giovedì 16 ottobre 2014

Il problema del relativismo culturale: il caso degli infanticidi nelle comunità indigene amazzoniche


Il processo indigenista che ha portato alla valorizzazione delle culture autoctone in Sud America è iniziato quando, nel 1910, l’esploratore e “sertanista” Candido Rondon fu nominato direttore del “Servizio di protezione degli indigeni”.
In seguito, come è noto, furono demarcate ed istituite numerose terre indigene (oggi sono corca 600 per un totale di più di un milione di chilometri quadrati e un totale di circa 600.000 autoctoni), con lo scopo di preservare le culture dei nativi e proteggere gli indigeni da cercatori illegali di oro, legname pregiato, pietre preziose ecc.
A distanza di circa quarant’anni dall’inizio delle prime demarcazioni si è notato che i problemi non sono diminuiti, anzi a volte sono aumentati. L’aver separato completamente gli indigeni dai non indigeni ha favorito il crearsi di sentimenti di odio da parte dei nativi verso i brasiliani non nativi. A volte la situazione è degenerata in veri conflitti sociali come nel caso delle terre indigene Raposa Serra do Sol e Roosevelt.
Alcuni giornalisti brasiliani hanno da qualche tempo denunciato questa situazione, sostenendo che le tesi indigeniste ed ambientaliste nascondono in realtà un progetto di privatizzazione globale dell’Amazzonia brasiliana.
Secondo queste idee, a volte individuate come “ruraliste”, le demarcazioni di immense terre servirebbero per mostrare al mondo che il governo del Brasile preserva le culture dei nativi e difende i loro territorio, mentre in realtà si permetterebbe a ong estere di entrare nelle aree in questione che, con la complicità dei nativi ormai corrotti, si approprierebbero di biodiversità, oro, pietre preziose, idrocarburi e legna pregiata.
Ricordo che solo il fatto di demarcare un’area ricca di oro (come la terra indigena Yanomami, grande come il Portogallo), e la conseguente decisione di espellere tutti i cercatori d’oro illegali da quel territorio, è stata la causa diretta di un aumento del prezzo dell’oro sulle piazze di Londra e New York (1992).
Le demarcazioni di oltre 600 terre indigene hanno causato anche dibattiti sociali, in quanto gli indigeni sono stati individuati, con lo “statuto del indio” come soggetti non perseguibili dalla legge, quindi comparati a minori di età o soggetti non capaci di intendere e di volere.
In pratica sono persone che godono di uno status diverso rispetto ai normali cittadini brasiliani.
Le loro tradizioni, usanze e pratiche più ancestrali sono state rispettate, anche quando sono contrarie al senso comune o ai principi fondamentali delle società occidentali.
Mi riferisco in particolare alla pratica dell’infanticidio, in uso in alcune culture indigene amazzoniche, come quella degli Yanomami, che ancora oggi sacrificano la primogenita se femmina, secondo loro per il bene della comunità (1)(2)(3).
Secondo la teoria del relativismo culturale, sviluppata dall’ebreo tedesco Franz Boas (1858-1942), non esistono il bene e il male in senso assoluto, ma questi concetti hanno valore solo all’interno delle culture umane.
Ecco quindi che l’infanticidio per cause propiziatorie o salvifiche è tollerato, e anche per esempio la mutilazione del clitoride in alcune culture tribali africane deve essere rispettata.
Franz Boas pertanto, in contrapposizione a Edward Tylor (1832-1917), sosteneva che non si può giudicare il comportamento di una persona che agisce all’interno della sua etnia, in quanto il suo concetto di bene e di male è differente da quello di altre persone appartenenti ad altre etnie.
Secondo questo concetto, pertanto, l’essere umano sarebbe imprigionato nella sua cultura, e non si potrebbe liberare, abbracciando concetti universali di non violenza, rispetto totale per il prossimo e diritto alla vita.
Nel Brasile di oggi la polemica è accesa tra gli antropologi sostenitori del relativismo culturale e quelli che sostengono l’universalità dell’etica.
Alla base di quest’ultimo concetto vi è l’idea che al di sopra delle culture vi siano dei precetti universali, proprio perché le diverse culture umane fanno parte di un insieme maggiore, ossia la società umana nel suo complesso.
Il brasiliano Sergio Rouanet (1934), sostiene che “l’uomo non può vivere al di fuori della sua cultura, ma essa non è il suo destino, è solo un mezzo per raggiungere la libertà”.
La polemica è aperta: da una parte gli indigenisti puri che sostengono che le società dei nativi amazzonici sono “intatte”, cioè non influenzate dalla malvagità dell’ “uomo bianco”.
E’ il mito del “buon selvaggio”, cioè la teoria, peraltro confutata dalla maggioranza degli antropologi, che sostiene che gli indigeni siano buoni e non conoscano il male.
Coloro i quali sostengono questa tesi, dimenticano appunto i sacrifici umani delle società mesoamericane (maya, aztechi), ma anche quelli perpetrati dagli incas (vedi la mummia Juanita), e basicamente disconoscono il caso degli infanticidi delle culture attuali amazzoniche, o si limitano a sostenere che la cultura indigena deve essere rispettata nella sua totalità, dimenticandosi che la morte di un bambino innocente è un atto che a mio parere deve essere fermato, magari affiancando alla tribù degli psicologi in modo da rendere meno forte il distacco da tradizioni ancestrali.
Anche qui però si apre un altro dibattito: ammettendo che l’indigeno che stava compiendo quell’infanticidio non sia perseguibile dalla legge brasiliana (statuto dell’indio), è compito della società insegnarli i fondamenti dei diritti umani o si dovrebbe lasciarlo alla sua cultura (con il rischio però che commetta un altro infanticidio?)
Secondo la tesi dell’universalità dell’etica, che io condivido, vi sono invece dei precetti generici, che sono peraltro stati definiti nella “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” approvata nel 1948 alle Nazioni Unite, che a sua volta deriva dalla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” del 1789, elaborata durante la Rivoluzione Francese.
Questi precetti, che affermano che “tutte le persone nascono libere e uguali nelle libertà e nei diritti”, e “che tutte le persone hanno diritto alla vita, alla dignità e alla sicurezza personale”, liberano l’uomo dalle sue culture ancestrali, e lo rendono portatore di diritti fondamentali che vengono situati al di sopra delle usanze tribali e culturali.
Il discorso si potrebbe ampliare: per esempio i Testimoni di Geova che sono contrari alle trasfusioni di sangue. Si sono verificati casi di famiglie aderenti a questa religione che volevano privare i loro figli malati della possibilità di ottenere una trasfusione, cosa che avrebbe causato la morte del minore. Anche in questo caso, secondo me vi è un concetto maggiore della culturalità (o in questo caso della religiosità), ed è appunto il concetto del diritto alla vita di quel minore.
Tornando all’indigenismo che è in atto in Brasile ed in altri stati dell’area amazzonica, come per esempio la Bolivia: a mio parere il concetto di universalità dell’etica deve prevalere sulle pratiche infanticide in uso in alcune tribù amazzoniche.
La Bolivia è stata recentemente trasformata da “Repubblica” a “Stato plurinazionale” ed anche il Brasile sta lentamente diventando una nazione plurietnica, con 234 popoli riconosciuti e 180 lingue differenti parlate.
Questa creazione di “nazioni” ognuna separata dall’altra, dove gli indigeni sono indottrinati nella loro cultura ma non hanno accesso ad altre concezioni di vita, e dove un capo tribù gestisce l’amministrazione di aree a volte grandi come uno stato europeo, può portare facilmente ad episodi di corruzione, mi riferisco all’entrata in questi territori di entità esterne che poi si approprieranno di biodiversità, minerali preziosi ed idrocarburi.
Coloro i quali appoggiano l’indigenismo dall’esterno, sostenendo il relativismo culturale, o proponendo un “ripensamento dei Diritti Umani”, stanno indirettamente isolando ancora di più gli indigeni, facendo credere loro di essere depositari della “vera cultura”, e li stanno indebolendo sempre più, in quanto non saranno in grado di difendersi da attacchi esterni, mentre invece saranno facilmente corrompibili.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

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(1)http://www.humanium.org/en/infanticide/
(2)https://www.umanitoba.ca/faculties/arts/anthropology/tutor/case_studies/yanomamo/marriage.html
(3)http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1555339/Girl-survived-tribes-custom-of-live-baby-burial.html

domenica 12 ottobre 2014

Il dilemma dell’Amazzonia: capitalismo estremo, protezionismo o decrescita eco-sostenibile?



Il bacino del Rio delle Amazzoni, esteso ben 7 milioni di chilometri quadrati (23 volte l’Italia), è la conca idrografica più estesa del pianeta.
Il Rio delle Amazzoni, fiume dei record per eccellenza (in lunghezza, con ben 6992 chilometri, e in portata d’acqua, circa 300.000 metri cubi al secondo all’estuario), convoglia le acque di ben 10.000 fiumi, tra i quali 20 grandi affluenti, ciascuno più lungo di 1000 chilometri.
La conca amazzonica è politicamente divisa tra 6 Stati sovrani: Brasile (64% dell’intera area), Perú, Bolivia, Colombia, Ecuador e Venezuela.
All’interno del grande bacino vi è compreso l’ecosistema amazzonico, ovvero l’insieme dei biomi di: selva alta, foresta pluviale tropicale e prateria amazzonica. L’estensione di questo particolare e delicato ecosistema è di circa 5 milioni di chilometri quadrati, dove vivono all’incirca 30 milioni di persone (23 milioni solo nell’Amazzonia brasiliana).
L’Amazzonia, fin dall’inizio della colonizzazione europea (fondazione di Santa Cruz, 1561, da parte degli Spagnoli, e di Belem, 1616, da parte dei Portoghesi), è stata considerata dai rispettivi Stati sovrani che ne possedevano altrettante porzioni, come una terra da sfruttare allo scopo di estrarre risorse da vendere in seguito sul mercato internazionale.
Come ho descritto nel mio articolo Storia della colonizzazione dell'Amazzonia, quest’enorme territorio è stato sfruttato inizialmente per la produzione di caffè, cacao, cotone e tabacco. In seguito, sul finire del XIX secolo, il motore dello sfruttamento intensivo dell’Amazzonia e dei suoi indigeni (vedi il caso Arana), è stata la domanda mondiale di gomma (caucciù).
Nel XX secolo è continuata l’espansione di capitalisti e proprietari terrieri che hanno utilizzato i suoli per arricchirsi a dismisura, senza considerare l'idea di uno sviluppo armonico e sostenibile.
E’ il caso della deforestazione massiva causata dai grandi produttori di soia e dei grandi allevatori in Brasile, che in alcuni casi hanno controllato interi Stati, come per esempio il Mato Grosso.
In altri casi, enormi porzioni d’Amazzonia sono state consegnate a compagnie petrolifere statunitensi, come nel caso della Chevron Texaco.
Oggi, nel XXI secolo, il Paese dominante del Sud America è il Brasile, ed ad esso è riconducibile ogni decisione economico-politica che riguarda l’ecosistema amazzonico nella sua totalità.
Il Brasile, ormai la sesta potenza mondiale (prodotto interno lordo a prezzi nominali), sta investendo in faraonici progetti infrastrutturali che stanno cambiando la faccia all’Amazzonia, con particolari rischi per l’ecosistema e gli indigeni che vi vivono.
E’ il caso per esempio della diga di Inambari in Perù, delle due dighe sul gigantesco Rio Madeira, della diga di Belomonte sul Rio Xingù, impianti che si costruiranno non tanto per fornire l’Amazzonia di elettricità a basso costo, ma per alimentare le imprese del ricco sud del Brasile (San Paolo e stati limitrofi).
Altri faraonici progetti, come la Rodovia transamazzonica (BR-230), che dovrebbe tagliare la foresta trasversalmente per collegare il nord-est del Brasile con Benjamin Constant (la frontiera con Perù e Colombia), in modo da trovare poi uno sbocco verso l’Ecuador e quindi il l’Oceano Pacifico per i prodotti d’esportazione brasiliani, e la contestata strada del Tipnis (Bolivia amazzonica), finanziata con capitali brasiliani, fanno dubitare se daranno un effettivo vantaggio alla popolazione che vive in Amazzonia o se saranno di utilità per grandi gruppi economici che esportano materie prime come biomasse, soia, o prodotti minerari.
Il problema dello sfruttamento sostenibile dell’Amazzonia è reale anche in Colombia.
L’Amazzonia colombiana occupa un territorio di 483.000 chilometri quadrati ed è percorsa da due grandi affluenti del Rio delle Amazzoni: il Rio Caquetà e il Rio Putumayo. Per un breve tratto (circa 100 chilometri), il Rio delle Amazzoni stesso scorre in terrirorio colombiano, da Puerto Nariño a Leticia (frontera col Perù).
L’economia degli abitanti della regione (meno di un milione), si basa sulla pesca, sull’agricoltura di sussistenza e sulla deforestazione.
Anche in questa porzione d’Amazzonia si stanno affacciando grandi gruppi economici che spesso non ascoltano i bisogni della popolazione locale. Vi sono alcuni gruppi petroliferi stranieri e nazionali che operano nei dipartimenti del Putumayo e Caquetá. Vi sono poi varie attività estrattive sia d’oro che di altri minerali rari come lo strategico coltan, (dipartimenti di Vaupes e Guainia), che causano spesso problemi di inquinamento dei fiumi con conseguenti traumi per le popolazioni locali e indigene.
Nell’Amazzonia colombiana inoltre vi è un problema in più rispetto agli altri Stati dell’area: grandi zone di terra vergine sono purtroppo sotto il controllo di gruppi armati illegali che sfruttano i suoli sia per la produzione di foglie di coca e la conseguente commercializzazione di cocaina, sia per attività minerarie illegali e fortemente inquinanti.
Tutto ciò causa danni irreparabili all’ecosistema amazzonico e agli indigeni e coloni, costretti a vivere spesso ai margini di vere e proprie guerre non dichiarate.
Il quadro globale che risulta da questa analisi è un’Amazzonia ferita, a volte da gruppi economici legali, ma che hanno come obiettivo solo ed esclusivamente il lucro, senza ascoltare le richieste delle popolazioni autoctone, altre volte da gruppi di potere occulto ed illegale che perseguono fini di lucro calpestando ancor di più i bisogni e le esigenze delle popolazioni locali.
Nei centri politici ed economici degli Stati sudamericani che posseggono parti di Amazzonia questi problemi non sono visti come prioritari.
A Bogotà, per esempio, ma anche a Lima o a San Paolo, l’Amazzonia appare lontana, e i suoi problemi sono visti come secondari rispetto ai normali problemi di uno Stato: disoccupazione, povertà, insicurezza.
Ogni tanto si legge nei giornali locali che la deforestazione continua e che la biodiversità è minacciata, però nessuno comprende realmente la magnitudine del problema “Amazzonia”. Pochi inoltre si rendono conto che se si potesse sviluppare un’economia sostenibile in Amazzonia, si potrebbero ridurre o forse addirittura eliminare molti problemi che affliggono gli Stati sudamericani.
Se s’iniziasse a creare un dibattito intergovernativo tra i sei Stati amazzonici sudamericani, si potrebbe giungere a conclusioni importanti. In primo luogo per far conoscere la realtà amazzonica ai cittadini degli Stati in questione, che spesso la ignorano e sono facilmente indottrinati da false notizie, non facilmente verificabili.
In secondo luogo per dare delle indicazioni ai Governi, che a volte attuano delle politiche sbagliate.
Per esempio, dare in concessione immense aree per lo sfruttamento petrolifero, senza ascoltare il parere dei nativi (come nel caso di Bagua, in Perù), o tentare di costruire delle strade attraverso riserve ecologiche (come nel caso del TIPNIS), risulta estremamente dannoso per l’ambiente e la popolazione locale.
La mia opinione è che nemmeno con l’eccessivo protezionismo ambientalista e indigenista si può dare una risposta giusta al problema “Amazzonia”, abbiamo visto infatti che in Brasile la creazione di numerose ed enormi “terre indigene” non ha diminuito i conflitti interni ma al contrario li ha amplificati (vedi mio articolo sulla terra indigena Raposa Serra do Sol).
La soluzione potrebbe essere un’economia ecosostenibile, orientata a: incentivare le produzioni locali in un’ottica di decrescita, contingentare le esportazioni di prodotti grezzi (petrolio, carbone, minerali rari, soia, biomasse), che fino ad oggi sono servite solo al lucro di potenti gruppi industriali privati, (spesso esteri), e favorire una graduale redistribuzione di terre alle classi meno abbienti, insegnando loro le più avanzate tecniche di agricoltura biologica.

YURI LEVERATTO
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