa canadese Belo Sun Mining sta iniziando un processo di sfruttamento di una zona lontana solo 10 chilometri da Pimental.
Si parla di circa 142 tonnelate di oro che saranno strappate alla terra amazzonica. Molti di piú delle 100 tonnellate che si sono ottenute in dieci anni di sfruttamento nel famigerato sito di Sierra Pelada.
Tornando a Belomonte, i difensori dell’opera sostengono che sará la terza diga del mondo (dopo quella delle Tre Gole, in Cina, e quella di Itaipu, tra Paraguai e Brasile). A regime, produrrá 11,2 gigawatt di elettricitá, che dovrebbero servire a migliorare la distribuzione di energia in tutta l’Amazzonia.
Il picco di 11,2 gigawatt potrá peró essere raggiunto solo tra gennaio e maggio, quando il fiume è in piena. In media il complesso di Belo Monte non potrá generare piú di 4,5 gigawatt di elettricitá. (il 41% della sua capacitá istallata).
Chi sono i proprietari del consorzio di Belomonte? Il 50% è posseduto da Electrobras, un impresa a sua volta controllata dallo Stato. Un 20% è posseduto dalle imprese Vale (estrazione di minerali) Sinobras (siderurgia), Cemig e Light (produzione e gestione di energia elettrica). Il restante 30% è in mano a fondi di pensione e partipazioni.
In generale le associazioni ambientaliste sostengono che a Belomonte si sta portando avanti una politica di capitalismo estremo o forzato, che non tiene conto delle esigenze degli indigeni e nemmeno delle popolazioni disagiate. Come è successo in seguito alla costruzione di altre opere faraoniche in Brasile, è possibile che l’energia che si produrrá a Belomonte non sará riservata alle popolazioni dell’Amazzonia, ma sará destinata ad essere venduta alle grandi imprese del sud del Brasile (gli Stati di San Paolo, Parana, Minas Gerais), o addirittura alle imprese straniere come la Alcoa, che producono alluminio in Brasile.
Le recenti proteste in Brasile prima e durante i campionati mondiali di calcio, hanno dimostrato che esiste una classe media che non ritiene giusto che le multinazionali guadagnino cifre esagerate a scapito del cittadino medio, che invece vede ogni servizio sempre piú caro.
Questa opera gigantesca, che rischia di alterare per sempre una zona di Amazzonia giá parzialmente ferita con la strada transamazzonica, e che probabilmente causerá gravi danni alle popolazioni indigene, potrebbe essere utile solo a grandi gruppi industriali che otterrano energia a basso costo per le loro produzioni minerarie e siderurgiche. Se cosí sará le popolazioni autoctone e locali potrebbero essere beffate due volte: innazitutto per aver perso il loro ambiente naturale primordiale, ed inoltre perché potrebbero addirittura veder salire il costo dell’energia.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

(1) http://www.intertechne.com.br/index.php?option=com_content&task=view&id=253&Itemid=2

mercoledì 28 agosto 2013

Il problema degli incendi in Amazzonia


Per affrontare il problema dell’indiscriminato sfruttamento petrolifero, minerario e forestale in Amazzonia, bisogna innanziutto aver chiaro che cosa si intende per Amazzonia. 
Se per Amazzonia intendiamo il “grande bacino del Rio delle Amazzoni”, ci riferiamo ad un’area estesa 7,05 milioni di chilometri quadrati (23 volte l’Italia). Quest’area, che è occupata da 6 stati sovrani (Brasile, Perù, Bolivia, Ecuador, Colombia e Venezuela), è abitata da circa 25 milioni di persone, con una densità abitativa molto bassa.
Il grande bacino è un’area immensa, dove vi sono circa 10.000 fiumi, tutti affluenti o sub-affluenti del Rio delle Amazzoni.
All’interno di questo grande bacino vi sono tre principali ecosistemi. L’ecosistema della foresta pluviale tropicale, che oggi si estende su poco meno di 5 milioni di chilometri quadrati, l’ecosistema della prateria amazzonica, e l’ecosistema della selva alta (foresta umida, che si situa ad un’altezza superiore ai 500 metri sul livello del mare).
In vari miei articoli ed in uno dei miei libri (Il futuro dell’Amazzonia), ho denunciato l’operato di avide multinazionali straniere ma anche locali, che spinte da logiche di capitalismo estremo, sfruttano i suoli, a volte per estrarre petrolio, altre volte per estrarre minerali.
In altri miei articoli, ho denunciato l’indiscriminato sfruttamento dei suoli per la produzione di soia geneticamente modificata (specialmente nello stato di Mato Grosso, in Brasile), o la costruzione di enorme dighe che sbarrano fiumi maggiori, (come quelle sul Rio Madeira o quelle sul Rio Xingú).
Per far spazio alla costruzione di strade o allo sfruttamento minerario e petrolifero spesso si procede a disboscare utilizzando la legna o direttamente per la vendita o a volte per la produzione di biomasse (vedi mio articolo sulle biomasse).
Altre volte però, allo scopo di una deforestazione rapida, o con l’obiettivo errato di vivificare la terra, si procede ad incendiare la foresta, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente.
Si pensi che solo nell’Amazzonia brasiliana, ogni anno vengono deforestati e bruciati circa 23.000 chilometri quadrati (un area grande come la Toscana), con la conseguente immissione nell’atmosfera di 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica, che contruibuiscono ad acuire l’effetto serra.
Ma la trasformazione di aree forestali in aree adibite a pascoli con gli incendi, non risulta solo in una perdita di biodiversità e immissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, in realtà si innesca anche un cambio climatico, con una conseguente diminuzione delle piogge e un amento delle temperature.
Il fuoco è dannoso, anche perchè con esso si perdono i principi nutrienti della terra, che rimangono nelle ceneri e in seguito vengono portati via dall’acqua piovana e dai fiumi. Il suolo restando così esposto al sole, al vento e alle piogge, risulterà rapidamente eroso, e difficilmente potrà albergare nuovamente alberi d’alto fusto. Solo arbusti e graminacee si diffonderanno facilmente, ma queste piante sono attaccabili dal fuoco e pertanto ci saranno nuovi incendi ed erosioni.
L’uso del fuoco con il fine di un rapido utilizzo dei suoli per i fini di pastorizia e quindi agricultura fa parte del modello culturale che è purtroppo radicato in gran parte dell’Amazzonia. Il fuoco è il metodo più veloce ed economico per trasformare il bosco in area sfruttabile economicamente.
Purtroppo i contadini che attuano queste pratiche non conoscono i danni che provocano sia all’atmosfera sia ai suoli.
E’ necessario un cambio di paradigma, l’uomo che vive in Amazzonia, (mi riferisco principalmente ai coloni e non agli indigeni), deve imparare a convivere con il bosco, invece di vederlo come una barriera alla sua sussistenza.
Se si potessero implementare delle politiche di valorizzazione della foresta amazzonica, di utilizzo dei suoi frutti e delle sue piante medicinali, favorendo un agricultura non intensiva e biologica, ecco che l’intero ecosistema se ne avantaggerebbe.
In tale ottica si potrebbero incentivare la pesca, le coltivazioni di riso, mandioca e mais, oltreché di frutta amazzonica, come il copuazú, l’arazá, il camu camu. L’allevamento di bovini dovrebbe essere invece disincentivato.
Che fare per non aggravare questa situazione?
Innazitutto non comprare soia che viene dal Brasile, in quanto il 99% della soia brasiliana è geneticamente modificata e ottenuta in seguito a grandi deforestazioni di selva amazzonica.
Evitare inoltre di alimentarsi frequentemente di carne bovina. Se la domanda di carne diminuisse, il suo prezzo tenderebbe a diminuire e non sarebbe più economicamente favorevole per gli impresari della carne ampliare i loro pascoli.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Bibliografia: Programma Amazonia sin fuego, Cooperazione italiana allo sviluppo Ministero Affari Esteri.

giovedì 8 agosto 2013

Il Cerro Rico di Potosí



La zona dove oggi sorge la città di Potosí fu occupata in epoche remote da indigeni Atacamas e Chipayas. Nel XV secolo il territorio fu conquistato da Huayna Capac e incorporato nell’impero degli Incas. Huayna Capac dovette presto confrontarsi con gruppi tribali di Guaranìes che premevano da sud. Questi ultimi furono sconfitti e espulsi definitivamente dalla regione. La leggenda narra che Huayna Capac si avvicinò alla montagna di Potosí detta Cerro Rico, chiamata in idioma aymara Sumac Orcko (montagna bella). Huayna Capac decise di sfruttarne i minerali ma una voce poderosa scaturì dalle nuvole:non saccheggiate l’argento di questa montagna perché è destinato ad altri signori.
Alcuni dicono che questa leggenda sia stata diffusa proprio dagli spagnoli per giustificare la loro proprietà del Cerro Rico (enorme cono la cui cima si trova a 5183 metri sul livello del mare).
Molti anni dopo, nel 1545, un indigeno di nome Diego Hualpa scoprì alcune vene d’argento nel Cerro Rico. Lo spagnolo Juan de Villaroel, resosi conto dell’immane quantità di minerale contenuto nella montagna, ne prese possesso ufficialmente, il primo aprile 1545.
Il villaggio che fu costruito ai piedi della montagna fu chiamato Potosí, da un’antica parola quechua che probabilmente significava “tuona, esplode”.
Solo sedici anni più tardi il villaggio ottenne il titolo di città con il nome di Villa Imperial de Potosí.
Le miniere d’argento attirarono migliaia di persone a Potosí che in pochi anni crebbe a dismisura divenendo la più grande città d’America e la più popolosa dell’impero spagnolo (contava 160.000 persone nel 1625). Agli inizi del XVII secolo a Potosí erano già state costruite 36 chiese riccamente adornate con altari d’argento. Vi erano case da giuoco e varie sale da ballo dove gli avventori sfoggiavano superbi abiti di seta che venivano importati dall’Europa. Si aprirono varie case d’appuntamento dove i ricchi signori dell’argento si intrattenevano con celebri prostitute bevendo champagne francese e consumando caviale del Volga. Persino le staffe dei cavalli erano d’argento. Nel 1658, inoltre, per la celebrazione del Corpus Christi, alcune strade della città furono pavimentate con barre d’argento.
La fama di Potosí raggiunse tutto il mondo. Lo stesso Carlo V scrisse questi versi come ringraziamento al Cerro Rico:
Sono il ricco Potosí, il tesoro del mondo, il re delle montagne, e l’invidia dei re.
Il grande scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, nella sua famosa opera El ingenioso Don Qijote de la Mancha (1605), descrisse il Cerro Rico rendendo popolare la frase vale un Potosí, come sinonimo di ricchezza, opulenza, magnificenza.
Purtroppo furono gli indigeni di etnia Incas e Colla (rispettivamente di lingua quechua e aymara) che pagarono il prezzo di questa ricchezza.
Gli spagnoli reintrodussero il sistema chiamato mita, già in uso presso gli Incas, secondo il quale i mitayos venivano costretti al lavoro obbligato, non retribuito. Anche se dal punto di vista legale la corona spagnola non riconosceva lo stato di schiavitù degli indigeni, ma solo dei neri di origine africana, in pratica gli indigeni venivano sottomessi e costretti a lavorare fino a venti ore al giorno in miniera, in condizioni terribili.
Nel 1572 arrivò a Potosí il vicere del Perú Francisco de Toledo. Si dedicò ad alcune opere urbanistiche, tra le quali la costruzione della prima Casa de la Moneda, dove si cominciò a coniare le monete d’argento, chiamate macuquinas o reales, che vennero presto utilizzate in tutti i territori soggetti all’autorità della corona spagnola.
La Casa de la Moneda iniziò così a funzionare come banca centrale dell’impero spagnolo. Sotto gli ordini del vicerè, 16 provincie indigene di tutto il Perú furono obbligate a inviare mano d’opera dai 16 ai 50 anni d’età. Ogni anno circa 15.000 indigeni erano costretti a viaggiare a Potosì per lavorare nella miniera. Rimanevano una settimana all’interno della miniera senza uscire e poi venivano rimpiazzati da altri; dopo un periodo di riposo vi rientravano. Il Cerro Rico era come la bocca dell’inferno. Chi vi entrava raramente riusciva a sopravvivere più di quattro anni. Si stima che dal 1545 al 1820 circa quattro milioni di indigeni morirono nel Cerro Rico che fu anche denominato Cerro de sangre. Anche i neri africani furono obbligati a lavorare nella miniera d’argento, ma quando si comprovò che avevano difficoltà a respirare, e che la loro altezza non era adatta agli angusti passaggi della miniera, si preferì impiegarli nell’agricoltura.
Nella miniera si utilizzava il mercurio che serviva come collante per il minerale da estrarre. Respirarlo causava la perdita di denti e capelli. Chi sopravviveva, chiedeva l’elemosina ai margini della città, per poi morire solo e abbandonato di fame, freddo e malattie.
In seguito al lavoro forzato di migliaia di indigeni, da Potosí furono ufficialmente estratte, dal 1545 al 1820, circa 31.000 tonnellate d’argento (11,5 miliardi di euro ai prezzi del 2008), oltre ad altre migliaia di tonnellate di zinco, piombo, stagno e altri minerali rari. Questi dati non includono il contrabbando. Nessun’altra singola miniera al mondo ha prodotto tanto argento. La maggioranza dell’argento strappata alla montagna fu inviata, prima sul dorso di lama fino al porto di Arica (attualmente appartenente al Cile) e poi con galeoni, fino a Panama e quindi, in Spagna. Quello che rimase a Potosí servì ai signori dell’argento per costruire grandiose chiese barocche, scuole, accademie. Nel XVIII e XIX secolo Potosí entrò in una fase di lenta decadenza. In seguito allo sfruttamento di altre miniere la popolazione declinò e molte miniere furono abbandonate.
Proprio negli ultimi anni però il prezzo internazionale dei metalli è nuovamente cresciuto.
Una delle cause è l’enorme domanda di paesi emergenti come Cina e India. Il Cerro Rico è tornato a essere il centro minerario della Bolivia e molte miniere sono state riaperte. Attualmente lo sfruttamento della montagna è in mano ad alcune cooperative boliviane e a varie ditte private straniere.
Negli ultimi vent’anni la popolazione della città è passata da 139.000 a 200.000 abitanti e la miniera ha attratto lavoratori da Cile, Argentina, e Perù. Il numero dei minatori è cresciuto fino a 16.000 unità e si stanno costruendo nuove unità abitative. Nella regione di Potosí si sono riaperte circa 50 miniere che erano state abbandonate.
Sembra però che poco sia cambiato dal 1970, quando Eduardo Galeano scrisse Las venas abiertas de America Latina, saggio nel quale mise in luce l’incapacità di molti paesi latino-americani di creare valore aggiunto, limitandosi a sfruttare o a dare in concessione a imprese straniere le enormi risorse naturali del continente.
Solo ultimamente qualcosa sembra cambiare: si sta cercando di creare un parco industriale e una scuola artigianale per formare esperti argentieri. Con la realizzazione di un marchio, le creazioni d’argento di Potosì potrebbero in un futuro prossimo dare respiro a una economia troppo sbilanciata verso lo sfruttamento minerario, della quale si beneficiano solo poche persone.

YURI LEVERATTO
2008 Copyright

giovedì 25 luglio 2013

Il saccheggio di Machu Picchu


Il sovrano degli Incas Pachacutec fece costruire, intorno al 1440 d.C., un complesso urbano con edificazioni imponenti tra le cime chiamate Machu Picchu e Huayna Picchu, non lontano dal fiume Urubamba, nell’attuale Perú meridionale.
La cittadella, il cui nome originario era probabilmente Picchu, ebbe forse una funzione religiosa e fu popolata da dignitari di casta alta vicini al re. Il ritrovamento di scheletri di donne giovani fa pensare alle vergini del Sole, e configurerebbe l’insediamento come un’Aclla o casa delle prescelte.
L’insediamento è diviso in una zona agricola, costituita da terrazze coltivate delimitate da muri di contenzione, e la zona urbana, dove si svilupparono le principali attività religiose ed abitative. Le due aree sono divise da un muro lungo circa 400 metri parallelo ad un fossato che serve da scarico per l’acqua.
La costruzione di Machu Picchu (come viene denominata oggi: dal quechua montagna vecchia), in una zona geologicamente instabile, ad altissima piovosità e in bilico tra due montagne è stata un’opera ingenieristica di massimo livello. Il sistema di scarico delle acque, costituito da 129 canali è ancora oggi ammirato come unico. I circa duecento edifici sono stati costruiti tenendo in conto fenomeni astronomici come gli equinozi, e sono orientati per coincidere con alcune stelle durante particolari giorni dell’anno. Quasi tutti i fabbricati hanno un perimetro rettangolare, e i muri sono costituiti da granito che fu lavorato con asce di bronzo, in quanto il ferro era poco utilizzato nell’impero incaico. Nel settore alto, denominato Hanan, oltre ad unità abitative, vi è il tempio del Sole, utilizzato per cerimonie relazionate con il solstizio di giugno; alcuni studiosi lo indicano come un mausoleo dove sarebbe stata conservata la mummia di Pachacutec. Nel settore alto, vi è un patio quadrato circondato da costruzioni mirabili: due templi principali e una casa sacerdotale.
Nel settore basso, detto Urin, si trova un grande edificio caratterizzato da una sola porta d’ingresso.
Da alcuni studi si evince che si tratta della Acllahuasi, o casa delle donne prescelte, che si dedicavano alla religione e all’artigianato.
Nei cent’anni successivi alla sua fondazione, Machu Picchu prosperò. Nei dintorni erano stati fondati altri insediamenti come Patallacta e Quente Marca, che servivano come basi per l’approvvigionamento agricolo di Machu Picchu.
Negli anni seguenti alla morte di Pachacutec, comunque, Machu Picchu perse parte della sua importanza, in quanto dovette competere con i possedimenti personali degli altri imperatori.
Quando gli spagnoli irruppero con la forza nella regione del Cuzco, intorno al 1534, molti coloni agricoli, chiamati mitimaes, che erano stati obbligati a lavorare nelle vallate attigue, tornarono alle loro terre, abbandonando la zona. Durante la resistenza di Manco Inca all’invasione degli spagnoli alcuni nobili che vivevano a Machu Picchu s’integrarono nella corte del sovrano incaico abbandonando pertanto la città.
Tuttavia, alcuni documenti dell’epoca, provano che Machu Picchu non rimase del tutto deserta negli anni successivi, ma pagava un tributo alla città di Ollantaytambo, in mano agli spagnoli. L’ultimo curaca di Machu Picchu, Juan Macora, fu il capo spirituale della città fino al 1568.
Poi, più nulla, solo documenti non chiari, descrizioni confuse.
Machu Picchu rimase persa nell’oblio per più di 300 anni, quando un colono tedesco di nome Augusto Berns la visitò nel 1867.
Purtroppo il tedesco non era un archeologo e neppure una persona interessata alla storia e rispettosa dei reperti antichi. Il rude avventuriero costituì una società per lo sfruttamento dei tesori auriferi che avrebbe incontrato nel sito, chiamata Compañia Anonima Explotadora de las Huacas del Inca e, con il beneplacito del governo peruviano di allora, iniziò a saccheggiare la città, e a vendere innumerevoli manufatti in oro dall’enorme valore artistico e intrinseco a commercianti senza scrupoli.
Nel 1870 lo statunitense Harry Singer disegnò una mappa della zona e, per la prima volta riportò la dicitura Machu Picchu, provando che il luogo iniziava ad essere conosciuto.
Nel 1902 Agostino Lizaraga, un proprietario terriero del Cuzco, visitò Machu Picchu con alcuni suoi amici.
Nove anni più tardi, lo statunitense Hiram Bingham, professore di storia, giunse presso il Cuzco. Venne a contatto con l’archeologo Gabriel Cosio che gli descrisse Machu Picchu. Bingham intuì la possibilità di conoscere un sito archeologico di enorme importanza. Vi giunse poco dopo, guidato da un altro peruviano, Melchor Arteaga. Lo statunitense si rese subito conto di trovarsi di fronte ad un luogo straordinario. Con l’appoggio dell’Università Yale, della National Geographic Society e del governo peruviano, Bingham realizzò accurati studi archeologici dal 1912 al 1915, coadiuvato da due altri statunitensi e da vari peruviani. L’esistenza di Machu Picchu fu divulgata al mondo nel 1913, mentre Bingham stava conducendo i suoi studi. Lo statunitense, che fu il primo a studiare il sito archeologico, fu però il responsabile di aver inviato negli Stati Uniti ben 46.332 reperti archeologici, che tuttora si trovano nell’Università privata Yale, nella città di New Haven, nel Connecticut, e non sono ancora stati restituiti al governo del Perú. Centinaia di casse contenenti mummie intere perfettamente adornate, oggetti in oro dal valore inestimabile, ceramiche finemente intagliate e altri utensili importantissimi per conoscere la vita e la cultura degli Incas, furono trasportate a dorso di mulo fino al Cuzco e quindi caricate su treni da dove venivano trasportate fino al porto di Mollendo, città dell’attuale dipartimento di Arequipa, da dove presero la via del mare per gli Stati Uniti. Forse tra le mummie depredate vi era quella di Pachacutec? Il governo di Lima, che aveva autorizzato Bingham ad effettuare degli studi storico-archeologici, si dimostrò impotente nel fermare il saccheggio di Machu Picchu. In seguito a questa razzia, effettuata probabilmente con la scusa che nell’Università Yale i reperti potevano essere studiati, Bingham ottenne fama e potere e successivamente fu eletto senatore degli Stati Uniti e governatore del Connecticut (nel 1925). Gli oggetti prelevati indebitamente si trovano ancor oggi nell’Università Yale. Solo negli anni 80’ del secolo scorso s’iniziò a studiarli e a catalogarli. Attualmente alcuni reperti vengono mostrati nel museo Peabody dell’Università Yale.
Nei primi anni del XXI secolo il governo peruviano ha iniziato una causa contro l’Università Yale per ottenere la restituzione dei reperti sottratti. L’attuale governo peruviano sta invece seguendo una politica più morbida, per cercare un accordo con l’Università Yale. Sembra però che l’Università abbia posto le sue condizioni per la restituzione di circa 350 reperti sui quali comunque sostiene di mantenerne l’usufrutto per altri 99 anni. Inoltre ha posto la condizione che sia costruito un museo (a spese del Perú) nel Cuzco, nel quale questi oggetti possano essere esibiti. Non è chiara la sorte degli altri reperti.
A mio parere tutti i 46.332 oggetti ingiustamente sottratti devono essere restituiti al più presto e senza condizioni dall’Università Yale al popolo peruviano, leggittimo proprietario. Deve inoltre essere pagato un equo risarcimento al governo peruviano.

YURI LEVERATTO
Copyright 2008 

giovedì 6 giugno 2013

Mitologia e sciamanesimo nella civiltà dei Toltechi


In seguito alla decadenza della città-stato di Teotihuacan, forse dovuta ad invasioni di popoli ostili o per gravissime crisi alimentari, varie genti si contesero il dominio economico e culturale del Mesoamerica. I Toltechi e altri gruppi di colonizzatori chiamati Nonoalchi, si stanziarono in una zona situata circa 65 chilometri a nord di Teotihuacan, dove in seguito fu fondata la città di Tollan Xicocotitlan (Tula o città vicina al monte Xicoco). La zona era già abitata da alcuni gruppi di Otomies, che ancora oggi rappresentano un consistente gruppo indigeno messicano.
Quando i primi eruditi spagnoli, tra i quali il frate Bernandino de Sahagun, vennero a conoscenza, dagli Aztechi, della antica civiltà dei Toltechi, gli fu descritta come mitica, e ubicata in una valle paradisiaca, dove vi era abbondanza di raccolti e le persone si cibavano di variopinti uccelli tropicali.
Ecco un passaggio del libro Historia General de las Cosas de la Nueva Espana, chiamato poi Codice Fiorentino (1577), del frate Bernardino de Sahagun:
Dicono che il loro Dio era Quetzalcoatl (serpente con piume di Quetzal), e che era ricchissimo, e che aveva ogni cosa che si possa desiderare a questo mondo. Dicono che le pannocchie di mais erano enormi e abbondanti, e che si coltivavano grandi zucche, patate e pomodori. Inoltre dicono che c’era abbondanza di cotone con il quale si realizzavano splendidi tessuti.
I Toltechi adoravano il Dio Quetzalcoatl, il serpente piumato, simbolo quindi dell’inframondo (morte e passato), e del cielo (rinascita, vicinanza al Sole, luminosità, futuro), rappresentante così la continuità della vita sulla Terra e nel Cosmo. Secondo gli Aztechi, al vertice della teocrazia Tolteca vi era il sommo sacerdote, che racchiudeva in sé tutto lo scibile umano e aveva poteri soprannaturali.
Il personaggio storico più famoso della civilizzazione Tolteca fu Ce Acatl Topiltzin, probabilmente nato nel 947 d.C. in un villaggio chiamato Michatlahco, nell’attuale Stato messicano di Morelos.
Fu il più importante re dei Toltechi, a partire dal 977 d.C. Vi sono alcune leggende secondo le quali Topiltzin era “diverso”, nel senso che proveniva da molto lontano. Spesso viene indicato come un naufrago vichingo. Dopo essere stato incoronato re fu tentato dal Dio della guerra Tezcatlipoca, motivo per il quale fu espulso dalla città.
In seguito agli ultimi studi archeologici del sito di Tula, situato nell’attuale Stato messicano di Hidalgo, si è venuti alla conclusione che la società Tolteca era dominata da un’aristocrazia guerriera che effettuò un espansione di tipo militare e culturale fino allo Yucatan, intorno al 1000 d.C.
Facendo un parallelismo con il Sud America, l’espansione culturale Tolteca sembra assomigliare a quella effettuata dal popolo Wari, che influenzò, con la sua cultura, moltissime etnie del Perù meridionale e centrale pre-incaico.
Verso il 1200 della nostra era alcune bellicose tribù di Mexicas (che successivamente diedero origine agli Aztechi) e Chichimechi invasero il territorio dei Toltechi e diedero inizio al declino di questa civiltà.
Lo studio stratigrafico del sito archeologico di Tula, infatti, conferma una sequenza cronologica che va dal 750 d.C. fino al 1200 d.C.
Si pensa che Tula avesse un’estensione di 11 chilometri quadrati e una popolazione di circa 30.000 persone. Oggigiorno a Tula si possono ammirare le enormi statue degli Atlanti, alte 4,6 metri. Sono rappresentazioni di guerrieri Toltechi. Sembra che la loro costruzione sia stata relazionata con il culto del pianeta Venere, e con la creazione di un calendario sacro di 260 giorni (il tempo della rivoluzione di Venere intorno al Sole).
Dal punto di vista economico la zona dove sorse la città di Tollan-Xicocotitlan (da non confondere con il luogo mitologico chiamato Tollan), era ricca di ossidiana, pietre semipreziose come il turchese, alabastro e altri minerali con i quali venivano elaborate delle statuine, adorate come totem. Nella vallata vi era inoltre abbondanza di cacao, patate, pomodori, zucche e mais. Questa vantaggiosa situazione economica portò l’aristocrazia dominante a poter espandersi militarmente nell’attuale Messico, e ad avere relazioni commerciali con i Maya e con altri popoli del Centro America, come per esempio Nicoya, nell’attuale Costa Rica, da dove importavano preziose ceramiche.
Nell’architettura Tolteca si riscontrano alcune similarità con la cultura Maya: la piramide di Tlahuizcalpantecuhtli a Tula somiglia molto al tempio dei guerrieri di Chichén Itzá, nello Yucatan. Le affinità tra i due popoli si notano anche nella mitologia, e nello sciamanesimo esoterico.
Al vertice delle credenze religiose Tolteche vi era Tloque Nahuaque, il Creatore Supremo o Assoluto. Vi era poi una Divinità creatrice dei cieli e della Terra, Ometecuhtli. Quindi vi erano vari Dei che venivano adorati e ai quali si offrivano dei sacrifici per ottenere migliori raccolti o scacciare le forze del male.
Uno dei più importanti era, come già accennato, Quetzalcoatl, il serpente piumato. Non solo era il simbolo dell’inframondo e del cielo allo stesso tempo (il diavolo e l’Onnipotente nella simbologia cattolica), ma rappresentava anche la cultura, la filosofia, la fertilità. Secondo la leggenda Quetzalcoatl era il re della leggendaria Tollan nelle epoche arcaiche. Un altro degli Dei mitologici Toltechi era il già citato Tezcatlipoca, il Dio della guerra (Marte nella cultura dei Greci). Poi vi era Tlaloc, Dio della pioggia, Centeotl, Dio del mais, Itzlacoliuhque (a volte visto come un semplice aspetto caratteriale di Quetzalcoatl), considerato come Dio dell’oscurità e degli eventi violenti come terremoti, inondazioni, nubifragi.
In seguito alle cronache scritte dai primi eruditi spagnoli che giunsero in Messico nel XVI secolo, si evince che i Toltechi davano un’enorme importanza alla figura dello sciamano, uomo in grado di comunicare con gli spiriti, in modo da risolvere dispute, curare infermità ed in ultima analisi relazionare le persone con la Divinità. Da notare che la parola “sciamano” derivante dal sanscrito “shramana”, non ha origine dalle lingue americane.
Lo sciamanesimo, utilizzato ancor oggi in moltissimi gruppi d’indigeni del Sud America, è un tipo di religione esoterica, riservata cioè a pochi. Solo lo sciamano infatti ha accesso alla conoscenza e può comunicare con gli spiriti, siano essi benigni o maligni. Inoltre pratica sacrifici per compiacere gli Dei, conserva le tradizioni orali del suo popolo e attua come guida spirituale.
Secondo le tradizioni sciamaniche Tolteche, che furono poi ereditate dal popolo dei Mexica o Aztechi, ogni individuo alla nascita viene accompagnato dallo spirito di un animale, che lo proteggerà e lo guiderà durante tutta la sua vita. Questi spiriti venivano chiamati nahuales. Alcuni animali come per esempio l’anatra e alcuni grandi vegetali come gli alberi d’alto fusto erano considerati sacri nella cultura Tolteca. L’anatra è capace di camminare, nuotare (ed immergersi), e volare ed è pertanto il simbolo della perfezione nel mondo animale; l’albero d’alto fusto rappresenta i tre mondi possibili: l’inframondo con le radici, ben aggrappate alla Terra, e alla sua materialità, il tronco che raffigura la superficie terrestre o mondo di mezzo, abitato dagli umani e in bilico tra materialità e spiritualità, e la chioma, simbolo della vicinanza a Dio, al cielo, alla luminosità e regno della spiritualità.
Gli sciamani Toltechi erano in grado di comunicare con gli spiriti in seguito al raggiungimento di uno stato di trance (o alterazione della coscienza), che raggiungevano sia con metodi di autoipnosi, sia attraverso la musica, il canto e il ballo, sia assumendo sostanze allucinogene come per esempio il peyote (Lophophora williamsii).
Oggigiorno in Messico vi sono alcune comunità di Neo-Toltechi, che seguono la filosofia di vita dei loro antichi progenitori e credono che gli antichi Mesoamericani fossero portatori di un'unica cultura chiamata Toltecayotl. Alla base della filosofia dei Neo-Toltechi vi è la convinzione che è possibile avere uno stile di vita rispettoso della natura e degli altri esseri viventi in modo da raggiungere l’armonia, che si è perduta nei secoli passati.

YURI LEVERATTO
Copyright 2009

mercoledì 8 maggio 2013

Il regno perduto di Vilcabamba



Quando i 168 uomini al comando di Pizarro giunsero a Cajamarca, nell’attuale Perú settentrionale, l’impero degli Incas era appena uscito da una sanguinosa guerra civile. Da una parte vi era stato Huascar e dall’altra Atahualpa. Quando quest’ultimo risultò vincitore le truppe che erano state fedeli a Huascar videro negli invasori una possibilità di riscatto nei confronti di Atahualpa, non rendendosi conto invece che il vero progetto degli stranieri era la conquista con ogni mezzo dell’intero Perú e delle sue ricchezze. 
In seguito alla vile esecuzione di Atahualpa, nel 1532, Pizarro e i suoi uomini si trovavano però ancora di fronte ad innumerevoli pericoli, nel processo di conquista del Perú.
Per mantenere l’ordine e legittimare la presenza degli stranieri nel Perú, Pizarro decise di nominare un Sapa Inca, ovvero un nuovo sovrano, un fantoccio nelle mani del potere spagnolo.
Il primo Sapa Inca che fu nominato fu Toparpa, un fratello di Atahualpa, che però morì nella marcia della truppa spagnola verso il Cusco.
Il successivo Sapa Inca scelto da Pizarro fu Manco Inca, nel 1534.
Anche se probabilmente le intenzioni di Manco Inca furono quelle di ristabilire l’impero con l’aiuto degli Spagnoli, in realtà il Sapa Inca fu convertito in un burattino nelle mani degli invasori, che volevano mostrare alle masse che avevano rispetto delle tradizioni antiche, tanto da aver nominato un re cusquegno.
Inizialmente Manco Inca combatté insieme alle truppe di Diego de Almagro contro il generale Quisquis, che era stato fedele ad Atahualpa, e risultò vincitore.
Aveva così, a sua insaputa, fatto il gioco degli Spagnoli, che avevano il fine ultimo di dividere gli Incas tra di loro, in modo da trarne benefici e vantaggi.
Già nel 1536 però, il vero carattere di Manco Inca, che non fu mai sottomesso agli Spagnoli, iniziò a farsi vedere.
Gli invasori, avidi di ricchezze, continuavano ad esigere da Manco Inca informazioni sull’ubicazione del tesoro del Cusco, non essendosi accontentati del saccheggio del palazzo del Coricancha.Quando il Sapa Inca rifiutò di dare ulteriori informazioni agli spagnoli, fu tenuto prigioniero nel suo palazzo, ma in seguito, probabilmente capì che era meglio giocare d’astuzia. Promise ad Hernando Pizarro di portargli delle statue di oro massiccio e riuscì così a lasciare il Cusco. Si diresse a Yucay, dove riuscì a riorganizzarsi e armare un esercito con il fine ultimo di riconquistare il potere. Organizzò due spedizioni punitive: la prima contro alcuni popoli Huanca della valle del Rio Mantaro (affluente dell’Urubamba), e la seconda contro alcune tribù di etnia Lima (nelle vicinanze dell’attuale capitale), che avevano aiutato Pizarro nella conquista del Perú. Quindi progettò il rientro verso il Cusco, per assediare la sua capitale, che era controllata dagli Spagnoli. L’offensiva partì da Sacsayhuamán e durò molti mesi.
La successiva battaglia di Sacsayhuamán dove risultarono vittoriosi gli Spagnoli, indusse Manco Inca a ritirarsi nella remota valle dell’Urubamba, presso la fortezza conosciuta oggi come Vitcos Rosaspata, da dove organizzò la resistenza fino al 1544, anno della sua morte.
Vitcos Rosaspata fu per vari anni il quartier generale del cosiddetto regno di Vilcabamba. E’ una cittadella situata a metà strada tra la sierra e la selva che servì probabilmente per lungo tempo come centro d’intercambio tra i popoli andini e quelli della valle dell’Urubamba. Negli anni successivi gli Incas di Vilcabamba trasferirono la loro capitale nella remota cittadella di Hatun Wilca Pampa, situata presso il Rio Concevidayoc, conosciuta oggi comeVilcabamba la vieja, o Vilcabamba-Espiritu Pampa.
Dopo la morte di Manco Inca il potere cadde nelle mani del figlio Sairi Tupac, che iniziò a contrattare con gli spagnoli per ottenere proprietà nella valle dell’Urubamba. Sairi Tupac accettò di essere battezzato.
Il sucessore al trono di Vilcabamba fu Titu Cusi Yupanqui, che tornò ad assumere una posizione dura nei confronti degli invasori spagnoli. Nel 1568 permise comunque l’entrata nel regno di alcuni missionari e fu proprio durante uno scontro con alcuni di essi che risultò ferito ed in seguito morì.
La successiva rappresaglia degli Incas nei confronti di un religioso (Diego de Ortiz), portò gli Spagnoli a decidere di usare la mano dura nei confronti dei ribelli, per fare terra bruciata del regno di Vilcabamba, una volta per tutte.
Il comando a quel punto era già passato nelle mani di un giovane fratello di Titu Cusi Yupanqui, chiamato Tupac Amaru.
Il viceré Toledo inviò una spedizione militare a Vilcabamba, al comando di Martín García Óñez de Loyola.
Gli Spagnoli risultarono vittoriosi: le deboli difese degli Incas furono ancora una volta battute, la cittadella di Vitcos Rosaspata fu distrutta e nel maggio del 1572 Tupac Amaru fu catturato, portato al Cusco e decapitato.
Il regno di Vilcabamba e i suoi resti archeologici caddero nell’oblio per più di 300 anni, fino a quando i tre peruviani Manuel Ugarte, Manuel Lopez Torres, e Juan Cancio Saavedra, giunsero presso il sito di Hatun Wilca Pampa, nel 1892.
Le rovine di Vilcabamba furono studiate anche da Hiram Bingam nel 1911, ma colui il quale identificò il sito archeologico di Espiritu Pampa, associandolo alla vera Vilcabamba, fu Antonio Santander Casselli, nel 1959.
Antonio Santander Casselli, che riunì i suoi scritti nella monografia “Andazas de un soñador”, tornò ad Espiritu Pampa nel 1964, insieme all’esploratore statunitense Gene Savoy, che contribuì a far conoscere Vilcabamba a livello mondiale.
Nel 1976 il professor Edmundo Guillen e gli esploratori polacchi Tony Halik and Elżbieta Dzikowska studiarono a fondo il sito, avvalendosi d’importanti supporti storici derivanti dallo studio del prestigioso Archivo de Indias di Siviglia.
Il sito archeologico fu visitato e studiato anche dall’esploratore statunitense Gregory Deyermenjian (nel 1981), e dallo studioso statunitense Vincent Lee (nel 2000).
Il recente ritrovamento presso Espiritu Pampa (2011), della tomba di un re, risalente all’epoca Wari, testimonia che il sito fu abitato sin da epoche remote e utilizzato quasi sicuramente come centro d’intercambio commerciale tra i popoli della selva bassa e gli abitanti degli altopiani andini.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011