mercoledì 18 marzo 2015

Occidente e multiculturalismo


Oggigiorno nel pianeta vi sono sostanzialmente due tendenze economiche-sociali. La prima è potentissima, quasi invincibile: è il globalismo (o globalizzazione), mentre la seconda è debole, e spesso utilizzata da politici populisti: è l’autarchia.
Il piano dei globalisti è iniziato 101 anni fa con la creazione della Federal Reserve Bank, la banca centrale degli Stati Uniti d’America.
E’ poi continuato finanziando ideologie opposte e contrarie che hanno portato alla seconda guerra mondiale.
Nel 1954, poi, c’è stata la prima riunione del Bilderberg, alla quale parteciparono David Rockefeller (il nipote dell’uomo più ricco di tutti i tempi), e N.D. Jay (agente della J.P. Morgan).
In quella riunione si decise il futuro assetto dell’Europa, il cui organismo embrionale, la CECA, fu finanziato e appoggiato dalla fondazione Rockefeller e dalla CIA (1), attraverso l’ACUE (American Commitee on United Europe).
Con la caduta del Muro di Berlino, e il conseguente dissolvimento dell’Urss, gli Stati Uniti d'America si trovarono nuovamente in una posizione di assoluto dominio del pianeta.
L’era del globalismo e del capitalismo estremo era cominciata.
Questo modello di sviluppo, ha portato alla concentrazione della ricchezza mondiale in pochissime mani, e ha prodotto, specialmente in Occidente, molti nuovi poveri.
Le grandi multinazionali occidentali hanno bisogno di mercati aperti per poter espandersi, dove vi si possa commerciare liberamente, sanza dazi e, inoltre, hanno bisogno di mano d’opera a basso costo.
Ecco il motivo che i grandi gruppi economici hanno favorito il crearsi dello spazio comune europeo, idea nobile, ma che a tutt’oggi non è stata interpretata come avrebbe dovuto essere.
Pertanto in Europa il dibattito tra “destra” e “sinistra” è ormai completamente fuori dal tempo.
In Europa è in atto una completa “americanizzazione” del lavoro, rendendolo più consono alle esigenze dei capitalisti estremi o addirittura degli speculatori.
Forse farei meglio a scrivere che in Europa è in atto la “colombianizzazione” del lavoro.
La Colombia, infatti, è un paese dove non esistono i sindacati e dove i capitalisti estremi hanno campo libero, in quanto non esiste certezza del posto di lavoro e il salario minimo si aggira sui 300 dollari al mese.
E’ questo il progetto finale del globalismo, che in alcuni casi, come per esempio in Brasile, si maschera da “socialismo di mercato” con forti sussidi alle classi meno abbienti e agli indigeni, rendendo di fatto il popolo dipendente dal governo e quindi facilmente influenzabile e corrompibile.
Ma c’è un altro punto importantissimo che i globalisti sostengono, quasi fosse la “nuova Bibbia”: è il multiculturalismo.
Ormai da circa cinquant’anni, in Occidente vi sono ondate migratorie da altri paesi. E’ indubbio che l’integrazione culturale sia a volte una cosa positiva, (un popolo conoscendo la filosofia, gli usi e costumi di un altro popolo si arricchisce culturalmente), ma è altrettanto indubbio che i globalisti abbiano bisogno di manodopera a basso prezzo per poter continuare a lucrare sul lavoro degli esseri umani.
Facciamo un esempio concreto del progetto globalista: da quando la globalizzazione ha iniziato a dilagare nel mondo, nel 1991 con il dissolvimento dell’Urss, ma in particolare nel 2001 con l’entrata della Repubblica Popolare Cinese nel WTO e nel 2002 con l’instaurazione dell’euro, un imprenditore europeo ha interesse a delocalizzare, cioè a portare la sua fabbrica in paesi dove il lavoro costa meno. Dalla Francia o dall’Italia porterà la sua fabbrica in Romania o in Turchia, dove potrà pagare i lavoratori sino ad un quarto di quello che li pagava nell’Europa Occidentale.
Lentamente quindi nell’Europa Occidentale l’occupazione diminuirà sempre più e i diritti sociali saranno tagliati, avvicinando l’Europa al Sud America.
I salari o le ore di lavoro saranno abbassati. I lavoratori europei protesteranno, ma gli immigrati, specie se di origine africana o medio-orientale accetteranno, perchè non avranno scelta. Ad un certo punto anche i lavoratori europei accetteranno questa situazione.
La classe lavoratrice sarà appiattita, liquefatta.
Se questo piano si avverrà nella sua totalità, i globalizzatori avranno vinto, avranno il governo mondiale, controllato dalle banche e dalle multinazionali, e una massa di umanità soggiogata e ammutolita, proprio come nel famoso libro “1984” di George Orwell.
Ma c’è un altro punto che potrebbe causare seri problemi in Occidente.
L’immigrazione selvaggia, voluta dai globalisti, con gli esempi del flusso di “latinos” dal Messico agli USA e con il flusso di africani e arabi in Europa attraverso l’Italia, porta ad una situazione paradossale, dove i clandestini hanno più diritti dei cittadini europei e vengono coccolati non solo dalle imprese, ma anche dalle mafie.
Se questa situazione aumenterà in un futuro non lontano ci potrebbero essere scontri sociali in Occidente, soprattutto con gruppi di radicalisti islamici, che invece di adattarsi alla cultura occidentale pretenderebbero di importare la sharia in Europa (vedi i casi successi in alcuni quartieri di Londra).
Tutto ciò come ho indicato all’inizio dell’articolo, favorisce i politici che propongono un ritorno all’autarchia: chiusura delle frontiere, uscita dall'euro, uscita dall’Unione Europea e dalla Nato, incentivi alle produzioni locali e dazi alle importazioni.
Queste proposte difficilmente riusciranno ad essere messe in pratica, proprio perchè la maggioranza della popolazione è ammorbata dalla pubblicità dei media, in mano ai poteri forti.
A mio avviso però non sarebbe nemmeno questa la via giusta da seguire, perchè la Storia ha mostrato che chi si chiude in se stesso è destinato a fallire.
Secondo me bisognerebbe procedere semplicemente con il buon senso: per quanto riguarda l’economia, bisognerebbe tassare pesantemente le speculazioni e i capitalisti estremi dovrebbero pagare in proporzione maggiore dei piccoli imprenditori.
Bisognerebbe inoltre limitare gli stipendi d’oro, ridistribuire ricchezza ai pensionati minimi, e incentivare le produzioni locali, senza però alzare dazi alle importazioni.
Dal punto di vista dell’immigrazione e quindi del multiculturalismo, a mio parere i flussi migratori dovrebbero essere contenuti e ordinati, in modo da non creare scontri sociali e da non stravolgere la cultura originaria dei popoli occidentali.

YURI LEVERATTO
Copyright 2014

Nota: 
1-http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/1356047/Euro-federalists-financed-by-US-spy-chiefs.html

Foto principale: la nave mercantile Vlora attracca nel porto di Bari l'8 agosto del 1991. Ventimila albanesi vedono l'Italia come la "terra promessa".

martedì 10 marzo 2015

Occidente e relativismo culturale



Non c’è dubbio che per secoli nella civiltà occidentale abbia prevalso il concetto di etnocentrismo. L’Occidente, a partire dalle grandi scoperte geografiche, ha conquistato gran parte della Terra, non solo militarmente e politicamente, ma anche culturalmente.
L’idea della superiorità della nostra cultura e il principio di proiettare in tutto il pianeta la nostra visione del mondo, il nostro concetto di società, di economia, di relazioni tra le persone, sono stati dominanti per centinaia di anni.
Con l’imperialismo, il colonialismo e l’eccezionalismo l’Europa e gli Stati Uniti d’America hanno esportato la loro idea di società e convivenza tra i popoli. L’etnocentrismo, ed in particolare l’eurocentrismo, hanno dominato nel pensiero occidentale almeno per più di quattro secoli e mezzo, a partire dal 1492.
Nel 1948, con la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo di Parigi, è stato fissato un punto fermo nella nostra società occidentale.
Sono stati sanciti i diritti dell’uomo, a loro volta derivati dalla Dichiarazione del 1789, emanata durante lo scoppio della Rivoluzione Francese.
La Dichiarazione di Parigi, che è come la “pietra di Rosetta” della nostra civiltà, è stata firmata da quasi tutti i paesi sovrani del pianeta, con l’eccezione di quelli islamici.
Già dal 1948 alcuni paesi musulmani hanno fatto notare come la Dichiarazione di Parigi fosse in antitesi con i precetti islamici e in seguito, nel 1981, cinquantasette paesi musulmani, dalla Mauritania al Pakistan, dall’Algeria all’Oman, hanno sottoscritto una Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, basata sui precetti coranici.
Questo fatto sta a testimoniare che le due civiltà, quella occidentale e quella islamica, sono separate da profonde differenze. Il fatto stesso che in alcuni paesi musulmani l’apostasia sia punita con la pena di morte, fa comprendere quanto sia abissale la differenza tra le due società.
La nostra civiltà, che è nata in Grecia 2523 anni fa, (con la democrazia di Clistene, nel 508 a.C.), è stata ispirata, influenzata, e pervasa dal Cristianesimo.
Diciassette secoli dopo Cristo, con il dibattito illuminista, la società occidentale ha attuato delle forti critiche al Cristianesimo e al Giudaismo, e si è fatta attraversare dalla Ragione.
Questo dibattito illuminista nelle società islamiche non c’è mai stato, ed è proprio per questo che questi paesi non hanno firmato la Dichiarazione di Parigi.
Tuttavia nel mondo occidentale, a partire dal dopoguerra, anche per il fatto che l’Europa aveva perso, a discapito delle due superpotenze, il dominio politico e militare del pianeta, si è sviluppato un sentimento di tolleranza e valorizzazione delle altre culture, che ha portato ad una forte critica dell’etnocentrismo: il relativismo culturale.
Questa teoria antropologica, divulgata dagli studiosi Franz Boas e Melville Jean Herskovits, considera che ogni cultura sia unica e abbia la stessa valenza rispetto alle altre e che i suoi usi e costumi abbiano sempre una giustificazione nel loro specifico contesto.
Il voler considerare tutte le culture sullo stesso piano è, a mio parere un atteggiamento errato. E’ vero che i costumi, le tradizioni e le usanze di differenti etnie hanno una loro valenza nel contesto locale, ma a mio parere ci deve essere un limite, che è appunto la Dichiarazione di Parigi.
Ecco un primo esempio: il fatto che gli yanomami del Brasile schiaccino le ossa dei loro defunti riducendole a polvere e poi le ingeriscano può essere per noi occidentali un comportamento non condivisibile, ma dobbiamo rispettarlo, in quanto è attuato nel loro contesto locale, la selva amazzonica, e non fa violenza su nessuno. Quando poi però gli stessi yanomami praticano l’infanticidio per ragioni propiziatorie o per superstizione, questo atto deve essere fermato, e il bambino deve essere salvato. Il diritto alla vita deve prevalere sulle tradizione e usanze del popolo in questione.
Nel nostro Occidente però, vari antropologi che avvallano la tesi del relativismo sostengono che la cultura degli yanomami debba essere considerata più importante della vita di quel bambino, e che le tradizioni indigene debbano essere rispettate ad ogni costo.
Ma i relativisti culturali, a volte detti “buonisti”, sono andati oltre. Quando il multiculturalismo ha preso piede nella società occidentale loro hanno giustificato ogni comportamento, attuato quindi al di fuori del suo contesto locale, a volte semplicemente estraneo alla nostra cultura, altre volte addirittura pericoloso per la nostra stessa sopravvivenza.
Questo atteggiamento, teso a giustificare e relativizzare ogni fatto, può portare ad una totale perdita d’identità da parte dei giovani, che, non avendo riferimenti, potrebbero diventare facili prede nella rete di integralisti religiosi.
L’eccesso di multiculturalismo, il voler mischiare forzatamente popoli di culture diverse e in particolare il voler integrare etnie che spesso non vogliono affatto integrarsi nella cultura occidentale, mi riferisco a quelle di religione islamica, può causare degli squilibri nella nostra società che potrebbero portare a veri e propri scontri violenti.
Considerando ogni cultura ugualmente valida, si appiattiscono i costumi e le tradizioni, si uniformano gli usi, si liquefano le differenze tra le etnie, e si fa così il gioco dei poteri forti, dei capi di banche e multinazionali, che hanno proprio questo come obiettivo, con lo scopo di vendere un prodotto su scala planetaria. Se hai perso le tue tradizioni, il tuo modo di vestire e di mangiare, se non ti riconoscerai più nella tua cultura, ma nella cultura globale, accetterai facilmente il prodotto globale, anzi lo difenderai.
Ecco quindi che i relativisti considerano che la cultura degli islamici presenti in Occidente debba essere rispettata e difesa, anche quando va contro i valori occidentali.
E’ questo l’errore dell’Occidente, che senza rendersene conto sta facendo il gioco dei globalisti estremi.
Se in alcuni quartieri di Londra è stata implementeta la sharia, allo scopo di rispettare e difendere i valori culturali della civiltà islamica, si sta facendo a mio parere, un grave errore. Instaurare delle “isole culturali” in pieno Occidente, dove vengono messe in atto le leggi musulmane, è sbagliato perchè quelle leggi sono in antitesi con la Dichiarazione di Parigi.
Permettere che un’eredità venga assegnata ai figli maschi e non divisa tra i figli maschi e le figlie femmine di una persona deceduta, o permettere la poligamia, vuol dire cedere al principio di uguaglianza della Dichiarazione di Parigi.
Legittimare alcuni comportamenti illegali, giustificandoli perchè attuati da soggetti di religione musulmana, vuol dire andare contro il concetto di uguaglianza.
Per esempio nel 2005 l’assassinio di Hatun Surucu, una donna curda che viveva in Germania. E’ stata uccisa dai suoi fratelli che l’accusavano di comportamenti giudicati immorali, tra i quali essersi separata dal marito con cui era stata obbligata a sposarsi all’età di sedici anni. Uno dei fratelli è stato condannato a soli nove anni di carcere, mentre gli altri due sono stati assolti, in considerazione della loro cultura musulmana.
Purtroppo i relativisti culturali “estremi” tendono a giustificare anche atti terroristici effettuati da fanatici islamici. Innanzitutto sostengono che i terroristi siano “pochi e isolati”, dimenticando che fanno parte di una rete e che dal 2001 ad oggi nel mondo vi sono stati circa 24.000 attentati sanguinari. Inoltre sostengono che essi non abbiano a che fare con la religione, quando invece è evidente che perseguono un’interpretazione radicale del loro libro sacro.
E’ vero che la maggioranza delle persone di religione islamica è pacifica, ma è altrettanto vero che esiste un substrato di persone, che alcuni studiosi come Sam Harris valutano nel 30% del totale dei musulmani, che appoggia e simpatizza con i terroristi. Queste persone gradirebbero, e non si opporrebbero all’instaurazione della sharia in Occidente, quindi sono d’accordo con la fine della libertà di stampa, di parola, di espressione. In pratica vogliono la fine della civiltà occidentale.
Il problema del terrorismo è tutto islamico ma i relativisti non lo individuano, anzi non nominano nemmeno l’aggettivo “islamico”, e si limitano a dire “estremismo”, facendo il gioco del mainstream della globalizzazione estrema che vuole includere i paesi islamici nel circo del consumismo.
Ma oltre al terrorismo islamico vi è un’altra minaccia alla nostra civiltà: è l’islamizzazione dell’Europa e degli Stati Uniti, insieme al fatto che i relativisti culturali, avvallano e appoggiano la negazione della nostra cultura per far spazio ad una cultura totalmente diversa dalla nostra, nel nome di una integrazione forzata che, in primis, gli islamici stessi non vogliono.
E così si è tentato di togliere i crocifissi dai luoghi pubblici, perchè offensivo nei confronti della cultura islamica. Ecco che alcuni presidi di scuole pubbliche decidono di non fare il presepe sotto Natale, perchè secondo loro non è consono alla tradizione musulmana. Ecco che si autorizza la costruzione di moschee e università islamiche, ma non si controlla da dove vengono i fondi e non si verifica se vengono da paesi integralisti islamici.
Accettare e addirittura appoggiare costumi e tradizioni in antitesi con la nostra cultura porterà alla perdita di identità di molti dei nostri giovani oltre a probabili scontri all’interno della nostra società, come già si è visto nelle periferie di alcune città europee.

YURI LEVERATTO
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