martedì 23 dicembre 2014

Terza confutazione della religione dei testimoni di Geova: Chi è Gesù Cristo


Tutta la religione dei testimoni di Geova degrada Gesù Cristo a semplice “dio minore”. Quindi i testimoni di Geova adorerebbero due dei: Geova e il “dio minore”, che per loro è Gesù Cristo. 
Partiamo ad analizzare questi passaggi del Vangelo di Giovanni, (1, 1-3):

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

“E il Verbo era Dio” la cui pronuncia in greco è: “kai Theos en ho Logos”

Percui il Verbo è il Creatore del mondo, l’unico vero Dio (Giovanni 1,1). 
I testimoni di Geova invece, stravolgendo il passo in questione, hanno tradotto “E il Verbo era un dio”, come se il Verbo (Gesù Cristo) fosse un “dio minore”.
Innanzitutto procediamo per logica: come potrebbe essere un “dio minore” se esisteva “dal principio” e coesisteva con Dio fin “dal principio”? (infatti è scritto “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio”). Giovanni avrebbe potuto scrivere in altro modo se avesse voluto comunicarci che Gesù Cristo è un “dio minore”, e soprattutto non l’avrebbe messo nel suo Prologo. 

Vediamo un punto dei Salmi (33, 6): 

I cieli furon fatti dalla parola dell’Eterno” 

Percui nei Salmi si afferma che l’Eterno (Dio) ha creato i cieli. 

Ma nel Vangelo di Giovanni (1, 3) si afferma: 

tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Sono in contraddizione il passaggio dei Salmi con il passaggio del Vangelo di Giovanni (1,3)? 
Niente affatto. Con una logica semplice si capisce che Dio ha creato i cieli (Salmi) e il Verbo ha creato ogni cosa (Giovanni 1,3). Ovvio, perche il Verbo è Dio. Infatti nella Bibbia si sancisce chiaramente che fu Dio a creare il cielo e la terra e non un “dio minore”, che stava presso di lui. 

Ora vediamo la Lettera ai Colossesi (1, 16-17):

perchè in lui furono create tutte le cose
nei cieli e sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte in lui sussistono.

“perchè in lui furono create tutte le cose”, quindi il Verbo è il Creatore.

Ma anche qui i testimoni di Geova, nel loro libro denominato “Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture” hanno aggiunto una parola, vediamo quale: 

perchè in lui furono create tutte le altre cose

è stata aggiunta la parola “altre” come se fosse un creatore secondario che ha creato “qualcosa”, un dio minore dunque. 

Ecco che lentamente si capisce tutta l’architettura di come si sia attuata la traduzione dei testimoni di Geova. Lo scopo principale è degradare Gesù Cristo, da Dio a un “dio minore”. Ma i primi cristiani adoravano Gesù Cristo come Dio. Come avrebbero potuto i primi cristiani andare al patibolo piuttosto di non rinnegare che Gesù Cristo è Dio, se lo avessero considerato un “dio minore”?

Se seguissimo il ragionamento dei testimoni di Geova dovremmo negare anche il verso di Giovanni (1, 3):

tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Certo perchè qui “lui” è il Verbo, e si sancisce che ha creato “tutto”, ma secondo i testimoni di Geova lui stesso sarebbe stato creato da Dio, quindi il Verbo avrebbe creato “tutto” eccetto se stesso, e quindi non avrebbe creato “tutto” per davvero.  

Nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni vi sono poi affermazioni molto importanti di Gesù, che sta pregando il Padre. 

Ecco un primo, significativo passaggio Giovanni (17, 24):

Padre, voglio che anche quelli che tu mi hai dato siano con me, dove sono io, affinchè contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, poichè mi hai amato prima della creazione del mondo.

In questo passaggio si evince che Gesù era con il Padre prima della creazione del mondo, dell’universo. Questo passo, indirettamente, conferma la Divinità di Cristo.

Vediamo alcuni passaggi dell’Apocalisse: 

(1, 17-18):
Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi.

(22, 13):
Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.


Vediamo ora questo passaggio: 
(1, 8): 
Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

Per cui ancora una volta, si sancisce che Dio è il primo e l’ultimo. Ma siccome nei passaggi (1, 17-18) e (22, 13) era Gesù Cristo il primo e l’ultimo, allora Gesù Cristo è il Signore Dio. 

I nostri amici testimoni di Geova, sostengono che ci sia un solo Dio, “Geova”, e un “dio minore”, Gesù Cristo, il figlio. Ma ciò ci mostra che essi credono in due dei, uno maggiore e uno minore, mentre la Bibbia ci dice chiaramente che vi è un solo Dio! Ora il paradosso, è che se credono in due dei sono politeisti, mentre se ammettono di adorare solo Geova, allora ammettono di non essere cristiani. Infatti fanno parte di un’altra religione, quella dei testimoni di Geova. 

Quando Gesù nacque significa che il Verbo (Dio) si fece carne e Gesù Cristo fu riconosciuto varie volte come Dio. Infatti vediamo questo punto riferito a Tommaso: 
Vangelo di Giovanni (20, 28):

Rispose Tommaso e gli disse: “Signore mio e Dio mio!”

In questo caso Gesù non ha negato di essere Dio, ma ha risposto, in Giovanni (20, 29): 

Gli disse Gesù: “Perchè mi hai visto hai creduto? Beati coloro che hanno creduto senza vedere”.

Isaia ci dice che tutto fu creato da Yahweh. Ora nel Nuovo Testamento ci viene detto che tutto fu creato per mezzo del Verbo, Gesù Cristo. Certo perchè Gesù Cristo, il Verbo, è Dio, quindi è Yahweh!

Ma per i testimoni di Geova c’è un Dio Creatore e un “dio minore”, ecco quindi che negano i versi di Isaia, per esempio (40, 28) o (44, 24): 

Così dice l'Eterno, il tuo Redentore, colui che ti ha formato fin dal seno materno: «Io sono l'Eterno che ho fatto tutte le cose, che da solo ho spiegato i cieli e ho distesa la terra; chi era con me?

Non vi era un “dio minore” quando Dio ha fatto tutte le cose. E’ chiaro.

Lo stesso si può applicare al concetto di Salvatore. Nella Bibbia è Yahweh, nel Nuovo Testamento è Cristo. Abbiamo quindi due salvatori? Niente affatto. Il Salvatore è uno.

In Isaia (42, 8), c’è scritto: 

Io sono il Signore: questo è il mio nome;
non cederò la mia gloria ad altri,
nè il mio onore agli idoli.

Ma nel Vangelo di Giovanni (17, 5) c’è scritto: 

E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.

Quindi Gesù Cristo dice chiaramente che aveva gloria presso il Padre prima che il mondo fosse, ossia prima della notte dei tempi, cioè dall’eternità!
Come potrebbe Gesù Cristo aver fatto un’affermazione così inaudita se fosse solo un “dio minore”? (ovviamente ne fece altre di inaudite come “io invece vi dico” che ho spiegato nel mio articolo “La vera identità di Gesù Cristo”). 

Notiamo anche che Isaia (44, 6) il Signore è il primo e l’ultimo. 

Così dice il Signore, il re d’Israele,
il suo redentore, il Signore degli eserciti:
«Io sono il primo e io l’ultimo;
fuori di me non vi sono dèi.

Esattamente come nell’Apocalisse 1:17-18 e 22:13

Come potrebbe aver detto Gesù Cristo “io sono il primo e l’ultimo” se fosse un “dio minore”? Come potrebbe l’Apostolo Giovanni aver ricevuto questa rivelazione e poi averla scritta se Gesù Cristo fosse un “dio minore”? 
Un “dio minore” che dice le stesse cose dette da Dio in Isaia (44, 6)? Impossibile. 

Torniamo alla grammatica: 

“E il Verbo era Dio” la cui pronuncia in greco è: “kai Theos en ho Logos”
I testimoni di Geova sostengono che siccome davanti alla parola “Dio” non ci sia l’articolo determinativo ho = ‘il’, “Dio” si dovrebbe tradurre come “dio”, cioè “dio minore”.
Il fatto che non ci sia l’articolo determinativo “ho” davanti a “Dio”, ma che “ho” sia davanti a “Logos” (Parola, Verbo), non significa che “Dio” (Theos), sia un “dio minore”. 
Da un punto di vista grammaticale, “ho Logos” è il soggetto, e Theos è il predicato nominale. In greco non è necessario usare l’articolo determinativo con un predicato nominale in questo tipo di frase. Se si fosse scritto “ho Theos” avrebbe significato che il Verbo è la stessa persona del Padre, (infatti nella seconda frase del passo 1, Dio si riferisce al Padre). Ma l’Apostolo Giovanni ha voluto dirci che il Verbo, pur essendo Dio, non è la stessa persona del Padre. 
Tutto ciò è stato confermato da eminenti studiosi come  C. H. Dodd, (“New Testament Translation Problems II,” The Bible Translator 28, 1[January 1977]:103).
Anche altre traduzioni dove è scritto: “Il Verbo era divino” sono errate, in quanto Giovanni ha detto: kai theos en ho logos (e Dio era il Verbo), e non ha detto “kai theios en ho logos”.
Per cui la traduzione “e il Verbo era un dio” è errata sia dal punto di vista logico (comparando con gli altri passi dell’intera Bibbia, e del Vangelo di Giovanni in particolare, in modo da capire quale era realmente il suo pensiero), sia dal punto di vista grammaticale. 
Vi sono poi altre frasi e comportamenti di Gesù che indicano la sua natura consustanziale al Padre. Nel capitolo quinto del Vangelo di Matteo, parlando della legge mosaica, ossia la legge data da Dio, Gesù ripetè varie volte: “avete inteso che fu detto…io invece vi dico”. Gesù quindi insegna sui giusti comportamenti da tenere nel caso di matrimonio, giuramenti, amore al prossimo. Per sei volte viene ripetuta la frase: “io invece vi dico”. 
Come potrebbe un semplice profeta aggiungere o modificare le leggi date da Dio se non chi è per sua natura consustanziale al Padre? 
I profeti dicevano: “Così parla il Signore”, mentre Gesù disse: “io invece vi dico”.
E’ noto che i giudei osservavano la legge del riposo durante il sabato, e per questo criticarono Gesù per aver curato un paralitico di sabato Giovanni (5, 1, 10). Ma Gesù, dimostrando di essere al di sopra della legge dice (Vangelo di Giovanni 5, 17):

Ma Gesù rispose loro: “Mio Padre è all’opera fino ad ora ed anch’io sono all’opera”.

Gesù si pone quindi al di sopra della legge, per esempio anche quando dice:

“Si, il Figlio dell’uomo è padrone del sabato” (Matteo, 12, 8).

Sono affermazioni inaudite, che mai uscirono dalla bocca di nessun uomo, e che provano la sua verà natura di Gesù Cristo, che è consustanziale al Padre. 

E’ Onnipotente: Giovanni (1: 3), Lettera ai Colossesi (1, 16-17).  

Inoltre Gesù Cristo ha invitato i credenti a pregare in lui, Vangelo di Giovanni (14, 14):

Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò

Ma qui i testimoni di Geova traducono: “Se chiedete qualcosa in mio nome, io la farò”. 

Hanno tolto il “mi” come per indicare che non è lui al quale dobbiamo chiedere.

YURI LEVERATTO
Copyright 2016

lunedì 22 dicembre 2014

Seconda confutazione della religione dei testimoni di Geova: il nome di Dio


I testimoni di Geova si riferiscono a Dio, con il nome “Geova”. In questo articolo dimostreremo che denominare l’unico e vero Dio con un nome “non biblico”, è errato.
Nel Tanakh (conformato dai 39 libri che oggi noi cristiani denominiamo Antico Testamento), Dio, il Creatore del mondo, era nominato in diversi nomi, proprio per il fatto che l’Onnipotente non può essere limitato da un solo nome. Il nome più utilizzato nella Bibbia per riferirsi a Dio, è YHWH, il tetragramma biblico. 
Secondo alcuni studiosi (1) il tetragramma biblico, o YHWH, (uno dei nomi di Dio, il più ricorrente nella Bibbia, citato 6823 volte, la cui pronuncia è Yahweh), deriverebbe dalla radice triconsonantica dell’ebraico biblico היה, che significa “essere”.
Naturalmente Dio, nella Bibbia viene citato innumerevoli volte anche con altri termini: Elohim, El, Shaddai, Elyon, Adonai, ecc. (Kyrios in greco, ossia: Signore) (2). Dio si è anche auto definito con il nome IO SONO. 
I primi cristiani credevano con fermezza assoluta che Gesù Cristo fosse il Dio della creazione biblica, IO SONO, e questo lo si evince dai seguenti passi dell’Esodo, comparati con i passi del Vangelo di Giovanni. Vediamoli.

Esodo (3, 13, 14): 
Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi"». 

Quindi qui Dio si definisce Io-Sono, esattamente come nel seguente passaggio di Giovanni (8, 23-24), 

E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».

E ancora in Giovanni (8, 53-58):

Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».

E’ chiaro pertanto che gli Apostoli, gli Evangelisti e i primi cristiani credevano nell’assoluta corrispondenza tra YHWH e Gesù Cristo. I testimoni di Geova negano ovviamente la Divinità di Gesù Cristo, e utilizzano il nome Jehovah (o Geova in italiano), anche quando nella Bibbia il nome di Dio è indicato con altri termini. 
Nella “Traduzione del Nuovo Mondo e delle Sacre Scritture”, il libro di riferimento per i testimoni di Geova, in Genesi (18, 3) c’è scritto Jehovah (in  inglese), e non Adonai come invece è scritto nel testo originale. 
Quindi vediamo che già a partire dalla Genesi i testimoni di Geova hanno sovvertito le Sacre Scritture addirittura cambiando uno dei nomi di Dio. 
Similmente si potrebbe dire per Esodo (4, 10-13) dove Mosè si rivolge a Dio con il nome di Signore, ma nuovamente nella “Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture”, si traduce nuovamente con Jehovah.
La Watchtower Society (o “società della torre di guardia”), pone enfasi nel nome Jehovah, ma ciò non è supportato dai testi biblici e tantomeno dalla predicazione di Gesù Cristo. 

La pronuncia corretta di YHWH è Yahweh o Jehovah (italianizzato Geova)?

A pagina 23 del “Kingdom interlinear translation” (dei testimoni di Geova), la Watchtower society ammette che la pronuncia corretta è “Yahweh”. 

C’è scritto: “While inclining to view the pronunciation “Yahweh”, as the more correct way, we have retained the form “Jehovah”, because of people familiarity, with it since the 14 th century”. 

Che tradotto all’italiano significa: 

Anche se siamo inclini a riconoscere che Yahweh è il modo corretto, abbiamo adottato il nome Jehovah perchè è popolare tra la gente fin dal secolo quattordicesimo. 

E’ una dichiarazione inaudita che prova che l’esatta pronucia di uno dei nomi di Dio non è ritenuta importante dai vertici della Watchtower Society. Inoltre, anche se fosse stato vero che Jehovah sia stato un modo popolare di riferirsi a Dio, non era l’unico! E Gesù Cristo non disse mai che nelle preghiere si includesse alcun nome per indicare Dio.
Inoltre la frase del “Kingdom interlinear translation” è sbagliata anche perchè la forma errata di Geova è apparsa per la prima volta in una traduzione inglese della Bibbia per opera di Williarn Tyndale, che risale solo al 1530 dopo Cristo, quindi semmai al sedicesimo secolo, e non quattordicesimo. Questa forma errata è, entrata poi sia nelle traduzioni della Bibbia di questi ultimi quattro secoli sia in alcune iscrizioni, anche di chiese cattoliche. Ma tutti questi documenti a favore della forma Geova non sono anteriori all’anno 1530. In nessun documento prima di quell’anno, e in nessuna traduzione della Bibbia prima del 1530 d.C., è presente la forma “Geova”.

Ricapitolando: Ci sono vari nomi divini nella Bibbia. Nelle scritture in ebraico, l’Antico Testamento, la più utilizzata è YHWH, il tetragramma, la cui pronuncia esatta non si conosce, ma quella che si pensa sia la più corretta è Yahweh. 
Nelle scritture greche, si pregava principalmente nel nome di Gesù Cristo. E inoltre si insegnava che Gesù Cristo è l’unico nome per mezzo del quale si possa essere salvati. I primi cristiani battezzavano nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, indicando chiaramente la loro fede nella Trinità. Inoltre i primi cristiani hanno vissuto e sono morti da martiri per affermare il nome di Gesù Cristo, non per affermare il nome “Jehovah”. 
I nomi Yahweh e Gesù Cristo non sono affatto in competizione tra di loro, ma confermano invece che Gesù Cristo è Yahweh, come vedremo nella terza confutazione alla religione dei testimoni di Geova. 

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Note: 
1-http://www.jewishencyclopedia.com/articles/11305-names-of-god
2-https://en.wikipedia.org/wiki/Names_of_God_in_Judaism

sabato 20 dicembre 2014

Prima confutazione della religione dei testimoni di Geova


La religione dei testimoni di Geova è stata fondata nel 1884 da Charles Taze Russell. Si basa sugli scritti di Russel e Rutherford e sulla loro interpretazione della Bibbia. 
Charles Taze Russel fu inizialmente un seguace della Chiesa presbiteriana. Era particolarmente affascinato dal tema del secondo avvento di Cristo, e iniziò a studiare le profezie. Aveva considerato la predizione che aveva fatto Guglielmo Miller sull’arrivo di Cristo nella terra nel 1844. Anche se Miller aveva fallito, Russell si convinse che qualcosa doveva pur esserci di vero in quel metodo, e cominciò a fare i suoi propri calcoli in modo da predire il secondo avvento del Signore. 
Già a partire dal 1870 Russel iniziò a dare proprie interpretazioni della Bibbia, in particolare sulla Risurrezione del Signore, insegnando che Gesù Cristo non era risuscitato nella carne, ma solo nello spirito. Già dall’inizio della sua predicazione Russel si stava quindi allontanando dalla Bibbia, la Parola di Dio. 
Secondo Russel Gesù Cristo sarebbe ritornato sulla terra nel 1874, quindi il millennio sarebbe iniziato in quell’anno. Pertanto si doveva proclamare il piano divino e unire i veri “cristiani” in modo che partecipassero al regno del Signore. Nel 1879 Russel iniziò a pubblicare il periodico “The Watchtower and herald of Christ presence” (La torre di guardia e l’annuncio della presenza di Cristo). Quindi nel 1884 fu fondata la “società della torre di guardia”. 
Le predizioni di Charles Russel e dei suoi sucessori risultarono false in ripetute occasioni. Vediamole: 

1899. L’Apocalisse inizierà nel 1914.
«La “battaglia del gran giorno di Dio Onnipotente” (Apocalisse 16,14), che si concluderà nel 1914 dC con il rovesciamento completo del presente dominio della terra, è già iniziata» (C. Russell, “The Time Is at Hand”, p. 101, 1908 edition).

1916. Il Regno millenario è iniziato nel 1873.
«La cronologia biblica qui presentata mostra che i sei grandi 1000 anni iniziati con Adam sono finiti e che il grande 7° giorno, dei 1000 anni del regno di Cristo, è iniziato nel 1873» (C. Russell, “The Time Is at Hand”, page II)

1917. L’Armageddon è cominciato.
«L’attuale grande guerra in Europa è l’inizio dell’Armageddon descritto dalle Scritture» (Pastor Russell’s Sermons, 1917, page 676)

1918. I santi saranno resuscitati nel 1925.
«Perciò possiamo fiduciosamente aspettarci che il 1925 segnerà il ritorno di Abramo, Isacco, Giacobbe e dei profeti fedeli del passato, in particolare quelli nominati dall’Apostolo in Ebrei 11» (C. Russell, “Millions Now Living Will Never Die”, page 89)

1922. Gesù ritornerà nel 1925.
«La data del 1925 è ancora più distintamente indicata dalle Scritture rispetto al 1914» (“The Watchtower”, September 1st, 1922, page 262)

1923. Gesù ritornerà nel 1925.
«Il nostro pensiero è che il 1925 è sicuramente previsto dalle Scritture. Come Noè, il cristiano ha ora molto più su cui basare la sua fede, Noè basava invece la sua fede in un diluvio a venire» (“The Watchtower”, April 1st, 1923, page 106)

1925. Gesù ritornerà nel 1925.
«L’anno 1925 è qui. Con grandi aspettative i cristiani hanno atteso quest’anno. Molti hanno fiduciosamente atteso che tutti i membri del corpo di Cristo cambieranno nella gloria celeste nel corso di quest’anno. Ciò può essere realizzato. A tempo debito Dio porterà a compimento i suoi propositi. I cristiani non dovrebbero essere così profondamente preoccupati per ciò che potrebbe accadere quest’anno» (“The Watchtower”, January 1st, 1925, page 3)

1940. L’Armageddon avverrà entro l’anno.
«L’anno 1940 sarà certamente l’anno più importante, perchè l’Armageddon è molto vicino» (“Informant”, May 1940)

1941. Gesù tornerà dai Monti.
«Riceveremo il dono, i bambini marceranno stretti, non un giocattolo per il loro piacere, ma saremo strumenti del Signore per un lavoro più efficace nei restanti mesi prima dell’Armageddon» (“The Watchtower”, September 15th, 1941, page 288)

1946. L’Armageddon è alle porte.
«Il disastro dell’Armageddon, maggiore di quello che accadde a Sodoma e Gomorra, è alla porta». (“Let God be True”, 1946, page 194)
Charles Russel morí nel 1916, ma anche il suo sucessore Josè Rutherford continuò a proporre false predizioni, che ovviamente non si verificarono. Intorno al 1925 i testimoni di Geova insegnavano che la fine del mondo sarebbe avvenuta nel 1975 (Cesar Vidal Manzanares, ricordi di un testimonio di Geova, pag. 14-16). 
E’ evidente pertanto che tutte le predizioni fatte dai testimoni di Geova si sono rivelate false. A questo punto i testimoni di Geova avrebbero potuto ponderare su questo passaggio biblico, Deuteronomio (18, 22): 

“Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta il Signore. Il profeta l’ha detta per presunzione. Non devi aver paura di lui.”

Ma evidentemente non lo fecero. 
Analizziamo ora alcuni punti della teologia dei testimoni di Geova. 
Innanzitutto il libro al quale fanno riferimento i testimoni di Geova non è la Bibbia, ma è una traduzione della Bibbia che riflette la loro visione teologica, detta “Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture”. Questo libro differisce dalla Bibbia in molti punti fondamentali, ma soprattutto sulla persona di Gesù Cristo che viene presentato non come il Verbo, Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, ma come un “dio minore”, quindi creato dal Padre. Inoltre il nome di Dio viene indicato in Geova, quando sappiamo che nel Tanakh i nomi di Dio sono numerosi, ma mai viene utilizzato il nome Geova, come analizzeremo nella seconda confutazione. 
Inoltre Russell e Rutherford hanno sempre sostenuto che la chiave per comprendere la “Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture” sarebbe stata lo studio dei propri scritti e delle proprie opere. Ma la Bibbia non può  essere una interpretazione privata. Infatti, Seconda Lettera di Pietro, (1, 20): 

Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione

La Bibbia vuol dire semplicemente quello che vi è scritto, ed ogni interpretazione privata si allontana dal senso che volevano intendere gli autori, che erano ispirati dallo Spirito Santo. Già Cristo disse che non vi è alcuna necessità di una chiave, nel Vangelo di Giovanni (5, 39): 

Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me.

Per quanto riguarda il concetto di Dio, i testimoni di Geova ripudiano la dottrina della Trinità e affermano che sarebbe una “dottrina pagana”. Per loro pertanto Gesù Cristo non è Dio, e neppure lo Spirito Santo lo è. Per loro solo il Padre, che denominano erroneamente Geova, è Dio. 
La Bibbia insegna però che Dio è uno in tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La Trinità non è un’interpretazione pagana, ma è insita nella Parola di Dio. Vediamo alcuni passaggi: Vangelo di Matteo (3, 16-17):

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

In questo passo del Vangelo di Matteo, che secondo una tradizione antica fu scritto in aramaico o in ebraico intorno al 45 d.C., non vi è solo il Figlio, Gesù Cristo, ma vi è anche lo Spirito, e il Padre, nelle cui parole c’è un richiamo al servo di YHWH (Isaia 42, 1).
Vediamo ora un altro passaggio del Vangelo di Matteo, dove Gesù ordina il battesimo nel nome della Trinità (28, 18-20):

Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Come sappiamo lo scopo principale della missione di Gesù Cristo sulla terra è stato “togliere il peccato del mondo” (Vangelo di Giovanni, 1, 29). La sua missione ha però avuto anche altri obiettivi, tra i quali quello di rivelare la splendente Trinità. In questo passaggio Gesù invita a battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E’ un invito chiarissimo ad accogliere in noi le tre persone dell’unico Dio. Da notare che Gesù Cristo disse: “battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, e non disse: “nei nomi del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Anche per quanto riguarda lo Spirito Santo, i testimoni di Geova negano che egli sia una delle persone della Trinità e pertanto, Dio. Ma anche per lo Spirito Santo i passaggi biblici che certificano la sua Divinità sono molti, per esempio vediamo subito un passaggio degli Atti degli Apostoli (5, 3-4)

Ma Pietro disse: «Anania, perchè Satana ti ha riempito il cuore, cosicchè hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perchè hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio».

In questo passaggio si nota chiaramente che Pietro credeva che lo Spirito Santo è Dio.
Sono tantissimi i passaggi della Bibbia che fanno esplicito riferimento alla Trinità, per chi volesse approfondire rimando al mio articolo corrispondente: (http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2015/11/la-trinita-il-fondamento-della-fede.html). 

I testimoni di Geova negano la Divinità di Gesù Cristo. Spesso associano Gesù Cristo all’arcangelo Michele, in modo molto confuso. Nel loro “Studio della Scrittura” riportano, al volume 5: “Il nostro Redentore esistette come spirito prima di farsi carne e vivere tra gli uomini. Era conosciuto come l’arcangelo Michele”. Nella rivista Atalaya, del 1961, si afferma: “Cristo Gesù, Michele, combatté con il drago e questo fu gettato a terra”. 
La Bibbia è però  chiara sulla Divinità del Figlio, espressamente nei passaggi seguenti: Vangelo di Giovanni (1,1) – (10, 30), Lettera ai Filippesi (2, 3-11), 1 Giovanni (5, 20), Lettera ai Colossesi (2, 8-9). Per chi volesse approfondire sulla Divinità di Gesù Cristo può leggere il mio articolo corrispondente (http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2015/11/la-vera-identita-di-gesu-cristo.html). 
Inoltre i testimoni di Geova negano l’incarnazione di Cristo, e insegnano che Gesù non possedeva due nature, ossia vero Dio e vero uomo quando si trovava sulla terra e che nemmeno ora le possiede. Per loro Gesù era semplicemente un essere umano perfetto. 
I passaggi biblici sull’incarnazione del Verbo (Dio) sono invece vari. Per esempio: 1 Timoteo (3, 16); (2, 5); 1 Giovanni (1, 7); Lettera agli Ebrei (10, 11-14); Lettera ai Filippesi (2, 6-11); Libro di Isaia (9, 6). 
(Chi volesse approffondire il concetto della doppia natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, può leggere qui: 
http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2015/12/la-doppia-natura-di-gesu-cristo-vero.html)

I testimoni di Geova negano la Risurrezione corporale di Cristo. Sappiamo invece da numerosi passaggi biblici che la Risurrezione avvenne in carne, non nello spirito: Vangelo di Luca (24, 36-49); Vangelo di Giovanni (20, 19-31). Naturalmente il corpo di Gesù Cristo risuscitato non era lo stesso di prima: era glorificato. Possiamo approfondire la Prima Lettera ai Corinzi (15, 1-58) per renderci conto di come Cristo resuscitò e di come anche i credenti in lui avranno un corpo glorificato. 
Anche per quanto riguarda il concetto di salvezza i testimoni di Geova differiscono sostanzialmente dalla fede cristiana. Per loro Gesù espiò solo il peccato di Adamo, e credono che nella croce fu versato il sangue di un uomo. In realtà ciò che da efficacia al sangue di Cristo è il fatto stesso che Gesù Cristo è Dio. Siccome la Bibbia dice chiaramente che solo Dio può perdonare i peccati (Vangelo di Marco 2, 7), ecco che Dio ha potuto attuare l'espiazione dei peccati sulla croce. 
Spogliando Cristo della sua Divinità i testimoni di Geova negano l'espiazione sulla croce per i nostri peccati, in quanto se Cristo era solo un uomo, anche se perfetto, non avrebbe potuto espiare tutti peccati sulla croce. (Per chi volesse approffondire: http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2015/11/lo-scopo-principale-della-missione-di.html)

Secondo i testimoni di Geova i malvagi avrebbero un’altra opportunità per ricevere a Cristo durante il millennio. Ma la Bibbia spiega chiaramente che chi si pente dei propri peccati e riconosce Gesù Cristo come unico Signore e Salvatore otterrà il perdono dei propri peccati e la salvezza. Per esempio lo si vede nell'episodio del buon ladrone, che non per le opere, ma per ammettere di essere un peccatore e avere fede in Gesù, si salva. Infatti ecco il passaggio corrispondente nella Seconda Lettera ai Corinzi (6, 2): 

“Egli dice infatti:
Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso.
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”

Anche sul tema escatologico le dottrine insegnate dai testimoni di Geova non sono bibliche, ma rispecchiano gli insegnamenti errati di Russell e Rutherford. Secondo i testimoni di Geova coloro i quali resusciteranno avranno mille anni di tempo per prendere una decisione. Se non obbediranno al Vangelo durante questo tempo di mille anni saranno annichilati. 
La Bibbia invece insegna molto chiaramente che solo i i salvi resusciteranno prima del millennio, e il resto dei morti (ossia i non giusti, i non salvati), risusciteranno alla fine del millennio e saranno e saranno giudicati da Dio e inviati al fuoco eterno (Apocalisse 20, 5-6; 11, 15; Lettera agli Ebrei 9, 27). 

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

giovedì 20 novembre 2014

La lunga disputa tra la Chiesa Cattolica e la Massoneria


A partire dal 1738 la Chiesa Cattolica ha emesso più di venti documenti solenni nei quali ha condannato l’appartenenza alla Massoneria e ha proibito ai Cattolici di farvene parte. 
Perché?
Nel 1736 l’Inquisizione procedette a indagare sulle attività di una loggia massonica a Firenze, che fu poi chiusa nel 1737.
Nel 1738 il papa Clemente XII emise la bolla papale detta “In Eminenti Apostolatus Specula”, il primo documento ufficiale della Chiesa Cattolica contro la Massoneria.
Eccone un estratto:

Ma come la natura del crimine è tale che allerta e produce un clamore che lo tradisce, per questo motivo, le società menzionate hanno ispirato nei cuori dei fedeli una tal sfiducia così forte, che aderire a tali associazioni, da parte di persone prudenti e oneste, è come mettersi addosso una fama malefica e perversa. Di fatto, se non stessero attuando male, non avrebbero un odio così grande per la luce.

Con questo primo documento del Vaticano contro la Massoneria, si proibì ai Cattolici di partecipare alle logge, e si suggerì ai vescovi di svolgere azione inquisitoria dell’eresia.
Nel 1751, solamente 13 anni dopo, il papa Benedetto XIV emise una nuova bolla detta “Providas romanorum” contro la Massoneria. Fu proibito ai cattolici di far parte delle logge, pena la scomunica immediata.
Nel corso del secolo XIX sono stati vari i papi che hanno emesso altre bolle contro la Massoneria, come per rimarcare che farne parte era considerato un peccato grave, che avrebbe portato alla scomunica.
Nel 1821 il papa Pio VII emise la bolla “Ecclesiam a Jesu Christo”. Nel 1826 Leone XII emise la bolla “Quo Graviora”. Nel 1829 Pio XVII emise un’altra bolla contro la Massoneria detta “Traditi Humiliati”. E così fece Gregorio XVI con la bolla “Mirari Vos” nel 1832.
Pio IX ne emise adirittura sei: rispettivamente nel 1846, 1849, 1864, 1865, 1869 e 1873.
Anche papa Leone XVIII emise altre bolle e documenti in contrapposizione alla Massoneria, in totale ben otto, dal 1882 al 1902. La più importante fu quella denominata “Humanum Genus”, del 1884.
Nel 1917 nel codice della legge canonica si rimarcò che aderire alla Massoneria avrebbe portato ad una scomunica immediata.
Nel 1980 la conferenza dei vescovi tedeschi ha redatto un documento contro la Massoneria indicando che i suoi membri negano la rivelazione, e mettono in dubbio la verità. La Massoneria viene indicata come una corrente filosofica che abbraccerebbe il Deismo, e quindi in contrasto con il Cattolicesimo.
Nell’anno successivo la congrega della dottrina della Fede, presieduta dal cardinale Seper, ha inviato una lettera ai cardinali americani nella quale sostanzialmente si ribadisce la proibizione per i Cattolici di far parte della Massoneria, pena la scomunica.
Nel 1983, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, il cardinale Joseph Ratzinger, ha emesso una “Dichiarazione sulle associazioni massoniche”, nella quale si ribadisce lo stato di grave peccato di chi vi aderisce e la conseguente impossibilità a ricevere la comunione.
Ecco il testo della dichiarazione, tratto dal sito web del Vaticano (1):

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
DICHIARAZIONE SULLA MASSONERIA
È stato chiesto se sia mutato il giudizio della Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore.
Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie.
Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione.
Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la Dichiarazione di questa S. Congregazione del 17 febbraio 1981 (Cf. AAS 73, 1981, p. 240-241).
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione, decisa nella riunione ordinaria di questa S. Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla Sede della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983.
Joseph Card. RATZINGER
Prefetto
Fr. Jérôme Hamer, O.P.
Arcivescovo tit. di Lorium
Segretario

Come vediamo, a partire dal 1737, ovvero dopo soli 20 anni dalla nascita, nel 1717, della Massoneria moderna a Londra, la Chiesa Cattolica ha opposto ripetutamente il suo veto alla partecipazione di Cattolici all’interno delle Logge.
Da un punto di vista religioso la Massoneria è stata accusata dalla Chiesa Cattolica di avere una visione del Creatore differente rispetto a quella canonica Apostolica Romana.
In particolare l’uso del nome “Grande Architetto dell’Universo”, per riferirsi al Creatore è contestato dalla Chiesa Cattolica perché richiama ad un’entità costruttrice, ma non creatrice dell'universo.
E’ l’accusa di “Deismo”, dove Gesù non sarebbe "Dio", “Il Centro della Storia e del Cosmo”, “Il Salvatore del Mondo”, e “Il Cammino, la Verità e la Vita”, ma sarebbe stato “solo” un grande iniziato, allo stesso modo di Krishna, Budda, Zoroastro, ecc.
Il Deismo era stato seguito, come corrente religiosa-filosofica, già a partire dal XVII secolo da grandi filosofi come Locke, Kant e Voltaire.
In quest’ottica la religione cattolica era vista come uno strumento nelle mani del clero per mantenere il potere sulle masse degli adepti, ma non rappresentava la verità, da assimilare più con gli aspetti iniziali del Cristianesimo, ma anche con altri credi (Sufismo, Esseni, religioni panteiste).
Per Locke, che anticipò il Deismo, lo Stato deve essere aconfessionale, laico, totalmente avulso da logiche riconducibili a idee religiose. Anche l’Ateismo viene però visto come negativo da Locke, che accusò i suoi sostenitori d’amoralità.
La Massoneria venne pertanto incolpata fin dal secolo XVIII di mettere sullo stesso piano tutte le religioni, non riconoscendo quella Cattolica come portatrice della verità.
Da un punto di vista politico la Massoneria, che ha utilizzato il motto “libertà, uguaglianza, fratellanza”, è stata spesso in aperto contrasto con il “Diritto Divino” che stava alla base delle monarchie, ma anche in contrasto con l’idea che il “pontefice”, (costruttore di ponti), possa fungere da intermediario tra Dio e l’uomo.
In definitiva La Chiesa Cattolica e la Massoneria sono due mondi inconciliabili, anche se alcune persone pur facendo parte della Massoneria si professano Cattolici praticanti.
La Chiesa Cattolica ha una dottrina molto precisa, mentre per la Massoneria la morale non è legata a nessun credo religioso in particolare.

YURI LEVERATTO
Copyright 2013

(1) webgrafia: www.vatican.va

mercoledì 12 novembre 2014

Il simbolismo messianico nel processo esplorativo di Cristoforo Colombo




Genova e Firenze: due grandi capitali rinascimentali. Genova, la superba, dominatrice dei mari e sede di banche poderose. Firenze, il centro finanziario mondiale, al vertice del quale vi erano i Medici, incontrastati capitalisti del XV secolo.
Genova diede i natali a Cristoforo Colombo, il navigante del Mare Oceano, che si considerava il nuovo Messia, portatore della Fede nel Nuovo Mondo.
A Firenze nacque invece Amerigo Vespucci, il viaggiatore, l’attento osservatore, il cosmografo.
Questi due grandi italiani, ai quali è legata la Storia del Nuovo Mondo, si conobbero, a Siviglia.
E poi c’era Roma, il centro della Cristianità, con a capo un papa genovese: Giovanni Battista Cybo, Innocenzo VIII.
Il XV secolo era stato segnato da un avvenimento fondamentale.
Nel 1453 infatti, i Turchi Ottomani conquistarono Costantinopoli e islamizzarono gran parte del bacino del Mediterraneo Orientale.
Il loro controllo delle rotte marittime aveva precluso importanti possibilità di commercio a Genova e Venezia, che trafficavano già da molti anni con gli empori del Mar Nero e del Medio Oriente.
L’avanzata dell’Islam, visto come forza che si contrapponeva al Cristianesimo, si fece sentire anche nella Spagna Meridionale. Il rischio che gli islamici chiudessero il mondo occidentale in una morsa a tenaglia era reale.
Inoltre c'erano alcuni indizi di nuove terre nel Mar Oceano. La possibilità che gli islamici, siano essi Arabi o Turchi, si impadronissero dei nuovi territori era reale.
Innocenzo VII l’aveva compreso e per questo sostenne l’impresa di Cristoforo Colombo. Anche se probabilmente i due uomini non si incontrarono, Innocenzo VIII patrocinò l’impresa, sia per quanto riguarda il finanziamento della parte italiana (Giannotto Berardi era un banchiere dei Medici a loro volta imparentati con il papa), sia per quanto riguarda la parte spagnola (i due soci amministratori della Santa Hermandad erano interconnessi con il papa: Santangel era el collettore delle rendite ecclesiastiche di Aragona e Francesco Pinelli era il nipote del pontefice).
Cristoforo Colombo, che già da decenni aveva esperienze di navigazione nel Oceano Atlantico (Mare Oceano), era la persona perfetta per portare a termine il progetto di conquista di territori immensi e di evangelizzazione delle persone che ivi vivevano: gli indigeni.
Se non l’avesse fatto Cristoforo Colombo, come rappresentante della Cristianità, il progetto di conquista l’avrebbero portato a termine gli islamici, e la Storia del mondo avrebbe preso una direzione diversa.
Per Colombo il Portogallo e poi la Spagna rappresentavano i mezzi per raggiungere il suo fine: l’evangelizzazione del mondo, la vittoria finale di Cristo, e lui, che si chiamava Cristoforo (colui che porta il Cristo), si sentì illuminato ed incaricato da Dio per portare la Fede nel Nuovo Mondo.
La sua strana firma cabalistica (foto principale), è un chiaro esempio di colui che si credeva il secondo Messia:

S
S  A  S
X  M  Y
Xpo ferens

Che fu interpretata così:

Sono
Servo dell’Altissimo Salvatore
Cristo, Figlio di Maria,
portatore di Cristo

Il fatto poi che Colombo fosse interessato a trovare grandi quantità d’oro è interconnesso allo scopo finale. Solo con grandi quantità d’oro sarebbe stato possibile pagare eserciti bene armati in modo da sconfiggere gli islamici e riconquistare il Santo Sepolcro.
Quelle immense quantità d’oro e argento furono però utilizzate da Carlo V e dai suoi sucessori in guerre interne europee.
Colombo aveva letto “Il Milione” di Marco Polo. Era convinto di poter giungere nel Catai e forse fondare insieme ai Cinesi, un’alleanza contro l’Islam. I suoi piani però si scontrarono con la sua mente, ancorata al Medio Evo.
Il suo errore fondamentale, aver sottovalutato l’estensione reale della circonferenza terrestre, lo portò a credere di essere giunto presso il Catai, quando invece ne era distante migliaia di chilometri.
Le isole da lui scoperte furono battezzate con nomi inneggianti alla Bibbia, al Cristo o al patrocinatore del progetto, Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo).
E così l’isola dove attraccarono le caravelle fu battezzata San Salvador (Guanahani); Cuba fu battezzata inicialmente Juana (Giovanna in spagnolo, in onore di San Giovanni o di Giovanni Battista Cybo?), Portorico fu anch’essa battezzata San Juan (San Giovanni: la capitale di Puerto Rico ancora oggi è San Juan), e la Giamaica fu battezzata Santiago (santo che combattè gli islamici).
Nei viaggi sucessivi Colombo fu accecato dalla possibilità di raggiungere il Catai e le Indie, per compiere il suo sogno, ma le sue scoperte non furono inizialmente valorizzate. Le nuove terre infatti, erano viste quasi come un ostacolo nella corsa alle Indie per imposessarsi per primi delle rotte commerciali e del traffico delle spezie.
Anche se fu nominato “Ammiraglio del Mare Oceano”e “Vicere delle Indie”, il suo potere iniziò a svanire.
A Roma non c’era più il suo papa, Innocenzo VIII, ma un nuovo papa spagnolo: Rodrigo Borgia, Alessandro VI.
Borgia volterà le spalle a Colombo e farà esclusivamente gli interessi della Spagna (linea di Tordesillas).
La Storia gli si rivoltò contro. A quel punto era la Spagna ad averlo usato, e lui non serviva più: i suoi discendenti dovettero combattere per ottenere riconosciuti i privilegi che gli erano stati accordati.
In più c’era un altro italiano, la cui mente non era medioevale, ma moderna. Era Amerigo Vespucci: viaggiatore, osservatore attento, cosmografo, antropologo. Nei suoi appunti descrisse gli indigeni, uomini liberi i cui usi e costumi dovevano essere rispettati. Amerigo non fu spinto dal desiderio di evangelizzare, ne dalla brama di trovare enorme ricchezze.
Anche se Colombo morirà senza riconoscimenti nè onori, alla sua morte varie città si disputarono i suoi resti, e ancora oggi sono decine le città che sostengono la sua paternità.
La sua epopea fu seconda solo a quella di Gesù Cristo, nel mondo occidentale.
Il genovese trionfò, portando la Fede in Cristo nel Nuovo Mondo, anche se il processo di evangelizzazione forzata degli indigeni risultò essere uno dei più grandi shock culturali di tutti i tempi.
Anche il fiorentino trionfò, in quanto le sue attente osservazioni geografiche ed antropologiche, e la sua enorme esperienza, maturata in quattro viaggi d’esplorazione, lo portarono ad essere, prima della sua morte, l’uomo più esperto al mondo del nuovo continente.
Per questo gli fu assegnato, dal re Ferdinando, il titolo di “Piloto Mayor de Castilla”, e per questo il Nuovo Mondo sarà ricordato per sempre con il nome di: America.

YURI LEVERATTO
Copyright 2012

giovedì 16 ottobre 2014

Il problema del relativismo culturale: il caso degli infanticidi nelle comunità indigene amazzoniche


Il processo indigenista che ha portato alla valorizzazione delle culture autoctone in Sud America è iniziato quando, nel 1910, l’esploratore e “sertanista” Candido Rondon fu nominato direttore del “Servizio di protezione degli indigeni”.
In seguito, come è noto, furono demarcate ed istituite numerose terre indigene (oggi sono corca 600 per un totale di più di un milione di chilometri quadrati e un totale di circa 600.000 autoctoni), con lo scopo di preservare le culture dei nativi e proteggere gli indigeni da cercatori illegali di oro, legname pregiato, pietre preziose ecc.
A distanza di circa quarant’anni dall’inizio delle prime demarcazioni si è notato che i problemi non sono diminuiti, anzi a volte sono aumentati. L’aver separato completamente gli indigeni dai non indigeni ha favorito il crearsi di sentimenti di odio da parte dei nativi verso i brasiliani non nativi. A volte la situazione è degenerata in veri conflitti sociali come nel caso delle terre indigene Raposa Serra do Sol e Roosevelt.
Alcuni giornalisti brasiliani hanno da qualche tempo denunciato questa situazione, sostenendo che le tesi indigeniste ed ambientaliste nascondono in realtà un progetto di privatizzazione globale dell’Amazzonia brasiliana.
Secondo queste idee, a volte individuate come “ruraliste”, le demarcazioni di immense terre servirebbero per mostrare al mondo che il governo del Brasile preserva le culture dei nativi e difende i loro territorio, mentre in realtà si permetterebbe a ong estere di entrare nelle aree in questione che, con la complicità dei nativi ormai corrotti, si approprierebbero di biodiversità, oro, pietre preziose, idrocarburi e legna pregiata.
Ricordo che solo il fatto di demarcare un’area ricca di oro (come la terra indigena Yanomami, grande come il Portogallo), e la conseguente decisione di espellere tutti i cercatori d’oro illegali da quel territorio, è stata la causa diretta di un aumento del prezzo dell’oro sulle piazze di Londra e New York (1992).
Le demarcazioni di oltre 600 terre indigene hanno causato anche dibattiti sociali, in quanto gli indigeni sono stati individuati, con lo “statuto del indio” come soggetti non perseguibili dalla legge, quindi comparati a minori di età o soggetti non capaci di intendere e di volere.
In pratica sono persone che godono di uno status diverso rispetto ai normali cittadini brasiliani.
Le loro tradizioni, usanze e pratiche più ancestrali sono state rispettate, anche quando sono contrarie al senso comune o ai principi fondamentali delle società occidentali.
Mi riferisco in particolare alla pratica dell’infanticidio, in uso in alcune culture indigene amazzoniche, come quella degli Yanomami, che ancora oggi sacrificano la primogenita se femmina, secondo loro per il bene della comunità (1)(2)(3).
Secondo la teoria del relativismo culturale, sviluppata dall’ebreo tedesco Franz Boas (1858-1942), non esistono il bene e il male in senso assoluto, ma questi concetti hanno valore solo all’interno delle culture umane.
Ecco quindi che l’infanticidio per cause propiziatorie o salvifiche è tollerato, e anche per esempio la mutilazione del clitoride in alcune culture tribali africane deve essere rispettata.
Franz Boas pertanto, in contrapposizione a Edward Tylor (1832-1917), sosteneva che non si può giudicare il comportamento di una persona che agisce all’interno della sua etnia, in quanto il suo concetto di bene e di male è differente da quello di altre persone appartenenti ad altre etnie.
Secondo questo concetto, pertanto, l’essere umano sarebbe imprigionato nella sua cultura, e non si potrebbe liberare, abbracciando concetti universali di non violenza, rispetto totale per il prossimo e diritto alla vita.
Nel Brasile di oggi la polemica è accesa tra gli antropologi sostenitori del relativismo culturale e quelli che sostengono l’universalità dell’etica.
Alla base di quest’ultimo concetto vi è l’idea che al di sopra delle culture vi siano dei precetti universali, proprio perché le diverse culture umane fanno parte di un insieme maggiore, ossia la società umana nel suo complesso.
Il brasiliano Sergio Rouanet (1934), sostiene che “l’uomo non può vivere al di fuori della sua cultura, ma essa non è il suo destino, è solo un mezzo per raggiungere la libertà”.
La polemica è aperta: da una parte gli indigenisti puri che sostengono che le società dei nativi amazzonici sono “intatte”, cioè non influenzate dalla malvagità dell’ “uomo bianco”.
E’ il mito del “buon selvaggio”, cioè la teoria, peraltro confutata dalla maggioranza degli antropologi, che sostiene che gli indigeni siano buoni e non conoscano il male.
Coloro i quali sostengono questa tesi, dimenticano appunto i sacrifici umani delle società mesoamericane (maya, aztechi), ma anche quelli perpetrati dagli incas (vedi la mummia Juanita), e basicamente disconoscono il caso degli infanticidi delle culture attuali amazzoniche, o si limitano a sostenere che la cultura indigena deve essere rispettata nella sua totalità, dimenticandosi che la morte di un bambino innocente è un atto che a mio parere deve essere fermato, magari affiancando alla tribù degli psicologi in modo da rendere meno forte il distacco da tradizioni ancestrali.
Anche qui però si apre un altro dibattito: ammettendo che l’indigeno che stava compiendo quell’infanticidio non sia perseguibile dalla legge brasiliana (statuto dell’indio), è compito della società insegnarli i fondamenti dei diritti umani o si dovrebbe lasciarlo alla sua cultura (con il rischio però che commetta un altro infanticidio?)
Secondo la tesi dell’universalità dell’etica, che io condivido, vi sono invece dei precetti generici, che sono peraltro stati definiti nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” approvata nel 1948 alle Nazioni Unite, che a sua volta deriva dalla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” del 1789, elaborata durante la Rivoluzione Francese.
Questi precetti, che affermano che “tutte le persone nascono libere e uguali nelle libertà e nei diritti”, e “che tutte le persone hanno diritto alla vita, alla dignità e alla sicurezza personale”, liberano l’uomo dalle sue culture ancestrali, e lo rendono portatore di diritti fondamentali che vengono situati al di sopra delle usanze tribali e culturali.
Il discorso si potrebbe ampliare: per esempio i Testimoni di Geova che sono contrari alle trasfusioni di sangue. Si sono verificati casi di famiglie aderenti a questa religione che volevano privare i loro figli malati della possibilità di ottenere una trasfusione, cosa che avrebbe causato la morte del minore. Anche in questo caso, secondo me vi è un concetto maggiore della culturalità (o in questo caso della religiosità), ed è appunto il concetto del diritto alla vita di quel minore.
Tornando all’indigenismo che è in atto in Brasile ed in altri stati dell’area amazzonica, come per esempio la Bolivia: a mio parere il concetto di universalità dell’etica deve prevalere sulle pratiche infanticide in uso in alcune tribù amazzoniche.
La Bolivia è stata recentemente trasformata da “Repubblica” a “Stato plurinazionale” ed anche il Brasile sta lentamente diventando una nazione plurietnica, con 234 popoli riconosciuti e 180 lingue differenti parlate.
Questa creazione di “nazioni” ognuna separata dall’altra, dove gli indigeni sono indottrinati nella loro cultura ma non hanno accesso ad altre concezioni di vita, e dove un capo tribù gestisce l’amministrazione di aree a volte grandi come uno stato europeo, può portare facilmente ad episodi di corruzione, mi riferisco all’entrata in questi territori di entità esterne che poi si approprieranno di biodiversità, minerali preziosi ed idrocarburi.
Coloro i quali appoggiano l’indigenismo dall’esterno, sostenendo il relativismo culturale, o proponendo un “ripensamento dei Diritti Umani”, stanno indirettamente isolando ancora di più gli indigeni, facendo credere loro di essere depositari della “vera cultura”, e li stanno indebolendo sempre più, in quanto non saranno in grado di difendersi da attacchi esterni, mentre invece saranno facilmente corrompibili.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

E’ possibile riprodurre questo articolo indicando chiaramente il nome dell’autore e aggiungendo un link alla fonte.

(1)http://www.humanium.org/en/infanticide/
(2)https://www.umanitoba.ca/faculties/arts/anthropology/tutor/case_studies/yanomamo/marriage.html
(3)http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1555339/Girl-survived-tribes-custom-of-live-baby-burial.html

domenica 12 ottobre 2014

Il dilemma dell’Amazzonia: capitalismo estremo, protezionismo o decrescita eco-sostenibile?



Il bacino del Rio delle Amazzoni, esteso ben 7 milioni di chilometri quadrati (23 volte l’Italia), è la conca idrografica più estesa del pianeta.
Il Rio delle Amazzoni, fiume dei record per eccellenza (in lunghezza, con ben 6992 chilometri, e in portata d’acqua, circa 300.000 metri cubi al secondo all’estuario), convoglia le acque di ben 10.000 fiumi, tra i quali 20 grandi affluenti, ciascuno più lungo di 1000 chilometri.
La conca amazzonica è politicamente divisa tra 6 Stati sovrani: Brasile (64% dell’intera area), Perú, Bolivia, Colombia, Ecuador e Venezuela.
All’interno del grande bacino vi è compreso l’ecosistema amazzonico, ovvero l’insieme dei biomi di: selva alta, foresta pluviale tropicale e prateria amazzonica. L’estensione di questo particolare e delicato ecosistema è di circa 5 milioni di chilometri quadrati, dove vivono all’incirca 30 milioni di persone (23 milioni solo nell’Amazzonia brasiliana).
L’Amazzonia, fin dall’inizio della colonizzazione europea (fondazione di Santa Cruz, 1561, da parte degli Spagnoli, e di Belem, 1616, da parte dei Portoghesi), è stata considerata dai rispettivi Stati sovrani che ne possedevano altrettante porzioni, come una terra da sfruttare allo scopo di estrarre risorse da vendere in seguito sul mercato internazionale.
Come ho descritto nel mio articolo Storia della colonizzazione dell'Amazzonia, quest’enorme territorio è stato sfruttato inizialmente per la produzione di caffè, cacao, cotone e tabacco. In seguito, sul finire del XIX secolo, il motore dello sfruttamento intensivo dell’Amazzonia e dei suoi indigeni (vedi il caso Arana), è stata la domanda mondiale di gomma (caucciù).
Nel XX secolo è continuata l’espansione di capitalisti e proprietari terrieri che hanno utilizzato i suoli per arricchirsi a dismisura, senza considerare l'idea di uno sviluppo armonico e sostenibile.
E’ il caso della deforestazione massiva causata dai grandi produttori di soia e dei grandi allevatori in Brasile, che in alcuni casi hanno controllato interi Stati, come per esempio il Mato Grosso.
In altri casi, enormi porzioni d’Amazzonia sono state consegnate a compagnie petrolifere statunitensi, come nel caso della Chevron Texaco.
Oggi, nel XXI secolo, il Paese dominante del Sud America è il Brasile, ed ad esso è riconducibile ogni decisione economico-politica che riguarda l’ecosistema amazzonico nella sua totalità.
Il Brasile, ormai la sesta potenza mondiale (prodotto interno lordo a prezzi nominali), sta investendo in faraonici progetti infrastrutturali che stanno cambiando la faccia all’Amazzonia, con particolari rischi per l’ecosistema e gli indigeni che vi vivono.
E’ il caso per esempio della diga di Inambari in Perù, delle due dighe sul gigantesco Rio Madeira, della diga di Belomonte sul Rio Xingù, impianti che si costruiranno non tanto per fornire l’Amazzonia di elettricità a basso costo, ma per alimentare le imprese del ricco sud del Brasile (San Paolo e stati limitrofi).
Altri faraonici progetti, come la Rodovia transamazzonica (BR-230), che dovrebbe tagliare la foresta trasversalmente per collegare il nord-est del Brasile con Benjamin Constant (la frontiera con Perù e Colombia), in modo da trovare poi uno sbocco verso l’Ecuador e quindi il l’Oceano Pacifico per i prodotti d’esportazione brasiliani, e la contestata strada del Tipnis (Bolivia amazzonica), finanziata con capitali brasiliani, fanno dubitare se daranno un effettivo vantaggio alla popolazione che vive in Amazzonia o se saranno di utilità per grandi gruppi economici che esportano materie prime come biomasse, soia, o prodotti minerari.
Il problema dello sfruttamento sostenibile dell’Amazzonia è reale anche in Colombia.
L’Amazzonia colombiana occupa un territorio di 483.000 chilometri quadrati ed è percorsa da due grandi affluenti del Rio delle Amazzoni: il Rio Caquetà e il Rio Putumayo. Per un breve tratto (circa 100 chilometri), il Rio delle Amazzoni stesso scorre in terrirorio colombiano, da Puerto Nariño a Leticia (frontera col Perù).
L’economia degli abitanti della regione (meno di un milione), si basa sulla pesca, sull’agricoltura di sussistenza e sulla deforestazione.
Anche in questa porzione d’Amazzonia si stanno affacciando grandi gruppi economici che spesso non ascoltano i bisogni della popolazione locale. Vi sono alcuni gruppi petroliferi stranieri e nazionali che operano nei dipartimenti del Putumayo e Caquetá. Vi sono poi varie attività estrattive sia d’oro che di altri minerali rari come lo strategico coltan, (dipartimenti di Vaupes e Guainia), che causano spesso problemi di inquinamento dei fiumi con conseguenti traumi per le popolazioni locali e indigene.
Nell’Amazzonia colombiana inoltre vi è un problema in più rispetto agli altri Stati dell’area: grandi zone di terra vergine sono purtroppo sotto il controllo di gruppi armati illegali che sfruttano i suoli sia per la produzione di foglie di coca e la conseguente commercializzazione di cocaina, sia per attività minerarie illegali e fortemente inquinanti.
Tutto ciò causa danni irreparabili all’ecosistema amazzonico e agli indigeni e coloni, costretti a vivere spesso ai margini di vere e proprie guerre non dichiarate.
Il quadro globale che risulta da questa analisi è un’Amazzonia ferita, a volte da gruppi economici legali, ma che hanno come obiettivo solo ed esclusivamente il lucro, senza ascoltare le richieste delle popolazioni autoctone, altre volte da gruppi di potere occulto ed illegale che perseguono fini di lucro calpestando ancor di più i bisogni e le esigenze delle popolazioni locali.
Nei centri politici ed economici degli Stati sudamericani che posseggono parti di Amazzonia questi problemi non sono visti come prioritari.
A Bogotà, per esempio, ma anche a Lima o a San Paolo, l’Amazzonia appare lontana, e i suoi problemi sono visti come secondari rispetto ai normali problemi di uno Stato: disoccupazione, povertà, insicurezza.
Ogni tanto si legge nei giornali locali che la deforestazione continua e che la biodiversità è minacciata, però nessuno comprende realmente la magnitudine del problema “Amazzonia”. Pochi inoltre si rendono conto che se si potesse sviluppare un’economia sostenibile in Amazzonia, si potrebbero ridurre o forse addirittura eliminare molti problemi che affliggono gli Stati sudamericani.
Se s’iniziasse a creare un dibattito intergovernativo tra i sei Stati amazzonici sudamericani, si potrebbe giungere a conclusioni importanti. In primo luogo per far conoscere la realtà amazzonica ai cittadini degli Stati in questione, che spesso la ignorano e sono facilmente indottrinati da false notizie, non facilmente verificabili.
In secondo luogo per dare delle indicazioni ai Governi, che a volte attuano delle politiche sbagliate.
Per esempio, dare in concessione immense aree per lo sfruttamento petrolifero, senza ascoltare il parere dei nativi (come nel caso di Bagua, in Perù), o tentare di costruire delle strade attraverso riserve ecologiche (come nel caso del TIPNIS), risulta estremamente dannoso per l’ambiente e la popolazione locale.
La mia opinione è che nemmeno con l’eccessivo protezionismo ambientalista e indigenista si può dare una risposta giusta al problema “Amazzonia”, abbiamo visto infatti che in Brasile la creazione di numerose ed enormi “terre indigene” non ha diminuito i conflitti interni ma al contrario li ha amplificati (vedi mio articolo sulla terra indigena Raposa Serra do Sol).
La soluzione potrebbe essere un’economia ecosostenibile, orientata a: incentivare le produzioni locali in un’ottica di decrescita, contingentare le esportazioni di prodotti grezzi (petrolio, carbone, minerali rari, soia, biomasse), che fino ad oggi sono servite solo al lucro di potenti gruppi industriali privati, (spesso esteri), e favorire una graduale redistribuzione di terre alle classi meno abbienti, insegnando loro le più avanzate tecniche di agricoltura biologica.

YURI LEVERATTO
Copyright 2012

martedì 16 settembre 2014

La costruzione delle dighe di Belo Monte, presso il Rio Xingú, nell’Amazzonia brasiliana


La costruzione delle faraoniche dighe di Belomonte, sul Rio Xingú, un affluente diretto del Rio delle Amazzoni, genera da tempo interminabili controversie. 
Da una parte vi sono gli indigeni delle riserve collidenti al luogo dove si sta giá costruendo, capeggiati dal cacique Raoni e da varie organizzazioni ambientaliste e indigeniste. Dall’altra vi è il governo, le imprese multinazionali e gli interessi di potenti societá, a volte estere, che necessitano di enormi quantitá di energia a basso prezzo per continuare a produrre alluminio e altri beni di consumo. 
Stranamente la Funai, (Fundacion Nacional do Indio), che dovrebbe proteggere gli interessi degli indigeni e impedire la costruzione di opere enormi che potrebbero alterare i cicli naturali e biologici, si è espressa dicendo che le dighe non causeranno lo spostamento forzato di indigeni isolati e pertanto non sono incompatibili con il normale svolgimento della loro vita (1). 
Il progetto prevede un primo sbarramento presso il sito di Pimental, la costruzione di un gigantesco canale di circa venti chilometri dove scorrerá la maggioranza dell’acqua dello Xingú, ed infine la costruzione di una seconda diga, dove sará prodotto il 98% dell’elettricitá di Belomonte. 
Nella zona circostante il luogo dove sorgerá l’immensa opera vi sono varie terre indigene: Apyterewa, Arawete, Trincheira Bocajá, Koatinemo, Kararao, Cachoeira Seca, dove vivono i Kayapo, gli Assurinis, gli Araweté, i Parakaná e altri popoli. 
Tutte queste terre potrebbero essere inondate temporaneamente durante l’anno dovuto alla costruzione dello sbarramento di Pimental. Il Rio Xingú infatti ha una piena da dicembre a maggio. Proprio in questi mesi le terre indigene a monte della diga potrebbero essere parzialmente inondate con danni all’agricoltura e alla pesca. Inoltre si pensa che per la costruzione della diga di Pimental dovranno essere abattuti circa 3 milioni di alberi. 
Per quanto riguarda l’impatto ambientale, è certo che lo sbarramento di Pimental impedirá alla maggioranza dei pesci di risalire il fiume. Sono stati fatti degli studi, addirittura impiantando dei chip delle squame di alcuni pesci per tentare di capire quali sono quelli che migrano dalla foce fino alle sorgenti dello Xingú, con il fine di poter farli riprodurre in cattivitá a monte di Pimental, ma si è lontani dall’aver compreso totalmente queste dinamiche e molti credono che il trastorno al quale saranno sottoposti gli indigeni che vivono nelle terre attigue alla zona di costruzione sará molto alto. 
Come se non bastasse l’impresa canadese Belo Sun Mining sta iniziando un processo di sfruttamento di una zona lontana solo 10 chilometri da Pimental.
Si parla di circa 142 tonnelate di oro che saranno strappate alla terra amazzonica. Molti di piú delle 100 tonnellate che si sono ottenute in dieci anni di sfruttamento nel famigerato sito di Sierra Pelada.
Tornando a Belomonte, i difensori dell’opera sostengono che sará la terza diga del mondo (dopo quella delle Tre Gole, in Cina, e quella di Itaipu, tra Paraguai e Brasile). A regime, produrrá 11,2 gigawatt di elettricitá, che dovrebbero servire a migliorare la distribuzione di energia in tutta l’Amazzonia.
Il picco di 11,2 gigawatt potrá peró essere raggiunto solo tra gennaio e maggio, quando il fiume è in piena. In media il complesso di Belo Monte non potrá generare piú di 4,5 gigawatt di elettricitá. (il 41% della sua capacitá istallata).
Chi sono i proprietari del consorzio di Belomonte? Il 50% è posseduto da Electrobras, un impresa a sua volta controllata dallo Stato. Un 20% è posseduto dalle imprese Vale (estrazione di minerali) Sinobras (siderurgia), Cemig e Light (produzione e gestione di energia elettrica). Il restante 30% è in mano a fondi di pensione e partipazioni.
In generale le associazioni ambientaliste sostengono che a Belomonte si sta portando avanti una politica di capitalismo estremo o forzato, che non tiene conto delle esigenze degli indigeni e nemmeno delle popolazioni disagiate. Come è successo in seguito alla costruzione di altre opere faraoniche in Brasile, è possibile che l’energia che si produrrá a Belomonte non sará riservata alle popolazioni dell’Amazzonia, ma sará destinata ad essere venduta alle grandi imprese del sud del Brasile (gli Stati di San Paolo, Parana, Minas Gerais), o addirittura alle imprese straniere come la Alcoa, che producono alluminio in Brasile.
Le recenti proteste in Brasile prima e durante i campionati mondiali di calcio, hanno dimostrato che esiste una classe media che non ritiene giusto che le multinazionali guadagnino cifre esagerate a scapito del cittadino medio, che invece vede ogni servizio sempre piú caro.
Questa opera gigantesca, che rischia di alterare per sempre una zona di Amazzonia giá parzialmente ferita con la strada transamazzonica, e che probabilmente causerá gravi danni alle popolazioni indigene, potrebbe essere utile solo a grandi gruppi industriali che otterrano energia a basso costo per le loro produzioni minerarie e siderurgiche. Se cosí sará le popolazioni autoctone e locali potrebbero essere beffate due volte: innazitutto per aver perso il loro ambiente naturale primordiale, ed inoltre perché potrebbero addirittura veder salire il costo dell’energia.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

(1) http://www.intertechne.com.br/index.php?option=com_content&task=view&id=253&Itemid=2

giovedì 4 settembre 2014

Spedizione al Rio Galvez, nella terra ancestrale dei Matsés



L’esplorazione nella terra degli indigeni Matses ha avuto inizio ad Iquitos, la capitale della regione amazzonica Loreto.
Con un aereo “Twin Otter” della “Fuerza Aerea Peruana” ho raggiunto, dopo circa un’ora di volo, il paesello di Angamos, situato sulle rive del Rio Yavarí, che segna la frontera tra il Perú e il Brasile. 
Durante il volo abbiamo osservato immense zone di selva vergine, dove non vive alcun essere umano. Ad un tratto abbiamo scorto il Rio Yavarí e il paesello di Angamos. Dall’altro lato del fiume l’immensa selva brasiliana, facente parte dello Stato di Amazonas. 
Il Rio Yavarí è sempre stato considerato la frontiera tra l’impero spagnolo e quello portoghese e poi tra il Perú e il Brasile. 
Pochi chilometri a monte di Angamos vi è la confluenza tra i fiumi Galvez e Yaquerana: è in quel punto che il fiume si denomina ufficialmente Rio Yavarí. 
La lunghezza totale del Rio Yavarí-Yaquerana è controversa: mentre alcune fonti indicano 1050 km., altre riportano una lunghezza totale di 1550 km. Personalmente sono propenso a considerare quest’ultimo dato come veritiero, se si pensa che da Angamos alla bocca del Yavarí nel Rio delle Amazzoni presso Benjamin Constant, vi sono circa 800 chilometri, mentre da Angamos alle fonti del Rio Yaquerana, ubicate nella Sierra del Divisor vi sono circa 700 chilometri. 
Il Rio Yavarí è un fiume estremamente sinuoso e meandrico. 
Le sue rive sono generalmente poco popolate. Gran parte del suo bacino, sia nella parte brasiliana che in quella peruviana è abitato da indigeni di etnia Matsés. 
In Brasile i Matsés vivono nella “Terra indígena Vale do Yavarí”, insieme ad altri nativi come i Marubos e Matis. 
Questi gruppi indigeni vengono a volte denominati Mayoruna (dal quechua: mayo, fiume; runa, gente).
In Perú i Matsés vivono presso le rive del Rio Yavarí (Angamos), del Rio Yaquerana (Puerto Alegre), del Rio Choboyacu (Buena Loma) del Rio Galvez (Remoyacu, Buen Perú). Numericamente assommano a circa 3000 persone e parlano una lingua del ceppo Pano. 
E’ una società patrilineare e a volte poligamica. 
Praticano l’agricoltura, coltivando mandioca, banane, ananas e papaya. Cacciano animali della selva come il majas (grande roditore), lo zaino e la huangana (suini selvaggi), e il tapiro. Pescano una moltitudine di pesci amazzonici come la doncella, l’acauarasu o la lisa. 
L’idea iniziale era d’inoltrarmi nel territorio ancestrale dei Matsés nel tentativo di comprendere la loro cultura e rendermi conto se il loro futuro è in pericolo. 
Dopo aver contattato una guida esperta, il peruviano Lucio Peña, e un motorista di etnia Matsés di nome Wagner, ho proceduto ad acquistare i viveri sufficienti per una esplorazione di circa 10 giorni. 
Il giorno seguente, alle 6.30 a.m. ci siamo imbarcati su una canoa a motore. Eravamo in quattro: Lucio Peña, il motorista Matsés Wagner, la sua compagna Maria e il sottoscritto. Abbiamo navigato inizialmente lungo il Rio Yavarí contro la corrente. Alla nostra destra il Perú, e alla nostra sinistra il gigante, il Brasile. 
Dopo circa mezz’ora di navigazione siamo giunti presso la confluenza del Rio Galvez con il Rio Yaquerana (braccio principale del Rio Yavarí). 
Abbiamo proceduto risalendo il Rio Galvez con lo scopo di giungere presso le comunità indigene di Remoyacu e Buen Perú.
Il Rio Galvez, è meandrico, mutevole e cangiante, e si snoda nella selva tropicale amazzonica come un enorme serpente. 
Presso le sue sponde vi sono alberi giganteschi, alti fino a quaranta metri. Alcuni di questi alberi vengono tristemente abbattuti, proprio dagli indigeni Matsés, gli unici autorizzati dallo Stato a questo commercio. 
I “madereros” peruviani (boscaioli illegali), infatti, sono stati espulsi da tutta la zona già da vari anni. 
C’è da chiedersi se sia giusto permettere agli indigeni il comercio di legname (che non rientra nelle loro attività ancestrali), ed invece proibire loro la caccia di alcuni animali come il “zaino” (cinghiale della selva). 
Dopo un intero giorno di navigazione siamo giunti nel villaggio indigeno di Buen Perú. 
Al nostro arrivo siamo stati accolti da una moltitudine di bambini che ci guardavano increduli e stupiti. 
Quasi nessuno nel villaggio parla spagnolo e ho purtroppo constatato che la maggioranza dei bambini sopra gli otto anni sono completamente analfabeti.

Nel villaggio di Buen Perú vive la sorella di Lucio Peña, la mia guida. 
E’stata battezzata 65 anni fa con il nome di Maria. E’ un caso umano molto particolare. 
Lucio Peña è nato nel 1953, mentre sua sorella è nata nel 1949. Sono nati nel paesello di Jenaro Herrera, sulle rive del Rio Ucayali. Nel 1978, quando Maria aveva già 29 anni, fu sequestrata da un grupo di indigeni Matsés. 
Sono pertanto 35 anni che Maria, (che oggi è chiamata Juana), vive con i Matsés, nella profondità della selva. 
Da notare che quando fu sequestrata Maria Peña era in cinta, di tre mesi. 
Lucio Peña ha ritrovato sua sorella solo nel 2010, durante un suo viaggio a Buen Perú. Si sono riconosciuti subito, ma Maria-Juana oggi non parla spagnolo, parla solo la lingua Pano dei Matsés. 
Aiutato da alcuni interpreti Lucio ha ricostruito la storia-incubo di sua sorella.
Durante gli anni 70’ e 80’ i Matses vivevano fuori del controllo dello Stato. Erano pericolosi e tentavano ogni metodo per impossessarsi di fucili, l’unico mezzo che avevano per difendere il loro territorio. 
Ogni tanto facevano delle incursioni nei paesi rivieraschi del Rio Ucayali allo scopo di sequestrare donne e uomini e portarseli con loro a vivere nella foresta. 
Gli uomini (non nativi) venivano sequestrati perché, una volta “indottrinati” potevano scambiare pelli in cambio di armi nei villaggi. Ad un nativo non sarebbe stato possibile entrare in un villaggio ed ottenere un’arma. Per un peruviano meticcio, (alleato dei Matsés), era invece possibile. 
I primi anni per Maria-Juana furono durissimi. Innanzitutto i Matsés erano nomadi e si spostavano continuamente nella selva alla ricerca di animali da cacciare. 
Maria-Juana fu costretta a camminare per mesi e nei suoi piedi si formarono profonde ferite. Ha sofferto varie malattie dovute a punture d’insetti (malaria e dengue, probabilmente), ed è stata curata con piante medicinali. 
Per anni non è riuscita a dormiré bene perché i Matsés avevano l’abitudine di cucinare alla brace gli animali catturati durante la notte e solevano dormire a tratti, svegliandosi di continuo per vigilare il campamento. 
Un’altra cosa che Maria-Juana ha desiderato per anni è stato il sale. I Matsés infatti non conoscevano il sale, che solo ultimamente è stato introdotto nella loro dieta. Per Maria-Juana, abituata per 29 anni ad alimentarsi con cibo salato, è stato uno shock enorme, non solo a livello di gusto, ma anche dal punto di vista físico e della salute.
Oggi Maria-Juana è una Matsés. 
Ha avuto sei figli durante questi 35 anni. Ha dimenticato quasi completamente lo spagnolo (anche perché al momento del sequestro era analfabeta), ma ha delle reminescenze della sua vita passata. 
Quando ho visto Lucio Peña e sua sorella riabbracciarsi mi sono commosso pensando a come devono essere stati duri i primi anni da sequestrata. 
Ora Lucio la visita periodicamente, ma lei non da segni di ricordare più di tanto la prima parte della sua vita. 
Abbiamo passato alcuni giorni nelle comunità di Remoyacu e Buen Perú e quindi abbiamo continuato la nostra esplorazione rimontando il Rio Galvez fino alla confluenza con il Rio Loboyacu, dove comincia la “Reserva Nacional Matses”. 
Il Loboyacu è un piccolo affluente del Rio Galvez. Si snoda in una selva spessa, umida e arcaica. Il suo nome deriva dalla parola “lobo”, lupo, termine usato per denominare le numerose lontre di fiume che vi vivono. 
Navigare lungo il Rio Loboyacu è stata un’impresa. 
Numerosi tronchi ostruivano il passaggio e varie volte siamo stati costretti ad utilizzare non solo il machete, ma anche l’ascia, per poter liberare il cammino e poter così avanzare con la canoa. 
Ad un certo punto, il Rio Loboyacu iniziò a farsi più stretto e profondo, ci stavamo inoltrando nel profondo della selva, avanzando in direzione ovest verso un punto dal quale avremmo dovuto iniziare la nostra difficile esplorazione via terra. 
Solo verso le cinque del pomeriggio, dopo circa dieci ore di navigazione, siamo giunti presso un punto dove era impossibile procedere con la canoa. 
Quindi abbiamo accampato non lontano dalle rive del Loboyacu. L’indomani mattina abbiamo proceduto a camminare in direzione ovest, inoltrandoci nella foresta, con il proposito di giungere alla città di Requena, che, secondo il mio GPS distava in linea d’aria 42 chilometri. 
La camminata attraverso la “Reserva Nacional Matsés” è stata dura, soprattutto perché durante il primo giorno ha piovuto incesantemente. Il sentiero si è rapidamente trasformato in un fiume di fango che rendeva faticoso ogni nostro passo. 
Ad un certo punto un grupo di Matsés apparvero sul sentiero. Camminavano nella direzione opposta a noi. Mi ha colpito in particolare una donna anziana, dai tratti somaticio quasi orientali, con lunghi capelli lisci. Si è fermata a salutare Lucio Peña mentre mi guardava con diffidenza.
Abbiamo accampato sulle sponde del Rio Aucayacu, un affluente del Rio Ucayali. 
L’indomani, dopo altre otto ore di camminata, siamo finalmente giunti a Requena.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014