giovedì 12 gennaio 2017

Agostino d’Ippona e il superamento del platonismo



Agostino d’Ippona viene considerato come il più grande filosofo del Cristianesimo, colui che riuscì a fare da cerniera tra il platonismo e il Cristianesimo.
Sappiamo che inizialmente Agostino era un manicheo, ossia abbracciava la religione misterica di Mani, una forma di gnosticismo. Tuttavia il contesto nel quale Agostino è cresciuto e si è formato (non bisogna dimenticare che sua madre era cristiana), fu un ambiente cristiano e neo-platonico. 
Quando Agostino giunse a Milano, nel 383 d.C., venne in contatto con il vescovo cristiano Ambrogio e ne fu influenzato. Dopo qualche tempo Agostino abbandonò il manichesimo e fu interessato per alcuni anni al neo-platonismo di Plotino. Nel 387 però, Agostino accolse Cristo nel suo cuore e si fece battezzare, proprio da Ambrogio. 
Agostino ha individuato nel platonismo molti concetti che aprono la strada alla comprensione del Cristianesimo. 
Sappiamo che per Platone Dio era perfezione, mentre Agostino fa notare che  secondo la Bibbia Dio è amore e giustizia. In pratica nella Bibbia Dio è “perfetto nell’amore”. 
Agostino evidenzia che per Platone l’anima è immortale e lascia il corpo dopo la morte. Mentre nei Vangeli non esiste il concetto di anima immortale, ma vi è un concetto simile, rapportato però al giudizio al quale l’uomo sarà sottoposto: vi sarà una Risurrezione di vita o di condanna a seconda se l’uomo, nella sua vita terrena, avrà o meno accettato la Grazia a lui offerta con il sacrificio di Gesù Cristo. 
Questa idea di negatività della materia, espressa da Platone, contro la quale anche Paolo di Tarso si scontrò nel celebre discorso all’Areopago di Atene, viene superata pienamente nella Bibbia, dove Dio ha creato corpo, anima e spirito e dove Gesù Cristo da una speranza per i giusti, dimostrando con la sua Risurrezione, che anch’essi potranno riappropriarsi del loro corpo, dopo la morte. 
Anche lo schema iniziale della creazione proposto da Platone (stato iniziale perfetto, decadenza, necessità di una redenzione per restaurare lo stato primitivo di purezza) è simile al concetto biblico espresso nella Genesi e poi nel Nuovo Testamento con la redenzione attuata da Gesù Cristo. Agostino funge da cerniera anche tra il pensiero neo-platonico di Plotino e la fede cristiana. Plotino aveva ipotizzato Dio come: Uno, Nous (intelligenza) e Anima. Agostino fa notare che Dio è uno e trino: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Nous di Plotino, quindi, non sarebbe altro che il Logos di Giovanni. Il Logos peraltro era stato ipotizzato anche da Filone di Alessandria, ma Giovanni lo ha identificato pienamente con Gesù Cristo, il Logos (Parola, o Verbo) che si è fatto carne (Gn, 1, 14). 
Per Platone la fede nel Trascendente si poteva raggiungere con la ragione, mentre per Agostino la fede deve essere supportata dalla ragione. La grande differenza tra platonismo e Cristianesimo è però la redenzione. Mentre nel platonismo l’uomo si eleva verso Dio (concetto che si è sviluppato anche nelle filosofie orientali come lo yoga), nel Vangelo è Dio che è sceso tra di noi nella persona di Gesù Cristo con lo scopo di espiare i nostri peccati e redimerci. Nel Cristianesimo quindi l’uomo si eleva verso Dio solo dopo aver accettato la Grazia, offerta da Gesù. Per Agostino la redenzione non è opera dell’uomo, ma è offerta da Dio all’uomo. Gesù Cristo è il perfetto mediatore, essendo Dio-uomo, in lui la natura divina si è saldata con quella umana, in seguito al mistero dell’Incarnazione. 

Yuri Leveratto

Immagine: Il battesimo di Agostino, Benozzo Gozzoli

domenica 8 gennaio 2017

Gesù Cristo ha salvato anche i giusti che vissero prima della sua missione sulla terra



Alcuni scettici del messaggio cristiano di salvezza sostengono che il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce non sia servito per coloro i quali hanno vissuto prima di lui, in quanto essi non hanno ricevuto il suo messaggio. 
Per rispondere a questa osservazione iniziamo citando il nono verso del Vangelo di Giovanni: 

Era la luce vera che illumina ogni uomo, 
Quella che veniva nel mondo

Il soggetto è il Verbo. E’ come se vi fosse scritto: “il Verbo era la luce vera”. Il verbo utilizzato qui è “en” che viene usato varie volte per descrivere l’eternità di Gesù Cristo. Pertanto si potrebbe interpretare in questo modo: “Gesù Cristo è stato da sempre la Luce eterna”. 
Subito dopo vi è l’aggettivo “vera”. Qui Giovanni non stava affermando che Gesù si esprime in modo verace, ma stava affermando che Gesù Cristo è la luce genuina, perfetta, originale, vera, e non solo per la sua sostanza divina, ma per la sua eternità. 
Tutto ciò ha un’attinenza con la dottrina della salvezza. Nessun uomo può salvare, in quanto nessun uomo può espiare il peccato di altri. Solo chi è la Luce eterna, vera, perfetta e originale può salvare (può quindi dare la vita eterna), in quanto è l’essenza stessa della vita. 
Analizziamo adesso la frase: “quella che veniva nel mondo”. Perchè l’Evangelista Giovanni ha scritto: “veniva”, e non “venne”? 
In realtà Giovanni si riferisce a qualcosa che sta per succedere. Usa il participio “erchomenon”. L’evangelista descrive un qualcosa che è in procinto di accadere. L’eternità stava entrando nella storia, come si descriverà nel quattordicesimo verso del Prologo. 
“Erchomenon” significa “veniva” e indica volontà. Questa situazione si differenzia da quando un semplice essere umano viene al mondo. Nessun essere umano viene da un’esistenza anteriore. Cristo invece ha avuto un’esistenza anteriore, eterna, in quanto esisteva da sempre. 
Però, quale era il proposito dell’arrivo della Luce vera nel mondo? Analizziamo la frase “che illumina ogni uomo”. La parola utilizzata nel testo greco è “phōtizei” che deriva dalla parola “phoos”, luce. 
E’ come se Giovanni ci avesse voluto comunicare che Gesù Cristo si è voluto fare uomo per essere uno di noi, illuminare il nostro cammino tortuoso, con la sua luce vera. Il tempo phōtizei è al presente indicativo. 
Mentre “era”, in greco “en” è un “passato eterno”, e “erchomenon” è un futuro inminente, phōtizei è al presente. Perchè?
Si pensa che Giovanni abbia voluto indicare in questo verbo il passato, il presente e il futuro e abbia voluto enfatizzare che la Luce eterna di Cristo ha illuminato tutti gli esseri umani da sempre, in forma conosciuta, sconosciuta e persino inconcepibile. 
In questo senso l’azione di Gesù Cristo si estende nel passato fino ai primordi dell’uomo e nel futuro, fino alla fine dei tempi. Ciò si spiega anche con la rivelazione progressiva della Bibbia, la Parola di Dio. Gesù apparve come un Angelo di Dio nell’Antico Testamento, ed ora era in procinto di apparire in forma umana. 
L’apparizione di Cristo in forma umana, comunque, non significa che la sua luce non illuminò gli uomini nel passato. E non significa che non illuminerà gli uomini nel futuro.
Come venivano giustificati gli esseri umani prima della missione di Gesù Cristo sulla terra?
La risposta non può essere che una: per fede. Infatti Abramo credette al Signore, vediamo il verso corrispondente, Genesi (15, 6): 

Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia

In un certo senso i credenti dell’Antico Testamento erano giustificati perchè credevano che, in un tempo futuro, Dio avrebbe espiato i loro peccati. I giusti di oggi guardano al passato, credendo che Dio, nella persona di Gesù Cristo, abbia già espiato i nostri peccati sulla croce.
Pertanto la Luce eterna di Cristo ha illuminato tutti gli uomini, da sempre, sia quelli che vissero nel passato, sia quelli che vivono ora e vivranno nel futuro. Quelli che prima di Cristo hanno avuto fede in Dio e si sono abbandonati alla sua volontà, credendo per fede che i loro peccati sarebbero stati espiati, hanno ottenuto la giustificazione e sono poi stati salvati da Cristo con la sua morte vicaria (1). 
I credenti del Nuovo Patto hanno ricevuto la rivelazione finale e perfetta, si salvano per fede, credendo che i loro peccati sono già stati espiati da Gesù Cristo con la sua morte in croce. Essi conoscono il progetto di Dio in modo più completo rispetto ai credenti dell’Antico Testamento. A tale proposito vediamo questo passaggio della Lettera agli Ebrei (1, 1-2): 

"Dio, dopo aver anticamente parlato molte volte e in svariati modi ai padri per mezzo dei profeti, 2 in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo di suo Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, per mezzo del quale ha anche fatto l'universo".

Yuri Leveratto

Bibliografia: Cristo era Dio? Spiros Zodhiates
Nota:
1-http://yurileveratto2.blogspot.com.co/2016/11/la-morte-vicaria-di-gesu-cristo.html

venerdì 6 gennaio 2017

La Lettera ai Romani: la Legge di Dio è conosciuta da tutti gli esseri umani


Molte volte ci siamo domandati se le persone che non hanno mai ricevuto il Vangelo potranno essere giudicate da Dio. Alcuni pensano che alcuni sparuti gruppi di indigeni che vivono nelle profondità dell’Amazzonia (i cosidetti non-contattati) e alcuni gruppi di eschimesi che vivono in remote zone dell’Artico non potrebbero essere giudicati da Dio, proprio perchè non hanno ricevuto il Vangelo e non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo. 
Nella Bibbia, però si trova la risposta a questo particolare quesito. Vediamo cosa scrive Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani (2, 12-16):

Infatti, tutti coloro che hanno peccato senza legge periranno pure senza legge; e tutti coloro che hanno peccato avendo la legge saranno giudicati in base a quella legge; perchè non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che l'osservano saranno giustificati. Infatti quando degli stranieri, che non hanno legge, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, sono legge a sè stessi; essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto nei loro cuori, perchè la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda. Tutto ciò si vedrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo”.

Analizziamo questi importanti passaggi. Nella prima parte Paolo di Tarso sostiene che chi ha peccato senza legge perirà senza legge e chi ha peccato avendo la Legge (data da Mosè) sarà giudicato in base alla Legge. Il fatto però che chi ha peccato senza Legge perirà senza Legge, non significa che non sarà giudicato. 
La risposta è nel quattordicesimo e quindicesimo verso. Dio può giudicare anche chi non ha ricevuto la Legge e il Vangelo perchè la Legge è impressa nella natura stessa di ogni persona: la Legge è scritta nel cuore dell’uomo. Il senso morale è fondamentalmente uguale per tutti gli esseri umani. Anche gli indigeni delle tribù non contattate dell’Amazzonia sanno che non si deve uccidere o rubare o commettere adulterio. Conoscono la differenza tra il bene e il male, esattamente come la conosciamo noi, che abbiamo ricevuto i dieci comandamenti e poi la Grazia, con il Vangelo.
Chi ha ricevuto il Vangelo ha una responsabilità maggiore rispetto a questi gruppi di persone non contattate, proprio perchè oltre alla legge morale della coscienza, ha ricevuto pure la Legge di Dio e il Vangelo. 
Le persone che non hanno ricevuto il Vangelo e che non conoscono Gesù Cristo, hanno pertanto la possibilità di salvarsi, seguendo la Legge di Dio, che è impressa nei loro cuori.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che se chi non ha ricevuto ne la Legge ne il Vangelo si può salvare, allora che senso ha avuto la rivelazione di Dio a Mosè e la rivelazione finale e perfetta di Gesù Cristo?
La rivelazione è progressiva e pertanto chi accoglie il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce ha la certezza di salvarsi, perchè riceverà lo Spirito Santo. La Grazia indica la strada sicura per chi la accetta. Nessuno pertanto viene dimenticato da Dio. La Grazia è data a tutti, ma anche il Giudizio sarà per tutti. Il Giudizio sarà portato a termine da Dio in modo individuale, in base alla fede dell'uomo.

Yuri Leveratto

Foto: indigeno non contattato dell’Amazzonia brasiliana.