venerdì 27 settembre 2013

Lo sfruttamento illegale d’oro nella regione Madre de Dios (Perú), causa danni irreparabili alla selva primaria


Il Perú sta vivendo un’auge mineraria senza precedenti. Il mercato mondiale di metalli e non metalli, il cui prezzo è schizzato in alto anche a seguito della forte domanda cinese, sembra non avere sosta. Lo sfruttamento minerario però non sempre viene portato a termine da imprese straniere o locali regolarmente autorizzate. 
Buona parte di esso, infatti, è illegale, attuato da imprenditori che operano ai margini della legge, in zone remote del Paese, dove si sono sviluppate delle società parallele che non rispondono alle norme dello Stato.
In uno dei miei viaggi ho documentato lo sfruttamento illecito d’oro nel paese-miniera di La Rinconada (il paese più alto del mondo, a 5200 mt. s.l.d.m.).
Vi è però un’area immensa, ubicata nella selva bassa amazzonica, nella regione Madre de Dios, dove imprenditori illegali sfruttano migliaia di minatori, pagandoli poco più di 200 dollari al mese, per lavorare fino a 15 ore al giorno.
Mi riferisco alla zona attigua alla cosiddetta “carrettera interoceanica”, una strada, spesso in cattive condizioni, che connette l’altopiano andino con la selva amazzonica peruviana, (passando lungo la città di Puerto Maldonado), e quindi con il Brasile.
In Perú ci sono varie leggi che hanno individuato lo sfruttamento minerario non autorizzato come un vero e proprio delitto, in quanto nel 99% dei casi gli impresari irregolari sfruttano i lavoratori e causano danni irreparabili all’ambiente, non solo quando attuano uno smisurato disboscamento, ma anche quando rilasciano grandi quantità di mercurio nei fiumi e nei laghi. Il mercurio, infatti, è utile in quanto ha la proprietà di appiccicarsi all’oro, scomponendolo dagli altri elementi. Una volta però che si procede a separare l’oro dal mercurio, quest’ultimo è inutilizzabile e viene pertanto scaricato nei fiumi causando la morte degli organismi viventi e la contaminazione delle piante acquatiche.
Malgrado queste leggi l’illegalità diffusa aumenta nel Madre de Dios, eccetto che nelle aree protette (come il Parco Nazionale del Manu e Tambopata). Anche gli atti di violenza sono cresciuti negli ultimi anni, proprio per la quasi totale assenza dello Stato in questa zona.
Si stima che il totale dei minatori illegali ammonti a circa 30.000 persone, mentre purtroppo sono solo 80 i poliziotti che hanno il compito di indagare e contrastare lo sfruttamento illegale d’oro nella regione del Madre de Dios.
La maggioranza delle zone disboscate e sfruttate illegalmente si trova nella zona adiacente alla Riserva del Tambopata, nelle vicinanze del Rio Malinowski.
Una recente stima, effettuata con foto satellitari, ha appurato che solo nel 2012 sono stati distrutti circa 6072 ettari di foresta, il 48% in più del 2011.
Il risultato di questo disastro sono circa 22 tonnellate d’oro estratte annualmente nella regione Madre de Dios, che ai prezzi correnti sono circa 880 milioni di euro, soldi che vanno ad incrementare le casse di organizzazioni criminali che spesso hanno a che fare anche con il narcotraffico.
Nella zona d’accesso al Parco del Rio Tambopata, che dovrebbe essere libera da qualsiasi sfruttamento minerario, gli impresari si sono organizzati in associazioni e a loro volta controllano la prostituzione, oltre che i trasporti. La polizia non entra in questi tetri villaggi illegali, come l’oscuro Mega 11, dove lavorano circa 5000 minatori che spesso provengono dalle periferie degradate di Juliaca o Arequipa.
La mia esperienza personale nei loschi villaggi dove si vende l’oro strappato alla selva ebbe luogo nel 2008, dopo un viaggio avventuroso all’interno del Parco Nazionale del Manu, durante il quale giunsi all’emblematico luogo dei Petroglifi di Pusharo.
Dopo aver disceso il Rio Madre de Dios in zattera per due giorni, siamo giunti presso il paesello di Colorado, da dove abbiamo poi proceduto per Puerto Maldonado.
A Colorado vi sono molti commercianti che comprano l’oro agli impresari illegali che vivono all’interno della selva. L’atmosfera è tesa. Nel paese vi sono lugubri postriboli dove purtroppo lavorano anche ragazze minorenni.
Fino a quando il governo centrale non contrasterá con piú forza questo sfruttamento illegale della selva primaria, gli impresari senza scrupoli continueranno a disboscare e inquinare i fiumi, oltreché a sfruttare lavoratori che accettano massacranti ritmi di lavoro senza avere alcuna protezione sanitaria e pensionistica.
Per fabbricare gioielli d’oro, desiderati ed ambiti a livello mondiale, molte persone devono soffrire e molti fiumi e laghi devono essere inquinati.

YURI LEVERATTO
Copyright 2013

venerdì 6 settembre 2013

La costruzione delle dighe di Belo Monte, presso il Rio Xingú, nell’Amazzonia brasiliana




La costruzione delle faraoniche dighe di Belomonte, sul Rio Xingú, un affluente diretto del Rio delle Amazzoni, genera da tempo interminabili controversie. 
Da una parte vi sono gli indigeni delle riserve collidenti al luogo dove si sta giá costruendo, capeggiati dal cacique Raoni e da varie organizzazioni ambientaliste e indigeniste. Dall’altra vi è il governo, le imprese multinazionali e gli interessi di potenti societá, a volte estere, che necessitano di enormi quantitá di energia a basso prezzo per continuare a produrre alluminio e altri beni di consumo. 
Stranamente la Funai, (Fundacion Nacional do Indio), che dovrebbe proteggere gli interessi degli indigeni e impedire la costruzione di opere enormi che potrebbero alterare i cicli naturali e biologici, si è espressa dicendo che le dighe non causeranno lo spostamento forzato di indigeni isolati e pertanto non sono incompatibili con il normale svolgimento della loro vita (1). 
Il progetto prevede un primo sbarramento presso il sito di Pimental, la costruzione di un gigantesco canale di circa venti chilometri dove scorrerá la maggioranza dell’acqua dello Xingú, ed infine la costruzione di una seconda diga, dove sará prodotto il 98% dell’elettricitá di Belomonte. 
Nella zona circostante il luogo dove sorgerá l’immensa opera vi sono varie terre indigene: Apyterewa, Arawete, Trincheira Bocajá, Koatinemo, Kararao, Cachoeira Seca, dove vivono i Kayapo, gli Assurinis, gli Araweté, i Parakaná e altri popoli. 
Tutte queste terre potrebbero essere inondate temporaneamente durante l’anno dovuto alla costruzione dello sbarramento di Pimental. Il Rio Xingú infatti ha una piena da dicembre a maggio. Proprio in questi mesi le terre indigene a monte della diga potrebbero essere parzialmente inondate con danni all’agricoltura e alla pesca. Inoltre si pensa che per la costruzione della diga di Pimental dovranno essere abattuti circa 3 milioni di alberi. 
Per quanto riguarda l’impatto ambientale, è certo che lo sbarramento di Pimental impedirá alla maggioranza dei pesci di risalire il fiume. Sono stati fatti degli studi, addirittura impiantando dei chip delle squame di alcuni pesci per tentare di capire quali sono quelli che migrano dalla foce fino alle sorgenti dello Xingú, con il fine di poter farli riprodurre in cattivitá a monte di Pimental, ma si è lontani dall’aver compreso totalmente queste dinamiche e molti credono che il trastorno al quale saranno sottoposti gli indigeni che vivono nelle terre attigue alla zona di costruzione sará molto alto. 
Come se non bastasse l’impresa canadese Belo Sun Mining sta iniziando un processo di sfruttamento di una zona lontana solo 10 chilometri da Pimental.
Si parla di circa 142 tonnelate di oro che saranno strappate alla terra amazzonica. Molti di piú delle 100 tonnellate che si sono ottenute in dieci anni di sfruttamento nel famigerato sito di Sierra Pelada.
Tornando a Belomonte, i difensori dell’opera sostengono che sará la terza diga del mondo (dopo quella delle Tre Gole, in Cina, e quella di Itaipu, tra Paraguai e Brasile). A regime, produrrá 11,2 gigawatt di elettricitá, che dovrebbero servire a migliorare la distribuzione di energia in tutta l’Amazzonia.
Il picco di 11,2 gigawatt potrá peró essere raggiunto solo tra gennaio e maggio, quando il fiume è in piena. In media il complesso di Belo Monte non potrá generare piú di 4,5 gigawatt di elettricitá. (il 41% della sua capacitá istallata).
Chi sono i proprietari del consorzio di Belomonte? Il 50% è posseduto da Electrobras, un impresa a sua volta controllata dallo Stato. Un 20% è posseduto dalle imprese Vale (estrazione di minerali) Sinobras (siderurgia), Cemig e Light (produzione e gestione di energia elettrica). Il restante 30% è in mano a fondi di pensione e partipazioni.
In generale le associazioni ambientaliste sostengono che a Belomonte si sta portando avanti una politica di capitalismo estremo o forzato, che non tiene conto delle esigenze degli indigeni e nemmeno delle popolazioni disagiate. Come è successo in seguito alla costruzione di altre opere faraoniche in Brasile, è possibile che l’energia che si produrrá a Belomonte non sará riservata alle popolazioni dell’Amazzonia, ma sará destinata ad essere venduta alle grandi imprese del sud del Brasile (gli Stati di San Paolo, Parana, Minas Gerais), o addirittura alle imprese straniere come la Alcoa, che producono alluminio in Brasile.
Le recenti proteste in Brasile prima e durante i campionati mondiali di calcio, hanno dimostrato che esiste una classe media che non ritiene giusto che le multinazionali guadagnino cifre esagerate a scapito del cittadino medio, che invece vede ogni servizio sempre piú caro.
Questa opera gigantesca, che rischia di alterare per sempre una zona di Amazzonia giá parzialmente ferita con la strada transamazzonica, e che probabilmente causerá gravi danni alle popolazioni indigene, potrebbe essere utile solo a grandi gruppi industriali che otterrano energia a basso costo per le loro produzioni minerarie e siderurgiche. Se cosí sará le popolazioni autoctone e locali potrebbero essere beffate due volte: innazitutto per aver perso il loro ambiente naturale primordiale, ed inoltre perché potrebbero addirittura veder salire il costo dell’energia.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

(1) http://www.intertechne.com.br/index.php?option=com_content&task=view&id=253&Itemid=2