martedì 16 settembre 2014

La costruzione delle dighe di Belo Monte, presso il Rio Xingú, nell’Amazzonia brasiliana


La costruzione delle faraoniche dighe di Belomonte, sul Rio Xingú, un affluente diretto del Rio delle Amazzoni, genera da tempo interminabili controversie. 
Da una parte vi sono gli indigeni delle riserve collidenti al luogo dove si sta giá costruendo, capeggiati dal cacique Raoni e da varie organizzazioni ambientaliste e indigeniste. Dall’altra vi è il governo, le imprese multinazionali e gli interessi di potenti societá, a volte estere, che necessitano di enormi quantitá di energia a basso prezzo per continuare a produrre alluminio e altri beni di consumo. 
Stranamente la Funai, (Fundacion Nacional do Indio), che dovrebbe proteggere gli interessi degli indigeni e impedire la costruzione di opere enormi che potrebbero alterare i cicli naturali e biologici, si è espressa dicendo che le dighe non causeranno lo spostamento forzato di indigeni isolati e pertanto non sono incompatibili con il normale svolgimento della loro vita (1). 
Il progetto prevede un primo sbarramento presso il sito di Pimental, la costruzione di un gigantesco canale di circa venti chilometri dove scorrerá la maggioranza dell’acqua dello Xingú, ed infine la costruzione di una seconda diga, dove sará prodotto il 98% dell’elettricitá di Belomonte. 
Nella zona circostante il luogo dove sorgerá l’immensa opera vi sono varie terre indigene: Apyterewa, Arawete, Trincheira Bocajá, Koatinemo, Kararao, Cachoeira Seca, dove vivono i Kayapo, gli Assurinis, gli Araweté, i Parakaná e altri popoli. 
Tutte queste terre potrebbero essere inondate temporaneamente durante l’anno dovuto alla costruzione dello sbarramento di Pimental. Il Rio Xingú infatti ha una piena da dicembre a maggio. Proprio in questi mesi le terre indigene a monte della diga potrebbero essere parzialmente inondate con danni all’agricoltura e alla pesca. Inoltre si pensa che per la costruzione della diga di Pimental dovranno essere abattuti circa 3 milioni di alberi. 
Per quanto riguarda l’impatto ambientale, è certo che lo sbarramento di Pimental impedirá alla maggioranza dei pesci di risalire il fiume. Sono stati fatti degli studi, addirittura impiantando dei chip delle squame di alcuni pesci per tentare di capire quali sono quelli che migrano dalla foce fino alle sorgenti dello Xingú, con il fine di poter farli riprodurre in cattivitá a monte di Pimental, ma si è lontani dall’aver compreso totalmente queste dinamiche e molti credono che il trastorno al quale saranno sottoposti gli indigeni che vivono nelle terre attigue alla zona di costruzione sará molto alto. 
Come se non bastasse l’impresa canadese Belo Sun Mining sta iniziando un processo di sfruttamento di una zona lontana solo 10 chilometri da Pimental.
Si parla di circa 142 tonnelate di oro che saranno strappate alla terra amazzonica. Molti di piú delle 100 tonnellate che si sono ottenute in dieci anni di sfruttamento nel famigerato sito di Sierra Pelada.
Tornando a Belomonte, i difensori dell’opera sostengono che sará la terza diga del mondo (dopo quella delle Tre Gole, in Cina, e quella di Itaipu, tra Paraguai e Brasile). A regime, produrrá 11,2 gigawatt di elettricitá, che dovrebbero servire a migliorare la distribuzione di energia in tutta l’Amazzonia.
Il picco di 11,2 gigawatt potrá peró essere raggiunto solo tra gennaio e maggio, quando il fiume è in piena. In media il complesso di Belo Monte non potrá generare piú di 4,5 gigawatt di elettricitá. (il 41% della sua capacitá istallata).
Chi sono i proprietari del consorzio di Belomonte? Il 50% è posseduto da Electrobras, un impresa a sua volta controllata dallo Stato. Un 20% è posseduto dalle imprese Vale (estrazione di minerali) Sinobras (siderurgia), Cemig e Light (produzione e gestione di energia elettrica). Il restante 30% è in mano a fondi di pensione e partipazioni.
In generale le associazioni ambientaliste sostengono che a Belomonte si sta portando avanti una politica di capitalismo estremo o forzato, che non tiene conto delle esigenze degli indigeni e nemmeno delle popolazioni disagiate. Come è successo in seguito alla costruzione di altre opere faraoniche in Brasile, è possibile che l’energia che si produrrá a Belomonte non sará riservata alle popolazioni dell’Amazzonia, ma sará destinata ad essere venduta alle grandi imprese del sud del Brasile (gli Stati di San Paolo, Parana, Minas Gerais), o addirittura alle imprese straniere come la Alcoa, che producono alluminio in Brasile.
Le recenti proteste in Brasile prima e durante i campionati mondiali di calcio, hanno dimostrato che esiste una classe media che non ritiene giusto che le multinazionali guadagnino cifre esagerate a scapito del cittadino medio, che invece vede ogni servizio sempre piú caro.
Questa opera gigantesca, che rischia di alterare per sempre una zona di Amazzonia giá parzialmente ferita con la strada transamazzonica, e che probabilmente causerá gravi danni alle popolazioni indigene, potrebbe essere utile solo a grandi gruppi industriali che otterrano energia a basso costo per le loro produzioni minerarie e siderurgiche. Se cosí sará le popolazioni autoctone e locali potrebbero essere beffate due volte: innazitutto per aver perso il loro ambiente naturale primordiale, ed inoltre perché potrebbero addirittura veder salire il costo dell’energia.

YURI LEVERATTO
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(1) http://www.intertechne.com.br/index.php?option=com_content&task=view&id=253&Itemid=2

giovedì 4 settembre 2014

Spedizione al Rio Galvez, nella terra ancestrale dei Matsés



L’esplorazione nella terra degli indigeni Matses ha avuto inizio ad Iquitos, la capitale della regione amazzonica Loreto.
Con un aereo “Twin Otter” della “Fuerza Aerea Peruana” ho raggiunto, dopo circa un’ora di volo, il paesello di Angamos, situato sulle rive del Rio Yavarí, che segna la frontera tra il Perú e il Brasile. 
Durante il volo abbiamo osservato immense zone di selva vergine, dove non vive alcun essere umano. Ad un tratto abbiamo scorto il Rio Yavarí e il paesello di Angamos. Dall’altro lato del fiume l’immensa selva brasiliana, facente parte dello Stato di Amazonas. 
Il Rio Yavarí è sempre stato considerato la frontiera tra l’impero spagnolo e quello portoghese e poi tra il Perú e il Brasile. 
Pochi chilometri a monte di Angamos vi è la confluenza tra i fiumi Galvez e Yaquerana: è in quel punto che il fiume si denomina ufficialmente Rio Yavarí. 
La lunghezza totale del Rio Yavarí-Yaquerana è controversa: mentre alcune fonti indicano 1050 km., altre riportano una lunghezza totale di 1550 km. Personalmente sono propenso a considerare quest’ultimo dato come veritiero, se si pensa che da Angamos alla bocca del Yavarí nel Rio delle Amazzoni presso Benjamin Constant, vi sono circa 800 chilometri, mentre da Angamos alle fonti del Rio Yaquerana, ubicate nella Sierra del Divisor vi sono circa 700 chilometri. 
Il Rio Yavarí è un fiume estremamente sinuoso e meandrico. 
Le sue rive sono generalmente poco popolate. Gran parte del suo bacino, sia nella parte brasiliana che in quella peruviana è abitato da indigeni di etnia Matsés. 
In Brasile i Matsés vivono nella “Terra indígena Vale do Yavarí”, insieme ad altri nativi come i Marubos e Matis. 
Questi gruppi indigeni vengono a volte denominati Mayoruna (dal quechua: mayo, fiume; runa, gente).
In Perú i Matsés vivono presso le rive del Rio Yavarí (Angamos), del Rio Yaquerana (Puerto Alegre), del Rio Choboyacu (Buena Loma) del Rio Galvez (Remoyacu, Buen Perú). Numericamente assommano a circa 3000 persone e parlano una lingua del ceppo Pano. 
E’ una società patrilineare e a volte poligamica. 
Praticano l’agricoltura, coltivando mandioca, banane, ananas e papaya. Cacciano animali della selva come il majas (grande roditore), lo zaino e la huangana (suini selvaggi), e il tapiro. Pescano una moltitudine di pesci amazzonici come la doncella, l’acauarasu o la lisa. 
L’idea iniziale era d’inoltrarmi nel territorio ancestrale dei Matsés nel tentativo di comprendere la loro cultura e rendermi conto se il loro futuro è in pericolo. 
Dopo aver contattato una guida esperta, il peruviano Lucio Peña, e un motorista di etnia Matsés di nome Wagner, ho proceduto ad acquistare i viveri sufficienti per una esplorazione di circa 10 giorni. 
Il giorno seguente, alle 6.30 a.m. ci siamo imbarcati su una canoa a motore. Eravamo in quattro: Lucio Peña, il motorista Matsés Wagner, la sua compagna Maria e il sottoscritto. Abbiamo navigato inizialmente lungo il Rio Yavarí contro la corrente. Alla nostra destra il Perú, e alla nostra sinistra il gigante, il Brasile. 
Dopo circa mezz’ora di navigazione siamo giunti presso la confluenza del Rio Galvez con il Rio Yaquerana (braccio principale del Rio Yavarí). 
Abbiamo proceduto risalendo il Rio Galvez con lo scopo di giungere presso le comunità indigene di Remoyacu e Buen Perú.
Il Rio Galvez, è meandrico, mutevole e cangiante, e si snoda nella selva tropicale amazzonica come un enorme serpente. 
Presso le sue sponde vi sono alberi giganteschi, alti fino a quaranta metri. Alcuni di questi alberi vengono tristemente abbattuti, proprio dagli indigeni Matsés, gli unici autorizzati dallo Stato a questo commercio. 
I “madereros” peruviani (boscaioli illegali), infatti, sono stati espulsi da tutta la zona già da vari anni. 
C’è da chiedersi se sia giusto permettere agli indigeni il comercio di legname (che non rientra nelle loro attività ancestrali), ed invece proibire loro la caccia di alcuni animali come il “zaino” (cinghiale della selva). 
Dopo un intero giorno di navigazione siamo giunti nel villaggio indigeno di Buen Perú. 
Al nostro arrivo siamo stati accolti da una moltitudine di bambini che ci guardavano increduli e stupiti. 
Quasi nessuno nel villaggio parla spagnolo e ho purtroppo constatato che la maggioranza dei bambini sopra gli otto anni sono completamente analfabeti.

Nel villaggio di Buen Perú vive la sorella di Lucio Peña, la mia guida. 
E’stata battezzata 65 anni fa con il nome di Maria. E’ un caso umano molto particolare. 
Lucio Peña è nato nel 1953, mentre sua sorella è nata nel 1949. Sono nati nel paesello di Jenaro Herrera, sulle rive del Rio Ucayali. Nel 1978, quando Maria aveva già 29 anni, fu sequestrata da un grupo di indigeni Matsés. 
Sono pertanto 35 anni che Maria, (che oggi è chiamata Juana), vive con i Matsés, nella profondità della selva. 
Da notare che quando fu sequestrata Maria Peña era in cinta, di tre mesi. 
Lucio Peña ha ritrovato sua sorella solo nel 2010, durante un suo viaggio a Buen Perú. Si sono riconosciuti subito, ma Maria-Juana oggi non parla spagnolo, parla solo la lingua Pano dei Matsés. 
Aiutato da alcuni interpreti Lucio ha ricostruito la storia-incubo di sua sorella.
Durante gli anni 70’ e 80’ i Matses vivevano fuori del controllo dello Stato. Erano pericolosi e tentavano ogni metodo per impossessarsi di fucili, l’unico mezzo che avevano per difendere il loro territorio. 
Ogni tanto facevano delle incursioni nei paesi rivieraschi del Rio Ucayali allo scopo di sequestrare donne e uomini e portarseli con loro a vivere nella foresta. 
Gli uomini (non nativi) venivano sequestrati perché, una volta “indottrinati” potevano scambiare pelli in cambio di armi nei villaggi. Ad un nativo non sarebbe stato possibile entrare in un villaggio ed ottenere un’arma. Per un peruviano meticcio, (alleato dei Matsés), era invece possibile. 
I primi anni per Maria-Juana furono durissimi. Innanzitutto i Matsés erano nomadi e si spostavano continuamente nella selva alla ricerca di animali da cacciare. 
Maria-Juana fu costretta a camminare per mesi e nei suoi piedi si formarono profonde ferite. Ha sofferto varie malattie dovute a punture d’insetti (malaria e dengue, probabilmente), ed è stata curata con piante medicinali. 
Per anni non è riuscita a dormiré bene perché i Matsés avevano l’abitudine di cucinare alla brace gli animali catturati durante la notte e solevano dormire a tratti, svegliandosi di continuo per vigilare il campamento. 
Un’altra cosa che Maria-Juana ha desiderato per anni è stato il sale. I Matsés infatti non conoscevano il sale, che solo ultimamente è stato introdotto nella loro dieta. Per Maria-Juana, abituata per 29 anni ad alimentarsi con cibo salato, è stato uno shock enorme, non solo a livello di gusto, ma anche dal punto di vista físico e della salute.
Oggi Maria-Juana è una Matsés. 
Ha avuto sei figli durante questi 35 anni. Ha dimenticato quasi completamente lo spagnolo (anche perché al momento del sequestro era analfabeta), ma ha delle reminescenze della sua vita passata. 
Quando ho visto Lucio Peña e sua sorella riabbracciarsi mi sono commosso pensando a come devono essere stati duri i primi anni da sequestrata. 
Ora Lucio la visita periodicamente, ma lei non da segni di ricordare più di tanto la prima parte della sua vita. 
Abbiamo passato alcuni giorni nelle comunità di Remoyacu e Buen Perú e quindi abbiamo continuato la nostra esplorazione rimontando il Rio Galvez fino alla confluenza con il Rio Loboyacu, dove comincia la “Reserva Nacional Matses”. 
Il Loboyacu è un piccolo affluente del Rio Galvez. Si snoda in una selva spessa, umida e arcaica. Il suo nome deriva dalla parola “lobo”, lupo, termine usato per denominare le numerose lontre di fiume che vi vivono. 
Navigare lungo il Rio Loboyacu è stata un’impresa. 
Numerosi tronchi ostruivano il passaggio e varie volte siamo stati costretti ad utilizzare non solo il machete, ma anche l’ascia, per poter liberare il cammino e poter così avanzare con la canoa. 
Ad un certo punto, il Rio Loboyacu iniziò a farsi più stretto e profondo, ci stavamo inoltrando nel profondo della selva, avanzando in direzione ovest verso un punto dal quale avremmo dovuto iniziare la nostra difficile esplorazione via terra. 
Solo verso le cinque del pomeriggio, dopo circa dieci ore di navigazione, siamo giunti presso un punto dove era impossibile procedere con la canoa. 
Quindi abbiamo accampato non lontano dalle rive del Loboyacu. L’indomani mattina abbiamo proceduto a camminare in direzione ovest, inoltrandoci nella foresta, con il proposito di giungere alla città di Requena, che, secondo il mio GPS distava in linea d’aria 42 chilometri. 
La camminata attraverso la “Reserva Nacional Matsés” è stata dura, soprattutto perché durante il primo giorno ha piovuto incesantemente. Il sentiero si è rapidamente trasformato in un fiume di fango che rendeva faticoso ogni nostro passo. 
Ad un certo punto un grupo di Matsés apparvero sul sentiero. Camminavano nella direzione opposta a noi. Mi ha colpito in particolare una donna anziana, dai tratti somaticio quasi orientali, con lunghi capelli lisci. Si è fermata a salutare Lucio Peña mentre mi guardava con diffidenza.
Abbiamo accampato sulle sponde del Rio Aucayacu, un affluente del Rio Ucayali. 
L’indomani, dopo altre otto ore di camminata, siamo finalmente giunti a Requena.

YURI LEVERATTO
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