giovedì 24 ottobre 2013

L’ampliazione del progetto del Gas Camisea minaccia l’ecosistema e gli indigeni della riserva Nahua-Nanti



Il progetto di sfruttamento del gas di Camisea, risale al 1981, quando il governo del Perú concesse alla Shell il diritto di sfruttare un’area di circa 2 milioni di ettari (ben 20.000 km. quadrati), nella zona del Rio Camisea, un affluente del Rio Urubamba, nel dipartimento di Cusco. 
Negli anni successivi si scoprirono i giacimenti di gas naturale di San Martin e Cashirari.
Il contatto forzato dei lavoratori con alcuni indigeni causò la morte di vari nativi Nahua, che notoriamente non hanno gli anticorpi per resistere al contatto con persone esterne.
Proprio per questa ragione, nel 1990 s’istituì la Riserva territoriale Kugapakoris-Nahua-Nanti con un’estensione di 456.000 ettari (4560 km quadrati), allo scopo di preservare la vita degli indigeni presenti nel territorio, alcuni di essi non-contattati, mentre altri, come i Mashco-Piro, in isolamento volontario.
Nel 2003 si approvò un decreto supremo per proteggere gli indigeni presenti nel territorio e si sancì che è proibito ogni sfruttamento di risorse naturali all’interno della riserva.
Il contratto di sfruttamento del gas di Camisea, nella parte attigua al Rio Urubamba, continuò fino al 1998 con un consorzio tra Shell-Mobil e PetroPerú.
In seguito fu l’impresa argentina PlusPetrol che si aggiudicò la concessione, proprio perché promise abbondanti regalie al governo centrale e a quello regionale del Cusco.
Oggi, incredibilmente, l’impresa PlusPetrol, (insieme ai suoi partners Repsol e Hunt Oil), sta già operando nel cosiddetto “lote 88”, il cui territorio si sovrappone per un 75% alla riserva Nahua-Nanti e chiede la possibilità di sfruttarlo.
Il progetto delle multinazionali è devastante: mentre sono già in funzione decine di eliporti all’interno della riserva, si prevede di aprire centinaia di strade nella selva e mettere in funzione decine di pozzi estrattivi con un danno inimmaginabile per l’ecosistema e per i nativi.
A tutt’oggi il Governo del Perú non si è espresso, ovvero non ha risposto alla richiesta delle imprese estrattive.
Però proprio nel decreto supremo del 2003 si sancì:

Queda prohibido el otorgamiento de nuevos derechos que impliquen el aprovechamiento de recursos naturales [en la reserva]”.

Che significa:

E’ proibita la concessione di nuovi diritti che implichino la estrazione di risorse naturali nella riserva

Non si capisce pertanto come possa essere permesso alle imprese in questione lo sfruttamento del “blocco 88”.
Le terre indigene dovrebbero essere tenute libere da ogni tipo di sfruttamento esterno, sia esso minerario, idrico, forestale o biodiverso.
Il fatto che si dichiari una terra come “riserva indigena” dovrebbe automaticamente proibire ogni possibilità futura di sfruttamento, mentre purtroppo si nota che la spinta indigenista, nata inizialmente in Brasile nel 1960, mostra tutta la sua debolezza.
In alcuni casi si vieta l’accesso alle multinazionali, però contestualmente si espellono i coloni sradicando tradizioni e culture, e si permette l’entrata di ONG estere che a volte si impadroniscono illegalmente di biodiversità, come nel caso di alcune terre indigene del Brasile.
In altri casi invece come nel caso di Camisea, o come nel caso del Tipnis in Bolivia, si dichiara che un territorio è indigeno, però poi, se si trova gas o petrolio all’interno di esso, gli interessi degli indigeni vengono calpestati e viene data priorità alle grandi imprese che possono elargire regalie ai governi locali.

YURI LEVERATTO
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giovedì 3 ottobre 2013

La prova della presenza d’indigeni non contattati nella riserva di Kawahiva, Amazzonia brasiliana


Pochi giorni fa la televisione brasiliana Globo ha mostrato un video dove si vede il passaggio di alcuni indigeni non-contattati, nel pieno della selva amazzonica brasiliana. 
Il Video è stato girato nella riserva di Kawahiva, un’area estesa circa 410.000 ettari, ubicata presso il confine dello Stato del Mato Grosso con lo Stato del Amazonas. Già da tempo alcuni indigenisti del Funai avevano osservato alcune tracce della sottile presenza di indigeni nell’area, ma non li avevano ancora filmati. Nel video si vede chiaramente che ad un certo punto, quando i nativi si rendono conto della presenza degli estranei, si allontanano velocemente e gridano la parola "TAPUIM" che è stata interpretata come “nemico” dalla studiosa che si vede nella parte finale del video.
Ancora oggi dunque, nel 2013, oltre 500 anni dopo l’arrivo degli Europei in America del Sud vi sono ancora varie tribù di nativi non-contattati.
Il processo di contatto, e in seguito, di “acculturazione forzata” con la società brasiliana è però, purtroppo, inevitabile. Questi indigeni infatti, dei quali non sappiamo il nome né il loro complesso sistema cosmogonico, non entrano più, da oggi, nella categoria dei non-contattati, ma sono già nella categoria di quelli “in fase di contatto iniziale”.
E’ triste sottolinearlo, ma, come molte altre etnie che hanno cambiato il loro status da "non-contattati" o “isolati” a “indigeni in contatto iniziale”, anche questi indigeni verrano studiati (la loro lingua già si conosce, é una variante del Tupi detta Tupi-Kawahiva), le loro tradizioni verranno esaminate e le loro conoscenze (soprattutto quelle concernenti l’utilizzo delle piante medicinali) saranno analizzate.
Il problema però, come spesso accade in queste situazioni e come ho sottolineato in altri miei articoli (vedi per esempio la riserva Roosevelt), è che dopo il contatto iniziale, spesso all’interno della riserva viene concessa l’entrata a una Ong estera, che, dopo aver ottenuto la confidenza del capo-tribù, (cacique), ottiene valide informazioni soprattutto nel campo della botanica, che vengono poi utilizzate nel campo medico o cosmetico.
E`la cosiddetta biopirateria quando si sottrae biodiversità che viene riutilizzata con enormi profitti da avide multinazionali.
Nella seconda fase del “contatto” viene studiata l’area da un punto di vista minerario e, anche se la riserva è considerata “intangibile” a volte viene data la concessione ad imprese estere per procedere ad un estrattivismo del quale non si beneficiano i popoli sud-americani ma solo le elite che ne guidano i paesi.
Mi riferisco per esempio al caso della Riserva Nahua Nanti in Perú, creata nel 1990 per preservare i Nahua e i Nanti e altri popoli come i Kugapakoris e i Masco Piros. Oggi la riserva è stata data in concessione all’impresa argentina PlusPetrol che ha in programma di aprire centinaia di pozzi per l’estrazione del gas (gas di Camisea).
Che succederà ai nativi Kawahiva se si procederà a questa seconda fase del contatto?
Quelli che sopravvivranno alle malattie portate dagli scienziati delle Ong saranno riuniti con altre etnie, magari atavicamente ostili alla loro, (come è successo nella terra indigena Raposa Serra do Sol), o semplicemente passeranno ad essere da nomadi a sedentari come è successo agli Yanomami di Xitei.
Spesso in Sud America i vari governi fanno a gara a mostrarsi indigenisti, o amici dei nativi che devono essere preservati a tutti costi, ma poi, quando si trova il petrolio nella loro terra o altri minerali preziosi, tutti i buoni propositi saltano e l’area si da in concessione a multinazionali estere, come è successo per esempio nel Tipnis, in Bolivia.

YURI LEVERATTO
Copyright 2013