lunedì 23 dicembre 2013

Lo sfruttamento delle biomasse nel Sud del mondo


Nel 2010 mi trovavo nello Stato brasiliano di Amapá e stavo viaggiando dalla capitale Macapá verso nord.
Gia dopo pochi chilometri di distanza dalla città mi resi conto che ad entrambi i lati della strada asfaltata vi erano immense piantagioni di eucalipti, destinati ad essere tagliati per poi essere trasportati negli Stati Uniti allo scopo di produrre carta.
Pensavo che la piantagione fosse estesa 20 o 30 chilometri, ma mi sbagliavo: in realtà si estendeva per ben 500 chilometri, la gran parte del percorso da Macapá a Calçoene, occupando circa la metà dell’intero Stato di Amapá (la cui superfice totale è di 143.000 chilometri quadrati, circa metà dell’Italia).
Quello che vidi è un chiaro esempio di utilizzo massivo di un enorme area di suolo che va a beneficiare quasi esclusivamente un impresa privata, in quel caso per produrre carta, che sarà poi venduta sul mercato a prezzi internazionali.
Poche settimane fa, è uscita su giornali di tutto il mondo la notizia che alcune multinazionali del Nord del Mondo, stanno acquisendo terreni nel Sud del Mondo, in particolare in Africa e Sud-Est asiatico, allo scopo di piantare alberi che saranno poi trasportati in centrali termiche per bruciarli, in modo da produrre energia, la cosidetta energia da biomassa.
Ho letto pure i commenti di alcuni lettori, i quali sostenevano che tutto ciò fosse sostanzialmente giusto, perché ridurrebbe la dipendenza degli Stati industrializzati dal petrolio, e addirittura darebbe lavoro ai contadini africani che “se non sono guidati fanno disastri in casa loro”.
Il problema principale che a mio parere potrebbe originarsi in seguito a questa ennesima depredazione dei paesi poveri, è sociale. I terreni che verranno acquisiti da imprese multinazionali in Paesi come Mozambico, Angola, Madagascar, Indonesia, India o Cambogia, sono occupati da contadini poveri che vivono di agricoltura di sussistenza e spesso non hanno il titolo di proprietà della terra dove vivono, ma solo un diritto di uso da parte dello Stato.
Purtroppo si è verificato moltissime volte che i governanti degli Stati dei Paesi del Sud del Mondo non rispettano le esigenze delle popolazioni locali, siano essi indigeni o coloni, ma, in cambio di forti pressioni internazionali o di lucrose concessioni, procedono allo sgombero forzato dei contadini indigeni, che finiscono poi per andare a sopravvivere nelle immense megalopoli del Sud del Mondo, come per esempio San Paolo, Lagos, Kinshasa, Dacca o Giacarta.
Questo “assalto” alle terre del Sud del Mondo, che avviene per la produzione di carta, come ho potuto constatare nello Stato di Amapá (Brasile), o per la produzione di soia nello Stato del Mato Grosso (Brasile), o per la produzione di biocombustibili (Brasile, Colombia), o in questo caso per la coltivazione di alberi destinati poi ad essere bruciati, è un processo che porterà inevitabilmente a disastrosi conflitti sociali.
Invece di incentivare i contadini e gli abitanti rurali a rimanere nelle loro terre, si sta costringendoli ad ammassarsi nelle città, omologandoli, in modo da poterli trasformare da cittadini in consumatori.
Molti lettori di questo articolo si domanderanno come far fronte alla crescente domanda di energia nei paesi ricchi, ma a questa domanda la unica risposta possibile è incentivare la produzione di energia solare, eolica e geotermica non massificata e limitare i consumi, dirigendosi verso una società in decrescita ed impulsando le produzioni agricole locali.
Un mondo intero che prevede consumi pro-capite paragonabili all’Europa occidentale o agli Stati Uniti è del tutto improponibile, è i disastri di questa insensata corsa al cosidetto “progresso” si notano già da decenni: aumento esponenziale delle malattie causate dall’inquinamento industriale e dalle emissioni dei mezzi di trasporto motorizzati, cementificazione massiccia delle aree costiere, ed aumento generalizzato dei consumi, il tutto facente parte del cosidetto mondo globalizzato.
Quello che si nota, osservando la situazione di continuo sfruttamento delle risorse e accapparramento delle terre del Sud del Mondo, non è distante dall’analisi che Eduardo Galeano fece nel 1971, nel suo libro “Le vene aperte dell’America Latina”.
In realtà nei quarant’anni che sono passati dalla stesura di quel libro, lo sfruttamento dei paesi poveri da parte dei paesi ricchi non solo non è cessato, ma è addirittura aumentato, inizialmente dal punto di vista petrolifero e minerario, ma oggi anche dal punto di vista dell’utilizzo dei suoli per le produzioni di biocombustibili e biomasse, e della costruzione di immense dighe per l’aumento esponenziale della produzione di energia (vedi i miei articoli Inanbari e Marañón).
Nel Nord del Mondo il dibattito politico ed economico è fermo da molti anni sulla necessità di mantenere ed incrementare il numero degli occupati, e garantire alle imprese il profitto e quindi la capitalizzazione di borsa. E’ un sistema destinato al collasso, è gia se ne vedono le prime avvisaglie.
L’unica soluzione per intraprendere la strada di un deciso sviluppo umano spirituale e sociale, è un graduale ritorno ad un mondo rurale, dove ognuno di noi sia responsabile per produrre una quantità di energia (utilizzando l’energia solare o altri metodi rinnovabili), e di alimenti, per mezzo di agricoltura e allevamento non massificati, e di redistribuire nel mercato (per mezzo di internet), ad eventuali acquirenti le eccedenze di produzione.
Il cambiamento può e deve venire da ciascuno di noi: se continueremo a partecipare a questa insensata corsa al consumismo, senza concentrarci sulla riduzione della cosidetta “impronta ecologica”, saremo responsabili del completo disequilibrio del pianeta, che causerà a sua volta conflitti sociali, crisi alimentari e idriche, oltre a guerre sanguinarie per il controllo delle risorse.

YURI LEVERATTO
Copyright 2011

venerdì 6 dicembre 2013

Il problema delle terre indigene in Brasile: il conflitto sociale nel territorio di Raposa Serra do Sol


Ormai da vari decenni, in Brasile è in atto uno strano processo apparentemente irreversibile, del quale non c’è traccia nei quotidiani e neppure nei periodici d’approfondimento. 
A partire dal 1980 sono state create delle cosiddette “terre indigene”, con lo scopo ufficiale di preservare i territori ancestrali degli autoctoni, garantendo le loro culture, lingue e tradizioni.
In pratica succede questo: quando un territorio è individuato come “indigeno”, anche se la popolazione degli autoctoni è numericamente inferiore (a volte 1 a 10), rispetto ai contadini “non indigeni”, ogni “non autoctono” deve uscire per sempre dal territorio (anche se vi è nato), e le sue proprietà gli vengono confiscate dietro il pagamento di una minima compensazione. Inoltre, è assolutamente vietato l’accesso ad ogni non indigeno (anche ad autoctoni d’altre terre), che sia brasiliano o straniero.
Uno dei primi territori demarcati è stato quello degli Yanomami (nel Roraima e parte dello Stato Amazonas), dopo che l’esploratore inglese Robin Hambury-Tenison (attuale presidente di Survival International), prese contatto con alcuni nativi.
Inizialmente la terra indigena Yanomami era estesa “solo” 50.000 chilometri quadrati, ma nel 1991 fu ampliata a ben 94.000 chilometri quadrati. Stranamente sono state inglobate nella “riserva” zone ricchissime d’oro, stagno, niobio e minerali radioattivi, come era stato indicato dal progetto Radam-Brasil, del 1975. 
Quello che inoltre lascia perplessi è l’immensità dell’estensione della terra indigena Yanomami: 94.000 chilometri quadrati (un territorio grande come il Portogallo), dove vivono appena 7000 nativi.
La domanda sorge subito spontanea: che bisogno hanno 7000 persone, che non sono più nemmeno nomadi poiché vivono in modo sedentario nei pressi d’alcune missioni (come quella di Xitei), di 94.000 chilometri quadrati?
Nel corso degli anni la demarcazione di cosiddette terre indigene è continuata: si sono create le aree indigene Xingú, Alto Javarí, Alto Rio Negro (la cosiddettacabeza do cachorro, “testa del cane”, al confine con la Colombia, estesa ben 80.000 chilometri quadrati), Tumuqumaqué, Kayapo, Xingú, e molte altre.
Oggi il totale delle terre indigene brasiliane assomma a ben 1.096.000 chilometri quadrati, il 13% dell’intero Brasile. 
Alcuni giornalisti brasiliani hanno da qualche tempo denunciato questa situazione sostenendo che le tesi indigenista ed ambientalista nascondono in realtà un progetto di privatizzazione globale dell’Amazzonia brasiliana.
Di solito all’interno d’ogni terra indigena vi è una missione. Gli autoctoni vedono il religioso come colui che li ha salvati dai “brasiliani bianchi”, che volevano appropriarsi delle loro terre. Siccome il missionario parla l’idioma del capo tribú, ha la possibilità d’influenzarlo.
Da tutto ciò ne esce uno scenario dove chi demarca queste immense terre voglia poter disporre di territori immensi senza che nessun giornalista abbia la possibilità di verificare ciò che sta succedendo. 
Si stanno creando così degli esseri umani docili e facili da influenzare, che non hanno informazioni esterne e soprattutto non sanno qual’è il valore internazionale delle risorse (idriche, minerarie, bio-diverse), presenti nel loro territorio.
Seguendo questa logica, lo straniero interessato alle risorse dell’area indigena contratta direttamente con il cacique (capo tribú), che è docile, influenzabile, corrompibile, in modo poi da poter attuare studi di settore, strategici e geo-economici nelle aree in questione.
I territori che sono stati demarcati come “terre indigene”, sono ricchissimi: oltre al bene più prezioso del pianeta, l’acqua (miliardi di ton.), vi si trova oro, stagno, platino, uranio, plutonio, niobio (coltan), argento, rame, molibdeno, tantalio, legna pregiata, oltre ad una risorsa che sarà sempre più importante negli anni a venire: la bio-diversità. 
Da migliaia di specie animali e vegetali endemiche delle terre indigene, infatti, alcuni bio-pirati hanno già da tempo sottratto al Brasile e agli altri Stati amazzonici importanti principi attivi, utilissimi per la creazione di medicinali, cosmetici e alimenti.
Fino a quando sono state delimitate terre scarsamente popolate, non sono sorti particolari problemi, ma nel 2005, quando il Funai (Fundacion nacional do Indio), ha convalidato la demarcazione dell’area di “Raposa Serra do Sol”, situata in Roraima, nell’estremo nord del Brasile, al confine con la Guayana e il Venezuela, è scoppiato un forte conflitto sociale.
Il territorio individuato come “Raposa Serra do Sol” è esteso 17.430 chilometri quadrati (come il Veneto), e vi vivono solo 19.000 indigeni soprattutto d’etnie Macuxí, Ingaricos, Patamonas, Taurepangues e Uapixanas.
Secondo i dati governativi fu solo a partire dal 1900 che non indigeni (coloni Brasiliani), si stabilirono nell’area e iniziarono la produzione di riso e l’allevamento di bovini.  
I discendenti dei coloni, che sostengono invece che l’occupazione iniziale rimonti ai tempi dei portoghesi, cioè al XVIII secolo, non hanno accettato le indennizzazioni del governo e hanno manifestato duramente per evitare l’espropriazione sostenendo che sarebbe possibile una convivenza pacifica con gli indigeni vista l’immensità delle terre in questione. Secondo i coloni, le terre adibite a coltivazione di riso e pascoli non superano il 2% dell’intero territorio, ma contribuiscono al 6% dell’economia dell’intero Stato del Roraima.
Nel giugno del 2007 il Tribunale Supremo del Brasile ha sancito che il territorio Raposa Serra do Sol doveva essere inderogabilmente “svuotato” di ogni non nativo.
Nel marzo 2008 la polizia federale ha iniziato l’operazione chiamata Upatakon III, in modo da procedere all’espulsione forzata dei contadini dall’area, ma la popolazione dei non autoctoni ha reagito duramente, non obbedendo agli ordini della polizia. 
Nel mese d’aprile 2008 il governo del Roraima ha chiesto al governo federale la sospensione dell’ordine d’abbandono delle terre da parte dei non nativi. Il governo ha risposto inviando la forza di sicurezza nazionale a sostegno della polizia federale ma tutto ciò si è risolto in ulteriori tensioni con le popolazioni locali di coloni e contadini. 
A tutt’oggi nel territorio di Raposa Serra do Sol lo stato di tensione è continuo, e molti non nativi hanno già abbandonato per sempre le loro terre. 
In cambio gli indigeni sono stati spesso riposizionati, per rispondere a logiche non sempre facilmente comprendibili. 
Cosa sta succedendo realmente nell’Amazzonia brasiliana? 
Secondo alcuni giornalisti si sta creando un’enorme fascia territoriale, detta “corridoio del nord”, dove l’accesso ai Brasiliani non indigeni è completamente proibito. 
La terra indigena “Raposa Serra do Sol”, fa parte di questo progetto quasi sconosciuto a livello internazionale, che riduce di fatto la sovranità del Brasile. 
In effetti se in queste terre indigene nessuno può entrare in quanto l’accesso è totalmente precluso ai normali cittadini e se nessuno può verificare cosa vi succede all’interno, non è forse già questa una perdita di sovranità, che per denominazione appartiene al popolo? 
Purtroppo è quasi impossibile verificare cosa stia succedendo all’interno delle aree indigene, però le segnalazioni d’ingressi d’entità estere (o.n.g.), sono all’ordine del giorno. Quale siano le attività portate avanti da tali o.n.g. è difficile individuarlo, ma molti analisti sono concordi nel fatto che si stiano effettuando studi mirati allo sfruttamento di minerali strategici (oro, coltan, uranio), e biodiversità. Rimane il dubbio che stiano agendo per l’interesse di poche persone e non certo per il bene di tutta l’umanità. 

YURI LEVERATTO
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