mercoledì 20 luglio 2016

La luce splende nelle tenebre: analisi del quinto verso del Vangelo di Giovanni



Fino ad ora abbiamo visto che Giovanni ha voluto descrivere l’essenza del Logos, il Verbo, la sua comunione eterna con Dio Padre, e alcune sue caratteristiche. Per esempio nel terzo verso del Prologo si descrive che il Verbo ha creato “tutto”, e da ciò si evince che è la Causa Prima. Nel quarto verso si sottolinea che il Verbo è la vita stessa, ed inoltre si indica che la vita spirituale in Cristo, può appartenere all’uomo, con la conversione.
Ora analizziamo il quinto verso del Vangelo di Giovanni:

la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

kai to phōs en tē skotia phainei kay hē skotia auto ou katelaben

La prima parte del verso si riferisce alla luce eterna di Cristo. Il verbo phainei, ossia “splende”, è il presente indicativo durativo del verbo “phainoo”, che significa: “splendere”.
Con ciò Giovanni ci vuole esprimere che la luce di Cristo non ha cominciato a brillare a partire dall’Incarnazione, ma ha brillato dall’eternità del passato.
In un certo senso però la luce di Gesù Cristo ha brillato in una forma speciale dopo la caduta dell’uomo, e in forma ancora più speciale dopo l’Incarnazione. Inoltre in questa prima parte del verso notiamo che Giovanni vuole sottolineare il fatto che la luce di Gesù Cristo brilla indipendentemente dal fatto che alcuni uomini non la accettino. Ovviamente molte persone hanno ripudiato la missione salvifica di Gesù Cristo, ciò si evince da molti passaggi biblici, per esempio, Vangelo di Giovanni (3, 19):

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 

Tuttavia, anche se molti hanno negato che Gesù Cristo sia la luce vera, essa continua a brillare.
E’ un po’ come una persona che si rinchiude in una caverna e non vuole uscire all’aria aperta, per contemplare il sole. Anche se questa persona resterà tutta la vita dentro la caverna, il sole non cesserà di brillare.
Però la luce serve per vincere l’oscurità. Dio sapeva che l’uomo avrebbe scelto le tenebre, e per questo ha deciso di inviare suo Figlio, la luce vera, che splende nel mezzo dell’oscurità.
Notiamo che sia davanti alla parola “luce”, che sia davanti alla parola “tenebre” vi è l’articolo definito. Giovanni infatti sta descrivendo la luce specifica di Gesù Cristo e sta descrivendo le tenebre che sono venute in questo mondo in seguito al peccato e alla morte.
Analizziamo ora la parola greca skotia. La corretta traduzione è “tenebre, oscurità”, ma in senso figurativo questa parola significa “le conseguenze del peccato” (1)(2).
Vediamo il passaggio seguente della Prima Lettera di Giovanni (2, 10-11):

Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi.

L’uomo infatti è peccatore in quanto, essendosi allontanato da Dio, prova odio verso il suo prossimo. Al contrario, se l’uomo è in comunione con Dio, prova amore verso il suo prossimo.
La prima parte del quinto verso del Vangelo di Giovanni:

la luce splende nelle tenebre

significa pertanto che la luce splende nell’oscurità che si è formata in seguito alle conseguenze del peccato.
Ovviamente una delle conseguenze del peccato è l’auto-inganno. L’uomo si inganna da solo pensando che può vedere, ossia che può, attraverso la conoscenza, raggiungere la “pienezza di Dio”, oppure che può, mediante la sua “luce personale”, alimentare la sua felicità. Ma questa condizione di saccenza non gli permette di vedere la luce vera, lo annebbia, lo confonde.

Vediamo adesso la seconda parte del verso:

e le tenebre non l’hanno vinta

Ancora una volta troviamo la parola “skotia”, ossia: tenebre. Qui può intendersi come: corruzione, saccenza, auto-inganno, presunzione, allontanamento dell’uomo da Dio, e, in ultima analisi, morte spirituale, come conseguenza del peccato.
In ogni caso Dio non è responsabile per il peccato. Dio non ha creato l’oscurità o le tenebre, e neppure fece l’uomo peccatore per poi poterlo salvare. Il peccato non deriva da lui, ma dalla libera scelta dell’uomo. Adamo ed Eva credettero che la conseguenza della loro scelta li avrebbe portati alla perfetta conoscenza, ed invece la loro scelta li portò alla morte. Infatti, Lettera ai Romani (6, 23):

Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

A chi si riferisce Giovanni quando scrive: “e le tenebre non l’hanno vinta”? Giovanni scrivendo “le tenebre” si riferisce alle conseguenze peccaminose degli uomini che hanno ripudiato la luce. Essi, i peccatori, sono le “tenebre”, ma non hanno potuto vincere la “luce” perché essa splende, e continuerà a splendere.
Che significato ha il verbo katelaben? Il primo è: catturare, o per estensione, vincere. Il secondo è: capire, intendere. Il terzo è accogliere.
Pertanto la frase in questione significa che coloro i quali hanno ripudiato la Grazia che ci è stata offerta da Gesù Cristo, non hanno potuto neppure capirla, non la potranno accogliere, e non la potranno neppure vincere.
Da sempre il ladro ha bisogno dell’oscurità per perpetrare il suo furto. E l’assassino ha bisogno dell’oscurità per portare a termine il suo delitto. La luce pertanto è nemica delle tenebre perché mette allo scoperto le opere delle tenebre. Chi ripudia il Vangelo non solo non lo capisce, ma lo odia, e tenta tutto il possibile per smentirlo. Sono stati fatti innumerevoli tentativi per estiguere la luce di Gesù Cristo, ma tutti sono falliti miseramente. La luce continua a splendere, malgrado questi miseri attacchi. E mentre continuerà a splendere vi sarà qualcuno che la combatterà.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Foto: Papiro 66 (200 d.C.).

Note:
1-Secondo il Biblico-Teological Lexicon of New Testament Greek, T&T Clark, 1954, pp.866-867
2-Mentre la parola “skotos” significa: peccato.

mercoledì 13 luglio 2016

L’origine della vita: analisi del quarto verso del Vangelo di Giovanni


Nei primi tre capitoli di questo studio del Prologo del Vangelo di Giovanni, abbiamo evidenziato che l’Apostolo si è soffermato nel comunicarci l’essenza stessa del Verbo, la Parola, il Logos eterno. Giovanni ci ha spiegato l’assoluta consustanzialità del Verbo con Dio Padre, e ci ha descritto che il Verbo è il Creatore di tutte le cose. Analizziamo ora il quarto verso:

In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

En autō zooee ēn kay hē zooee ēn to phoos tōn anthropon

Notiamo che il soggetto della prima frase è “la vita”. Giovanni qui non si riferisce alla vita creata, ma al concetto assoluto della vita. Questo concetto assoluto appartiene solo a Dio. L’altro concetto di vita è la vita relativa degli esseri viventi, che sono stati creati da Dio e che da lui dipendono. Naturalmente Giovanni, dopo averci rivelato, nel terzo verso, che “tutto è stato fatto per mezzo di lui”, ci dice che “In lui era la vita”. Ovviamente Giovanni, quando scrive “lui” si riferisce al Verbo, ossia allo stato pre-incarnato di Gesù Cristo. Notiamo che Giovanni non scrive “con lui era la vita”, ma bensì: “In lui era la vita”. La vita pertanto non era qualcosa di eternamente esistente e indipendente dal Verbo, ma bensì era qualcosa di completamente dipendente da lui, da sempre, dall’eternità del passato.
Notiamo inoltre l’utilizzo del verbo ēn, con il quale Giovanni ci vuole comunicare che non è mai esistito un solo istante nel quale il Verbo non avesse vita in sè. Con questo verbo Giovanni ci vuole indicare che la vita che era insita nel Verbo non era come la vita che abbiamo noi esseri umani. Per noi c’è stato un tempo (prima della nascita) nel quale non avevamo vita, mentre lui era la vita, da sempre. A tale proposito vediamo un passaggio del Vangelo di Giovanni dove Gesù Cristo stesso ribadisce questo concetto. Vangelo di Giovanni (14, 6):

Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 

Pertanto per Gesù Cristo, la vita non è una qualità esterna, ma è parte dell’essenza stessa della sua persona. E’ lui il Creatore, l’autore della vita. L’uomo può costruire razzi per esplorare l’immensità del cosmo, ma non può creare la vita da zero. Può solo utilizzare e modificare cellule già esistenti e già “in vita”, ma non può creare realmente la vita. L’uomo vorrebbe farlo, peccando di saccenza, ma non può, in quanto per l’uomo la vità è un qualcosa di esterno, che non gli appartiene.
Analizziamo ora la parola “zooee” che viene tradotta in italiano: vita. Vi sono alcune parole che derivano da “zooee”: per esempio zoologia, ossia lo studio degli animali, che sono esseri viventi. In pratica “zooee” è la vita fisica, ossia quella che abbiamo quando non siamo morti.
In greco esistono due termini che si riferiscono alla vita: “zooee”, e “bios”, dal quale derivano le parole biografia, biologia. La differenza tra questi due termini è che zooee si riferisce al principio vitale, mentre bios si riferisce al periodo vitale di un essere vivente, ossia alla sua vita fisica. Questa considerazione serve a capire che Giovanni, avendo usato la parola “zooee”, voleva indicare che il Verbo (Gesù Cristo) era la vita stessa e che non avrebbe potuto fare quello che ha fatto (ossia “tutto”, terzo verso del Prologo), se la vita non fosse stata in lui.
Malgrado ciò negli scritti di Giovanni, zooee significa anche “vita spirituale”, allo stesso modo che la parola “morte” è usata per descrivere la condizione peccaminosa dell’uomo. La “vita”, viene pertanto intesa come “vita spirituale”, opposta alla “morte spirituale”. Nella vita dell’uomo peccatore e non rinato vi è il peccato e la morte, mentre dopo la morte fisica dell’uomo che è rinato in Cristo vi è la santità e la vita, la vera vita.
La vita spirituale è quella descritta da Giovanni nella seconda parte di questo verso, e chi l’accetta, rinasce in Cristo e quindi entra nella “vera vita”.
Ecco che ci troviamo di fronte alle due parole “vita”, citate nel quarto verso. Ma mentre il primo termine non è preceduto da articolo, il secondo termine viene preceduto dall’articolo hē.
Per quale motivo si omette l’articolo nella prima frase? L’esperto di lingua greca William Edward Jelf sostiene che l’omissione dell’articolo segnala che l’assenza di definizione o limitazione si riferisce al carattere generale del termine (1).
Nella prima frase quindi, quando Giovanni omette l’articolo, ci dice che la vita era una delle caratteristiche generali del Verbo, ossia di Gesù Cristo nel suo stato pre-incarnato. In Gesù Cristo, quindi, è sempre esistita la vita, mentre l’uomo invece nasce fisicamente con vita, però spiritualmente è morto, fino a che non accetta “la vita”, ossia Gesù Cristo, come suo unico Signore e Salvatore.
E’ come se la vita di Dio, sia messa a disposizione dell’uomo. Ecco che nella seconda parte del quarto verso Giovanni inserisce l’articolo prima della parola “vita”, e lo fa perché in questo caso non si riferisce più ad un concetto assoluto e generale, ma bensì tangibile e particolare, che l’uomo può accettare. In pratica la vita di Cristo può appartenere all’uomo. La vera vita può appartenere all’uomo per mezzo della fede in Gesù Cristo, vediamo a tale proposito alcuni passaggi del Vangelo di Giovanni.

(6, 47)
In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

(6, 53):
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.

Concentrandoci sul significato spirituale del termine “vita”, vediamo che quando il credente accetta Gesù Cristo come suo unico Signore e Salvatore la vita di Gesù diventa la sua vita. La nuova vita del cristiano non è un semplice ripetere di certi riti o cerimonie, ma implica un totale cambio di paradigma (Vangelo di Giovanni 21, 6). Pertanto quando accettiamo Gesù Cristo, non solamente iniziamo una fase nuova della nostra vita, ma otteniamo la “vera vita”, ossia: rinasciamo.
A tale proposito vediamo un passaggio della Lettera ai Galati, di Paolo di Tarso (2, 19-20):

In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. 

Analizziamo ora la seconda frase del quarto verso:

e la vita era la luce degli uomini;

Abbiamo già visto che in questa seconda frase la parola “vita” si riferisce alla vita spirituale, quella che possiamo ottenere con la conversione, ossia con l’accettazione di Gesù Cristo come nostro unico Signore e Salvatore. Però notiamo che Giovanni introduce un’altra parola: “phoos”, ossia: luce.
Che cosa è la luce? Vi è la luce fìsica, quella creata da Dio (Genesi 1, 3), e vi è la luce spirituale, alla quale Giovanni allude, in questo caso.
La vita e la luce sono presenti in questa seconda frase del quarto verso in senso spirituale. Solo una persona viva spiritualmente può sentire la vera luce, che è il Signore. Quindi Giovanni ci vuole comunicare che l’uomo, se vuole percepire la vera luce deve prima avere la vita, ossia essere rinato. Senza la vita di Dio, l’uomo starà sempre nell’oscurità completa e pertanto non potrà mai percepire la vera luce.
Inizialmente la luce di Dio nella sua pienezza fu posta a disposizione dell’uomo. Ma l’uomo, con il peccato originale, perse questa possibiltà e decise di peccare, ossia di compiere il primo atto di non-umiltà, e scelse così l’oscurità. L’invio del Figlio sulla terra è servito per dare l’opportunità all’uomo di tornare ad ottenere la possibilità di percepire la luce. Ma prima di percepire la luce l’uomo deve ottenere la vita, credendo nel sacrificio del Figlio di Dio per la salvezza dell’umanità.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Spiros Zodhiates, Cristo era Dio?

Note:
1-Grammatica della lingua greca, Vol. 2, pag 124

giovedì 7 luglio 2016

La Creazione: analisi del terzo verso del Vangelo di Giovanni


Come abbiamo analizzato nei precedenti capitoli i primi due versi del Vangelo di Giovanni descrivono la persona di Gesù Cristo, denominato “Parola”, o “Verbo”. Le quattro affermazioni di questi due primi versi, sono:

1, 1a: “In principio era il Verbo”. Ossia, il Verbo esiste da sempre, dall’eternità.

1, 1b: “E il Verbo era presso Dio”. In questo passaggio si conferma l’eterna comunione del Verbo con Dio Padre, da sempre.

1, 1c: “E il Verbo era Dio”. Ciò significa che il Verbo, essendo della stessa sostanza di Dio Padre, è Dio, sebbene abbia una diversa personalità.

2: “Egli era, in principio, presso Dio”. In questo secondo passaggio si ribadisce che il Verbo è sempre stato in comunione con Dio Padre, fin dall’eternità.

Dopo aver fatto queste affermazioni di fondamentale importanza, l’Apostolo Giovanni inizia a descrivere l’opera del Logos, il Verbo, Gesù Cristo. E lo fa nel terzo verso del Prologo:

tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Panta dia autou egeneto kay chōris autou egeneto oude hen ho gegonen

Iniziamo ad analizzare la prima parte del terzo verso:

tutto è stato fatto per mezzo di lui

La parola greca con la quale l’Apostolo Giovanni inizia questo verso è “panta”, ossia “tutto”. In alcune versioni della Bibbia (nuova Diodati), viene tradotta con “ogni cosa”. In greco l’articolo definito (ho), viene omesso prima di “panta”, proprio con il fine di rendere assoluto il significato di “tutto”. Giovanni praticamente vuole riferirsi alla totalità delle cose che sono state create in tutti i tempi, ossia nel passato, nel presente e nel futuro.
Panta è il nominativo plurale del neutro pan. In pratica significa: tutte le cose che sono state, tutte le cose che sono, e tutte le cose che saranno: tutto.
La seconda parola che incontriamo nell’analisi di questo terzo verso è δι’, la cui pronuncia è dia. E’ tradotta “per mezzo”. In realtà questa parola greca è parente di “duo”, (due), o “dis” (due volte). Il significato basilare della parola indica l’intermediario, o la causa per giungere ad un risultato finale. Troviamo questa preposizione nella parola diagramma. Il diagramma è infatti un qualcosa che sta tra il concetto di una cosa e il risultato finale della cosa stessa. Si fa un diagramma per mostrare quello che si va a costruire.
Giovanni quindi ci spiega che “tutto è stato fatto per mezzo di lui”, ossia per mezzo di Gesù Cristo, il Verbo, il Logos eterno. Il Verbo però, è Dio (vedere verso 1, 1c), è la sua sostanza è sempre stata la stessa di Dio Padre.
Questo è stato confermato anche da Paolo di Tarso, nella sua Lettera ai Colossesi (2, 9):

È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità

Siccome il Verbo, Gesù Cristo, è stato il Creatore, allo stesso modo è stato il Redentore. Pertanto Egli è stato sia l’agente della creazione che l’agente della redenzione.
Il fatto però che Egli sia stato l’agente della creazione, non significa che sia stato diverso in essenza o inferiore a Dio Padre. Lui poté essere sia la Causa Prima che l’agente della Creazione. Ciò si evince anche dalla Lettera ai Romani (11, 36):

Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Anche dal celebre passaggio della Genesi si evince che Gesù Cristo è stato sia la Causa Prima, che l’agente della Creazione, (Genesi 1, 26):

Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Dio ha creato l’universo e l’uomo per mezzo del Verbo, ma in un certo senso tutte le tre persone della Trinità hanno partecipato nell’opera della Creazione, cosi come tutte e tre parteciparono nell’opera della redenzione e della salvezza dell’uomo.
Il verbo utilizzato da Giovanni è egeneto, ossia “fece”. Tutte le cose divennero per mezzo di Lui, per mezzo di Gesù Cristo.
Il verbo egeneto differisce dal verbo en utilizzato nel primo e nel secondo verso. Mentre en significa “era”, in un tempo eterno, egeneto significa “fece”, in un momento definito.
Questo verbo “egeneto” esclude quindi che Giovanni volesse riferirsi ad una creazione eterna, o continua. Giovanni descrisse che il mondo fu creato in un determinato momento, e che prima della Creazione il mondo non esisteva, mentre Dio esisteva da sempre.
Per concludere aggiungo che in questa prima parte del terzo verso si afferma indirettamente che Gesù Cristo è il Creatore dell’universo, la Causa Prima, Dio. Se infatti il Verbo fosse un essere creato, non avrebbe potuto creare “tutto”, ma avrebbe creato “tutto eccetto se stesso”. Invece Giovanni ci dice che il Verbo ha fatto “tutto”.
Analizziamo ora la seconda parte del terzo verso del Vangelo di Giovanni:

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Dopo aver fatto un’affermazione positiva, Giovanni fa enfasi sulla parte negativa di tale affermazione. Le parole “e senza di lui”, si riferiscono inequivocabilmente al Verbo, ossia a Gesù Cristo. La parola greca “chōris”, significa “senza”.
Si afferma pertanto che senza il Verbo, ossia Gesù Cristo, niente di ciò che esiste, è stato fatto. Giovanni scrivendo la parola “choris”, ci fa capire che l’universo non ha la possibilità di auto-crearsi. Non è possibile che la materia si trasformi in qualcosa di vivo, ne è possibile che una cellula si trasformi in essere cosciente, senza che vi sia una volontà creatrice.
A questo punto, però, qualcuno potrebbe affermare che siccome niente fu fatto di ciò che esiste senza la volontà creatrice del Verbo, Egli abbia creato anche il male.
La Bibbia però ci insegna che il male ebbe origine dal primo atto di non-umiltà attuato da una creatura del Signore, che volle sostituirsi a Dio (Libro di Isaia 14, 12 e Libro di Ezechiele 28, 12-18). Quando in seguito l’uomo disubbedì a Dio, il Signore, essendo perfettamente sacro, non poté far altro che permettere che l’uomo soffrisse le conseguenze della sua decisione. In seguito alla separazione dell’uomo da Dio, l’uomo e il mondo sprofondarono nel peccato e nel male. Tutto ciò portò alla necessaria venuta di Dio nel mondo nella persona di Gesù Cristo (Vangelo di Giovanni, 1, 14), con lo scopo di redimere l’uomo e ristabilire la sua relazione iniziale con il Creatore.
Da questa seconda parte del terzo verso si evince che il Verbo non fu fatto, e che tutto ciò che è stato fatto, non è il Verbo. Giovanni infatti esprime il concetto che prima della Creazione, il Verbo già esisteva. Ma lui stesso non fu fatto, era auto-esistente, e pertanto, era Dio. (Vangelo di Giovanni 1,1).
Da qui si evince anche che il mondo, non si è auto-creato, pertanto, non è Dio. E’ un errore madornale affermare che la natura è Dio. A volte si sente la frase “madre natura”, come se la natura fosse “madre”, o come se la natura fosse “Dio”. E’ un errore indotto da filosofie new age e panteistiche. Giovanni invece ci indica chiaramente che Dio è completamente distinto dalla sua creazione.
Anche questa seconda parte del terzo verso esclude che Gesù Cristo sia un essere creato. Se infatti Egli fosse un essere creato, non avrebbe senso la frase: “e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”, che significa che non vi è niente nella creazione che non abbia origine da Gesù Cristo. Pertanto vediamo che il Creatore non può essere creatura, in quanto se Egli fosse creatura avrebbe dovuto creare tutto eccetto se stesso, ma questo non è quello che Giovanni ci ha comunicato.
Si deduce logicamente che Gesù Cristo, essendo auto-esistente, è Dio, esattamente come lo è Dio Padre. Entrambi pertanto sono co-eguali e co-eterni.
L’Apostolo Paolo conferma questo concetto nella Lettera ai Colossesi (1, 16):

perché in lui furono create tutte le cose
nei cieli e sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.

Torniamo ad analizzare la seconda parte del terzo verso:

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Mentre il primo verbo di questa seconda parte del verso è “egeneto”, diventare, tradotto con “è stato fatto”, l’ultimo verbo utilizzato è “gegonen”, tradotto con “esiste”. Giovanni si riferisce a “ciò che ora esiste”. Praticamente Giovanni indica che tutto ciò che ora esiste deriva dal potere creativo di Gesù Cristo. Questo secondo verbo si trova nel tempo perfetto e ciò indica indirettamente che Gesù Cristo permette l’esistenza di ogni cosa che ci circonda e di ogni essere vivente. E’ la Grazia che ci sostiene, che ci permette ogni giorno di svegliarci al mattino, che è causa dello sbocciare dei fiori e del crescere delle piante, con le quali si alimentano gli esseri viventi.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Spiros Zodhiates, Cristo era Dio? 

sabato 2 luglio 2016

L’eterna comunione del Logos con il Padre: analisi del secondo verso del Vangelo di Giovanni


Il Vangelo di Giovanni è composto da una parte iniziale di diciotto versi dove si descrive l’essenza stessa di Gesù Cristo. Nel capitolo precedente abbiamo analizzato il primo verso e siamo giunti alla conclusione che l’Apostolo Giovanni ha voluto comunicarci queste tre fondamentali verità:

In principio era il Verbo,

Significa che il Verbo, (Gesù Cristo) è esistito da sempre, dall’eternità.

e il Verbo era presso Dio

Significa che il Verbo, (Gesù Cristo), è stato da sempre in perfetta armonia e comunione con Dio Padre.

e il Verbo era Dio.

Significa che il Verbo, (Gesù Cristo), era ed è Dio da sempre, nella sua totale pienezza.

Ora analizziamo il secondo verso del Vangelo di Giovanni:

Egli era, in principio, presso Dio:

Vediamo la corrispondente pronuncia in greco:

Houtos ēn en archè pros ton Theon

Nel secondo verso Giovanni ribadisce alcuni concetti importanti che ha scritto nel primo verso.
La parola greca con la quale Giovanni comincia questo secondo verso è Houtos, che significa: “questi”, “questa persona”. Si riferisce al Verbo, al Logos eterno, di cui ha parlato nel primo verso, e utilizza un pronome dimostrativo. Houtos appare nel singolare maschile, quindi Giovanni ci vuol far notare che il Verbo è una persona, non è un’entità astratta.
Il verbo che si utilizza è lo stesso en che si è usato nel primo verso. E’ l’imperfetto del verbo eimi, ossia “essere”.
L’espressione “nel principio” è esattamente la stessa che si utilizza nel primo verso “en archè”.
Giovanni sta ribadendo dunque che il Logos “era”, sin dal principio, quindi era ed è eterno. Ma l’eternità è una caratteristica che solo Dio può avere, in quanto è la Causa Prima. Tuttavia, Giovanni distingue ancora una volta tra Egli, il Verbo, e Dio, ossia Dio Padre. Ovviamente, anche se il Verbo (Gesù Cristo), viene descritto con una personalità diversa da quella del Padre, non significa che Egli sia meno eterno, meno infinito e meno “Dio” del Padre.
In seguito Giovanni utilizza ancora le parole usate nel primo verso: pros ton Theon, tradotte all’italiano “presso Dio”.
In greco pros indica una relazione attiva e uguale tra le due parti. Quindi Giovanni non ci vuol indicare che Dio Padre sia superiore al Verbo, ma vuol indicare un rapporto di comunione eterna e paritaria.
Per noi questo concetto è incomprensibile, in quanto le nostre menti finite e limitate non possono cogliere appieno l’essenza di Dio nelle sue tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (di cui si parlerà in altre parti del quarto Vangelo e del Nuovo Testamento). Proprio per questo è stato necessario che il Verbo si facesse carne (Vangelo di Giovanni 1, 14), e venisse tra di noi, non solo per salvarci dal peccato, ma anche per rivelarci la splendente Trinità.

Yuri Leveratto
Copyright 2016

Bibliografia: Spiros Zodhiates, Cristo era Dio? 

Foto: Particolare del Codice Vaticano, inizio del Vangelo di Giovanni