mercoledì 20 novembre 2013

In Brasile la politica indigenista e ambientalista si scontra con il processo di industrializzazione guidato dal capitalismo estremo


La politica indigenista è iniziata in Brasile nel 1910, quando l’esploratore Candido Rondon fu nominato direttore del “servizio di protezione degli indigeni”. Nel 1952 Rondon presentò al presidente della repubblica un progetto per la creazione del parco indigeno Xingú. 
Negli anni 60 del secolo scorso i fratelli Orlando, Claudio e Leonardo Villas Boas diedero un forte impulso alla creazione di terre indigene, luoghi dove i nativi potessero vivere in pace senza la minaccia che latifondisti e impresari senza scrupoli depredassero le loro terre.
Nella costituzione del 1988 infine, si sancirono definitivamente i diritti degli indigeni, come il diritto alla differenza culturale e il diritto all’uso esclusivo delle terre indigene che sono state demarcate a partire dal 1988.
In particolare il diritto alla terra è stato dichiarato “originale” e pertanto anteriore alla formazione dello Stato.
Con questa clausola, caso unico nella Storia, si è concesso un uso esclusivo ai nativi delle terre demarcate, escludendo da questo diritto tutti i non-indigeni.
Non esiste infatti nessun Paese al mondo, al di fuori del Brasile, che vieti espressamente a suoi concittadini l’entrata in aree dove vivono altri concittadini.
In pratica, anche se il processo di demarcazione indigena è nato per una causa nobile, e cioè per dare ai nativi le terre che originariamente erano loro, nella realtà questa legge ha causato molti problemi, come l’espropriazione e l’esplulsione forzata di contadini non indigeni che erano nati nelle nuove terre demarcate (vedi il problema sorto con la demarcazione della terra indigena Raposa Serra do Sol), e di piccoli e medi proprietari di imprese agricole (produttori di riso, ecc), che operavano da vari decenni nelle zone in questione.
La proibizione assoluta ad ogni non-indigeno di accedere alle terre indigene, e la restrizione degli indigeni di un'area di accedere ad un'altra area, risponde alla necessità di evitare che non-indigeni, cercatori illegali d’oro e altri minerali, e impresari senza scrupoli accedano alla zona indigena, cone purtoppo è successo molte volte nel corso dei decenni passati.
Tuttavia la restrizione è causa di varie perplessità in quanto riduce di fatto la sovranità del Brasile nelle aree indigene.
Se nessun brasiliano può entrarvi per rendersi conto di cosa vi succede all’interno, non è forse già questa una perdita di sovranità?
C’è poi il problema della giustizia indigena, infatti i nativi godono di uno status particolare, che li pone di fatto in una posizione di “non accusabilità”, come fossero minori di età o incapaci di intendere e di volere (legge statuto del 1973). Se poi, un indigeno, dopo aver commesso un crimine, si rifugia all’interno della sua terra demarcata, può evitare di essere posto in stato di arresto, in quanto la polizia non può accedervi.
C’è poi la questione dei sussidi mensili, pagati dallo Stato agli indigeni, che di fatto li rendono apatici, isolati, e facilmente controllabili.
Da notare che le terre indigene non sono di proprietà degli indigeni, infatti non possono essere vendute. A loro è concesso invece l’uso esclusivo, ovvero la possibilità di viverci e sfruttare i prodotti della terra.
Molti brasiliani hanno espresso perplessità e critiche al processo di demarcazione delle terre indigene. Per esempio il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, il giornalista Luiz Margarido e il leader del gruppo indigeno Macuxì Jonas Marcolino.
Questi opinionisti hanno avanzato l’ipotesi che le demarcazioni di terre indigene in Brasile siano addirittura guidate da forze estere. Come è noto infatti sia la Banca Mondiale, che la Germania, oltre a varie ONG estere (spesso inglesi), supportano fortemente la tesi indigenista.
Sul fatto che le demarcazioni di immense terre siano spinte da grandi gruppi economici mondiali non ci sono dubbi: a titolo di esempio si ricorda che se un'area indigena all’interno della quale vi è una grande quantità d’oro viene demarcata, e quindi vengono immediatamente esplusi tutti i garimpeiros (cercatori d’oro illegali), il prezzo dell’oro sulla piazza di Londra e New York sale.
Questo è successo per esempio quando è stata demarcata l’enorme terra indigena Yanomami, estesa cone il Portogallo (94.000 chilometri quadrati per un totale di 7000 indigeni che vi abitano).
L’immensità delle terre indigene è un altro motivo che genera dubbi e perplessità.
Per esempio la terra indigena Alto Rio Negro, luogo importante dal punto di vista strategico e minerario per la presenza di coltan nel sottosuolo, è estesa ben 80.000 chilometri quadrati. Se è vero che anticamente gli indigeni erano nomadi, ed utilizzavano grandi estensioni di terreno, oggi la maggioranza sono sedentari e pertanto non si spiega l’immensità delle terre a loro assegnate.
Il totale delle 668 terre indigene del Brasile assomma a ben 1.115.000 chilometri quadrati (il 13 % del Paese), dove vivono poco più di 500.000 persone.
In pratica lo 0,42% della popolazione del Paese ha a disposizione il 13% delle terre.
Il risultato che traspare da tutto il progetto di demarcazione forzata delle terre indigene è la conseguente separazione di indigeni e non-indigeni.
Questo processo è estremamente dannoso, per vari motivi: innanzitutto gli indigeni vengono separati dai non indigeni e viene instaurata nella loro mente che tutta la cultura occidentale è sbagliata, perché distruttrice della natura.
Questo corrisponde solo in parte alla verità.
In secondo luogo, come è stato sottolineato dal leader dei Macuxì Jonas Marcolino, gli indigeni stessi (eccetto ovviamente quelli non contattati), hanno bisogno di un contatto con i non indigeni, in modo da sviluppare una personalità poliedrica e non ingessata, senza confronto con il “diverso” (in questo caso il non-indigeno).
Un altro punto fondamentale della separazione tra indigeni e non indigeni che sta avvenendo in Brasile, è l’accesso alla conoscenza tradizionale dei nativi, mi rifersisco all’uso di piante medicinali e ai processi di agricoltura biologica utilizzati dagli indigeni, con centinaia di piante quasi sconosciute nel mondo occidentale.
Queste conoscenze, che potrebbero aiutare l’umanità a migliorare il suo rapporto con la Natura, oggi sono tenute nascoste, e non sono divulgate.
Solo alcune ONG (a volte estere), che hanno accesso alle terre indigene, possono usufruire di queste preziose cognizioni.
Sarebbe invece auspicabile che le conoscenze degli indigeni siano messe su internet, in modo che tutti possano avere accesso al loro modo di intendere l’agricoltura ecologica non invasiva, e al loro modo di utilizzare le piante medicinali, cosicché le loro cognizioni possano aiutare l’umanità e non siano riservate solo a poche ONG presenti sul territorio a loro assegnato.
Il processo indigenista in Brasile, che spesso viene associato al tema del conservazionismo ambientale, si scontra con il tumultuoso sviluppo dell’economia del gigante sudamericano, che è guidato dal capitalismo estremo.
Negli Stati della cosidetta “Amazzonia Legale” (Rondonia, Acre, Mato Grosso, Amazonas, Roraima, Amapá, Pará, Tocantins, Maranhao), dove sono presenti il 98% delle terre indigene, si stanno portando a termine dei faraonici progetti di costruzione di nuove centrali idroelettriche, come la enorme diga di Belo Monte, sul Rio Xingú, quella di São Luis Tapajós (sul Rio Tapajós), o le due gigantesche in costruzione presso il Rio Madeira (Jirau e Santo Antonio).
Si tratta di dighe che sbarreranno il flusso di fiumi maggiori, tutti affluenti diretti del Rio delle Amazzoni e, anche se il metodo costruttivo sembra che non produrrà grandi bacini artificiali, come nel caso invece della diga delle Tre Gole (Cina), gli effetti sul clima amazzonico e mondiale potrebbero essere devastanti.
L’energia che sarà prodotta in queste enormi centrali, non servirà per migliorare il servizio elettrico nel bacino amazzonico, ma sarà destinata alle fabbriche del sud del Paese, in particolare degli Stati di San Paolo, Paraná e Minas Gerais, che necessitano di energia per aumentare la produzione nelle loro imprese.
In particolare la diga di Belo Monte, che non sarà la unica della zona, ma sarà seguita da altre tre più piccole, e che si sta costruendo appena fuori del parco indigeno Xingù, sta generando forte preoccupazione, per i possibili danni ambientali che deriveranno dall’innondazione di grandi terreni e per i danni alla fauna ittica dei fiumi della zona, principale fonte di proteine per gli indigeni che vivono all’interno del parco.
Vi sono altri esempi di capitalismo estremo in Brasile, come le immense estensioni coltivate a soia del Mato Grosso, o quelle di eucalipti destinate alla produzione di carta dell’Amapá, o le immense terre coltivate a cotone della Bahia, nella maggioranza dei casi terre di proprietà di una singola persona fisica.
Tuttavia, la situazione delle terre circondanti il parco indigeno Xingú è diventata emblematica per capire quello che sta succedendo in Brasile: da una parte vi è una popolazione indigena che è stata forzatamente separata dai brasiliani non-indigeni, dall’altra, appena al di fuori del parco, vi è una sconvolgente avanzata di impresari agricoli senza scrupoli che, avendo come unico scopo il lucro, hanno deforestato selvaggiamente, e quindi hanno sfruttato i suoli con enomi piantagioni di soia e allevamento intensivo di bovini, con sistemi di produzione altamente dannosi per l’ecosistema globale.
L’aumento della demarcazione di terre indigene che si è visto negli ultimi cinque anni non ha diminuito i conflitti sociali, ma li ha invece accentuati. E’ il caso delle espropriazioni forzate nella terra indigena Raposa Serra do Sol, ma anche degli indios Guayas nel Maranhão, o degli Xavantes nel Mato Grosso, minacciati da impresari agricoli che invadono le terre a loro assegnate.
Il processo indigenista che si sta sviluppando in Brasile, sia o non sia guidato da gruppi economici esterni al Brasile, è indice di un crescente disequilibrio, in quanto sta creando uma profonda divisione tra brasiliani indigeni e non-indigeni.
Se questo disequilibrio non sarà corretto, potrebbe sfociare in razzismo, con ulteriori conflitti sociali, e accapparramento delle terre da parte di grandi gruppi economici.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

lunedì 4 novembre 2013

Il problema delle terre indigene in Brasile: la riserva Roosevelt, dove è situata una delle più grandi miniere di diamanti del pianeta



Il presidente degli Stati Uniti d’America Theodore Roosevelt (1858-1919), il cui volto è scolpito nel monte Rushmore (Dakota del Sud, U.S.A.), insieme a quelli di George Washington, Thomas Jefferson e Abram Lincoln, fu anche uno scrittore di Storia e un esploratore. 
Dopo il termine del suo mandato decise di intraprendere una spedizione nella selva amazzonica brasiliana, e contattò il maresciallo Candido Rondon (1865-1958), un indigenista esperto nelle questioni amazzoniche.
La spedizione, che si svolse a cavallo tra il 1913 e il 1914, aveva lo scopo ufficiale di esplorare il cosidetto “Rio da Duvida”, (fiume del Dubbio), un fiume misterioso nascosto nella foresta tropicale del quale si ignorava il luogo esatto delle sue fonti e anche il suo effettivo sbocco.
La spedizione ebbe inizio nella città di Caceres, situata sulle rive del Rio Paraguay. Il 27 febbraio del 1914 i partecipanti della spedizione arrivarono presso le sponde del Rio da Duvida.
A quel punto, in seguito alle difficili condizioni ambientali, e alla forte presenza di insetti portatrici di malaria e altre infermità, il gruppo si divise: una parte continuò esplorando il corso del fiume, mentre un’altra parte si diresse verso il Rio Madeira.
Quale fu il reale obiettivo della spedizione di Theodore Roosevelt?
E’ possibile che il progetto di creare delle aree protette in Brasile, che avesse lo scopo occulto quello di preservare enormi ricchezze che sarebbero poi sfruttate in un secondo tempo, sia iniziato proprio con la spedizione di Roosevelt? E’ possibile che l’obiettivo nascosto della spedizione sia stato quello di verificare l’esistenza di una delle più grandi miniere di diamanti del mondo?
In seguito si comprovò che il Rio da Duvida, che fu poi battezato Rio Roosevelt, è in realtà un affluente del Rio Madeira, ed ha le sue fonti non lontano dalla cittadina di Espigao do Este.
Nel 1960 la zona del Rio Roosvelt fu teatro di un massacro di proporzioni enormi: circa 3500 indigeni appartenenti all’etnia Cinta Larga (idioma Mondé), furono avvelenati con arsenico (1) da mercenari senza scrupoli assoldati da impresari illegali.
Negli anni seguenti molti cercatori di diamanti illegali si sono introdotti nella riserva o si sono instaurati ai margini della stessa per contrabbandare le pietre preziose. Tutto ciò ha portato a forti conflitti con gli indigeni presenti nella riserva, che volevano mantenere il monopolio del commercio e dell’estrazione dei diamanti. Anche se nelle terre indigene è formalmente vietata l’estrazione di minerali, la realtà è purtroppo ben diversa.
Nel 1973 fu creata la terra indigena Roosevelt, ufficialmente per preservare le tradizioni e la vita ancestrale degli indigeni Cintas Largas, che vi vivono fin da tempi pre-colombiani.
Si è creata così un’area protetta di 27.000 chilometri quadrati (grande come la Lombardia), dove vivono appena 1200 indigeni.
Stranamente la riserva è stata creata proprio in una zona di massima importanza dal punto di vista economico, in quanto vi è stata individuata una delle miniere di diamanti più grandi del mondo, che per ora può produrre un milione di carati all’anno, ma le cui riserve stimate sono maggiori di alcune miniere del Botswana, in Africa.
Nel 2003 la polizia federale ha espluso quasi tutti i garimpeiros (cercatori di minerali illegali), dalla riserva Roosevelt, allo scopo di porre fine allo sfruttamento illegale.
Purtoppo però le cresenti tensioni all’interno della riserva per il controllo dei giacimenti hanno portato nel 2004 ad un altro massacro che è stato poco divulgato dai media internazionali: gli indigeni hanno ucciso circa centogarimpeiros, con fucili automatici (2).
Negli anni dell’auge del contrabbando, negli hotel di Espigao do Este e Cacoal si intrattenevano trafficanti belgi e israeliani, che compravano i diamanti a basso prezzo per poi rivenderli all’estero.
L’estrazione illegale di diamanti ha causato anche notevoli danni ambientali: le scavatrici e i trattori hanno infatti aperto vari crateri all’interno della riserva, che per il suo status dovrebbe essere completamente libera da ogni tipo di sfruttamento minerario.
L’Agenzia Brasiliana d’Intelligenza ha stimato che ogni mese uscirebbe clandestinamente dal Brasile una quantitá di diamanti equivalenti a 20 milioni di dollari USA.
Purtoppo vari indigeni sono favorevoli all’estrazione illegale di diamanti e permettono così ai garimpeiros di continuare il loro lavoro illecito, dietro pagamento di una lauta commisione.
Tutto ciò mette a nudo i problemi di una terra indigena del Brasile dove è illegale l’estrazione di minerali ma continua ad essere attuato uno sfruttamento selvaggio di diamanti.
Oggi si stanno scoprendo nuovi giacimenti all’interno della riserva, ma tutto ciò che vi succede è secretato, non giunge ai media internazionali.
Ora che i garimpeiros sono stati espulsi, vi potrebbero entrare alcune tra le più grandi multinazionali del settore, all’insaputa della stampa internazionale e di ogni controllo. E’ utile ricordare che nelle terre indigene è proibita (dal Funai), l’entrata di ogni persona non autorizzata.
Seguendo questa logica gruppi privati potrebbero, con il consenso di indigeni facilmente corrompibili, ottenere enormi ricchezze, nell’indifferenza generale. L’obiettivo della spedizione del 1913-14 potrebbe essere stato raggiunto, dunque, proprio ora, che le terre indigene vengono mostrate al mondo come un esempio dove le tradizioni ancestrali vengono rispettate e valorizzate, quando invece in realtà alcuni di questi territori vengono sfruttati senza scrupoli e i nativi che vi vivono sono a volte corrotti ed utilizzati da gruppi di potere.

YURI LEVERATTO
Copyright 2012

Webgrafia:
(1) Massacro del parallelo 11: http://pib.socioambiental.org/es/noticias?id=17879
(2) Massacro del 2004: http://pt.wikipedia.org/wiki/Reserva_Roosevelt