lunedì 14 luglio 2014

Origine del nome America



Dopo i primi due viaggi di Cristoforo Colombo, in Europa si discuteva su come spartire i nuovi territori. 
I portoghesi non erano soddisfatti dei precedenti trattati e pressavano il governo di Spagna per ampliare la loro zona d’influenza. Nel 1493, infatti, dopo il primo viaggio di Colombo, il papa spagnolo Alessandro VI aveva decretato, nella bolla Inter Cetera, che tutte le terre ad ovest di un meridiano a sole cento leghe (circa 470 chilometri) da Capo Verde dovevano appartenere alla Spagna, mentre quelle scoperte e conquistate ad est di quella linea, non sottoposte a domini cristiani, sarebbero dovute spettare al Portogallo. 
Il re Giovanni II del Portogallo aprì nuovi negoziati con i Re cattolici di Spagna per spostare la zona d’influenza portoghese più ad ovest, sostenendo che il nuovo meridiano si sarebbe esteso a tutta la Terra, limitando così il controllo spagnolo in Asia.
Il nuovo trattato, firmato a Tordesillas il 7 giugno 1494, divise nuovamente il mondo tra le due potenze europee lungo il meridiano nord-sud 370 leghe (1.770 chilometri) ad ovest delle isole di Capo Verde, corrispondenti al meridiano di 46 gradi. Le terre ad est di questa linea sarebbero state di proprietà del Portogallo, quelle ad ovest della Spagna. Il trattato fu poi approvato da papa Giulio II con una nuova bolla del 1506.
In quegli anni viveva a Siviglia l’italiano Amerigo Vespucci. Nato a Firenze nel 1454, fu uno dei pochi esploratori spinti da un’innata curiosità per la geografia. Neppure trentenne entrò al servizio della potente famiglia Medici come amministratore di beni e addetto alle relazioni commerciali. Nel 1491 fu inviato a Siviglia per occuparsi degli affari della famiglia fiorentina. Nella città andalusa trovò un ambiente interessante e stimolante.
La professione lo portava ad occuparsi di commercio, bolle di carico, merci e contratti, ma il suo vero interesse era per i viaggi, le terre d’oltreoceano e la gente che le abitava. Una curiosità profonda, la sua, sia antropologica che naturalistica.
Fu a Siviglia che, nei primi mesi della sua permanenza, incontrò Cristoforo Colombo. Fin da subito i due italiani ebbero un approccio diverso all’idea delle esplorazioni marittime. Entrambi erano affascinati dalle pagine del Milione di Marco Polo, ma mentre il fiorentino era stato colpito dall’incredibile varietà di popoli, usi e costumi descritti dal mercante veneziano, il genovese era ossessionato dal pensiero di giungere facilmente nelle Indie per appropriarsi d’enormi ricchezze aurifere.
I due conversarono a lungo, ma il toscano sosteneva che il viaggio verso Ovest fosse troppo lungo. Per Colombo la Terra era più piccola della realtà e secondo i suoi calcoli avrebbe potuto raggiungere l'Asia in circa 30 giorni navigando verso ovest. Vespucci invece aveva fatto stime differenti sia in seguito alla lettura del Milione sia in base agli studi di Tolomeo e Alfagrano.
Quando Colombo rientrò dal suo secondo viaggio, i regnanti di Spagna iniziarono a rendersi conto che le nuove isole scoperte si estendevano su un’enorme porzione d’oceano. Pertanto, per estendere i domini e impedire che le flotte portoghesi entrassero nella zona di loro influenza, concessero ad altri esploratori la possibilità di viaggiarvi, sia per acquisire nuove indicazioni per una rotta verso il Catai e Cipango sia per cercare oro e altri tesori. Probabilmente fu lo stesso re Ferdinando II d’Aragona a patrocinare un’impresa per verificare la reale esistenza della terraferma, tracciarne la mappa e ottenere preziose informazioni.
Una serie di elementi fanno credere che Amerigo Vespucci viaggiò per la prima volta al di là dell’Atlantico nel maggio 1497. Sebbene alcuni storici asseriscano che il suo primo viaggio ebbe luogo nel 1499, nell’esplorazione effettuata con Ojeda e il cartografo Juan de La Cosa, altri sostengono che il fiorentino sia stato il primo europeo a mettere piede sulla terraferma americana, il 24 giugno 1497. La prova della veridicità di questa seconda ipotesi deriva dalla lettura della Lettera di Amerigo Vespucci sulle isole nuovamente trovate in quattro dei suoi viaggi. In questa lettera, indirizzata nel 1504 al politico Piero Soderini, il toscano descrive la partenza effettuata dal porto di Cadice il 20 maggio 1497:

Nell’anno del Signore 1497, il giorno 20 maggio, partimmo dal porto di Cadice. La prima terra che toccammo furono le isole chiamate anticamente Afortunate, ora Gran Canarie. In quelle isole rimanemmo otto giorni e ci rifornimmo di legna, acque e viveri. Quindi iniziammo a navigare verso occidente, con un viaggio cosí felice, che in ventisette giorni giungemmo in una terra che credemmo fosse continente, distante dalle isole Canarie circa mille leghe. Quello che è certo, è che eravamo a settantacinque gradi all’occidente di Gran Canaria e che il polo settentrionale si elevava sedici gradi sopra l’orizzonte de quelle terre.

Potrebbero aver guidato questa spedizione Vicente Yanez Pinzon o l’intrepido sivigliano Juan Diaz de Solis, capitano esperto nelle navigazioni oceaniche che anni dopo fu vittima di un feroce attacco indigeno nel litorale del Rio de la Plata. In ogni caso, Vespucci annotò nella sua Lettera d’aver toccato terra 16 gradi sopra l'Equatore e 75 gradi a ovest di Gran Canaria. Ciò nonostante, il luogo dello sbarco del suo primo viaggio ha provocato accesi dibattiti. Alcuni storiografi affermano che sia giunto in Honduras; altri invece, leggendo in modo più approfondito la Lettera, ritengono che toccò terra nell'attuale costa caraibica colombiana. Da quel luogo, raggiunto il 24 giugno 1497, la spedizione deve essersi diretta verso nord fino a raggiungere il “Cabo de la Vela”.
Vespucci raccontò con dovizia di particolari usi e costumi dei popoli autoctoni, riportando ad esempio l’uso delle amache, sconosciute agli europei. Queste relazioni fanno pensare all’etnia Wayúu. Ecco l’incontro con questi popoli in un passo della testimonianza della meravigliosa avventura del fiorentino:

All’alba del giorno dopo, guardando dalle navi, osservammo una moltitudine di indigeni nella spiaggia che camminavano con i loro bambini. Quando ci avvicinammo alla costa molti di loro si tuffarono in mare e nuotarono fino alla nave. Alcuni salirono in coperta, ci diedero il benvenuto nelle loro terre e si mischiarono tra di noi mostrando confidenza e serenità come se ci fossimo conosciuti da sempre. Questo incontro ci riempì di giubilo e felicità.

Narrò anche, in un curioso passaggio, i costumi sessuali e le caratteristiche fisiche delle donne indigene:

I nativi del luogo sono poco gelosi, però lussuriosi all’estremo, in special modo le donne, i cui artifici per soddisfare le loro insaziabili leggerezze non riporto, per non offendere il pudore. Hanno un corpo meraviglioso, elegante, ben proporzionato. È molto raro vedere rughe nel seno di una donna, anche dopo il parto, né nel ventre, né nelle parti carnose. Tutte si conservano come se mai avessero partorito.

Un altro indizio che testimonia la presenza del fiorentino in questo viaggio è la descrizione dell’ingresso di una laguna in cui viveva un popolo che abitava in casupole costruite sull'acqua, come a Venezia.

E seguendo da lí sempre la costa, con varie e diverse navigazioni e trattando in tutto questo tempo con molti e diversi popoli di quelle terre, infine, dopo alcuni giorni, giungemmo ad un certo porto nel quale Dio volle liberarci di grandi pericoli. Entrammo in una baia e scoprimmo un villaggio a modo di città, collocato sopra le acque come Venezia, nel quale vi erano venti grandi case, non distanti tra loro, costruite e fondate sopra robusti pali. Davanti agli usci di codeste case vi erano come dei ponti levatoi, per i quali si passava da una all’altra, come se fossero tutte unite.

Il nome “Venezia” fu usato successivamente, nel vezzeggiativo “Venezuela”, per denominare l’enorme territorio che stava al di là di quella laguna. La flotta, sempre in base al resoconto del toscano, giunse poi, nell'agosto 1498 fino a Coquibacoa e al golfo di Paria. Vespucci raccontò che le navi si diressero quindi nuovamente verso il mare aperto, passando davanti a numerose isole; ne descrisse una chiamata Iti, che non corrisponde però a Haiti.
Sull'itinerario seguito nel viaggio di ritorno vi sono state numerose interpretazioni. Si presume che i navigatori costeggiarono le terre centro-americane ed entrarono nell’Oceano Atlantico passando tra l’isola di Cuba e la penisola della Florida. La mappa disegnata nel 1500 dal pilota e cartografo Juan de la Cosa testimonia la veridicità di quest’impresa. Nella cartina furono tracciate le coste americane con discreta precisione e Cuba venne disegnata come un’isola, staccata dal continente, mentre fino ad allora si credeva fosse parte del Catai e pertanto unita al supposto continente asiatico. Siccome nel successivo viaggio d’esplorazione del 1499 non vi è traccia di una rotta tra Cuba e la Florida, e nemmeno nei primi tre viaggi di Colombo, è verosimile che qualcuno intraprese questa rotta precedentemente, appunto nel 1497. Tutto ciò fa pensare che Juan de la Cosa partecipò alla spedizione, tracciò la mappa delle coste americane, individuò Cuba, che aveva già visto viaggiando nelle due prime imprese di Colombo, navigò tra di essa e la Florida, rendendosi conto della sua insularità, e la rappresentò in seguito come un’isola, come è nella realtà. Inoltre, nella sua rappresentazione cartografica c’è una piccola isola situata a nord di Cuba chiamata Iti, forse una delle attuali Bahamas, e anche questo particolare fa credere che il viaggio sia realmente avvenuto.
Secondo la sua Lettera pertanto, e in base alla mappa di Juan de la Cosa, Vespucci fu il primo europeo a conoscere e descrivere il nuovo continente nel giugno del 1497. La flotta rientrò a Cadice il 15 ottobre dell’anno successivo.
Al ritorno dal suo primo viaggio Amerigo Vespucci conobbe Alonso de Ojeda, capitano di lungo corso che prese parte alla seconda spedizione di Colombo.
Ojeda restò a La Española fino al 1496 e partecipò alla battaglia della Vega Real, che vide 400 spagnoli avere la meglio su un esercito di 10.000 isolani. Fu il primo vero conflitto tra europei e amerindi. Gli iberici avevano le spade di ferro e gli archibugi, antenati del fucile che causavano la morte da lontano, e avanzavano a cavallo, incutendo terrore negli indigeni, che credevano quasi di confrontarsi con semidei.
Quando Ojeda rientrò a Siviglia organizzò un viaggio che aveva come scopo l’esplorazione della terraferma. Nei primi mesi del 1499 contattò Juan de la Cosa e gli propose di partecipare all’avventura. Il cantabrico accettò e anche Vespucci fu coinvolto nell’impresa. In totale le navi furono tre, di cui due armate dai fiorentini.
Partirono il 18 maggio 1499 dal porto di Santa Catarina, vicino a Cadice. Dopo aver toccato le isole Canarie fecero rotta a sud-ovest, non verso La Española ma in direzione della terraferma.
Ojeda era convinto che il favoloso regno del Catai fosse più a sud di quel che pensasse Colombo, e credeva di riuscire a trovarlo prima dell’ammiraglio genovese. Nei suoi discorsi imbevuti di brama di potere e cieca avidità pensava di potersi impossessare facilmente di quei regni asiatici e riuscire dove l’Ammiraglio aveva fallito. Il fiorentino e il cantabrico lo ascoltavano perplessi, in quanto la loro visione del mondo, più moderna e attenta alla geografia, metteva in luce molte più difficoltà per raggiungere le Indie.
Avvistarono terra dopo 24 giorni di mare e approdarono nelle attuali coste della Guayana, nelle vicinanze del Rio Damerara. Navigarono poi verso nord, fino al golfo di Paria, dove visitarono alcuni villaggi tribali. Vespucci si rese presto conto di chi fosse Ojeda. Lo spagnolo pretendeva i monili d’oro dei nativi e non esitava a usare la forza per appropriarsene. Anche Juan de la Cosa non gradiva il comportamento così spavaldo e avido del comandante castigliano.
Vespucci decise di separarsi dalla nave di Ojeda e di proseguire verso sud-est. Esistono varie interpretazioni di questa decisione. Alcuni dicono che fu causata da disaccordi con il castigliano; secondo altri, essendo il toscano già esperto della costa a ovest del golfo di Paria, che aveva visitato nel primo viaggio, decise di esplorare quella a est, per lui sconosciuta. Nel suo viaggio verso sud-est, costeggiando l’attuale Guayana e il Brasile, individuò per primo l’estuario del Rio delle Amazzoni e fu colpito dal colore dell’acqua marrone e dal suo sapore dolce anche in mare fino a decine di chilometri al largo.
Nelle sue Lettere, il fiorentino descrisse la scoperta di due grandi fiumi che corrispondono probabilmente al Rio delle Amazzoni e al Parà:

Credo che questi due fiumi siano la causa dell’acqua dolce nel mare. Accordammo entrare in uno di essi e navigarvi attraverso fino ad incontrare l’occasione di visitare quelle terre e poblazioni di gente; preparate le nostre barche ed approvvigionamenti per quattro giorni con venti uomini ben armati ci mettemmo nel fiume e navigammo a forza di remi per due giorni risalendo la corrente circa diciotto leghe, avvistando molte terre. Navigando cosí per il fiume, vedemmo segnali certissimi che l’interno di quelle terre era abitato. Poi decidemmo di tornare alle caravelle che avevamo lasciato in un luogo non sicuro e cosí facemmo.

Quindi proseguì verso sud fino al Capo di San Agustin. Durante questa navigazione osservò quattro stelle, poi chiamate “la Croce del Sud”, e si rese conto che indicavano il Mezzogiorno.
In una delle sue lettere a Lorenzo di Pier Francesco de Medici, cugino di Lorenzo il Magnifiico, il fiorentino riportò i celebri versi della Divina Commedia di Dante Alighieri, che decantavano i quattro astri, inizialmente conosciuti dai greci antichi ma considerati parte della costellazione del Centauro:

Io me volsi a man destra, e puosi all’altro polo, e vidi quattro stelle non vista mai fuor ch’alla prima gente. Goder pareva il ciel di lor fiammelle: oh settentrional vedovo sito, poi che privato sé di mirar quelle!

Vespucci ci lasciò anche una colorata e poetica descrizione della fauna che incontrò nelle terre americane:

Quello che vidi fu...tanti pappagalli e di tante diverse specie che era una meraviglia; alcuni colorati di verde, altri di uno splendido giallo limone e altri neri e ben in carne; e il canto degli altri uccelli che stavano negli alberi era cosa cosí soave e melodica, che molte volte rimanemmo ad ascoltare tale dolcezza. Gli alberi che vidi sono di tale e tanta bellezza e leggerezza che pensammo di trovarci nel paradiso terrestre...

Il navigatore toscano tornò poi verso nord, dove riconobbe le foci di un grande fiume, l’odierno Orinoco, toccò Trinidad e fece tappa nell’isola di La Española.
Contemporaneamente Alonso de Ojeda e Juan de la Cosa avevano percorso la costa nord del Venezuela, individuando l’isola di Trinidad e quella dei Giganti, così chiamata per aver osservato uomini di grande statura, che corrisponde forse all’attuale Curacao. Poi viaggiarono fino al Capo de la Vela e procedettero verso La Española. Quando vi arrivarono, con poco oro e alcuni schiavi ribelli e pericolosi, furono accolti con ostilità dai coloni dell’isola, tutti seguaci di Colombo, perché avevano viaggiato senza la sua approvazione. Il viaggio di ritorno in Spagna fu effettuato nel giugno del 1500.
Non appena rientrato in Europa, Vespucci chiese altre navi ai regnanti di Spagna per condurre esplorazioni più a sud delle terre già conosciute, ma la sua istanza non fu esaudita in quanto la rotta che voleva seguire, secondo il trattato di Tordesillas, era di competenza portoghese. I sovrani, inoltre, avevano già concesso altre navi a Ojeda, su cui riponevano più speranze di trovare immense ricchezze.
Il fiorentino si rivolse così al Portogallo. Re Manuel I gli permise di partecipare alla spedizione comandata da Gonzalo Coelho.
La flotta partì il 13 maggio 1501 da Lisbona e fece tappa sulla costa africana di Bezebeghe, l’attuale Senegal, dove venne in contatto con il convoglio di Pedro Alvarez Cabral, che stava ritornando dall’India seguendo la rotta aperta tre anni prima da Vasco de Gama. A Bezebeghe, Vespucci conobbe l’ebreo polacco Gaspar da Gama, attento osservatore dei popoli autoctoni che aveva conosciuto in Asia. Da Gama descrisse al fiorentino usi e costumi degli indiani della città di Calicut. Ascoltandolo, Vespucci iniziò a pensare che le nuove terre a ovest del Mare Oceano forse non avevano nulla a che fare con l’India, ma ancora non se convinse pienamente.
La flotta riprese quindi la navigazione con rotta verso Occidente e dopo ben 64 giorni di mare, avversati da forti burrasche, arrivò presso le coste del Brasile.
I navigatori avvistarono il promontorio di Santa Maria, il capo di San Giorgio, la penisola di Santa Croce, il fiume San Francesco e la baia de “Todos os Santos”. Poi le navi entrarono in un’insenatura meravigliosa, che venne battezzata “Rio de Janeiro”, in quanto il calendario indicava il primo gennaio 1502.
A questo punto si decise di continuare la navigazione verso sud, anche se le terre esplorate ricadevano sotto l’influenza spagnola. Nel marzo del 1502 si giunse all’estuario di un grande fiume, l’odierno Rio de la Plata, che fu nominato Rio Jordan.
Nell’aprile successivo, la flotta si fermò presso l’imboccatura di un corso d’acqua situato al cinquantaduesimo parallelo sud, che Vespucci nominò Rio Cananor.
In un passaggio di una delle sue Lettere, Vespucci descrisse quei giorni:

Navigammo fino ad incontrare che il Polo meridionale si elevava cinquantadue gradi sopra l’orizzonte, in termini che già non potevamo vedere l’Orsa maggiore né la minore. Il 3 di aprile ci fu una tormenta cosí forte che ci fece ammainare le vele, il vento era di levante con onde grandissime e aria tempestosa. Così forte era la tempesta che tutta la ciurma stava in gran temore. Le notti erano molto lunghe, quella del 7 di aprile fu di quindici ore, perché il sole stava alla fine di Ariete e in questa regione era inverno. Nel bel mezzo della tempesta avvistammo il 7 di aprile una nuova terra, che percorremmo per circa venti leghe, incontrando delle coste selvagge, e non vedemmo in essa nessun porto, né gente, credo perché il freddo era cosí intenso che nessuno della flotta poteva sopportarlo. Vedendoci in tale pericolo e tale tempesta, che appena si poteva vedere una nave dall’altra, tanto erano alte le onde, accordammo fare segnali per riunire la flotta e lasciare queste terre per rientrare verso il Portogallo. E fu una decisione molto saggia, perché se avessimo ritardato quella notte, di sicuro ci saremmo perduti tutti.

Vespucci era quasi giunto all’entrata del famoso stretto che Ferdinando Magellano percorse 18 anni più tardi. Le sue lettere furono preziose fonti d’informazione per le spedizioni successive di Diaz de Solis e di Magellano. Si racconta infatti che Magellano disse al suo equipaggio, timoroso di proseguire:
Fin qui arrivò Amerigo Vespucci, il nostro destino è di andare oltre!
Quindi i navigatori fecero rotta verso nord con l’idea di rientrare in Portogallo. Fu in una notte illuminata dalla luna, mentre le navi erano alla fonda davanti alla costa del Brasile, che Vespucci ebbe una strana sensazione.
Si convinse che quelle terre non erano isole, ma una terraferma grandissima che nulla aveva a che fare con l’Asia. Era un “mondo nuovo” e nuovi erano gli animali, la vegetazione e gli indigeni, i cui usi e costumi non avevano eguali nel mondo conosciuto. Durante questo viaggio, inoltre, Vespucci individuò due stelle, Alpha e Beta Centauri, gli astri più vicini al nostro Sole.
Al suo rientro in Europa, nel 1502, fu quasi ignorato. I portoghesi erano delusi in quanto vedevano aprirsi un contenzioso per il possesso delle nuove terre scoperte. Gli spagnoli lo vedevano male perché aveva viaggiato su navi straniere e non aveva trovato né oro né un passaggio per il Catai o le Indie. Entrambe le Corone erano insoddisfatte perché il bottino delle ultime spedizioni era scarso.
Nessuno si rendeva conto della straordinaria importanza delle osservazioni geografiche, antropologiche e naturalistiche del fiorentino. Questi da Lisbona inviò una lettera a Lorenzo di Pier Francesco de Medici, nella quale descrisse il suo terzo viaggio.
La traduzione in latino di questa missiva fu chiamata Mundus Novus e fu pubblicata ad Augusta nel 1504 ottenendo un grande successo, tanto che ne furono prodotte undici edizioni.
Il toscano, riconoscendo di aver descritto un nuovo continente, narra:

Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell’Asia o della stessa Africa.

Nel 1503 partecipò a un'altra impresa organizzata da Manuel I. La spedizione fu un insuccesso in quanto compromessa dal naufragio della nave ammiraglia.
Gli esploratori raggiunsero le coste del Brasile dopo aver scoperto un’isola nel mezzo dell’oceano che fu battezzata Fernando de Noronha, in onore di uno dei componenti dell’equipaggio. Non vi furono nuove scoperte né fondazioni di villaggi e il convoglio rientrò a Lisbona nel giugno del 1504.
Fu il cosmografo tedesco Martin Waldseemuller a divulgare per primo le notizie del fiorentino nella Cosmographie Introductio, pubblicata nel 1507, in Lorena.
In seguito a quest’opera le nuove terre scoperte s’iniziarono a chiamare “Americus”, o “America”, in onore delle osservazioni fatte da Vespucci. Inizialmente con il termine “America” ci si riferì solo ai territori situati al sud dell’istmo di Panama, ma negli anni successivi lo si utilizzò anche per il nord del continente.
Nel 1508 Vespucci fu nominato da re Ferdinando Piloto Mayor de Castilla, titolo che lo riconosceva come il navigatore più esperto del regno di Spagna.
Gli fu affidato il compito di selezionare e istruire i futuri piloti e cartografi, insegnando loro l’uso dell’astrolabio e la conoscenza dei venti.
Il grande esploratore morì a Siviglia nel 1512 senza lasciare discendenza e i suoi beni andarono a sua moglie, l’andalusa Maria Cerezo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2008

giovedì 10 luglio 2014

La critica all’eurocentrismo in alcuni stati sudamericani


Il 12 ottobre 2004, un gruppo di persone d’ispirazione chavista si è riunito presso il “paseo Colon”, nei pressi di una statua di Cristoforo Colombo, a Caracas, nell’intento di giudicare sommariamente il navigante ed esploratore genovese, 498 anni dopo la sua morte. 
Dopo che Colombo è stato dichiarato colpevole di genocidio, la scultura è stata tolta dal suo piedistallo e si è rotta, al cadere, in due parti. Quindi è stata cosparsa di pittura rossa inneggiante al socialismo bolivariano d’ispirazione chavista e il nome della strada è stato cambiato in “paseo de la resistencia indígena”.
Questo atto, che non è stato sanzionato dalla polizia venezuelana, è solo uno dei tanti che hanno caratterizzato negli ultimi anni stati come il Venezuela, e l’Argentina, paese la cui popolazione è per la grande maggioranza di origine europea.
Il ripudio dell’eurocentrismo ha origini molto antiche.
Sappiamo che Cristoforo Colombo fu il primo trafficante di schiavi ed è noto che i conquistadores spagnoli, come Hernan Cortes, Francisco Pizarro o Pedro de Heredia si distinsero per varie mattanze d’indigeni, che notoriamente non potevano difendersi perché spaventati dalle armi da fuoco, dalle spade di ferro e dai cavalli, animali sconosciuti nel Nuovo Mondo.
E’ noto poi che il sistema economico imposto dagli spagnoli è stato duro e inflessibile, sia con il proceso dello schiavismo, sia con lo sfruttamento degli indigeni nelle miniere (si veda il mio articolo su Potosí), e nei campi con la mita. E’ peró altrettanto vero che gli spagnoli si sentivano perfettamente autorizzati dal papa, per loro il vicario di Cristo, e dal re di Spagna, nell’opera di evengelizzazione e protezione degli autoctoni. Gli europei del tempo riconoscevano il trattato secondo il quale il papa aveva diviso il mondo in due parti, una per la Spagna e l’altra per il Portogallo, (trattato di Tordesillas). Le terre americane erano pertanto “loro”, e non degli indigeni.
E’ ovvio che la visione di noi occidentali del 2014 è diametralmente diversa dagli europei del XVI secolo, ma è anche vero che non possiamo pensare di giudicare fatti avvenuti cinque secoli fa senza considerare il contesto nel quale si sono sviluppati.
I movimenti contro l’eurocentrismo o contro la visione occidentale del mondo si sono diretti, nella seconda metá del XX secolo contro gli Stati Uniti d’America, che era il paese dominante del continente sudamericano.
Queste teorie, ben spiegate nel famoso libro di Eduardo Galeano “Las venas abiertas de America Latina”, sono sfociate a volte in movimenti anti-capitalisti o apertamente filo-marxisti o addirittura filo-maoisti, sia in Colombia (farc), ma anche in Perú (s.l.) o in Bolivia (e.l.n. e Che Guevara). Il fallimento di questi movimenti o la loro trasformazione in cartelli di narcotraffico che si basano su concetti prettamente capistalistici (produzione e vendita illegale di cocaina), ha portato lo sviluppo di altri movimenti, d’ispirazione non piú militare, ma politica.
Il chavismo, inteso come “socialismo bolivariano”, appoggia la causa indigenista in opposizione all’eurocentrismo e al dominio dei paesi occidentali, ma contemporaneamente vende petrolio agli U.S.A. e importa da questo stato riso, pollo, mais e altri alimenti, oltreché medicinali e prodotti tecnologici. Si basa quindi su concetti economici guidati dal capitalismo, certo con un occhio alle classi meno abbienti, ma i risultati, sia nel campo dei diritti umani che in quello economico sono stati disastrosi, come abbiamo visto in seguito alle proteste in Venezuela dei primi mesi del 2014.
A mio parere è positivo il voler affermare che la propria cultura si basa su concetti e idee tipiche del mondo indigeno amazzonico e andino, peró non risulta istruttivo disconoscere il processo di colonizzazione europea delle Americhe, con tutti i suoi lati negativi e positivi.
L’America attuale, ed in particolare l’America Latina, è giustamente il risultato dell’unione della cultura occidentale con le culture andine, amazzoniche, caraibiche e della costa pacifica americana.
E' vero che lo schiavismo e lo sfruttamento degli autoctoni sono stati atti deprecabili e infami, ma possiamo dire che per esempio la societá degli aztechi fosse giusta?
Anche qui non possiamo giudicare, perché secondo la nostra visione occidentale, derivata dai sette eventi fondamentali della nostra Storia, (ossia: l’origine della democrazia ad Atene, con le riforme di Clistene nel 508 a.C., la nascita di Gesú Cristo, l’accettazione della religione cattolica da parte dell’imperatore Costantino nel 313 d.C., l’ufficializzazione della “scoperta” del Nuovo Mondo con il primo viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492 d.C., la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776 d.C., la Rivoluzione francese nel 1789 d.C., e la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948), i sacrifici umani erano errati, le credenze pagane erano idolatrie, il potere assoluto dell’Inca era da condannare, le usanze di certe tribú amazzoniche come l’endocannibalismo (vedi mio articolo sugli Yanomami), erano da estirpare, ecc.
Nei miei articoli ho criticato spesso la facilitá con la quale vari governi sudamericani danno in concessione immense aree dell’Amazzonia a ditte estere, spesso occidentali, per lo sfruttamento petrolifero e minerario, senza considerare i problemi e le esigenze dei popoli autoctoni.
A mio parere servirebbe una rinnovata coscienza ambientale e sarebbe utile sviluppare un’industria nazionale nei vari stati sudamericani per ridurre la dipendenza dall’estero e creare valore aggiunto, ma tutto ció forse non conviene alle elite che ne governano i paesi.
In Argentina, paese dove ultimamente è aumentato il dibattito anti eurocentrista, si aprono le porte agli investimenti esteri (12 miliardi di dollari nel 2012) e i maggiori investitori sono gli USA, il Regno Unito e la Francia. Quindi anche qui vediamo che l’anti eurocentrismo è solo una facciata, ma quando si tratta di ricevere capitali esteri allora si diventa nuovamente filo-eurocentristi.
L’auspicio è che si guardi la Storia non in chiave di contrapposizione tra eurocentristi e critici dell’eurocentrismo, ma che si insegni alle generazioni future che i processi storici non si possono giudicare secondo l’ottica dell’oggi, ma se ne possono trarre insegnamenti utili per il futuro, senza fomentare inutili odi tra i popoli attuali.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014