sabato 20 giugno 2015

La prosperità: benedizione o trappola? Il messaggio di Gesù Cristo rispetto ai beni materiali


Oggi viviamo in un’epoca dove il materialismo pervade ogni campo della società. Mai come in questo periodo storico, in particolar modo dall’avvento della globalizzazione, quindi a partire dai tumulti di Piazza Tienanmen e dalla caduta del Muro di Berlino (1989), si è andata affermando una cultura globale, che mette al centro della vita di molte persone la ricerca e l’adorazione della materialità, intesa come l’accrescimento indefinito delle ricchezze personali. 
Sfogliando i quotidiani, guardando la televisione e collegandosi ad internet, si nota che il cosiddetto pensiero unico, detto anche mainstream della globalizzazione, divulga un unico stile di vita, basato sull’appiattimento delle differenti culture e religioni, con il fine di uniformare gli stili di vita, per far poi accettare all’ignaro cittadino-consumatore il prodotto globale.
Svuotato della sua cultura, religione ed individualità, il cittadino-consumatore si ritroverà così senza solidi valori morali e pertanto sarà facilmente inglobato nel turbinìo della globalizzazione selvaggia, guidata dal capitalismo estremo, che a sua volta ha lo scopo di annullare i valori originari della nostra società.
Nei mass-media si descrivono le persone più ricche del pianeta: Bill Gates, Carlos Slim, gli oligarchi russi o i sultani arabi, come se fossero guide per le nuove generazioni, le cui vite sono portate ad esempio d’intraprendenza, destrezza e abilità.
Il dato preoccupante però, è che la ricchezza mondiale è completamente squilibrata, tanto che le 85 persone più ricche del pianeta, hanno una ricchezza materiale uguale a quella dei 3,5 miliardi di persone più povere (1).
Viviamo pertanto in un periodo di capitalismo estremo che porta a disequilibri immensi, ma anche durante altri periodi della storia vi sono stati forti disuguaglianze, che hanno portato a rivoluzioni, nuove teorie economiche e ipotesi di società migliori.
Basti pensare al socialismo e al comunismo, ideologie che propugnavano un cambio radicale della società, con il fine di un’umanità migliore.
Basti pensare a Marx, a Lenin, a Mao.
Queste ideologie hanno però fallito: il pensiero comunista si è infatti esaurito, sia con la caduta del muro di Berlino e poi con il crollo dell’Urss, sia con il cambio di rotta nella Cina popolare, che di fatto, è un paese globalizzato e guidato dal capitalismo estremo.
Che fare allora? L’umanità è destinata alla totale disuguaglianza, che persisterà anche nei secoli futuri? Esisterà sempre una elite di persone ricchissime e potenti che controllano l’economia mondiale a scapito di masse sfruttate e soggiogate?
La risposta a questo dilemma, che è antico come il mondo, a mio parere è già stata data, ma non è stata seguita come si sarebbe dovuto fare.
Gesù non ha lasciato solo un messaggio soteriologico (per chi è credente in lui come Figlio di Dio), ma ha lasciato anche una serie di concetti pratici che indicano come comportarsi in relazione alla ricchezza materiale e al lavoro. Anche se lo scopo principale della missione di Gesù è stato quello di riscattarci dal peccato e indicarci la via per il “Regno di Dio”, con il fine del conseguimento della “salvezza”, molti suoi insegnamenti pratici sono tutt’oggi attuali e rispondono a quel vuoto di valori che molti giovani sentono all’interno di loro.
Spesso si sente descrivere Gesù come un “gran rivoluzionario”, o a volte addirittura come il “primo comunista della storia”, paragonandolo a rivoluzionari armati, come per esempio Che Guevara.
Queste banali semplificazioni implicano una pochezza non solo di argomenti e fonti storiche, (come ho evidenziato nel mio articolo “La storicità di Gesù”), ma anche una totale mancanza di logica.
Se Gesù fosse stato un rivoluzionario militarista, infatti, le fonti storiche lo avrebbero descritto come tale e i suoi discepoli avrebbero predicato l’odio, e non l’amore. Inoltre, una volta sul patibolo, i suoi seguaci avrebbero rinnegato il suo nome, come fecero altre migliaia di ribelli o rivoluzionari armati, salvandosi così la vita, cosa che invece gli Apostoli e i primi martiri cristiani non fecero.
Innanzitutto è utile ricordare che Gesù non ha proposto un cambio sociale, ma bensì un cambio interiore. Ogni individuo deve agire all’interno di se stesso per cambiarsi, per modificarsi in meglio. Così facendo, e solo dopo aver cambiato se stesso, potrà agire, contribuendo a migliorare il mondo.
Ma quale fu la sua dottrina rispetto alla proprietà privata, alla ricchezza materiale, e alla povertà?
L’insegnamento di Gesù rispetto a questi temi si evince in particolar modo da due passi del Vangelo, quello del “giovane ricco” e quello del “Discorso della Montagna”. Analizziamo il passaggio del “giovane ricco” (Matteo 19, 16-24):

Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perchè mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poichè aveva molte ricchezze. Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli».

Analizziamo ora i passi riferiti al “Discorso della Montagna” (Luca 6, 20-25):

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi che siete poveri, perchè il regno di Dio è vostro. Beati voi che ora avete fame, perchè sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perchè riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno, e quando vi scacceranno da loro, e vi insulteranno e metteranno al bando il vostro nome come malvagio, a motivo del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perchè, ecco, il vostro premio è grande nei cieli; perchè i padri loro facevano lo stesso ai profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

In questi casi le parole di Gesù devono essere intese come una sorta di contrappeso alla natura umana, che s’inclina verso la materialità e gli istinti terreni.
L’insegnamento di Gesù è in effetti contro l’egoismo e contro l’adorazione del denaro. Quando al centro della vita dell’uomo vi sono i beni materiali, ecco che egli stesso si allontana da Dio, e dai suoi prossimi.
In quest’ottica anche un proletario che mette il denaro al centro della propria vita, o che persegue l’emulazione della ricchezza altrui per fini egoistici, sta attuando in modo errato.
Nelle parole di Gesù non vi è però una condanna diretta della ricchezza in quanto tale, come ci si aspetterebbe da un leader comunista.
Se avesse condannato in modo integralista i ricchi o gli esattori di imposte, non avrebbe avuto seguaci abbienti come Nicodemo o Giuseppe di Arimatea, e non avrebbe accettato tra i suoi discepoli Matteo, che era un pubblicano, un esattore di imposte per i romani, ritenute ingiuste dagli ebrei.
Se però la ricchezza materiale è il fine ultimo dell’uomo, che sconfina addirittura nell’adorazione del denaro, ecco che i veri scopi della nostra esistenza vengono accantonati, messi in un angolo, dimenticati. Gli unici fini della vita dell’uomo diventano ricchezza e potere, quando invece questi sono solo trappole nell’insegnamento escatologico di Gesù. Quando Gesù disse:

Ma guai a voi, ricchi, perchè avete già la vostra consolazione (Luca 6-24),

si riferiva al fatto che chi, per amore della ricchezza materiale, calpesta la morale e la fedeltà, o pensa di poter comprare con il denaro anche ciò che per definizione non si può comprare, come l’amore o l’onore, si allontana dal giusto cammino.
Tutti possono quindi salvarsi, sia i poveri che i ricchi, a patto però che questi ultimi non vivano con lo scopo di accumulare sempre più ricchezze, e che non diano priorità al denaro e al potere, ma che riescano a vivere in modo equilibrato, utilizzando le proprie sostanze materiali a fin di bene, allontanandosi dall’egoismo. In questo modo, se vivranno senza fronzoli e comodità eccessive, avranno abbracciato uno stile di vita più modesto. Se il denaro e la ricchezza non saranno più la priorità per loro, e se daranno invece maggiore importanza all’amore per Dio e per i loro prossimi, “amandoli come amano se stessi”, ecco che, in modo del tutto naturale e non forzato, avranno occupato la loro vita allo scopo dell’altruismo, e avranno abbandonato la via errata dell’egoismo. In questo senso assumono significato alcuni passi del Vangelo di Matteo 

(6, 19-21):
Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

(6, 24):
Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.

Nell’insegnamento di Gesù non vi è però la decisa condanna di ogni forma di possesso o di proprietà privata. Se vi fosse, ecco che si potrebbe parlare di un messaggio “comunista”.
Ma Gesù non si è mai dichiarato contro la proprietà privata. Non ha mai esortato a espropriare le terre con la forza per ridistribuirle tra i poveri. Infatti ha detto chiaramente che non era contro i comandamenti della legge ebraica, i quali non sono contrari alla proprietà privata. Nel decimo comandamento:

non desiderare la roba d’altri

si condanna l’avidità, il desiderio disordinato, la cupidigia, ma non si esorta all’espropriazione delle proprietà di chi, con il suo lavoro, ha accresciuto legalmente la sua ricchezza materiale. Quello che però Gesù aggiunge è come gestire queste ricchezze. Non adorandole, vivendo con l’unico scopo di accrescerle, dimenticando e accantonando i veri valori della vita, ma dando loro il giusto peso. Un peso certamente minore rispetto a Dio, ai rapporti umani, all’altruismo, all’amore verso il prossimo e alla ricerca del dialogo e della comprensione.
Continuando nell’analisi del messaggio di Gesù in relazione ai beni materiali e ai ricchi, soffermiamoci sul passaggio del Vangelo di Luca (16, 19-31), conosciuto come la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone:

«C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nell'Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: "Padre Abramo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perchè sono tormentato in questa fiamma". Ma Abramo disse: "Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perchè quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, nè di là si passi da noi". Ed egli disse: "Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perchè ho cinque fratelli, affinchè attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento". Abramo disse: "Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli". Ed egli: "No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita"».

In questo caso il ricco è stato condannato non per essere ricco, ma per non avere cuore. Per cui, ancora una volta, non è la ricchezza in sè ad essere peccato, ma è l’adorazione della stessa e la cupidigia.
Chi considera la ricchezza materiale come suo unico obiettivo, in pratica come il suo dio, ecco che si perde, e difficilmente ritroverà la strada della salvezza.
La ricchezza dunque non dà, secondo Gesù, alcun privilegio, ma al contrario è un pesante gravame che ostacola la giusta via, e potrebbe anche rivelarsi una fonte di pericoli, in quanto allontana l’uomo da quelli che devono essere i suoi obiettivi: l’amore per Dio e per il prossimo.
Vediamo un altro passo del Vangelo di Luca (12, 13-21)

Uno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perchè anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sè: Che farò, poichè non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sè, e non arricchisce davanti a Dio».

In questo caso il ricco aveva occupato la sua vita ad accumulare tesori, ma non si era dedicato ai veri valori della vita. Aveva adorato il denaro, quasi come fosse una divinità.
Adesso concentriamoci nuovamente sui poveri: forse hanno le porte del cielo aperte solo perché sono poveri? Vediamo questo passaggio del Vangelo di Luca (6, 20):

Egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: “Beati voi che siete poveri, perchè il regno di Dio è vostro”.

In un certo senso i poveri hanno un vantaggio sui ricchi in quanto non sono esposti alla “trappola” della ricchezza e possono concentrare la loro vita sui veri valori. Ma anche qui i poveri saranno salvi solo se il loro stile di vita non sarà incentrato sul raggiungimento della ricchezza fine a se stessa, ma al raggiungimento della “salvezza”.
C’è un altro passo interessante del Vangelo che però si riferisce ai “poveri di spirito”. Ecco il passo del Vangelo di Matteo (5, 3):

“Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il regno dei cieli”

In questo caso Gesù non si riferisce ai poveri (ossia a chi non ha beni materiali), ma a coloro i quali riconoscono di essere umili spiritualmente, privi di pretese, e consapevoli del percorso difficile che deve essere intrapreso per raggiungere la salvezza.
Anche dalla studio delle opere dei primi cristiani si evince un deciso rigetto della materialità e un rifiuto della centralità dei beni materiali.
Ecco, ad esempio, un passo del trattato “De Lapsis” del martire Cipriano (210-258):

“Colui che non ha nulla in questo mondo non potrà essere vinto dal mondo, e potrà seguire il Signore, libero e senza catene, como lo fecero gli Apostoli. Però come possono seguire Cristo quando sono frenati dalle catene della propria ricchezza? Credono di possedere ma in realtà sono posseduti. Non sono padroni del proprio denaro, ma bensì schiavi del proprio denaro”.

Tornando all’analisi dei Vangeli, non si deduce da questi scritti che Gesù volesse eliminare le classi sociali, uniformando i salari.
Nella sua vita pubblica ha avuto contatto con persone che si dedicavano a differenti attività lavorative, ma non ha mai detto che dovessero essere ricompensate allo stesso modo. Ha avuto contatti con contadini, pescatori e pastori, ma anche con esattori delle imposte, farisei e pubblicani.
E’ certo che gli uomini hanno diverse qualità, e Gesù non ha voluto eliminare queste differenze. C’è chi lavora più duramente, chi ha brillanti intuizioni economiche, chi rischia intraprendendo un nuovo progetto. Queste persone devono giustamente ottenere il frutto del loro lavoro, a patto però che non sia a scapito di altri.
Da tutto ciò deriva che se l’umanità accettasse il messaggio di Gesù, e attuasse i precetti insegnati nei Vangeli, la ricchezza sarebbe distribuita equamente.
Ecco dunque che il messaggio di Gesù contempla anche il giusto comportamento che l’uomo dovrebbe tenere dal punto di vista economico. E’ contrario all’adorazione del denaro, e quindi al culto della ricchezza in quanto tale, quindi è contro il capitalismo estremo, che non rispetta l’uomo, ma neppure la natura, nè gli animali, ma è allo stesso tempo contrario anche al comunismo e all’abolizione della proprietà privata, perché la soppressione della stessa sarebbe un duro colpo allo stimolo del lavoro. Indica una via mediana, della virtù e della moderazione, che, oggi più che mai, rivela tutta la sua saggezza.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015
Nota:
(1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/20/il-patrimonio-di-85-super-ricchi-e-pari-a-quello-della-meta-piu-povera-del-pianeta/851319/

martedì 16 giugno 2015

L'ibrido costantiniano


A Smirne, nel 155 d.C. fu condannato a morte un anziano seguace di Cristo, il cui nome era Policarpo. Era stato accusato di non aver fatto sacrifici per l’imperatore romano Antonino Pio.
Il proconsole Stazio Quadrato guardava Policarpo in catene. Gli disse che se avesse giurato sulla Divinità del Cesare sarebbe stato liberato.
Ma Policarpo si rifiutò di giurare sulla Divinità di un semplice uomo, anche se imperatore. Allora Stazio Quadrato gli intimò di maledire Gesù Cristo e di negare Dio. Solo questo doveva fare, e se lo avesse fatto, sarebbe stato liberato.
Ma Policarpo non poteva rinnegare Cristo. La sua Fede era solida come la roccia e non temeva la morte, giacchè dava più importanza alla Vita Eterna, rispetto alla vita terrena.
Quando Policarpo fu arso vivo, la gente di Smirne pensava che con la sua morte avrebbe cancellato per sempre quella “detestabile superstizione”, chiamata Cristianesimo.
Ma negli anni seguenti, il Cristianesimo invece di scomparire crebbe sempre più, la comunità si ampliò e la parola di Cristo si diffuse in tutto l’impero.
Ma da chi erano costituite le prime comunità di cristiani?
Oltre a Policarpo di Smirne, si ricorda Ignazio d’Antiochia (35-107 d.C.), Giustino Martire, (100-168 d.C.), Ireneo di Lione (130-202 d.C.), Clemente di Alessandria (150-215 d.C), Tertulliano (155-230), Origene (185-254), Cipriano (210-258) e Lattanzio (250-317).
Le caratteristiche principali delle comunità cristiane sparse nel mondo antico rispecchiavano l’insegnamento originale dei Vangeli. In particolare i cristiani primitivi vivevano separati dal “mondo”, ovverosia separati dalla mondanità.
La loro Fede era talmente forte che ogni cosa che richiamasse l’adorazione della materialità era per loro negativa e doveva essere evitata. Non erano asceti, come per esempio alcuni santoni indiani, che praticano la mortificazione della carne e la negazione del desiderio, ma vivevano in contesti non mondani, non frivoli, quindi piuttosto austeri, senza fronzoli, per intenderci.
L’adorazione del denaro, la ricerca del potere e della materialità erano concetti non interessanti per i cristiani del primo, secondo e terzo secolo, che invece si soffermavano sul concetto di condivisione, e di amore incondizionato per i fratelli e anche per le persone esterne alle comunità, i cosidetti non cristiani.
A tale proposito ecco una frase di Giustino Martire (1):

Noi, che davamo valore ad acquisire ricchezze e possedimenti più che a qualsiasi altra cosa, adesso mettiamo in un fondo comune ciò che abbiamo e questo fondo comune lo compartiamo con chiunque ne abbia bisogno. Ci odiavamo e ci distruggevamo tra di noi, inoltre non volevamo associarci con popoli di diverse razze o paesi. Adesso, per Cristo, viviamo insieme a queste persone e preghiamo per i nostri nemici.

Un’altra caratteristica dei primi cristiani era la Fede incondizionata in Dio. Ecco una frase di Clemente di Alessandria (2):

Una persona che non fa ciò che Dio gli ha ordinato dimostra che in realtà non crede in Lui.

L’accettazione delle persecuzioni e la risposta non-violenta ad esse fu il miglior esempio della Fede assoluta che i primi cristiani avevano riposto nella figura di Gesù Cristo. Ecco un passaggio scritto da Lattanzio (3):

Se tutti abbiamo origine da un uomo, che fu creato da Dio, chiaramente apparteniamo tutti ad una famiglia. Pertanto è abominevole odiare un’altro essere umano, a prescindere dalle sue colpe. Per questa ragione Dio ha sancito che non dobbiamo odiare nessuno, e che dobbiamo eliminare totalmente l’odio. In questo modo, dobbiamo confortare i nostri nemici, ricordandogli la nostra mutua relazione. Perchè se ci fu data la vita dallo stesso Dio, che cosa siamo se non fratelli? E siccome tutti siamo fratelli, Dio ci insegna a non farsi mai male tra di noi, aiutando gli oppressi e i bisognosi e dando da mangiare agli affamati.

La Fede assoluta dei primi cristiani negli insegnamenti di Gesù e degli apostoli si dimostrò soprattutto durante le persecuzioni.
Essere cristiano era illegale nell’impero romano, soprattutto perché i seguaci di Cristo negavano la Divinità dell’imperatore e non facevano i sacrifici richiesti dalla cultura del tempo. I primi cristiani erano consapevoli di poter essere mandati al patibolo soffrendo torture atroci, ma erano convinti che Dio non li avrebbe abbandonati. Ecco un passaggo delle Lettere di Ignazio, un seguace di Giovanni:

E’ necesario, quindi, non solo essere chiamato “cristiano”, ma essere in realtà “cristiano”…se non siamo pronti a morire nello stesso modo come Lui morì, la sua vita non sta in noi. (4)

Ed ecco un altro passaggio, scritto prima di essere portato al patibolo:

Che portino il fuoco e la croce. Che arrivino i branchi di bestie selvagge, che mi si spezzino le ossa e che io sia squartato. Che mi mutilino. Che vengano tutte le diaboliche torture di Satana. Solo lasciatemi andare da Gesù Cristo! Preferirei morire per Gesù Cristo che regnare fino ai confini del mondo. (5)

Fu proprio la fortissima fede che i primi cristiani avevano in Dio, testimoniata addirittura nell’estremo sacrificio (non a caso “martire” significa testimone, in greco), che servì da “volano” per nuove conversioni, e per nuovi martiri. La fede in Gesù Cristo, malgrado le persecuzioni si allargava a vista d’occhio.
Dagli scritti dei primi cristiani si evince che realmente essi vivevano “nel mondo”, pur “non essendo del mondo”.
Non avevano gerarchie, ma ogni congregazione era indipendente dalle altre, in modo che un insegnamento sbagliato o un’eresia non potesse spargersi in tutte le chiese.
Non adoravano la ricchezza materiale, ma vivevano in comunità di credenti, compartendo i loro averi con i seguaci.
Non cercavano il potere terreno, ma piuttosto la salvezza spirituale.
Non accettavano che esistessero nuove rivelazioni o nuove credenze, ma basavano la loro Fede solo sui Vangeli e sugli altri scritti del Nuovo Testamento. Ogni possibile dogma aggiunto era un cambio di direzione e pertanto un errore.
Nel 303 d.C. ci fu l’ultima persecuzione ai danni dei cristiani, voluta da Diocleziano e Galerio. Si ordinò l’abbattimento di Chiese e il rogo delle Sacre Scritture. Si sancì la confisca dei beni dei cristiani e l’arresto di molti di loro. Pochi anni dopo l’impero romano non aveva un unico capo supremo.
Flavio Valerio Severo governava l’Italia e l’Africa del nord, mentre Costantinio governava la Britannia e la Gallia. Altri due leader militari governavano la parte orientale dell’impero.
Quando Severo fu sconfitto da Massenzio, Costantino si dichiarò “legittimo imperatore” dell’impero romano di Occidente. Ma vi era ancora Massenzio da sconfiggere, prima di poter entrare trionfalmente a Roma.
Lo storico Eusebio (265-340), narra, nella sua “Vita di Costantino” (6):

Disse che a mezzanotte…vide con i suoi occhi il segno di una croce di luce nei cieli, sovrapposta al sole, con le parole: con questo segno sarai vincitore. (in hoc signo vinces)

La battaglia fu vinta da Costantino che attribuì la vittoria al “Dio dei cristiani”. Non sappiamo se in seguito a questo fatto Costantino si convertì al Cristianesimo. Però fece di tutto per avantaggiare i cristiani, favorirli, e, indirettamente, corromperli (forse senza volerlo). Vediamo il perchè.
Con l’editto di Milano (313 d.C.), l’imperatore Costantino e Licino (Augusto d’Oriente) decretarono la libertà di culto per ogni religione in tutto l’impero.

«Noi, dunque, Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinchè sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinchè la Divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.»

Quindi Costantino decise che ogni proprietà confiscata ai cristiani durante le persecuzioni di Diocleziano avrebbe dovuto essere riconsegnata. Inoltre ogni casa di preghiera che era stata bruciata avrebbe dovuto essere ricostruita a spese dello Stato.
L’editto di Milano non aveva trasformato la religione cristiana in religione di Stato, ma è innegabile che con il tempo l’imperatore avesse adottato un forte atteggiamento pro-cristiano. Costantino ordinò la costruzione di nuove e sontuose chiese, per poter ricevere più fedeli.
Presto si rese conto che la maggioranza dei vescovi cristiani stava vivendo nella povertà. Gli offrì pertanto un salario e protezione. Consentì che le Chiese potessero ricevere beni in eredità. Concesse l’istituzione di una sorta di tribunali vescovili (episcopalis audientia) ai quali i cristiani potevano accedere per dirimere le loro controversie. Inoltre, esentò dal pagamento di imposte tutti i vescovi e le loro proprietà.
Incredibilmente, i cristiani passarono così in pochi anni da una minoranza perseguitata ad essere i favoriti della corte. Quanta differenza rispetto a pochi anni prima!
Ecco che lentamente, lo spirito conservatore dei primi cristiani, si trovava ad essere fortemente minacciato.
Durante il periodo dei primi cristiani, per esempio, nessuno aveva mai pensato di pagare dei salari ai vescovi, ma quando Costantino lo fece, loro accettarono.
Nessuno aveva mai pensato che fosse giusto essere esenti da imposte, ma quando Costantino li esentò, loro accettarono.
Nessuno aveva mai pensato che fosse giusto vivere in un palazzo sontuoso, ma quando Fausta, la seconda moglie di Costantino, concesse la Domus Faustae (nell’area del Palazzo Laterano) a Milziade, il vescovo di Roma, egli accettò senza riserve.
Ecco che i cristiani iniziarono a pensare che il cambio non poteva essere sinonimo di errore, ma forse poteva portare a miglioramenti.
Cosa ottenne l’imperatore in cambio di tutti questi favori e privilegi?
Già nel 314 d.C., quando ci fu una polemica tra donatisti e cattolici, fu lui a dirimerla e a dare ai cattolici la priorità e il riconoscimento di essere la legittima corrente della Cristianità.
Costantino non era più considerato una “Divinità”, come i precedenti imperatori, ma siccome il vescovo di Roma lo riconosceva, ecco che otteneva il “diritto divino”, ossia il “diritto di regnare consacrato da Dio”.
Il Cristianesimo invece si era corrotto, si era mischiato con la politica e con gli affari del mondo. Non era già più formato da un insieme di persone che praticavano il culto in modo distaccato dai beni e dalle cariche materiali. Per la prima volta nella storia, ai cristiani gli si riconosceva prestigio sociale, importanza, onori. Quando il Cristianesimo incominciava ad essere accettato ed inoltre apportava benefici dal punto di vista sociale, migliaia di persone si convertirono. E lo Stato approvava. Ecco che i cristiani, vedendosi accettati, e poi privilegiati, in realtà si allontanarono dagli insegnamenti originali di Gesù Cristo, ed iniziarono addirittura a perseguire chi criticava la loro nuova dottrina. Lentamente infatti si stava dando più importanza alla teologia e alla dottrina piuttosto che al cambio radicale e interiore che dovrebbe avvenire all’interno di un cristiano per poter aver accesso al Regno di Dio.
Nel 325 d.C. sorse un’accesa disputa sulla natura del Figlio di Dio e del Padre.
I due principali contendenti di questa polemica furono Alessandro, vescovo di Alessandria, e il presbitero Ario.
Costantino, che veniva considerato come “vescovo universale”, convocò un concilio di tutti i vescovi, che si svolse a Nicea.
Ario sosteneva che il Figlio di Dio non aveva la stessa natura del Padre ed era pertanto da considerarsi su un piano minore, tra gli Angeli e il Padre, appunto.
Costantino, per dirimere la disputa, decise di includere il termine homoousion (della stessa sostanza), nella dottrina (7), proclamando che il Padre e il Figlio erano homoousion. Questa affermazione concorda pienamente con le credenze dei primi cristiani e si evince da vari passi dei Vangeli (per esempio: Prologo del Vangelo di Giovanni, Giovanni, 10, 30, o Matteo 28, 19).
Tuttavia, ciò che mi preme sottolineare qui, è che le dispute sulla dottrina avevano assunto ben più importanza rispetto al cambio di paradigma predicato da Cristo, ed inoltre, le eresie dovevano essere soppresse con una violenza inaudita.
Coloro che erano perseguitati, mi riferisco ai primi cristiani, divennero perseguitori.
Ario fu mandato in esilio in Illiria, tutti i suoi scritti furono bruciati, e si sancì che chi fosse trovato a seguire i suoi insegnamenti avrebbe dovuto essere giustiziato. E vero che Ario e i suoi seguaci erano eretici, ma ciò non giustificava una repressione così brutale. Dove era finito il perdono cristiano?
La Chiesa iniziò ad essere organizzata sulla falsariga dell’impero, nel senso che i vescovi metropolitani avevano autorità sulle chiese della loro circoscrizione. Ecco che l’indipendenza di ogni congregazione era finita, e vi era pertanto il rischio che un’aggiunta errata alla dottrina potesse spargersi velocemente.
Costantino inoltre favorì un processo di sincretismo con alcune religioni pagane, in un'ottica di diffusione e assimilazione. A Roma alcuni templi che erano stati consacrati a Iside furono riadattati e consacrati alla Vergine, e nel 336 d.C. fu sancita ufficialmente la data di nascita di Gesù nel giorno del 25 dicembre, attuando un sincretismo con alcuni culti pre-esistenti.
Sembrerebbe che Costantino avesse ottenuto di cristallizzare l’insegnamento di Cristo nel cosidetto Credo Niceno, e che mai più nessuno avesse potuto metterlo in discussione.
Ma non fu così: negli anni successivi vi furono altri concili, dove si proclamarono altri dogmi rigidi e vincolanti, che però risultavano essere aggiunte ai Vangeli, e quindi formule accessorie, non originali.
Alcuni scrittori, come lo statunitense David Bercot, si riferiscono a questo periodo come all’ibrido costantiniano, durante il quale ci si allontanò dai Vangeli. Fu un parziale ritorno all'Antico Testamento. Per esempio, mentre Gesù aveva predicato il distacco dai beni materiali, nell'Antico Testamento non vi era proibizione di accumulare ricchezze, e così fu nell’ibrido costantiniano.
Dopo il 325 d.C. la Chiesa, ormai gerarchicizzata, riconosceva lo Stato, e si trovava ad essere intrappolata nel potere e nella dottrina.
I cristiani avevano vissuto per quasi tre secoli in un regime di condivisione, uguaglianza, fratellanza e perdono. Inoltre avevano vissuto “nel mondo”, ma non erano “di questo mondo”, nel senso che non adoravano la ricchezza, ne desideravano la mondanità e tantomeno il potere.
I cristiani dell’ibrido invece si fecero corrompere, e lentamente, si allontanarono dai veri insegnamenti di Gesù Cristo.

YURI LEVERATTO
Copyright 2015

Bibliografia:
Nuovo Testamento, Sociedad Biblicas Unidas
Che parlino i primi cristiani, David Bercot
La vita di Costantino, Eusebio di Cesarea

Note:
(1) Giustino, Prima Apologia, cap. 14
(2) Clemente, Miscellanea, Volume 4, cap.10
(3) Tertulliano, Ai martiri, capitoli 2, 3
(4) Lettere ai Magnesi, cap 5
(5) Lettere ai Romani, cap 5
(6) Eusebio, la vita di Costantino, 1, 28
(7) Il Credo niceno-costantinopolitano