mercoledì 28 agosto 2013

Il problema degli incendi in Amazzonia


Per affrontare il problema dell’indiscriminato sfruttamento petrolifero, minerario e forestale in Amazzonia, bisogna innanziutto aver chiaro che cosa si intende per Amazzonia. 
Se per Amazzonia intendiamo il “grande bacino del Rio delle Amazzoni”, ci riferiamo ad un’area estesa 7,05 milioni di chilometri quadrati (23 volte l’Italia). Quest’area, che è occupata da 6 stati sovrani (Brasile, Perù, Bolivia, Ecuador, Colombia e Venezuela), è abitata da circa 25 milioni di persone, con una densità abitativa molto bassa.
Il grande bacino è un’area immensa, dove vi sono circa 10.000 fiumi, tutti affluenti o sub-affluenti del Rio delle Amazzoni.
All’interno di questo grande bacino vi sono tre principali ecosistemi. L’ecosistema della foresta pluviale tropicale, che oggi si estende su poco meno di 5 milioni di chilometri quadrati, l’ecosistema della prateria amazzonica, e l’ecosistema della selva alta (foresta umida, che si situa ad un’altezza superiore ai 500 metri sul livello del mare).
In vari miei articoli ed in uno dei miei libri (Il futuro dell’Amazzonia), ho denunciato l’operato di avide multinazionali straniere ma anche locali, che spinte da logiche di capitalismo estremo, sfruttano i suoli, a volte per estrarre petrolio, altre volte per estrarre minerali.
In altri miei articoli, ho denunciato l’indiscriminato sfruttamento dei suoli per la produzione di soia geneticamente modificata (specialmente nello stato di Mato Grosso, in Brasile), o la costruzione di enorme dighe che sbarrano fiumi maggiori, (come quelle sul Rio Madeira o quelle sul Rio Xingú).
Per far spazio alla costruzione di strade o allo sfruttamento minerario e petrolifero spesso si procede a disboscare utilizzando la legna o direttamente per la vendita o a volte per la produzione di biomasse (vedi mio articolo sulle biomasse).
Altre volte però, allo scopo di una deforestazione rapida, o con l’obiettivo errato di vivificare la terra, si procede ad incendiare la foresta, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente.
Si pensi che solo nell’Amazzonia brasiliana, ogni anno vengono deforestati e bruciati circa 23.000 chilometri quadrati (un area grande come la Toscana), con la conseguente immissione nell’atmosfera di 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica, che contruibuiscono ad acuire l’effetto serra.
Ma la trasformazione di aree forestali in aree adibite a pascoli con gli incendi, non risulta solo in una perdita di biodiversità e immissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, in realtà si innesca anche un cambio climatico, con una conseguente diminuzione delle piogge e un amento delle temperature.
Il fuoco è dannoso, anche perchè con esso si perdono i principi nutrienti della terra, che rimangono nelle ceneri e in seguito vengono portati via dall’acqua piovana e dai fiumi. Il suolo restando così esposto al sole, al vento e alle piogge, risulterà rapidamente eroso, e difficilmente potrà albergare nuovamente alberi d’alto fusto. Solo arbusti e graminacee si diffonderanno facilmente, ma queste piante sono attaccabili dal fuoco e pertanto ci saranno nuovi incendi ed erosioni.
L’uso del fuoco con il fine di un rapido utilizzo dei suoli per i fini di pastorizia e quindi agricultura fa parte del modello culturale che è purtroppo radicato in gran parte dell’Amazzonia. Il fuoco è il metodo più veloce ed economico per trasformare il bosco in area sfruttabile economicamente.
Purtroppo i contadini che attuano queste pratiche non conoscono i danni che provocano sia all’atmosfera sia ai suoli.
E’ necessario un cambio di paradigma, l’uomo che vive in Amazzonia, (mi riferisco principalmente ai coloni e non agli indigeni), deve imparare a convivere con il bosco, invece di vederlo come una barriera alla sua sussistenza.
Se si potessero implementare delle politiche di valorizzazione della foresta amazzonica, di utilizzo dei suoi frutti e delle sue piante medicinali, favorendo un agricultura non intensiva e biologica, ecco che l’intero ecosistema se ne avantaggerebbe.
In tale ottica si potrebbero incentivare la pesca, le coltivazioni di riso, mandioca e mais, oltreché di frutta amazzonica, come il copuazú, l’arazá, il camu camu. L’allevamento di bovini dovrebbe essere invece disincentivato.
Che fare per non aggravare questa situazione?
Innazitutto non comprare soia che viene dal Brasile, in quanto il 99% della soia brasiliana è geneticamente modificata e ottenuta in seguito a grandi deforestazioni di selva amazzonica.
Evitare inoltre di alimentarsi frequentemente di carne bovina. Se la domanda di carne diminuisse, il suo prezzo tenderebbe a diminuire e non sarebbe più economicamente favorevole per gli impresari della carne ampliare i loro pascoli.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Bibliografia: Programma Amazonia sin fuego, Cooperazione italiana allo sviluppo Ministero Affari Esteri.

giovedì 8 agosto 2013

Il Cerro Rico di Potosí



La zona dove oggi sorge la città di Potosí fu occupata in epoche remote da indigeni Atacamas e Chipayas. Nel XV secolo il territorio fu conquistato da Huayna Capac e incorporato nell’impero degli Incas. Huayna Capac dovette presto confrontarsi con gruppi tribali di Guaranìes che premevano da sud. Questi ultimi furono sconfitti e espulsi definitivamente dalla regione. La leggenda narra che Huayna Capac si avvicinò alla montagna di Potosí detta Cerro Rico, chiamata in idioma aymara Sumac Orcko (montagna bella). Huayna Capac decise di sfruttarne i minerali ma una voce poderosa scaturì dalle nuvole:non saccheggiate l’argento di questa montagna perché è destinato ad altri signori.
Alcuni dicono che questa leggenda sia stata diffusa proprio dagli spagnoli per giustificare la loro proprietà del Cerro Rico (enorme cono la cui cima si trova a 5183 metri sul livello del mare).
Molti anni dopo, nel 1545, un indigeno di nome Diego Hualpa scoprì alcune vene d’argento nel Cerro Rico. Lo spagnolo Juan de Villaroel, resosi conto dell’immane quantità di minerale contenuto nella montagna, ne prese possesso ufficialmente, il primo aprile 1545.
Il villaggio che fu costruito ai piedi della montagna fu chiamato Potosí, da un’antica parola quechua che probabilmente significava “tuona, esplode”.
Solo sedici anni più tardi il villaggio ottenne il titolo di città con il nome di Villa Imperial de Potosí.
Le miniere d’argento attirarono migliaia di persone a Potosí che in pochi anni crebbe a dismisura divenendo la più grande città d’America e la più popolosa dell’impero spagnolo (contava 160.000 persone nel 1625). Agli inizi del XVII secolo a Potosí erano già state costruite 36 chiese riccamente adornate con altari d’argento. Vi erano case da giuoco e varie sale da ballo dove gli avventori sfoggiavano superbi abiti di seta che venivano importati dall’Europa. Si aprirono varie case d’appuntamento dove i ricchi signori dell’argento si intrattenevano con celebri prostitute bevendo champagne francese e consumando caviale del Volga. Persino le staffe dei cavalli erano d’argento. Nel 1658, inoltre, per la celebrazione del Corpus Christi, alcune strade della città furono pavimentate con barre d’argento.
La fama di Potosí raggiunse tutto il mondo. Lo stesso Carlo V scrisse questi versi come ringraziamento al Cerro Rico:
Sono il ricco Potosí, il tesoro del mondo, il re delle montagne, e l’invidia dei re.
Il grande scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra, nella sua famosa opera El ingenioso Don Qijote de la Mancha (1605), descrisse il Cerro Rico rendendo popolare la frase vale un Potosí, come sinonimo di ricchezza, opulenza, magnificenza.
Purtroppo furono gli indigeni di etnia Incas e Colla (rispettivamente di lingua quechua e aymara) che pagarono il prezzo di questa ricchezza.
Gli spagnoli reintrodussero il sistema chiamato mita, già in uso presso gli Incas, secondo il quale i mitayos venivano costretti al lavoro obbligato, non retribuito. Anche se dal punto di vista legale la corona spagnola non riconosceva lo stato di schiavitù degli indigeni, ma solo dei neri di origine africana, in pratica gli indigeni venivano sottomessi e costretti a lavorare fino a venti ore al giorno in miniera, in condizioni terribili.
Nel 1572 arrivò a Potosí il vicere del Perú Francisco de Toledo. Si dedicò ad alcune opere urbanistiche, tra le quali la costruzione della prima Casa de la Moneda, dove si cominciò a coniare le monete d’argento, chiamate macuquinas o reales, che vennero presto utilizzate in tutti i territori soggetti all’autorità della corona spagnola.
La Casa de la Moneda iniziò così a funzionare come banca centrale dell’impero spagnolo. Sotto gli ordini del vicerè, 16 provincie indigene di tutto il Perú furono obbligate a inviare mano d’opera dai 16 ai 50 anni d’età. Ogni anno circa 15.000 indigeni erano costretti a viaggiare a Potosì per lavorare nella miniera. Rimanevano una settimana all’interno della miniera senza uscire e poi venivano rimpiazzati da altri; dopo un periodo di riposo vi rientravano. Il Cerro Rico era come la bocca dell’inferno. Chi vi entrava raramente riusciva a sopravvivere più di quattro anni. Si stima che dal 1545 al 1820 circa quattro milioni di indigeni morirono nel Cerro Rico che fu anche denominato Cerro de sangre. Anche i neri africani furono obbligati a lavorare nella miniera d’argento, ma quando si comprovò che avevano difficoltà a respirare, e che la loro altezza non era adatta agli angusti passaggi della miniera, si preferì impiegarli nell’agricoltura.
Nella miniera si utilizzava il mercurio che serviva come collante per il minerale da estrarre. Respirarlo causava la perdita di denti e capelli. Chi sopravviveva, chiedeva l’elemosina ai margini della città, per poi morire solo e abbandonato di fame, freddo e malattie.
In seguito al lavoro forzato di migliaia di indigeni, da Potosí furono ufficialmente estratte, dal 1545 al 1820, circa 31.000 tonnellate d’argento (11,5 miliardi di euro ai prezzi del 2008), oltre ad altre migliaia di tonnellate di zinco, piombo, stagno e altri minerali rari. Questi dati non includono il contrabbando. Nessun’altra singola miniera al mondo ha prodotto tanto argento. La maggioranza dell’argento strappata alla montagna fu inviata, prima sul dorso di lama fino al porto di Arica (attualmente appartenente al Cile) e poi con galeoni, fino a Panama e quindi, in Spagna. Quello che rimase a Potosí servì ai signori dell’argento per costruire grandiose chiese barocche, scuole, accademie. Nel XVIII e XIX secolo Potosí entrò in una fase di lenta decadenza. In seguito allo sfruttamento di altre miniere la popolazione declinò e molte miniere furono abbandonate.
Proprio negli ultimi anni però il prezzo internazionale dei metalli è nuovamente cresciuto.
Una delle cause è l’enorme domanda di paesi emergenti come Cina e India. Il Cerro Rico è tornato a essere il centro minerario della Bolivia e molte miniere sono state riaperte. Attualmente lo sfruttamento della montagna è in mano ad alcune cooperative boliviane e a varie ditte private straniere.
Negli ultimi vent’anni la popolazione della città è passata da 139.000 a 200.000 abitanti e la miniera ha attratto lavoratori da Cile, Argentina, e Perù. Il numero dei minatori è cresciuto fino a 16.000 unità e si stanno costruendo nuove unità abitative. Nella regione di Potosí si sono riaperte circa 50 miniere che erano state abbandonate.
Sembra però che poco sia cambiato dal 1970, quando Eduardo Galeano scrisse Las venas abiertas de America Latina, saggio nel quale mise in luce l’incapacità di molti paesi latino-americani di creare valore aggiunto, limitandosi a sfruttare o a dare in concessione a imprese straniere le enormi risorse naturali del continente.
Solo ultimamente qualcosa sembra cambiare: si sta cercando di creare un parco industriale e una scuola artigianale per formare esperti argentieri. Con la realizzazione di un marchio, le creazioni d’argento di Potosì potrebbero in un futuro prossimo dare respiro a una economia troppo sbilanciata verso lo sfruttamento minerario, della quale si beneficiano solo poche persone.

YURI LEVERATTO
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